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NO LA SEPARAZIONE NON E’ UNA COSA FACILE, OCCORRE IMPEGNO DA PARTE DI ENTRAMBI I CONIUGI

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TROVIAMO UNA SOLUZIONE INSIEME , DOPO L’ AMORE NON E’ BELLO FARE LA GUERRA!!!!

La causa principale del divorzio resta il matrimonio.

 

 

Dal mio matrimonio speravo di ricavare amore, calore, affetto e comprensione. Invece è stata una relazione basata sulla freddezza e sull’indifferenza. MARILIN MONROE

 

[Dichiarazione in tribunale durante la causa di divorzio da Joe DiMaggio, 27 ottobre 1954]

Divorziare soltanto perché non ami un uomo è sciocco quasi quanto sposarsi perché lo ami. ZSA ZSA GABOR

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ADENAROTAGLIO

 

 

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Sono molte le cause che conducono alla fine di una relazione sentimentale.

Ogni coppia ha le sue caratteristiche presenta le sue caratteristiche peculiari e spesso sono diverse le variabili che incidono e che conducono a tale decisione.

1)TRADIMENTO

in tema di separazione giudiziale dei coniugi, si presume che l’inosservanza del dovere di fedeltà, per la sua gravita, determini l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, giustificando così, di per sè, l’addebito al coniuge responsabile, salvo che questi dimostri che l’adulterio non sia stato la causa della crisi familiare, essendo questa già irrimediabilmente in atto, sicchè la convivenza coniugale era ormai meramente formale (da ultimo, Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618). 

 

2)MANCANZA DI DIALOGO

3)MANCANZA DI AFFETTIVITA’

4)MANCANZA DI VOGLIA DI STARE INSIEME

5)MANCATI PROGETTI INSIEME

6)MANCANZA DI RISPETTO

Nelle cause di separazione e divorzio è possibile per i coniugi richiedere l’accertamento dell’addebito a carico dell’altro coniuge qualora ricorrano determinati rigorosi presupposti. Si fa presente che con la richiesta di addebito si introduce un giudizio volto a fare accertare a quale coniuge vada imputato il fallimento del matrimonio.

 


Il diritto di famiglia è una branca del diritto privato che disciplina i rapporti familiari in genere

 

parentela e affinità,

matrimonio,

rapporti personali fra i coniugi,

 

rapporti patrimoniali nella famiglia,  filiazione,

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rapporti fra genitori e figli,

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divorzio ,

 affidamento e tutela  dei minori,

assegnazione casa familiare,

Diritti nascenti dai rapporti familiari

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_   status familiare (diritti, poteri , doveri)

_   diritti di libertà familiare (es. matrimonio)

_   diritti di solidarietà familiare (es. assistenza, fedeltà, collaborazione)

_   potestà familiare: poteri del genitore per Mantenere, Educare, Istruire (MEI) i figli e curare i loro   beni.

Sono diritti assoluti, indisponibili, imprescrittibili, personalissimi, di ordine pubblico, oggetto di particolare tutela penale.

La normativa prevede istituti a carattere personale (matrimonio, filiazione …) e patrimoniali (diritto agli alimenti….)

AS8

Riforma del diritto di famiglia  L. 19.05.1975 n. 151 (151/1975)

Il legislatore tenendo conto del principio di uguaglianza giuridica dei coniugi ha modificato la disciplina di alcuni rapporti familiari abrogando alcune norme in contrasto con la Costituzione ed ha attuato dei principi della Corte Costituzionale.

L’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione in 20 anni di esperienza e i continui aggiornamenti danno la possibilità di offrire un servizio di consulenza e di assistenza in grado di soddisfare le  richieste degli assistiti che saranno vautati con cura e trattati con la massima attenzione , perché l’importante non è partecipare ma vincere !!.

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L’art. 315 bis c.c., sotto la rubrica, “Diritti e doveri del figlio”, dedica i primi tre commi all’elencazione, in chiave positiva, dei diritti del figlio; il quarto comma al dovere dello stesso di rispettare i genitori, di contribuire al mantenimento della famiglia, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze ed al proprie reddito, finché convive con essa; il primo comma, elenca i diritti del figlio verso i genitori, ossia il diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni;

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separazione dei beni e figli a carico
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separazione e detrazioni figli a carico
genitori separati e figli a carico
separazione consensuale e detrazione figli a carico
2
separazione e figli adulti separazione e figli maggiorenni
separazione e mantenimento figli maggiorenni
genitori separati e figli adulti
separazione consensuale e figli maggiorenni
separazione e affidamento figli maggiorenni
separazione giudiziale e figli maggiorenni
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genitori separati e figli maggiorenni
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separazione e mantenimento dei figli maggiorenni
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separazione e affidamento figli maggiorenni
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“Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”

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La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo).

