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MANCATO PAGAMENTO ALIMENTI NELLA SEPARAZIONE E DIVORZIO QUANDO SCATTA IL REATO DI CUI ALL’ART 570 CP

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MANCATO PAGAMENTO ALIMENTI NELLA SEPARAZIONE E DIVORZIO QUANDO SCATTA IL REATO DI CUI ALL’ART 570 cp

 

Perché non pagare gli alimenti alla ex moglie e ai figli è reato ?

 

Perché occorre pagare gli alimenti ?

 

Perche’ e in quali casi rischio di perdere il diritto all’assegno di mantenimento?

  • l’assegno di mantenimento viene elargito solo nel caso in cui non ci sia addebito di separazione, mentre quello alimentare anche in caso di addebito;
  • l’assegno di mantenimento viene versato indipendentemente dallo stato di bisogno del beneficiario, quello alimentare si fonda proprio sul presupposto dello stato di bisogno del coniuge che non è in grado di provvedere al proprio mantenimento;
  • a differenza dell’assegno di mantenimento che è sempre rinunciabile (i coniugi possono decidere di non versarlo o di versarlo in un’unica soluzione), quello alimentare è espressamente irrinunciabile;

l’assegno di mantenimento può essere richiesto anche nel caso in cui l’avente diritto lavori ma guadagni poco, quello alimentare solo se il destinatario non lavora e non sia nelle condizioni di poterlo fare.

 

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Quando assegno di mantenimento dei figli

 

 

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reato previsto dall’art. 570, secondo comma n. 2, c.p. ha come presupposto necessario l’esistenza di un’obbligazione alimentare ai sensi del codice civile, ma non assume carattere meramente sanzionatorio del provvedimento del giudice civile; ed invero, l’inosservanza, anche parziale, non importa automaticamente l’insorgere del reato, di tal che, per configurare l’ipotesi delittuosa in esame, occorre che gli aventi diritto all’assegno alimentare versino in stato di bisogno, che l’obbligato ne sia a conoscenza e che lo stesso sia in grado di fornire i mezzi di sussistenza. In altri termini, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 570, comma secondo, n. 2, c.p., nell’ipotesi di corresponsione parziale dell’assegno stabilito in sede civile per il mantenimento, il giudice penale deve accertare se tale condotta abbia inciso apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi economici che il soggetto obbligato è tenuto a fornire ai beneficiari, tenendo inoltre conto di tutte le altre circostanze del caso concreto, ivi compresa la oggettiva rilevanza del mutamento di capacità economica intervenuta, in relazione alla persona del debitore, mentre deve escludersi ogni automatica equiparazione dell’inadempimento dell’obbligo stabilito dal giudice civile alla violazione della legge penale.

 

Afferma la cassazione:

 

Ed invero, secondo l’insegnamento di questo Supremo Collegio, ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. si deve tenere conto, non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le proprie difese sull’intero materiale probatorio, posto a fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866; Sez. 6, n. 47527 del 13/11/2013 – dep. 29/11/2013, Di Guglielmi Rv. 257278). Se il ‘fatto’ va definito come l’accadimento di ordine naturale, dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive, di luogo e di tempo, poste in correlazione fra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica, la violazione del principio di correlazione si realizza e si manifesta solo attraverso un’alterazione consistente ed una trasformazione radicale della fattispecie concreta, nei suoi elementi essenziali, che non consenta di rinvenire un nucleo comune, identificativo della condotta, con il risultato di un rapporto di incompatibilità ed eterogeneità, tra il fatto contestato e quello accertato, capace di creare un vero e proprio stravolgimento dei termini dell’accusa, a fronte del quale si verifica un pregiudizio, concreto e reale, dei diritti della difesa (Cass., Sez. 2, 45993/2007, Cuccia, Rv. 239320).

  1. A fronte della riqualificazione giuridica del fatto, con la sentenza di primo grado, e della specifica contestazione mossa al riguardo nell’atto d’appello, la Corte territoriale ha escluso la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, evidenziando come l’imputato, assistito dal difensore fiduciario, avesse accettato il contraddittorio instauratosi a seguito della escussione dibattimentale della moglie, nel corso della quale ella aveva appunto riferito che il marito aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli, all’epoca, rispettivamente di 16 e 12 anni d’età.

