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DANNO BIOLOGICO CALCOLO TABELLE AVVOCATO INCIDENTI MORTALI DANNO FAMIGLIARI

Il danno biologico consiste nelle ripercussioni negative, di carattere non patrimoniale e diverse dalla mera sofferenza psichica, della lesione psicofisica. In particolare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le cosiddette “tabelle” (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorché non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, né risultano recepite in norme di diritto, come tali appartenenti alla scienza ufficiale del giudice.” (Sentenza 12/05/2006, n. 11039).

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DOMANDA : COME SI VALUTA IL DANNO NON PATRIMONIALE O DANNO BIOLOGICO?

 

Come questa Corte ha avuto più volte modo di affermare, del danno non patrimoniale (diversamente da quello patrimoniale) il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E già Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresì Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., 1/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).
Valutazione equitativa che è diretta a determinare “la compensazione econom

 

DOMANDA : PUO’ ESSERE IL DANNO NON PATRIMONIALE LIQUIDATO IN MODO SIMBOLICO?

 

Il danno non patrimoniale non può comunque essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’effettiva natura o entità del danno (v. Cass., 12/5/2006, n. 11039; Cass., 11/1/2007, n. 392; Cass., 11/1/2007, n. 394), ma deve essere congruo.

 

DOMANDA: IL DANNO BIOLOGICO O NON PATRIMONIALE PUO’ ESSERE DUPLICATO?

 

Nella giurisprudenza di legittimità si è per altro verso sottolineato che il principio della integralità del ristoro subito da quest’ultimo non si pone invero in termini antitetici bensì trova correlazione con il principio in base al quale il danneggiante/debitore è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone anche di evitarsi duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 14/9/2010, n. 19517), che si configurano ( solo ) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.

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Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si è in giurisprudenza costantemente affermata la necessità per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una “uniformità pecuniaria di base”, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresì a criteri di elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E già Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).

A tale stregua è allora esclusa la possibilità di applicarsi in modo “puro” parametri rigidamente fissati in astratto, giacché non essendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilità delle decisioni ma assicurata invero una uguaglianza meramente formale, e non già sostanziale (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).
Del pari inidonea è una valutazione rimessa alla mera intuizione soggettiva del giudice, e quindi, in assenza di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni, sostanzialmente al suo mero arbitrio (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).
Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto. può infatti dirsi circa la parità di trattamento e la prevedibilità della decisione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entità, patite da persone della stessa età e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria “violazione della regola di equità”).
I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere dunque idonei a consentire la c.d. personalizzazione del danno (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/6/2006, n. 13546), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano dell’effettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione – nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti – sul territorio nazionale (v. Cass., 13/5/2011, n. 10528; Cass., 28/11/2008, n. 28423; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/7/2006, n. 15760).
In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare, l’equità si è da questa Corte intesa nel significato di “adeguatezza” e di “proporzione”, assolvendo alla fondamentale funzione di “garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale”, con eliminazione delle “disparità di trattamento” e delle “ingiustizie” (così Cass., 7/6/2011, n. 12408).
I criteri da adottarsi al riguardo debbono consentire pertanto una valutazione che sia equa, e cioè adeguata e proporzionata (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato, a tale stregua pertanto del pari aliena da duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), in ossequio al principio per il quale il danneggiante e il debitore sono tenuti al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento ad essi causalmente ascrivibile (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844).
Ne consegue che la liquidazione di un ammontare che si prospetti non congruo rispetto al caso concreto, in quanto irragionevole e sproporzionato per difetto o per eccesso (v. Cass., 31/8/2011, n. 17879), e pertanto sotto tale profilo non integrale, il sistema di quantificazione verrebbe per ciò stesso a palesarsi inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equità, legittimando i dubbi in ordine alla sua legittimità.
Com’è noto, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale da sinistro stradale valida soluzione si è ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. V. altresì Cass., 13/5/2011, n. 10527).
Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno strumento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla, clausola generale posta all’art. 1226 c.c. (v. Cass., 19/5/1999, n. 4852).
Tale sistema costituisce peraltro solo una modalità di calcolo tra le molteplici utilizzabili (per l’adozione, quanto al danno morale da reato, del criterio della odiosità della condotta lesiva, e quanto al c.d. danno esistenziale, del criterio al clima di intimidazione creato nell’ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e al peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare in conseguenza di esso, v. Cass., 19/5/2010, n. 12318).
Fondamentale è che, qualunque sia il sistema di quantificazione prescelto, esso si prospetti idoneo a consentire di pervenire ad una valutazione informata ad equità, e che il giudice dia adeguatamente conto in motivazione del processo logico al riguardo seguito, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo adottato (v., da ultimo, Cass., 30/5/2014, n. 12265; Cass., 19/2/2013, n. 4047; Cass., 6/5/2009, n. 10401), al fine di consentire il controllo di relativa logicità, coerenza e congruità.
Lo stesso legislatore, oltre alla giurisprudenza, ha fatto ad esse espressamente riferimento.
In tema di responsabilità civile da circolazione stradale, il d.lgs. n. 209 del 2005 ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidità c.d. micropermanenti.
Già anteriormente era stato previsto (con D.M. 3 luglio 2003, e a far data dall’11 settembre 2003) un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (fino a 9 punti).
In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le c.d. macropermanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il c.d. “notorio locale” v. in particolare Cass., 1 giugno 2010, n. 13431), la cui utilizzazione è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza” (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008,

amedicocuorescritta

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 29 settembre 2015, n. 19211