Già la L. n. 898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario.

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Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà.

La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de1 2011; 11687 de1 2013).

Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato.

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L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

 

 

 

 

 

Il principio della bigenitorialita’ che costituisce la ratio ispiratrice della legge sull’affido condiviso (L. n. 54/2006), è ribadito e rafforzato dal comma 2 dell’art. 315 bis c.c., che sancisce ancora una volta il diritto del minore a crescere in famiglia ed a mantenere rapporti significativi con i parenti; infine, il comma 3, riconosce al figlio minore, che abbia compiuto gli anni dodici anni, e anche di età inferiore ove capace di discernimento, il diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.

 

  1. L’audizione del minore rappresenta un adempimento obbligatorio nel procedimento in cui il giudice debba decidere in ordine a situazioni di diretto interesse del fanciullo (art. 155-sexies comma I c.c.). La Suprema Corte di Cassazione, con l’intervento a Sezioni Unite del 21 ottobre 2009 (v. civ., Sez. Unite, 21 ottobre 2009 n. 22238, Pres. Carbone, rel. Forte) ha, in tal senso, affermato che, in relazione all’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e all’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla Legge 8 febbraio 2006 n. 54, si deve ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto. Nella fattispecie oggetto dell’intervento delle Sezioni Unite, la Suprema Corte ha affermato che l’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 – v. Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081 – per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di legittimità – v. Cass. civ. n. 16753 del 2007.

 

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  1. La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve, tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi – in tal senso , ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata. L’importanza dell’audizione è, peraltro, ribadita nelle “LINEE GUIDA DEL CONSIGLIO D’EUROPA PER UNA GIUSTIZIA A MISURA DI BAMBINO”, adottate dal Comitato dei Ministri il 17 novembre 2010, dove, nella sezione III, lett. A, è rimarcato il diritto del minore ad avere la possibilità di esprimere la propria opinione nell’ambito dei procedimenti che lo riguardano. Nella sezione IV, lett. D è, poi, sancito, al punto 3, in modo particolarmente cogente, il diritto del minore di essere ascoltato: “i giudici dovrebbero rispettare il diritto dei minori ad essere ascoltati in tutte le questioni che li riguardano”.

Invero i minori che, ad avviso di questa Corte non possono considerarsi parti del procedimento (in tal senso sembra, sia pure con aperture, Cass. 10 ottobre 2003 n. 15145), sono stati esattamente ritenuti portatori di interessi contrapposti o diversi da quelli dei genitori, in sede di affidamento o di disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario e, per tale profilo, qualificati parti in senso sostanziale (così C. Cost. 30 gennaio 2002 n. 1).

Costituisce quindi violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto dei minori oggetto di causa, censurato in questa sede, nella quale emergono chiari gli interessi rilevanti dei minori che sono in gioco nella vertenza e avrebbero resa necessaria la loro audizione (sul rilievo di tali interessi per la denuncia del vizio processuale del mancato ascolto dei minori cfr. Cass. 12 giugno 2007 n. 13761 e 18 giugno 2005 n. 13173, non rilevando i principi di insindacabilità della decisione di non procedere all’ascolto dei minori, in caso di potenziale dannosità di essa per i soggetti non sentiti, di cui a Cass. 27 luglio 2007 n. 16753, in difetto di qualsiasi pronuncia dei giudici di merito in tal senso).

L’audizione dei minori che, nel procedimento per il mancato illecito rientro nella originaria residenza abituale, non è imposta per legge, in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della situazione di tale procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), anche in tale procedura si è però ritenuta in genere opportuna, se possibile (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e la citata n. 15145 del 2003). Tale audizione era prevista dall’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1991 che ritiene sussistere, in caso di riconoscimento della capacità di discernimento del minore, il diritto di questo “di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”, dandogli la possibilità “di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguarda”.