La motivazione svolta sul punto dal Collegio di merito risulta congrua e scevra da illogicità manifesta, là dove pone in luce le ragioni per le quali il Giudice distrettuale abbia ritenuto che l’imputato avesse una compiuta conoscenza di tutti i termini della contestazione, sia formale sia ‘sostanziale’, così da poter esercitare appieno la difesa in relazione all’intero themaprobandum, con particolare riguardo alla circostanza di fatto – ulteriore rispetto a quella oggetto di originaria contestazione – rappresentata dall’avere fatto mancare ai figli i mezzi di sussistenza, su cui appunto si è incentrata la condanna ex art. 570, secondo comma n. 2, cod. pen..

A ciò si aggiunga che proprio su tale circostanza – id est ‘l’aver fatto mancare i mezzi di sussistenza’ – si è incentrato uno dei motivi d’appello (e poi di ricorso per cassazione), il che dimostra per tabulas come l’imputato fosse in concreto edotto anche di tale aspetto della contestazione, tanto da promuovere sul punto il vaglio dei giudici dell’impugnazione di merito.

  1. Colgono di contro nel segno le censure con le quali il ricorrente deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta integrazione del reato di cui all’art. 570, comma secondo n. 2, cod. pen. Lamenta, in particolare, il ricorrente la mancata valutazione da parte della Corte territoriale delle circostanze dedotte in sede di appello concernenti la corresponsione alla coniuge di alcune rate dell’assegno e di diverse somme ai fini della copertura di parte delle spese per il mantenimento dei figli nonché la messa a disposizione dell‘alloggio coniugale, facendo fronte al pagamento delle rate del mutuo ipotecario.
  2. Mette conto porre in rilievo che, mentre ai fini della integrazione fattispecie di cui all’art. 12-sexies L. n. 898/1970 è sufficiente dimostrare la volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione dell’assegno determinato dal tribunale e non occorre, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall’inadempimento consegua anche il ‘far mancare i mezzi di sussistenza’, tale elemento risulta invece necessario ed ineludibile ai fini della integrazione della figura criminosa prevista dall’art. 570 comma secondo, n. 2, cod. pen..

 

Ne deriva che mentre può essere realizzata la violazione dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, o della L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, senza che siano fatti mancare i mezzi di sussistenza alle parti offese indicate nell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, il genitore separato che fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l’assegno di mantenimento, commette un unico reato, quello previsto dall’art. 570 c.p., comma 2, n. 2.

La violazione meno grave (l’omissione di versamento dell’assegno di mantenimento) per il principio di assorbimento, volto ad evitare il bis in idem sostanziale, perde infatti la sua autonomia e viene ricompresa nella accertata sussistenza della più grave violazione della norma prevalente per severità di trattamento sanzionatorio (aver fatto mancare i mezzi di sussistenza nei confronti del beneficiario dell’assegno di mantenimento).

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Corte di Cassazione, Sezione 6 penale – Sentenza 9 aprile 2014, n. 15898

 

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – DELITTI CONTRO L’ASSISTENZA FAMILIARE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AGRO’ Antonio S. – Presidente

Dott. LANZA Luigi – Consigliere

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2798/2012 CORTE APPELLO di GENOVA, del 29/01/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 04/02/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GAETANO DE AMICIS;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. FRATICELLI Mario che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Udito, per la parte civile, l’Avv. (OMISSIS), che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 29 gennaio 2013 la Corte d’appello di Genova, in parziale riforma della sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di La Spezia l’8 giugno 2011 nei confronti di (OMISSIS), appellata dalla parte civile (OMISSIS), ha dichiarato l’imputato responsabile, agli effetti civili, del reato in rubrica ascrittogli (articolo 570 c.p., comma 2) e lo ha condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, da liquidasi in separato giudizio civile.
  2. Avverso la su indicata pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia del (OMISSIS), deducendo due motivi di doglianza.