Svolgimento del processo

Con sentenza del 25/10/2011 la Corte d’Appello di Firenze, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla società Assicurazioni Generali s.p.a. e in conseguente parziale riforma della pronunzia Trib. Livorno n. 416/2001, ha dichiarato la concorrente responsabilità del sig. P.R. (nella misura del 15%) e del sig. B.R. (nella misura del 85%) nella causazione del sinistro stradale avvenuto a (OMISSIS) , allorquando alla guida delle rispettive autovetture quest’ultimo non ottemperava all’obbligo di dare la precedenza al primo, che peraltro non aveva rispettato il limite di velocità e non aveva impegnato l’incrocio con prudenza.
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il P. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.
Resiste con controricorso la società Assicurazioni Generali s.p.a..
L’altro intimato non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Con entrambi i motivi il ricorrente denunzia “insufficiente e/o incongrua” motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360, 1 co. n. 5, c.p.c..
Si duole che la corte di merito abbia immotivatamente disatteso le conclusioni del CTU nominato in sede di gravame, non considerando correttamente l’incapacità lavorativa specifica.
Lamenta che il giudice del gravame ha fatto “riferimento alle tabelle in uso a quel tempo nei Tribunali, senza indicare quali tabelle e di quali tribunali si tratti”, omettendo di fare applicazione delle Tabelle di Milano, la cui adozione avrebbe condotto “ad un risultato di molto superiore in punto di quantum pari a circa Euro 120.000”.
I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte fondati, e vanno accolti nei termini e limiti di seguito indicati.
Come questa Corte ha avuto più volte modo di affermare, del danno non patrimoniale (diversamente da quello patrimoniale) il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E già Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresì Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., 1/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).
Valutazione equitativa che è diretta a determinare “la compensazione economica socialmente adeguata” del pregiudizio, quella che “l’ambiente sociale accetta come compensazione equa” (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).
Subordinata alla dimostrata esistenza di un danno risarcibile certo (e non meramente eventuale o ipotetico) (cfr., da ultimo, Cass., 8/7/2014, n. 15478. E già Cass., 19/6/1962, n. 1536) e alla circostanza dell’impossibilità o estrema difficoltà (v. Cass., 24/5/2010, n. 12613. E già Cass., 6/10/1972, n. 2904) di prova nel suo preciso ammontare, attenendo pertanto alla quantificazione e non già all’individuazione del danno (non potendo valere a surrogare il mancato assolvimento dell’onere probatorio imposto all’art. 2697 c.c.: v. Cass., 11/5/2010, n. 11368; Cass., 6/5/2010, n. 10957; Cass., 10/12/2009, n. 25820; e, da ultimo, Cass., 4/11/2014, n. 23425), la valutazione equitativa deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione.
Come avvertito anche in dottrina, l’esigenza di una tendenziale uniformità della valutazione di base della lesione non può d’altro canto tradursi in una preventiva tariffazione della persona, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 31/5/2003, n. 8828).
Il danno non patrimoniale non può comunque essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’effettiva natura o entità del danno (v. Cass., 12/5/2006, n. 11039; Cass., 11/1/2007, n. 392; Cass., 11/1/2007, n. 394), ma deve essere congruo.
Per essere congruo, il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740. Nel senso che il risarcimento deve essere senz’altro “integrale” v. peraltro Cass., 17/4/2013, n. 9231).
Alla stessa stregua di quanto si verifica relativamente al danno patrimoniale [il quale com’è noto si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste “categorie” o “sottocategorie” è a sua volta compendiata da una pluralità di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio, avuto riguardo al danno emergente, il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il c.d. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il C.T., funerarie, ecc.); ovvero, con riferimento al lucro cessante, la perdita della clientela, la irrealizzazione di rapporti contrattuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di prestazioni alimentari o lavorative, la perdita della capacità lavorativa specifica, aspetti (o voci) che ovviamente non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito o di inadempimento, e il cui ristoro dipende dalla verifica della loro sussistenza, con conseguente differente entità del quantum da liquidarsi al danneggiato/creditore nel singolo caso concreto: v., da ultimo, Cass., 14/7/2015, n.14645], attesa la diversità ontologica degli aspetti (o voci) di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale è necessario che essi, in quanto sussistenti e provati, vengano tutti risarciti, e nessuno sia lasciato privo di ristoro (v., da ultimo, Cass., 12/6/2015, n. 12211).
Al di là di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. precluderebbe la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass., 12/2/2013, n. 3290; Cass., 14/5/2013, n. 11514), viene poi generalmente (anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo alla c.d. personalizzazione della liquidazione (cfr., da ultimo, Cass., 23/9/2013, n. 21716).
Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostanzialmente osservato il principio dell’integralità del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realtà differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari “addendi”, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci (v. Cass., 23/1/2014, n. 1361).
Nella giurisprudenza di legittimità si è per altro verso sottolineato che il principio della integralità del ristoro subito da quest’ultimo non si pone invero in termini antitetici bensì trova correlazione con il principio in base al quale il danneggiante/debitore è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone anche di evitarsi duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 14/9/2010, n. 19517), che si configurano ( solo ) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.
Duplicazioni risarcitorie si hanno pertanto solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.
In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non già il “nome” assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (“biologico”, “morale”, “esistenziale”), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice (v. Cass., 23/1/2014, n. 1361 v. anche, da ultimo, Cass., 13/8/2015, n. 16788).
Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., Sez. Un., 16/2/2009, n. 3677: “Il c.d. danno esistenziale… costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non può essere liquidato separatamente sol perché diversamente denominato”).
È invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla relativa integrale riparazione (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Le Sezioni Unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene riconosciuta “portata tendenzialmente onnicomprensiva”.
In tal senso è da intendersi la statuizione secondo cui la sofferenza morale non può risarcirsi più volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degenerando in danno biologico o in danno esistenziale.
Non condivisibile è invece l’assunto secondo cui, allorquando vengano presi in considerazione gli aspetti relazionali, il danno biologico assorbe sempre e comunque il c.d. danno esistenziale (in tal aproblema soluzionesenso v. invece Cass., 10/2/2010, n. 3906; Cass., 30/11/2009, n. 25236).
È infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante [per un’ipotesi di ritenuta esaustività della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza), utilizzando come parametro di riferimento quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che “la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni più minute come in quelle più importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe altrimenti condotto”, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13].
In presenza di una liquidazione del danno biologico che contempli in effetti anche siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, è correttamente da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a tale titolo già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale.
Analogamente deve dirsi allorquando la liquidazione del danno morale sia stata espressamente estesa anche ai profili relazionali nei termini propri del danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2O10, n. 9040, ove si è ravvisato essere indubbio che il giudice del merito, nel liquidare il “danno morale” dei genitori per la morte del figlio all’esito di sinistro stradale, avesse nel caso tenuto in considerazione anche la “perdita del rapporto parentale”, sottolineando non assumere al riguardo “rilievo il nomen iuris adottato dal giudice e dalle parti” bensì “i tipi di pregiudizio che vengono complessivamente risarciti nella liquidazione del danno non patrimoniale da fatto configurabile come reato”; Cass., 16/9/2008, n. 23275).
Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione (del tutto ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il c.d. danno esistenziale), dal relativo ristoro non può invero prescindersi [corretta appare l’affermazione, nel caso peraltro riferita al “comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato”, secondo cui i danni ex art. 2059 c.c. debbono essere liquidati “in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)”, che si rinviene in Cass., 17 settembre 2010, n. 19816].
Come già più sopra osservato, il ristoro del danno non patrimoniale è imprescindibilmente rimesso alla relativa valutazione equitativa.
Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si è in giurisprudenza costantemente affermata la necessità per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una “uniformità pecuniaria di base”, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresì a criteri di elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E già Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).
A tale stregua è allora esclusa la possibilità di applicarsi in modo “puro” parametri rigidamente fissati in astratto, giacché non essendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilità delle decisioni ma assicurata invero una uguaglianza meramente formale, e non già sostanziale (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).
Del pari inidonea è una valutazione rimessa alla mera intuizione soggettiva del giudice, e quindi, in assenza di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni, sostanzialmente al suo mero arbitrio (cfr. Cass., 23/1/2014, n. 1361).
Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto. può infatti dirsi circa la parità di trattamento e la prevedibilità della decisione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entità, patite da persone della stessa età e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria “violazione della regola di equità”).
I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere dunque idonei a consentire la c.d. personalizzazione del danno (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/6/2006, n. 13546), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano dell’effettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione – nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti – sul territorio nazionale (v. Cass., 13/5/2011, n. 10528; Cass., 28/11/2008, n. 28423; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/7/2006, n. 15760).
In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare, l’equità si è da questa Corte intesa nel significato di “adeguatezza” e di “proporzione”, assolvendo alla fondamentale funzione di “garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale”, con eliminazione delle “disparità di trattamento” e delle “ingiustizie” (così Cass., 7/6/2011, n. 12408).
I criteri da adottarsi al riguardo debbono consentire pertanto una valutazione che sia equa, e cioè adeguata e proporzionata (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato, a tale stregua pertanto del pari aliena da duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), in ossequio al principio per il quale il danneggiante e il debitore sono tenuti al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento ad essi causalmente ascrivibile (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844).
Ne consegue che la liquidazione di un ammontare che si prospetti non congruo rispetto al caso concreto, in quanto irragionevole e sproporzionato per difetto o per eccesso (v. Cass., 31/8/2011, n. 17879), e pertanto sotto tale profilo non integrale, il sistema di quantificazione verrebbe per ciò stesso a palesarsi inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equità, legittimando i dubbi in ordine alla sua legittimità.
Com’è noto, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale da sinistro stradale valida soluzione si è ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. V. altresì Cass., 13/5/2011, n. 10527).
Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno strumento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla, clausola generale posta all’art. 1226 c.c. (v. Cass., 19/5/1999, n. 4852).
Tale sistema costituisce peraltro solo una modalità di calcolo tra le molteplici utilizzabili (per l’adozione, quanto al danno morale da reato, del criterio della odiosità della condotta lesiva, e quanto al c.d. danno esistenziale, del criterio al clima di intimidazione creato nell’ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e al peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare in conseguenza di esso, v. Cass., 19/5/2010, n. 12318).