In base a tale norma sovranazionale l’ascolto dei minori oggetto del procedimento nelle opposizioni allo stato di adottabilità si è ritenuto di regola necessario (Cass. 9 giugno 2005 n. 12168, 26 novembre 2004 n. 22235, 21 marzo 2003 n. 4124, 16 luglio 2000 n. 9802, tutte al seguito di Cass. 13 luglio 1997 n. 9802).

L’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta comunque obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 (Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081), per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di questa Corte (la citata Cass. n. 16753 del 2007).

La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve, tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi (in tal senso Cass., ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata).

In conclusione, il quesito conclusivo del quinto motivo di ricorso può avere risposta positiva, in rapporto alla dedotta violazione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e dell’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla Legge 8 febbraio 2006 n. 54, dovendosi ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto, con conseguente fondatezza anche del sesto motivo d’impugnazione nei limiti ora indicati e necessità di cassare l’intero decreto in rapporto alla dedotta omissione dei giudici di

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Nel giudizio di separazione dei coniugi, la declaratoria di addebito richiede, quindi, un’autonoma domanda di parte. Gli effetti dell’addebito si riverberano esclusivamente sul piano patrimoniale, determinando la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e dei diritti successori in capo al coniuge al quale viene addebitata la separazione.

È ormai consolidato il principio secondo il quale, affinché si possa giungere ad una pronuncia di separazione con addebito, è necessario che venga prima accertata, in maniera rigorosa, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ovvero il grave pregiudizio all’educazione della prole.

Ove non si riesca a raggiungere la piena prova che la condotta contraria ai doveri del matrimonio posta in essere da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stata causa diretta del fallimento della convivenza, il giudice dovrà necessariamente astenersi dal pronunciare la separazione con addebito.

Se tale violazione cagioni, altresì, la lesione di diritti costituzionalmente protetti, la stessa potrà integrare gli estremi dell’illecito civile, dando così luogo anche ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non endo-familiari, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a tali danni.

Quando uno dei due coniugi richiede la separazione giudiziale può quindi chiedere anche l’addebito della separazione all’altro, purché questi abbia tenuto un comportamento contrario ai doveri imposti dal matrimonio.

È bene precisare che l’imputabilità della separazione deve essere richiesta al giudice da parte del coniuge incolpevole, in quanto espressamente previsto dall’articolo 151.

Da notare che il Giudice, nel valutare l’addebitamento, non si baserà su una sola inosservanza dei doveri coniugale (anche se grave e ripetuta nel tempo), ma dovrà provare un nesso di causalità tra il comportamento tenuto dal coniuge e l’intollerabilità da parte dell’altro a continuare la convivenza. Per fare questo il Giudice dovrà analizzare e valutare in modo molto attento il contesto familiare per valutare se si continuino a verificare atti tali da rendere intollerabile la convivenza.

In tema di addebito della separazione si è pronunciata anche la Cassazione, ribadendo che:
La pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri coniugali, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati e il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza.
(Cass.Civ., sez I, sent. 14042/2008; conf. Cass. Civ., sez I, sent. 21245/2010)

Com’è noto, la L. n. 898 del 1970, art. 4, anche nell’attuale formulazione, conferisce al presidente del tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole. Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione, introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emulumento mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034).

QUALI SONO GLI EFFETTI E CONSEGUENZE DELL’ADDEBITO? (art. 156 c.c.)
Le conseguenze possono riguardare:

1) Assegno di Mantenimento
Il separato con addebito perde il diritto a percepire l’assegno di mantenimento.
Tuttavia resta fermo il diritto all’assegno agli alimenti (che è quello destinato a garantire il minimo indispensabile per la “mera sopravvivenza”).

2) Eredità e Successione
Il coniuge cui viene addebitata la separazione non è più erede del coniuge. Tuttavia, se il coniuge è titolare di assegno alimentare, avrà diritto a percepire un assegno vitalizio.

3) Pensione di Reversibilità
Il separato con addebito ha diritto ad ottenere la pensione di reversibilità solamente nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare (a carico del coniuge deceduto).

4) Indennità di Anzianità e di Preavviso
Il coniuge a cui è stata addebitata la separazione ha diritto ad ottenere l’indennità di anzianità e l’indennità di preavviso per la morte del coniuge, ma solo nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare. L’indennità deve essere corrisposta dal datore di lavoro del coniuge deceduto.

CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051/6447838

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Nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento.

L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive.

 

 

La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione. La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale.

