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3 ABBANDONO TETTO CONIUGALE – NESSUN ADDEBITO SE CONVIVENZA INTOLLERABILE –AVVOCATO BOLOGNA

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3 ABBANDONO TETTO CONIUGALE – NESSUN ADDEBITO SE CONVIVENZA INTOLLERABILE –AVVOCATO BOLOGNA

 

 Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

Si invita comunque sempre alla massima cautela prima di abbandonare il tetto coniugale per evitare l’addebito e anche un reato .

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  1. L’obbligo di fedeltà coniugale costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, la cui violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. Civ. sezione 1^ n. 13592 del 12 giugno 2006).
    8. L’abbandono della casa familiare, che di per sè costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta alla impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione se si provi – e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto (Cass. civ. sezione 1^ n. 10719 dell’8 maggio 2013 e n. 12373 del 10 giugno 2005).

    Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

  1. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.
  1. A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.
  1. Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .
  1. Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.
  2. Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

 

 

 

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condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima, è soltanto quella di essere tra le persone indicate nell’art. 557 c.c., e, cioè, di rivestire la qualità di legittimario, mentre la condizione stabilita dall’art. 564, comma 1, della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, vale soltanto per il legittimario che rivesta in pari tempo la qualità di erede (v. sent. 5 ottobre 1974 n. 2621). Ora, il legittimario totalmente pretermesso, proprio perché pretermesso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, né la qualità di erede, né la titolarità dei beni ad altri attribuiti: potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario. Come opportunamente ha evidenziato la dottrina e la giurisprudenza anche di questa Corte, una totale pretermissione del legittimario può aversi sia nella successione testamentaria, che nella successione ab intestato, il legittimario sarà pretermesso: a) nella successione testamentaria se il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri, in base alla considerazione che, a norma dell’art. 457, 2 co., c.c., questi non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti, e b) nella successione ab intestato, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, considerato che per l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce (in tal senso da ultimo Cass. n. 19527 del 2005). Di qui, l’ulteriore conseguenza che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria, che in quella ab intestato, che impugna per simulazione un atto compiuto dal ‘de cuius’ a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

Come questa Corte ha già avuto occasione di precisare, condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima, è soltanto quella di essere tra le persone indicate nell’art. 557 c.c., e, cioè, di rivestire la qualità di legittimario, mentre la condizione stabilita dall’art. 564, comma 1, della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, vale soltanto per il legittimario che rivesta in pari tempo la qualità di erede (v. sent. 5 ottobre 1974 n. 2621). Ora, il legittimario totalmente pretermesso, proprio perché pretermesso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, né la qualità di erede, né la titolarità dei beni ad altri attribuiti: potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario. Come opportunamente ha evidenziato la dottrina e la giurisprudenza anche di questa Corte, una totale pretermissione del legittimario può aversi sia nella successione testamentaria, che nella successione ab intestato, il legittimario sarà pretermesso: a) nella successione testamentaria se il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri, in base alla considerazione che, a norma dell’art. 457, 2 co., c.c., questi non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti, e b) nella successione ab intestato, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, considerato che per l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce (in tal senso da ultimo Cass. n. 19527 del 2005). Di qui, l’ulteriore conseguenza che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria, che in quella ab intestato, che impugna per simulazione un atto compiuto dal ‘de cuius’ a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 17 ottobre 2012 – 30 gennaio 2013, n. 2183