Fondamentale è che, qualunque sia il sistema di quantificazione prescelto, esso si prospetti idoneo a consentire di pervenire ad una valutazione informata ad equità, e che il giudice dia adeguatamente conto in motivazione del processo logico al riguardo seguito, indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo adottato (v., da ultimo, Cass., 30/5/2014, n. 12265; Cass., 19/2/2013, n. 4047; Cass., 6/5/2009, n. 10401), al fine di consentire il controllo di relativa logicità, coerenza e congruità.
Lo stesso legislatore, oltre alla giurisprudenza, ha fatto ad esse espressamente riferimento.
In tema di responsabilità civile da circolazione stradale, il d.lgs. n. 209 del 2005 ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidità c.d. micropermanenti.
Già anteriormente era stato previsto (con D.M. 3 luglio 2003, e a far data dall’11 settembre 2003) un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (fino a 9 punti).
In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le c.d. macropermanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il c.d. “notorio locale” v. in particolare Cass., 1 giugno 2010, n. 13431), la cui utilizzazione è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza” (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972).
Preso atto che le Tabelle di Milano sono andate nel tempo assumendo e palesando una “vocazione nazionale”, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equità valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) – al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali – ingiustificate disparità di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’art. 3, 2 co., Cost., questa Corte è pervenuta a ritenerle valido criterio di valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. delle lesioni di non lieve entità (dal 10% al 100%) conseguenti alla circolazione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., 30/6/2011, n. 14402).
Essendo l’equità il contrario dell’arbitrio, la liquidazione equitativa operata dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità ( solamente ) laddove risulti non congruamente motivata, dovendo di essa “darsi una giustificazione razionale a posteriori” (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408 ).
Si è al riguardo per lungo tempo esclusa la necessità per il giudice di motivare in ordine all’applicazione delle tabelle in uso presso il proprio ufficio giudiziario, essendo esse fondate sulla media dei precedenti del medesimo, e avendo la relativa adozione la finalità di uniformare, quantomeno nell’ambito territoriale, i criteri di liquidazione del danno (v. Cass., 2/3/2004, n. 418), dovendo per converso adeguatamente motivarsi la scelta di avvalersi di tabelle in uso presso altri uffici (v. Cass., 21/10/2009, n. 22287; Cass., 1/6/2006, n. 13130; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 3/8/2005, n. 16237).
Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si escludeva altresì che l’attività di quantificazione del danno fosse di per sé soggetta a controllo in sede di legittimità, se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustificazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorietà delle argomentazioni (cfr., da ultimo, Cass., 19/5/2010, n. 12918; Cass., 26/1/2010, n. 1529). In particolare laddove la liquidazione del danno si palesasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’entità del danno dal medesimo giudice accertate (v. Cass., 16/9/2008, n. 23725; Cass., 2/3/2004, n. 4186; Cass., 2/3/1998, n. 2272; Cass., 21/5/1996, n. 4671).
La Corte Suprema di Cassazione è peraltro recentemente pervenuta a radicalmente mutare tale orientamento.
La mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di Milano in favore di altre, ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorità giudiziaria cui appartiene, si è ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c. (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, e, conformemente, Cass., 22/12/2011, n. 28290).
Si è quindi al riguardo ulteriormente precisato che i parametri delle Tabelle di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto, sottolineandosi che incongrua è la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di Milano consente di pervenire (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402).
Sotto altro profilo, si è posto in rilievo che ove le Tabelle applicate per la liquidazione del danno non patrimoniale da morte di un prossimo congiunto cambino nelle more tra l’introduzione del giudizio e la sua decisione, il giudice (anche d’Appello) ha l’obbligo di utilizzare i parametri vigenti al momento della decisione (v. Cass., 6/3/2014, n. 5254).
Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso i suindicati principi.
In particolare laddove, ritenendo che “il primo giudice ha liquidato in misura eccessiva, con riguardo al c.d. danno biologico connesso alla invalidità permanente, accertata dal consulente medico-legale nella misura del 18/20%”, e nel sottolineare che “tale danno da invalidità permanente è stato determinato dal Tribunale, considerando l’attività professionale dell’attore (odontoiatra), in lire 109 milioni, da riferire implicitamente all’epoca dell’incidente, ossia a dieci anni prima della sentenza”, ha affermato che le “tabelle in uso a quel tempo nei tribunali, anche tenendo conto dell’attività professionale del danneggiato, portano ad un risultato notevolmente inferiore. Pertanto, volendo prendere come punto di riferimento temporale della liquidazione quello della sentenza di primo grado (aprile 2001), il danno da invalidità permanente va congruamente ridotto da 109 a 90 milioni di lire, pur sempre tenendo conto del grado di personalizzazione connesso alla qualità della professione esercitata”.
A tale stregua, la corte di merito ha liquidato il danno alla salute con l’impiego di Tabelle diverse da quelle di Milano senza adeguatamente motivare al riguardo (v. Cass., 29/6/2011, n. 14402, e, conformemente, Cass., 18/11/2014, n. 24473), e senza renderne invero nemmeno nota la provenienza, a tale stregua rendendo pertanto non controllabili i criteri di relativa elaborazione (cfr. Cass., 6/3/2014, n. 5253).
Ai fini della liquidazione, anziché utilizzare, trattandosi di debito di valore, i parametri vigenti al momento della propria decisione [v. Cass., 23/1/2014, n.1361; Cass., 17/4/2013, n.9231; Cass. 11/5/2012, n. 7272] ha fatto altresì erroneamente “riferimento temporale” alla data della “sentenza di primo grado (aprile 2001)”.
Dell’impugnata sentenza, assorbita ogni ulteriore e diversa questione, va pertanto disposta la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Firenze, che in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo dei suindicati disattesi principi applicazione.
Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie p.q.r. il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Firenze, in diversa composizione