2.1. Violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) e lettera e), in relazione all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere l’impugnata pronunzia confuso il concetto penalistico di “mezzi di sussistenza”, cui fa riferimento la su indicata norma incriminatrice, con quello civilistico di “mantenimento”, mentre avrebbe dovuto necessariamente definire, prima, l’entita’ dei mezzi di sussistenza e, poi, accertare se le condotte di inadempimento ascritte all’imputato fossero tali da privare in concreto i beneficiari di tali mezzi, dal momento che la contestata ipotesi di reato non puo’ assumere carattere sanzionatorio del mero inadempimento del provvedimento del giudice civile. Nel caso in esame, dunque, occorreva accertare se per effetto della condotta inadempiente dell’imputato fossero venuti a mancare ai soggetti beneficiari i mezzi di sussistenza a partire dall’agosto 2008 sino al febbraio 2009, quando il giudice civile ridetermino’ l’assegno di mantenimento a fronte delle mutate condizioni economiche dell’obbligato.

2.2. Violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), in relazione all’articolo 570 ed all’articolo 43 c.p., per la totale assenza della motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, avendo la Corte di merito ignorato, sul piano dell’intenzionalita’, non solo la condizione di impossibilita’ economica in cui l’obbligato versava, per una riduzione della sua capacita’ reddituale, al momento dell’imputazione, ma anche i comportamenti da lui posti in essere per versare alla moglie quanto era possibile corrisponderle, tenuto conto del fatto che egli, lungi dal sottrarsi all’intero pagamento della somma statuita in sede civile, si e’ limitato ad una mera riduzione economica, peraltro di entita’ poco significativa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ fondato e va accolto per le ragioni di seguito indicate.
  2. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte, la motivazione della sentenza d’appello che riformi in senso radicale la decisione di primo grado si caratterizza per un obbligo peculiare e “rafforzato” di tenuta logico-argomentativa, che si aggiunge a quello generale della non apparenza, non manifesta illogicita’ e non contraddittorieta’, desumibile dalla formulazione dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e) (Sez. 6, n. 46847 del 10/07/2012, dep. 04/12/2012, Rv. 253718; Sez. 6, n. 1266 del 10/10/2012, dep. 10/01/2013, Rv. 254024; Sez. 6, n. 8705 del 24/01/2013, dep. 21/02/2013, Rv. 254113).

In particolare, la sentenza di appello che ribalta il giudizio assolutorio deve confutare specificamente le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilita’ sul piano logico e giuridico degli argomenti piu’ rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa in sede di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati (Sez. 6, n. 6221 del 20/04/2005, dep. 16/02/2006, Rv. 233083; Sez. Un., n. 45276/2003, Andreotti; nell’ambito dello stesso ordine di idee v., inoltre, Sez. Un., n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, secondo cui “il giudice di appello che riformi totalmente la sentenza di primo grado, sostituendo alla pronuncia di assoluzione quella di condanna dell’imputato, e’ tenuto a dimostrare in modo rigoroso l’incompletezza o l’incoerenza della prima”).

Al riguardo occorre altresi’ aggiungere la considerazione che, in linea generale, il principio introdotto nell’articolo 533 c.p.p., comma 1, secondo cui una sentenza di condanna puo’ essere pronunciata solo se l’imputato “risulta colpevole del reato contestatogli al di la’ di ogni ragionevole dubbio”, formalmente introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge n. 46 del 2006, presuppone che “in mancanza di elementi sopravvenuti, l’eventuale rivisitazione in senso peggiorativo compiuta in appello sullo stesso materiale probatorio gia’ acquisito in primo grado e ivi ritenuto inidoneo a giustificare una pronuncia di colpevolezza, sia sorretta da argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria, che deve, quindi, rivelarsi, a fronte di quella riformatrice, non piu’ sostenibile, neppure nel senso di lasciare in piedi residui ragionevoli dubbi sull’affermazione di colpevolezza”.

Non puo’ ritenersi sufficiente, dunque, per la riforma caducatrice di una pronunzia assolutoria, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilita’ rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece, come si e’ gia’ osservato, una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. Cio’ in quanto la condanna “presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza” (in questi termini, Sez. 6, n. 40159 del 03/11/2011, Galante, Rv. 251066; in senso conforme, ex multis, v. Sez. 6, n. 4996 del 26/10/2011, dep. 2012, Abbate, Rv. 251782).