Presidente Fioretti – Relatore De Chiara

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, ha escluso l’addebito della separazione dei coniugi sig. L..R. e sig.ra T.G..L.R. a quest’ultima, che si era allontanata dalla casa coniugale e dopo un anno e mezzo A, aveva presentato domanda di separazione. Ha infatti ritenuto che l’abbandono, a un’età – settant’anni – in cui semmai “più naturale è il bisogno di vicinanza e di solidarietà morale e materiale” e dopo quasi cinquant’anni di un matrimonio nel complesso non felice, come dimostrato anche da una risalente separazione poi rientrata, trovava la sua ragione appunto in quella infelicità – almeno per la signora – nella quale ella, alla fine, non aveva avuto più la forza di continuare a vivere. Del che non le si poteva muovere addebito una volta riconosciuto, anche nella giurisprudenza di legittimità (si fa espresso riferimento a Cass. 21099/2007), che nessuno può essere obbligato a mantenere una convivenza non più gradita, il disimpegnarsi dalla quale costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può, di per sé, essere fonte di riprovazione giuridica e quindi causa di addebito della separazione.

Il sig. R. ha proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura. La sig.ra L.R. si è difesa con controricorso.

Motivi della decisione

  1. – Il primo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di norme di diritto, si conclude con il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis, primo comma, c.p.c. (ancora vigente alla data della sentenza impugnata): “… se, qualora in un procedimento di separazione giudiziale risulti provato e non contestato che uno dei coniugi ha abbandonato il tetto coniugale, e in difetto di qualsiasi prova e/o fatto obiettivo che dimostri che tale abbandono sia conseguenza del comportamento dell’altro coniuge o della disaffezione e del distacco spirituale tra i coniugi, il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi debba dichiarare l’addebito della separazione medesima al coniuge che ha abbandonato il tetto coniugale”.

Il ricorrente non contesta il principio di diritto affermato da Cass. 21099/2007, richiamata dai giudici di appello. Osserva tuttavia che in tale precedente si ammette, si, che è sufficiente la sussistenza di una disaffezione al matrimonio tale da rendere intollerabile la convivenza, anche da parte di uno solo dei coniugi, perché sorga il diritto del medesimo coniuge a richiedere la separazione, con conseguente non addebita-bilità a lui della separazione stessa, ma non si sottrae certo detta disaffezione alla regola generale dell’onere della prova. Era dunque onere della sig.ra L.R. dimostrare fatti obiettivi dai quali risultasse la sua disaffezione e la conseguente intollerabilità della convivenza; nessuna prova, invece, ella aveva fornito, ad eccezione di una dichiarazione generica e de relato di sua sorella (“Mia sorella mi ha detto che non era rispettata da suo marito”), che non provava affatto i comportamenti del marito contrari ai doveri del matrimonio (averla, cioè, a sua volta abbandonata quasi trent’anni prima e averla sottoposta a continue mortificazioni e umiliazioni) allegati dalla signora a giustificazione del proprio allontanamento dalla casa coniugale.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia vizio di motivazione. Il ricorrente individua formalmente, agli effetti dell’art. 366 bis, secondo comma, c.p.c., il fatto controverso e decisivo, oggetto di scorretto accertamento, nelle “asserite vessazioni e umiliazioni che controparte sostiene esser stata causa dell’abbandono del tetto coniugale” ed osserva che in ordine alla sussistenza di tale fatto la sentenza di appello non contiene alcuna motivazione.
  2. – Nessuno di tali motivi può trovare accoglimento, per le seguenti ragioni.

Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.

A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.

Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .

Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.

La Corte d’appello, dunque, non era tenuta ad accertare necessariamente i comportamenti del ricorrente contrari ai doveri del matrimonio, sui quali il medesimo ricorrente si sofferma; bastava che verificasse, in base ai fatti oggettivi emersi, la disaffezione maturata dalla sola moglie. Tale disaffezione la Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

Nel ricorso non si dedicano a detta fondamentale argomentazione della Corte d’appello specifiche censure con il primo motivo, che pertanto è inammissibile; si indirizza, poi, la censura di vizio di motivazione, con il secondo motivo, su una circostanza – il comportamento del marito – estranea alla ratio della decisione impugnata, così destinando anche tale censura alla irrilevanza e dunque alla inammissibilità.

  1. – Il ricorso va in conclusione respinto. In mancanza di attività difensiva della parte intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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