arisSCRITTA

 

Fermo il principio piu’ volte ribadito da questa Corte secondo cui la rivalutazione monetaria e la liquidazione degli interessi sulla somma capitale liquidata a titolo di risarcimento del danno alla persona, sono tecniche alternative volte alla reintegrazione del patrimonio del danneggiato nella situazione anteriore all’illecito (cfr. Corte Cass. Sez. U., Sentenza n. 8520 del 05/04/2007; id. Sez. 2, Sentenza n. 3931 del 18/02/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 10193 del 28/04/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 15709 del 18/07/2011), il risarcimento del danno da illecito aquiliano integra un debito di valore, dovendo il danno alla persona essere compensato con riferimento alla data dell’illecito, atteso che a tale data il danneggiato aveva diritto a conseguire l’equivalente monetario liquidato in forma equitativa, con la conseguenza che ove il giudice di merito abbia inteso riconoscere – come nel caso di specie – gli interessi compensativi al tasso legale, quale tecnica risarcitoria della mancata tempestiva disponibilita’ dell’equivalente monetario (lucro cessante), non puo’ prescindere dal riferimento temporale indicato, e dunque sulla residua somma capitale (per danno biologico e danno morale) ancora dovuta al danneggiato, liquidata nella sentenza di primo grado, e’ tenuto ad attribuire l’integrale ristoro dello specifico danno patito, non assumendo a tal fine alcun rilievo la diversa data di pubblicazione della decisione di primo grado e fermo restando il principio che il risarcimento non deve essere fonte di indebita locupletazione, con la conseguenza che gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell’illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre e’ possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995; id. Sez. 2, Sentenza n. 878 del 03/02/1999).

La Corte d’appello, liquidando gli interessi compensativi a far data dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, anziche’ dalla data dell’illecito, non si e’ attenuta ai principi di diritto indicati e deve essere cassata in parte qua.

In conclusione il ricorso deve essere accolto, quanto al terzo motivo, inammissibili gli altri; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e, non occorrendo procedere ad ulteriori accertamenti in fatto, la causa puo’ essere decisa nel merito ex articolo 384 c.p.c., comma 2, con la condanna degli intimati, in solido, al pagamento degli interessi in misura legale, a decorrere dalla data dell’illecito, calcolati sull’importo del danno biologico e morale incrementato annualmente della rivalutazione monetaria, a tal fine devalutata alla data dell’illecito, in base agli indici annuali ISTAT dei prezzi al consumo rilevati per le famiglie di operai ed impiegati, la somma di Euro 116.114,22 determinata alla data della decisione primo grado.

 

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 26 aprile 2016, n. 8243

Svolgimento del processo

Con la sentenza n. 1472/2011, pubblicata il 19.1.2012, la Corte d’Appello di Torino respingeva l’appello contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Torino con cui era stata respinta la domanda di C.S. volta ad ottenere il riconoscimento di malattia (mobbing) di origine professionale con condanna dell’INAIL ad erogargli le prestazioni di cui all’art. 13 d.lgs. 38/2000. Il giudizio contro l’INAIL seguiva quello svolto contro l’ex datore di lavoro per risarcimento danni, iniziato con domanda in data 3.5.2005 e concluso, dopo una prima sentenza di rigetto, con condanna in appello del datore (sentenza in data 27 ottobre 2008) al risarcimento pari al 5% di danno biologico, determinato sulla base di ctu. Pure nel giudizio contro INAIL il primo giudice aveva respinto la domanda per prescrizione. La Corte d’Appello affermava invece che il termine di prescrizione non fosse decorso e che tuttavia non sussistessero i presupposti per l’accoglimento della domanda in relazione al quantum, posto che l’entità del danno biologico sarebbe rimasto fissato nella stessa percentuale del 5% – inferiore al minimo richiesto ai fini della tutela INAIL – per come determinata nella causa contro il datore, per non aver il lavoratore contestato, né dedotto di aver impugnato la sentenza e nemmeno di aver subito un aggravamento del danno biologico.
Avverso detta sentenza C.S. propone ricorso affidando le proprie censure ad un unico motivo con il quale chiede la cassazione integrale della sentenza. Resiste INAIL con controricorso. Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

1.- Con l’unico motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art.13 d.lgs. 38/2000 in relazione al Decreto del Ministero del lavoro e della previdenza sociale pubblicato sulla g.u. 172/2000 (art. 360 n. 3 c.p.c.) e l’omessa motivazione circa un fatto controverso per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.) per avere la Corte territoriale respinto la domanda per difetto dei presupposti sotto il profilo del quantum tutelabile.
Il motivo è fondato. Risulta anzitutto dagli atti che nella domanda azionata in giudizio contro l’INAIL il ricorrente avesse chiesto la tutela assicurativa ex art. 13 cit. ovvero la rendita per invalidità superiore al 15% o l’indennizzo per danno biologico superiore al 5%, affermando che la determinazione del danno effettuata in sede civilistica dal ctu con la quantificazione del 5% “non potesse essere condivisa in questa sede in quanto effettuata sotto il diverso profilo civilistico e non in ambito INAIL”; e chiedendo pure una autonoma determinazione del danno attraverso CTU. È evidente pertanto, in primo luogo, che il ricorrente abbia contestato la possibilità di determinare l’entità del danno biologico richiesto ai sensi dell’art. 13 cit. sulla scorta di quella effettuata nella causa risarcitoria contro il datore di lavoro.
In secondo luogo non è corretto affermare che la determinazione del danno biologico, risultante dalla causa risarcitoria contro il datore di lavoro, potesse restare ferma nella causa previdenziale, in difetto di ricorso per Cassazione. Sia perché l’INAIL è terzo rispetto alla prima causa; e sia perché, in ogni caso, la determinazione del danno biologico ai fini della tutela dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali non si effettua con i medesimi criteri valevoli in sede civilistica atteso che in sede previdenziale vanno osservate obbligatoriamente le tabelle delle invalidità (“Tabella delle menomazioni”; “Tabella indennizzo danno biologico”; “Tabella dei coefficienti”) di cui al DM 12.7.2000, e successivi aggiornamenti, ai sensi dell’art.13 d.lgs. n. 38/2000; mentre ai fini civilistici si utilizzano baremes facoltativi, secondo tabelle elaborate dalla comunità scientifica. In effetti il D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 1, ha stabilito che “in attesa della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, il presente articolo definisce, in via sperimentale, ai fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato”. In caso di danno biologico, per i danni conseguenti ad infortuni sul lavoro e a malattie professionali verificatisi o denunciati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3, l’INAIL nell’ambito del sistema d’indennizzo e sostegno sociale, in luogo della prestazione di cui all’art. 66, comma 1, n. 2), del Testo Unico, eroga l’indennizzo previsto e regolato dalle apposite disposizioni. In particolare, secondo l’art.13, 2 comma lett. a) del d.lgs. n. 38 le menomazioni conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica di cui al comma 1 sono valutate in base a specifica “tabella delle menomazioni”, comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali. L’indennizzo delle menomazioni di grado pari o superiore al 6 per cento ed inferiore al 16 per cento è erogato in capitale, dal 16 per cento è erogato in rendita, nella misura indicata nell’apposita “tabella indennizzo danno biologico”.
In definitiva, la liquidazione degli indennizzi operata dall’Inail non si effettua secondo i criteri ordinari, ma in base ai parametri, alle tabelle e alle regole proprie stabilite dal sistema assicurativo e per conseguire i fini suoi propri in conformità all’art. 38 Cost..
3.- La sentenza impugnata va quindi cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione la quale, attenendosi ai principi qui espressi, ed accertata la sussistenza dei presupposti sostanziali della tutela, dovrà procedere alla determinazione autonoma delle conseguenze ai sensi dell’art. 13 cit. e delle tabelle allegate al d.lgs. 38/2000. Il giudice di rinvio provvederà altresì alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità alla Corte di Appello di Torino i diversa composizione.