In definitiva, il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i piu’ rilevanti argomenti contenuti nella motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, e non puo’, invece, limitarsi ad imporre la propria valutazione del compendio probatorio perche’ ritenuta preferibile a quella coltivata nel provvedimento impugnato (Sez. 5, n. 8361 del 17/01/2013, dep. 20/02/2013, Rv. 254638).

  1. Considerando, ora, le implicazioni di tale quadro di principii in relazione alla disamina della vicenda storico-fattuale oggetto della regiudicanda, deve rilevarsi come la Corte territoriale abbia riconosciuto la penale responsabilita’ del (OMISSIS), sia pure agli effetti civili, sulla base di una rivalutazione sommaria delle emergenze probatorie e senza soddisfare quell’obbligo di motivazione rafforzata che grava sul giudice di appello a fronte di una sentenza assolutoria congruamente argomentata nei suoi passaggi motivazionali.

Invero, per quel che attiene alla valutazione delle note modali della condotta contestata, la sentenza impugnata ha omesso di confrontarsi criticamente con le risultanze emergenti dal complesso degli elementi fattuali specificamente valorizzati dal Giudice di prime cure ai fini della esclusione del reato per la ritenuta insussistenza dell’elemento oggettivo.

Nella pronuncia di primo grado, in particolare, dopo avere espressamente riconosciuto che la capacita’ economica dell’obbligato certamente sussisteva sul piano generale, atteso che l’imputato era comunque provvisto di una stabile occupazione lavorativa come militare in servizio permanente, si poneva l’accento sui seguenti elementi di fatto: a) che l’autoriduzione del versamento dell’assegno mensile di mantenimento e’ intervenuta, a far data dalla fine di luglio del 2008, per effetto di un sensibile mutamento della sua capacita’ economica a seguito del trasferimento nel territorio nazionale dopo un periodo di missione militare svolto all’estero; b) che tale situazione ha trovato un corrispondente epilogo decisorio nella motivazione della rideterminazione dell’assegno di mantenimento (dall’importo di euro 1.500,00 a quello di euro 800,00 complessivi), operata con ordinanza del Giudice civile in data 24 febbraio 2009; c) che, pur non potendosi ritenere la retroattivita’ della modifica dell’assegno mensile di mantenimento intervenuta nel febbraio 2009, risultava con evidenza che i presupposti della successiva rideterminazione risalivano all’oggettivo mutamento del quadro economico venutosi a determinare in epoca concomitante a quella in contestazione; d) che gia’ all’epoca dell’autoriduzione dell’assegno, pertanto, erano venuti meno i presupposti per il versamento dell’importo nella misura indicata nell’imputazione, con la conseguenza che, in concreto, le esigenze di mantenimento dei figli minori erano, gia’ all’epoca dei fatti, suscettibili di soddisfacimento nella misura successivamente individuata in sede civile; e) che, nel caso di specie, peraltro, il comportamento posto in essere dall’imputato non ha fatto venir meno, in concreto, la fruizione dei mezzi di sussistenza da parte degli aventi diritto, risultando l’assegno da lui mensilmente versato nel periodo in esame bensi’ inferiore, ma in misura alquanto ridotta e contenuta, rispetto a quella poi determinata dal Giudice, in base ai presupposti venutisi a determinare dopo la fine di luglio 2008.

afd3Sui punti ora evidenziati, ed in relazione ai numerosi aspetti e profili ad essi fattualmente correlati e, come tali, investiti dal motivato convincimento espresso nella pronunzia del Giudice di primo grado, nonche’ riguardo ai diversi temi di prova oggetto di insufficiente vaglio delibativo per effetto delle incongruenze motivazionali partitamente evidenziate in narrativa (v., supra, in particolare, i parr. 2.1. e 2.2.), la Corte territoriale ha omesso di confutare appieno la consistenza e la linearita’ del ragionamento probatorio sviluppato dal primo Giudice, trascurando la necessaria valutazione critica di tutti gli elementi su cui e’ stata fondata la precedente decisione assolutoria.