  1. Si tratta di interpretazione giurisprudenziale che, subito dopo la novella del 1987 riguardo sul divorzio, fu variamente contrastata: talora si affermò (al riguardo Cass. 1652 del 1990) che l’indagine sull’adeguatezza andava effettuata con riferimento ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, come viene a configurarsi di tempo in tempo nella coscienza sociale. D’altra parte, dopo una sentenza a sezioni unite, la n.11490 del 1990, la prima soluzione, frutto comunque di un interpretazione giurisprudenziale e non certo indicata nella lettera della norma si consolidò ampiamente (tra le altre più recentemente Cass. 4698/2009).

  2. La corte  ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole. Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità.

  3. La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione.

  4. La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli. Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M.

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AVVOCATO MATRIMONIALISTA ASCOLTO FIGLI

NELLE SEPARAZIONI

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 6 luglio – 29 settembre 2015, n. 19327

“scappando da un problema aumenti solo la distanza dalla soluzione” 

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ASCOLTO FIGLI NELLE SEPARAZIONI affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI
SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA ASCOLTO FIGLI NELLE SEPARAZIONI affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli

affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli

La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo). Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà. La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore. Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna

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. Si costituiva il D.V., proponendo domanda di addebito alla moglie, affidamento dei figli a se, in subordine affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli, non superiore ad euro 1200,00. All’udienza presidenziale, il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati, affidava i figli alla madre, cui assegnava la casa coniugale e determinava in Euro 1500,00 il contributo di mantenimento ai figli da parte del padre.

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  1. La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo).
  1. Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà.
  1. La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
  1. Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore.
  1. Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna produzione al riguado, e questa Corte non evidentemente tenerne conto.
  1. E’ bensì vero che l’avvio di una procedura di divorzio, con discussione sull’affidamento di un minore, e a maggior ragione, l’assunzione di provvedimenti, su cui il giudice potrebbe pronunciarsi anche d’ufficioidi regola darebbe luogo a cessazione della materia del contendere tra le parti. Tuttavia, stante la totale incertezza al riguardo, appare evidente e conforme al superiore interesse del minore, la necessità del suo ascolto da parte del giudice.
  1. II giudice dei rinvio potrà eventualmente effettuare accertamenti al riguardo. Va rigettato il quarto motivo di ricorso relativa al mancato accoglimento della domanda di assegno divorzile da parte della B. . Come é noto, nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento.

 

 

  1. L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive. La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione.

 

 

  1. La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale.

 

  1. Si tratta di interpretazione giurisprudenziale che, subito dopo la novella del 1987 riguardo sul divorzio, fu variamente contrastata: talora si affermò (al riguardo Cass. 1652 del 1990) che l’indagine sull’adeguatezza andava effettuata con riferimento ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, come viene a configurarsi di tempo in tempo nella coscienza sociale. D’altra parte, dopo una sentenza a sezioni unite, la n.11490 del 1990, la prima soluzione, frutto comunque di un interpretazione giurisprudenziale e non certo indicata nella lettera della norma si consolidò ampiamente (tra le altre più recentemente Cass. 4698/2009).

 

 

  • Questa Corte ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole.

 

 

  1. Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità. La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione. La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli.

 

  1. Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M. La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti i primi due; rigetta il quarto; cassa la sentenza impugnata, con rinvio1 anche per le spesel alla Corte d’Appe

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 6 luglio – 29 settembre 2015, n. 19327

Presidente Forte – Relatore Dogliotti

 