 

 

Fermo il principio piu’ volte ribadito da questa Corte secondo cui la rivalutazione monetaria e la liquidazione degli interessi sulla somma capitale liquidata a titolo di risarcimento del danno alla persona, sono tecniche alternative volte alla reintegrazione del patrimonio del danneggiato nella situazione anteriore all’illecito (cfr. Corte Cass. Sez. U., Sentenza n. 8520 del 05/04/2007; id. Sez. 2, Sentenza n. 3931 del 18/02/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 10193 del 28/04/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 15709 del 18/07/2011), il risarcimento del danno da illecito aquiliano integra un debito di valore, dovendo il danno alla persona essere compensato con riferimento alla data dell’illecito, atteso che a tale data il danneggiato aveva diritto a conseguire l’equivalente monetario liquidato in forma equitativa, con la conseguenza che ove il giudice di merito abbia inteso riconoscere – come nel caso di specie – gli interessi compensativi al tasso legale, quale tecnica risarcitoria della mancata tempestiva disponibilita’ dell’equivalente monetario (lucro cessante), non puo’ prescindere dal riferimento temporale indicato, e dunque sulla residua somma capitale (per danno biologico e danno morale) ancora dovuta al danneggiato, liquidata nella sentenza di primo grado, e’ tenuto ad attribuire l’integrale ristoro dello specifico danno patito, non assumendo a tal fine alcun rilievo la diversa data di pubblicazione della decisione di primo grado e fermo restando il principio che il risarcimento non deve essere fonte di indebita locupletazione, con la conseguenza che gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell’illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre e’ possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995; id. Sez. 2, Sentenza n. 878 del 03/02/1999).

La Corte d’appello, liquidando gli interessi compensativi a far data dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, anziche’ dalla data dell’illecito, non si e’ attenuta ai principi di diritto indicati e deve essere cassata in parte qua.

In conclusione il ricorso deve essere accolto, quanto al terzo motivo, inammissibili gli altri; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e, non occorrendo procedere ad ulteriori accertamenti in fatto, la causa puo’ essere decisa nel merito ex articolo 384 c.p.c., comma 2, con la condanna degli intimati, in solido, al pagamento degli interessi in misura legale, a decorrere dalla data dell’illecito, calcolati sull’importo del danno biologico e morale incrementato annualmente della rivalutazione monetaria, a tal fine devalutata alla data dell’illecito, in base agli indici annuali ISTAT dei prezzi al consumo rilevati per le famiglie di operai ed impiegati, la somma di Euro 116.114,22 determinata alla data della decisione primo grado.

 

 

 

Le tabelle milanesi non rappresentano un fatto notorio. Così qualora si voglia eccepire in giudizio l’irregolare corresponsione delle somme su base tabellare bisogna proporre nel fascicolo i “parametri” che non sarebbero adeguati per il risarcimento del danno patito

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 15 giugno 2016, n. 12288

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1599/2013 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del ricoso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA, (OMISSIS) SPA, (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 4868/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/02/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma, con sentenza in data 16.11.2011 n. 4868 ha accolto parzialmente l’appello proposto da (OMISSIS) avverso la decisione di prime cure che aveva riconosciuto la esclusiva responsabilita’ di (OMISSIS) nel sinistro stradale occorso in data (OMISSIS) e condannato il responsabile, la societa’ proprietaria del veicolo e la societa’ assicurativa, in solido, al risarcimento dei danni, ed aveva interamente compensate le spese del grado.