  1. Al riguardo, questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 44629 del 17/10/2013, dep. 05/11/2013, Rv. 256905) ha stabilito che integra il reato di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, (in esso risultando assorbito il reato previsto dalla Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 – sexies, come richiamato dalla Legge 8 febbraio 2006, n. 54, articolo 3) la condotta del genitore separato che fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l’assegno di mantenimento.

Si evince, peraltro, dalla stessa formulazione letterale delle disposizioni ora menzionate, che non vi e’ equiparazione tra il fatto penalmente sanzionato e l’inadempimento civilistico, poiche’ la norma non fa riferimento a singoli mancati o ritardati pagamenti, bensi’ ad una condotta di volontaria inottemperanza con la quale il soggetto agente intende specificamente sottrarsi all’assolvimento degli obblighi imposti con la separazione (Sez. 6, 4 ottobre 2012 – 9 novembre 2012, n. 43527).

Cio’ corrisponde alla funzione assegnata dal legislatore a tali disposizioni, che e’ quella di garantire che il soggetto obbligato assista con continuita’ i figli e gli altri soggetti tutelati. Se da un lato, quindi, non puo’ ritenersi che la condotta delittuosa sia integrata da qualsiasi forma di inadempimento, dall’altro lato, trattandosi di reato doloso, la stessa deve essere accompagnata dal necessario elemento psicologico.

In particolare, sul piano oggettivo, deve trattarsi di un inadempimento serio e sufficientemente protratto (o destinato a protrarsi) per un tempo tale da incidere apprezzabilmente sulla disponibilita’ dei mezzi economici che il soggetto obbligato e’ tenuto a fornire.

Ne discende che il reato non puo’ ritenersi automaticamente integrato con l’inadempimento della corrispondente normativa civile e, ancorche’ la violazione possa conseguire anche al ritardo, il giudice penale deve valutarne in concreto la “gravita’”, ossia l’attitudine oggettiva ad integrare la condizione che la norma tende, appunto, ad evitare.

In tal senso, se, di regola, non puo’ essere considerata sufficiente un’arbitraria affermazione del diritto alla autoriduzione dell’assegno, dovendo la parte in ogni caso rivolgersi al giudice civile per ottenere eventuali revisioni dell’importo (Sez. 6, n. 715 del 01/12/2003, dep. 15/01/2004, Rv. 228262; Sez. 6, n. 16458 del 05/04/2011, dep. 27/04/2011, Rv. 250090), la situazione e’ diversa in tutti quei casi in cui in cui ci si trovi dinanzi ad un limitato ritardo, ad un parziale adempimento, ovvero ad una omissione dei pagamenti, che trovino ben precise giustificazioni nelle peculiari condizioni dell’obbligato ed appaiano agevolmente collocabili entro un breve, o comunque ristretto, lasso temporale, quando a fronte di un piu’ ampio periodo preso in considerazione risulti accertata la piena regolarita’ nel soddisfacimento dei relativi obblighi (v. Sez. 6, 4 ottobre 2012, n. 43527, cit).

Nella motivazione della sentenza impugnata non viene compiutamente affrontato il tema delle reali modalita’ della condotta posta in essere dall’imputato, ne’ viene correttamente applicata la norma penale laddove si opera una automatica equiparazione dell’inadempimento, pur non grave in ipotesi, alla sua effettiva violazione, ritenendo sufficiente la mera autoriduzione dell’assegno per un arco temporale oggettivamente limitato.

Pur a fronte di un inadempimento rilevante per il diritto civile, non necessariamente si e’ in presenza dell’azione tipica della sottrazione agli obblighi economici in questione, o comunque di una condotta assistita dall’indispensabile elemento psicologico del reato, dovendo una situazione di temporaneo, parziale, inadempimento essere valutata unitamente a tutte le altre circostanze di fatto offerte dalla disamina del caso concreto, ed in particolare agli altri dati inerenti sia alla eventuale regolarita’ dei pagamenti complessivi precedentemente effettuati dall’obbligato, che alla oggettiva rilevanza del mutamento di capacita’ economica nei frattempo intervenuto, a fronte del necessario soddisfacimento delle esigenze proprie dei soggetti tutelati.