Svolgimento del processo Con ricorso in data 22-3-2004, B. Daniela chiedeva al Tribunale di Roma dichiararsi separazione personale dal coniuge D.V.V., con addebito allo stesso, affidamento dei figli minori L., L. ed E. a sè, rassegnazione della casa coniugale, riconoscimento di un assegno di mantenimento per sè e per i figli. Si costituiva il D.V., proponendo domanda di addebito alla moglie, affidamento dei figli a se, in subordine affido congiunto, in ulteriore subordine, in caso di affido alla madre, ampie modalità di frequentazione con il padre, determinazione di un assegno mensile soltanto per i figli, non superiore ad euro 1200,00. All’udienza presidenziale, il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati, affidava i figli alla madre, cui assegnava la casa coniugale e determinava in Euro 1500,00 il contributo di mantenimento ai figli da parte del padre. Con sentenza non definitiva del 21-3-2007, il Tribunale di Roma pronunciava la separazione personale dei coniugi. Con sentenza definitiva in data 10-9-2008, il predetto tribunale dichiarava l’addebitabilità della separazione al marito, affidava i figli minori, collocati presso la madre, ai Servizi sociali, assegnava alla B. la casa coniugale, determinava in Euro 1800,00 il contributo paterno per il mantenimento dei figli. Proponeva appello la B., chiedendo l’affidamento a se dei minori L. ed E., la determinazione in Euro 2400,00 dell’assegno per figli e assegno di mantenimento per in Euro 800,00. Si costituiva il D.V., chiedendo il rigetto dell’appello principale e, in via incidentale, l’addebito soltanto alla moglie. La Corte d’appello di Roma, con sentenza in data 17-2-2012, confermava l’affidamento di E. al servizio sociale, essendo ormai maggiorenni gli altri figli, elevava l’assegno per essi ad Euro 2200,00, confermava l’esclusione per l’assegno della moglie, revocava la pronuncia di addebito della separazione al D.V.. Ricorre per cassazione la B.. Resiste con controricorso il D.V., che deposita due memorie difensive. Motivi della decisione Con il primo motivo, la ricorrente lamenta vizio di motivazione, là dove la Corte d’appello aveva confermato l’affidamento della minore ai Servizi sociali. Con il secondo, violazione dell’art. 3 Convenzione di New York sui diritti dei minori del 1989, ratificata con L.n. 176 del 1991, nonché erronea valutazione dell’interesse della minore E., essendo l’affidamento ai Servizi, nella specie, in contrasto con l’interesse della minore stessa. Con il terzo, violazione dell’art. 12, predetta convenzione i nonché dell’art. 6 Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei minori, ratificata con L.n.77 del 2003 nonché degli artt. 1.55 sexies c.c. cost. sul mancato ascolto della minore. Con il quarto, violazione dell’art. 156 e 143 c.c., nonché vizio di motivazione, sul mancato accoglimento della domanda di assegno per la moglie. Per ragioni sistematica va dapprima esaminato il terzo motivo relativo al I mancato ascolto della minore: la Corte d’appello non vi aveva provveduto nonostante epoca di dieci anni, ne avesse fatto richiesta con lettera versata in atti, risultava, secondo la ricorrente, capace di discernimento, come da certificazione medica e relazione scolastica. Né risultava che la minore fosse stata sentita in primo grado. La nuova disciplina sull’ascolto del minore, contenuta oggi negli artt. 315 bis, 336 bis, 337 bis c.c. e 38 bis – disp.att. c.c. -, é doverosa espressione, come precisa la ricorrente, di rilevantissimi documenti internazionali (e in particolare le convenzioni di New York e Strasburgo). Già la L. n.898 del 1970, sul divorzio, con la novella del 1987 aveva previsto l’audizione del minore, ma limitandola notevolmente: il Presidente predisponeva l’ascolto, ove esso fosse strettamente necessario. Al contrario, la riforma dell’adozione dei 2001 e quella del 2006 sull’affidamento condiviso, hanno esplicitamente previsto tale incombente, riguardo al minore dodicenne, ma pure di età inferiore, se capace di discernimento (si tratta evidentemente di consapevolezza e comprensione, limitatamente al senso dell’audizione stessa, e non certo di una vera e propria capacità), come un obbligo e non una mera facoltà. La giurisprudenza successiva ha confermato la sussistenza di un obbligo, a pena di nullità, e tuttavia ha ammesso che il minore possa essere sentito da un consulente o dal personale dei servizi sociali, anche se ha precisato che sarebbe necessario uno specifico mandato del giudice (tra le altre Cass. S.u.. 22238 del 2009; n. 21651 de12011; 11687de12013). Oggi l’art. 336 bis c.c. precisa che viene ascoltato dal giudice il minore dodicenne o di età inferiore, se capace di discernimento (tale condizione sarà accertata dal giudice stesso, eventualmente coadiuvato da un ausiliario). Si riconferma l’obbligo del’ascolto in tutti i procedimenti in cui si assumono