I Giudici di secondo grado, ritenuta esente da critica la decisione di prime cure quanto alla liquidazione del danno biologico, permanente e temporaneo ed al danno morale, determinato correttamente secondo il criterio del punto tabellare, riconoscevano invece fondata la pretesa della maggiore liquidazione del danno derivante da invalidita’ lavorativa specifica, stabilita nella c.t.u. medico-legale in misura pari al 30% del totale, determinando in Euro 139.108,77 la perdita reddituale capitalizzata al tempo del sinistro, in luogo di quella di Euro 13.000,00 liquidata dal primo giudice, e, previa detrazione dell’importo di Euro 129.114,22 gia’ corrisposto dalla societa’ assicurativa in data 30.6.1999 dalla predetta somma a tale data rivalutata, condannava gli obbligati in solido al pagamento del residuo importo, rivalutato alla data della sentenza di primo grado (15.4.2003), nonche’ al pagamento delle altre somme liquidate dal primo giudice, oltre interessi legali dalla sentenza di primo grado fino al soddisfo, riformando anche il capo sulle spese che venivano attribuite ai soccombenti per entrambi i gradi del giudizio.

La sentenza, non notificata, e’ stata impugnata per cassazione dal Gabriele con tre motivi deducendo vizi attinenti all’attivita’ di giudizio. La notifica del ricorso ritualmente eseguita ex lege n. 53 del 1994 in data 2.1.2013 nei confronti di (OMISSIS) s.p.a. e di (OMISSIS) s.p.a., risultava negativa nei confronti di (OMISSIS) rimasto contumace in entrambi i gradi di giudizio – in quanto nelle more deceduto, ed e’ stata quindi rinnovata in data 14.2.2013 nei confronti degli eredi (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).

Il ricorrente provvedeva a depositare inoltre i documenti attestanti le notifiche nonche’ estratti delle Tabelle di liquidazione del danno biologico in uso al Tribunale di Milano anni 2011 e 2013 ed al Tribunale di Roma anno 2010, provvedendo con notifica in data 11.2.2014 alla comunicazione dei documenti alle altre parti ex articolo 372 c.p.c., allegando peraltro le “Tabelle di Milano degli anni 2011 e 2013 nonche’ quelle dell’anno 2004 che non inglobavano il danno morale a quello biologico”.

Gli intimati non hanno svolto difese.

Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli articoli 1226, 2043 e 2059 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la Corte territoriale, investita della questione relativa alla maggiore pretesa risarcitoria per le diverse voci di danno, non aveva provveduto a riliquidare tutte le voci secondo le Tabelle di liquidazione del danno alla persona piu’ recenti in uso presso il Tribunale di Milano nell’anno 2011, ne’ aveva provveduto a liquidare autonomamente il danno morale.

Con il secondo motivo il ricorrente censura la violazione dell’articolo 1226 c.c., ed i principi di diritto enunciati nei precedenti di questa Corte, sentenze n. 12408/2011 e n. 14402/2011, affermando che Il Giudice di appello non aveva riliquidato il danno e la mancata applicazione delle Tabelle milanesi era pertanto censurabile per cassazione in relazione al vizio di “violazione di norma di diritto”.

I motivi – che possono essere esaminati congiuntamente per la stretta connessione logica – si palesano privi di autosufficienza ex articolo 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, in quanto fondati su una mera allegazione di divergenza tra importi riferibili alle singole voci di danno che non trovano specifico riferimento in elementi parametrici ritualmente acquisiti al giudizio, tenuto conto che: a) come riferito dallo stesso ricorrente, il primo giudice aveva liquidato le singole voci di “danno biologico”, “danno morale”, “danno da inabilita’ temporanea”, richiamando il criterio punto delle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano (cfr. ricorso pag. 14); b) la Corte d’appello ha ritenuto corretta la determinazione eseguita in base al criterio punto tabellare, affermando che su tale valutazione (concernente le voci di danno biologico e morale) non incidevano eventuali scostamenti minimi in diminuzione od in aumento.

Ne segue che eventuali errori commessi dal primo Giudice in ordine alla applicazione dei criteri della Tabella milanese, avrebbero dovuto essere denunciati dal ricorrente non soltanto attraverso la specifica deduzione in grado di appello dell’errore di calcolo commesso, ma mediante il deposito in giudizio di copia delle Tabelle ritenute nella specie applicabili.

Il ricorrente si e’ limitato, invece, ad allegare soltanto che dette Tabelle erano state prodotte in primo grado (cfr. ricorso pag. 22) e soltanto “richiamate” in grado di appello, avendo provveduto ad integrare detta lacuna in sede di legittimita’ soltanto mediante il deposito delle Tabelle milanesi e la comunicazione del deposito dei documenti alla controparti ai sensi dell’articolo 372 c.p.c., comma 2.

Orbene, indipendentemente dall’orientamento giurisprudenziale di questa Corte che preclude l’accesso al sindacato di legittimita’ del vizio ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nel caso in cui il ricorrente non abbia assolto all’onere dimostrativo di aver dedotto la violazione dei criteri di liquidazione del danno delle Tabelle milanesi (in relazione al principio di diritto statuito da questa Corte Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011 di preferenza del criterio di liquidazione equitativa del danno ex articolo 2056 c.c., adottato nelle predette Tabelle) e di “aver depositato copia delle suddette tabelle al piu’ tardi in grado di appello” (cfr. Corte cass. Sezo’ 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011, in motivazione; id Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 24205 del 13/11/2014: diversamente, ma isolata, Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8557 del 29/05/2012, che considera le Tabelle alla stregua di precedenti giurisprudenziali per i quali non opererebbero i limiti alla produzione di nuovi documenti), osserva il Collegio che, qualora le Tabelle milanesi erano fossero state gia’ acquisite nel giudizio di merito, il ricorrente avrebbe dovuto – oltre che indicare puntualmente con quale atto processuale erano state prodotte ed il luogo del processo in cui erano reperibili: Corte Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n. 4220 del 16/03/2012; id. Sez. 3, Sentenza n. 8569 del 09/04/2013; id. Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015 – depositarle nel giudizio di legittimita’, unitamente al ricorso per cassazione, ai sensi dell’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4), (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 22726 del 03/11/2011; id. Corte cass. Sez. U., Ordinanza n. 25038 del 07/11/2013), mentre, nel caso di specie, il ricorrente, tanto nel ricorso notificato in data 2.1.2013 a (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.p.a., quanto nel ricorso notificato in data 14.2.2013 agli eredi di (OMISSIS), non ha indicato le Tabelle milanesi tra i documenti prodotti a fondamento della impugnazione, limitandosi alla generica ed insufficiente allegazione “seguono i fascicoli di parte dei giudizi di primo e secondo grado con i relativi atti e documenti prodotti”.