  1. Sulla base delle su esposte considerazioni, conclusivamente, l’impugnata sentenza deve essere annullata con rinvio per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado di appello, che nella piena liberta’ delle valutazioni di merito di sua competenza dovra’ porre rimedio alle rilevate carenze motivazionali, uniformandosi al quadro dei principii di diritto stabiliti da questa Suprema Corte.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado d’appello.

 

 

 

AADIVSEPDIV

 

 

La pronuncia di addebito comporta conseguenze di tipo economico nei confronti del coniuge al quale la separazione è stata addebitata. Quest’ultimo, infatti, perde il diritto all’assegno di mantenimento conservando solo il diritto agli alimenti, laddove ne sussistano i presupposti.

 

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La decisione applica correttamente l’enunciato più volte espresso che afferma che, rappresentando l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale una violazione particolarmente grave che di regola provoca l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, così da giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile (Cass. n. 8512/2006, n. 13592/2006, n. 20256/2006, n. 25618/2007) questi è tenuto ad offrire la prova che l’unione coniugale fosse in quel momento già incrinata (Cass. n. 4540/2011).

E difatti, se la regola anzidetta non opera quando si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale (Cass. n. 9074/2011) mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui si desuma una crisi già irrimediabilmente in atto nel contesto di un menage solo formale, comunque grava sul coniuge che eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda d’addebito l’anteriorità della crisi alla sua condotta contraria ai doveri del matrimonio, prova che il D., a giudizio degli organi di merito, non ha offerto.

Comunque non può non rilevarsi che non potrebbe il comportamento violento dell’un coniuge nei confronti dell’altro, quale quello posto in essere dal D. ed accertato in giudizio alla stregua delle fonti di prova vagliate dal giudice del gravame, trovare scriminante ovvero predicare la necessità del nesso causale con la cessazione di quella unione.

A livello legislativo l’infedeltà viene considerata a tutti gli effetti come una delle principali cause scatenanti la frattura coniugale. Frattura che nel tempo porta all’intollerabilità della convivenza tra moglie e marito, che si trovano a dover affrontare un rapporto fatto di situazioni ingestibili, causate dalle azioni e dai comportamenti di uno dei due.

 

Questo discorso vale:

  • sia quando si tratta di relazioni extraconiugali solide e continue;

sia quando si tratta di infedeltà reiterata.

 

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Il concetto di mantenimento ha una portata più ampia dell’assegno per gli alimenti, essendo relativo alla prestazione di tutto quanto risulti indispensabile alla conservazione del tenore di vita equivalente alla posizione economico-sociale dei coniugi. Il mantenimento spetta al coniuge che non ha avuto responsabilità nella separazione, in proporzione alle sostanze dell’obbligato (vedi sentenza della Cassazione 8 maggio 1980, n. 3033). Presupposto della concessione dell’assegno è l’inadeguatezza dei mezzi finanziari del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio (vedi sentenza della Cassazione 27 novembre 1992, n. 12681). 
Non può essere “addebitata” la separazione al coniuge, non più innamorato, che abbandoni il tetto coniugale!

Se si è disinnamorati si può abbandonare il tetto coniugale senza che da tale comportamento possa derivare una causa di addebito nella separazione.

Porre fine alla convivenza è un diritto: nessuno può essere obbligato a rimanere a casa se c’è disaffezione nella coppia o anche da parte di uno solo dei due coniugi.

Il fatto di non essere più innamorati, specie se dopo anni di sopportazioni e di un’unione infelice, non fa scattare l’addebito nei confronti di chi intende disimpegnarsi.

 

 

Quindi, l’infedeltà del coniuge giustifica una causa di separazione con addebito solo nel caso in cui il tradimento sia stato effettivamente la causa della fine del matrimonio. In altre parole il tradimento ha reso sì intollerabile la convivenza tra i coniugi, ma se il matrimonio era già finito a prescindere dal tradimento, allora l’infedeltà è considerata una conseguenza e non la causa della rottura del legame matrimoniale.

 

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