provvedimenti che riguardano il fanciullo, salvo che l’audizione sia manifestamente superflua o si ponga in contrasto con il suo interesse, ma di ciò il giudice dovrà dar atto con provvedimento motivato. L’art. 315 bis c.c. prevede altresì che il minore ultradodicenne e anche di età inferiore, se capace di discernimento, abbia diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Va pertanto accolto il relativo motivo del ricorso, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello iin diversa composizione, con necessario assorbimento dei primi due dei motivi del ricorso, attinenti all’affidamento della minore. Nella memoria difensiva, il resistente precisa che è in corso procedimento di divorziuo e sarebbe stata emessa sentenza, all’odierna udienza discussione, il difensore ha fatto riferimento una pronuncia di dovrzio in secondo grado. Non è stato peraltro effettuatoa alcuna produzione al riguado, e questa Corte non evidentemente tenerne conto. E’ bensì vero che l’avvio di una procedura di divorzio, con discussione sull’affidamento di un minore, e a maggior ragione, l’assunzione di provvedimenti, su cui il giudice potrebbe pronunciarsi anche d’ufficioidi regola darebbe luogo a cessazione della materia del contendere tra le parti. Tuttavia, stante la totale incertezza al riguardo, appare evidente e conforme al superiore interesse del minore, la necessità del suo ascolto da parte del giudice. II giudice dei rinvio potrà eventualmente effettuare accertamenti al riguardo. Va rigettato il quarto motivo di ricorso relativa al mancato accoglimento della domanda di assegno divorzile da parte della B. . Come é noto, nel pronunciare la separazione ai sensi dell’art. 156 c.c. il giudice stabilisce a favore del coniuge cui non sia addebitale la separazione e che non abbia adeguati redditi propri un assegno di mantenimento. L’art. 5 L.n. 898 del 1970 precisa che il tribunale,con la pronuncia di divorzio, dispone l’obbligo per un coniuge di corrispondere periodicamente all’altro un assegno, quando quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive. La norma era stata così modificata dalla L.n.74 del 1987, accentuando il profilo assistenziale dell’assegno e avvicinandolo a quello di separazione, con l’uso di un’identica espressione. La giurisprudenza ha interpretato la nozione di inadeguatezza dei redditi tanto in sede di separazione che in quella di divorzio, nel senso che i mezzi debbano essere tali da consentire al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante la convivenza matrimoniale. Si tratta di interpretazione giurisprudenziale che, subito dopo la novella del 1987 riguardo sul divorzio, fu variamente contrastata: talora si affermò (al riguardo Cass. 1652 del 1990) che l’indagine sull’adeguatezza andava effettuata con riferimento ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, come viene a configurarsi di tempo in tempo nella coscienza sociale. D’altra parte, dopo una sentenza a sezioni unite, la n.11490 del 1990, la prima soluzione, frutto comunque di un interpretazione giurisprudenziale e non certo indicata nella lettera della norma si consolidò ampiamente (tra le altre più recentemente Cass. 4698/2009). Questa Corte ritiene allo stato di conformarsi alla giunspru enza nettamente prevalente, pur con l’ovvia considerazione che spesso l’obbligato non può mantenere, con la separazione o con il divorzio, il tenore di vita di cui egli stesso godeva durante la convivenza matrimoniale, e tale situazione non potrà che incidere sul diritto del coniuge economicamente più debole. Nella specie, peraltro, il motivo, pur con riferimento anche a violazione di legge, riguarda per gran parte profili di merito, preclusi in questa sede di legittimità. La sentenza impugnata, con motivazione congrua e non illogica, ha rigettato la domanda della ricorrente, già disattesa in primo grado, evidenziando come, seppur a fronte di una discrepanza reddituale tra i coniugi1la ricorrente non sostenga oneri di alloggio labitando nella casa P1c1Aomproprietà con il marito, gravato da mutuo relativo a detto immobile, ma pure da altro mutuo sulla casa di propria abitazione. La Corte territoriale ha pure considerato i maggiori oneri a carico del marito per il mantenimento dei figli. Conclusivamente, va rigettato il quarto motivo del ricorso, accolto il terzo, assorbiti gli altri, M cassata la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione. P.Q.M. La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti i primi due; rigetta il quarto; cassa la sentenza impugnata, con rinvio1 anche per le spesel alla Corte d’Appello di Roman diversa composizione. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 Dlgs 196/03, in quanto imposto dalla legge.
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AVVOCATO DIVORZIO BREVE BOLOGNA – AVVOCATO PER DIVORZIO BREVE BOLOGNA POCHI MESI PER IL DIVORZIO !!!!

 

Trascorso il termine di 6 mesi o un anno dalla separazione i coniugi possono chiedere lo scioglimento del matrimonio e procedere quindi con il divorzio.

Nel Divorzio Congiunto, ora diventato divorzio breve, il procedimento viene avviato dai coniugi separati in maniera consensuale. Essi devono raggiungere l’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio.
In particolare sull’affidamento e il mantenimento dei figli, sul mantenimento o meno del coniuge più debole, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla spartizione dei beni comuni.
Il divorzio diviene dunque consensuale e comporta molti vantaggi per le coppie di coniugi: è meno costoso, più rapido e quindi meno traumatico per i coniugi e per i figli.Chiedi all’avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli
L’avvocato matrimonialista Bologna può assistervi anche laddove non sia ancora stata raggiunta la concordia su tutte le condizioni di divorzio, attraverso incontri di mediazione e consulenza al fine di presentare il ricorso con la sottoscrizione di entrambi i coniugi.
  1. i tempi che devono intercorrere fra la separazione e la richiesta per ottenere il divorzio sono ridotti dagli attuali tre anni a dodici mesi in caso di “separazione giudiziale” (quando cioè il divorzio viene chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è invece consensuale.
  2. la separazione decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale
  3. anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi: prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ora la comunione «si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati»
  4. la nuova legge si applica anche ai procedimenti in corso.
  5. la nuova legge  non prevede il divorzio immediato in assenza di un periodo di separazione

ECCO IL TESTO DELLA LEGGE SUL DIVORZIO BREVE

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55
Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi. (15G00073)

(GU n.107 del 11-5-2015)

Vigente al: 26-5-2015

La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga

la seguente legge:

Art. 1

  1. Al  secondo  capoverso  della  lettera  b),  del   numero   2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n.  898,  e  successive modificazioni, le parole: « tre  anni  a  far  tempo  dalla  avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente  del  tribunale  nella procedura  di  separazione  personale  anche   quando   il   giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite  dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione  personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale,  anche  quando  il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2

  1. All’articolo 191 del codice  civile,  dopo  il  primo  comma  e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale  autorizza  i coniugi a vivere separati, ovvero alla  data  di  sottoscrizione  del processo verbale di separazione consensuale dei  coniugi  dinanzi  al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con  la  quale  i  coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale  dello stato  civile  ai  fini  dell’annotazione  dello  scioglimento  della comunione».

Art. 3

  1. Le disposizioni di cui agli articoli  1  e  2  si  applicano  ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore  della  presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di  separazione  che  ne costituisce il presupposto  risulti  ancora  pendente  alla  medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015

MATTARELLA

Separazione personale dei coniugi – Pronuncia con addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà – Sufficienza – Limiti. (Cc, articoli 143 e 151) 
In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’articolo 143 del Cc pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale. La reiterata violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, tanto più se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.
Cass. Sezione I, sentenza 24 ottobre 2005 n. 20536 (in Guida al Diritto, Edizione n. 47 del 10 dicembre 2005, pagina 40)


Separazione personale dei coniugi – Addebitabilità – Aggressione e violazione dei diritti della persona – Comparazione come reazione alla condotta dell’altro coniuge – Esclusione. (Cc, articoli 151) 
In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative e inderogabili, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale sociale dell’altro coniuge così da oltrepassare quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo, sottraendosi anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.
Cass. Sezione I, sentenza 19 settembre 2005 n. 18475 (in Guida al Diritto, Edizione n. 44 del 12 novembre 2005, pagina 61)


Separazione giudiziale – Imposizione di principi o di particolare mentalità di un coniuge – Violazione dei doveri del matrimonio – Sufficienza per l’addebito – Sussiste. (Cc, articoli 143, 144, 147 e 151) 
Al fine dell’addebitabilità della separazione, il comportamento di un coniuge, rivolto a imporre i propri particolari principi o la propria particolare mentalità, può assumere rilevanza solo se si traduca in violazione dei doveri discendenti dal matrimonio, o comunque sia inconciliabile con i doveri medesimi, atteso che, in caso contrario, e per quanto detti principi o mentalità siano criticabili, si resta nell’ambito delle peculiarità caratteriali, le quali valgono a spiegare le difficoltà del rapporto, ed eventualmente l’errore originariamente commesso nella reciproca scelta, ma non integrano situazioni d’imputabilità della crisi, nel senso previsto dall’articolo 151, comma 2, del codice civile.
Cass. Sezione I, sentenza 2 settembre 2005 n. 17710 (in Guida al Diritto, Edizione n. 41 del 22 ottobre 2005, pagina 67)

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