Non puo’ sopperire alla mancata indicazione dei documenti il successivo deposito delle Tabelle milanesi e la notifica dello stesso, mediante elenco, eseguita in data 11.2.2014 (a distanza di un anno dalla notifica del ricorso) con “atto di comunicazione” diretto alle controparti, ai sensi dell’articolo 372 c.p.c., comma 2, essendo agevole rilevare in proposito come la produzione di “altri” documenti (intendendosi tali i documenti “nuovi” rispetto a quelli ritualmente depositati nei gradi di merito), sia consentita dalla norma processuale esclusivamente per “quelli che riguardano la nullita’ della sentenza impugnata e l’ammissibilita’ del ricorso e del controricorso” ed inoltre, in relazione a questi ultimi, sia consentito depositare separatamente dal ricorso (in deroga alla previsione dell’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4) soltanto i documenti relativi alla “ammissibilita’ del ricorso e controricorso”.

Tenuto conto poi della naturale esigenza di periodica modifica e rideterminazione delle Tabelle di liquidazione del danno alla persona – quanto meno in relazione alle variazioni della capacita’ di acquisto della moneta, deve escludersi che i valori tabellari possano assurgere a fatto notorio, cosi’ da assolvere dall’onus probandi la parte che se ne intende avvalere (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20742 del 26/10/2004), e che, avuto riguardo al carattere chiuso che contraddistingue il giudizio di legittimita’ circoscritto alla verifica dei soli vizi della sentenza di merito tassativamente indicati dall’articolo 360 c.p.c., la Corte possa “ex officio” procedere alla ricerca ed individuazione degli stessi.

I motivi debbono quindi dichiararsi inammissibili alla strega del seguente principio di diritto:

“in tema di liquidazione del danno alla persona e con riferimento ai criteri di cui alle cd. Tabelle milanesi, non soddisfa l’onere di autosufficienza di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6), il ricorso per cassazione che si limiti a riportare le somme di denaro pretese dal ricorrente a titolo risarcitorio in forza delle citate tabelle, senza fare specifica indicazione delle stesse tra i documenti posti a fondamento del ricorso, come prescritto dall’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4), ed omettendo di indicare puntualmente con quale atto processuale sono state prodotte nel giudizio di merito ed il luogo del processo in cui risultano reperibili, limitandosi, piuttosto, ad un mero generico richiamo ai fascicoli di parte. Rimane escluso, infatti, per la stessa conformazione del giudizio di legittimita’ che la Corte, con riferimento alle menzionate tabelle, possa far ricorso al notorio o debba procedere alla loro ricerca di sua propria iniziativa. Deve ritenersi inoltre precluso al ricorrente “sanare” l’omesso deposito delle tabelle, unitamente al ricorso, mediante successiva comunicazione delle stesse alle controparti ai sensi dell’articolo 372 c.p.c., comma 2, non trattandosi di documenti relativi alla ammissibilita’ del ricorso”.

Quanto alla doglianza formulata in relazione alla mancata riliquidazione del “danno morale”, non e’ dato comprendere dalla esposizione dei motivi quale sia l’errore commesso dalla Corte d’appello che ha confermato sul punto la statuizione di primo grado: il ricorrente ha incentrato, infatti, la esposizione degli argomenti a sostegno della censura interamente sulla “autonoma rilevanza” che deve essere attribuita alla voce non patrimoniale costituita dal “danno morale” (inteso come turbamento soggettivo, patema d’animo, situazione transeunte di dolore o sofferenza patita) rispetto alla liquidazione del “danno biologico”.

Orbene il primo giudice aveva liquidato a titolo di danno morale, considerandolo quindi come voce di danno autonoma rispetto al danno biologico, l’importo di Euro 20.658,28 (vedi ricorso pag. 17) e la Corte d’appello ha confermato detta statuizione: non e’ dato, pertanto, individuare quale sia la doglianza del ricorrente che, qualora dovesse, invece, riferirsi alla inadeguatezza del “quantum” risarcito per tale voce di danno in relazione alla mancata applicazione delle Tabelle milanesi, rimarrebbe allora anch’essa preclusa dalla rilevata inammissibilita’ dei motivi per difetto di autosufficienza ex articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

Il terzo motivo (violazione degli articoli 1223, 2043 e 2059 c.c.) e’ fondato.

Il ricorrente lamenta che la Corte territoriale ha erroneamente liquidato gli “interessi legali”, calcolati sull’importo risarcitorio relativo al danno biologico ed al danno morale, pari ad Euro 116.114,22 (cfr. secondo capo del dispositivo della sentenza di appello), a far data dalla pubblicazione della sentenza di primo grado (15.4.2003), anziche’ dalla data dell’illecito ((OMISSIS)), in violazione degli articoli 1223, 2043 e 2059 c.c..

Fermo il principio piu’ volte ribadito da questa Corte secondo cui la rivalutazione monetaria e la liquidazione degli interessi sulla somma capitale liquidata a titolo di risarcimento del danno alla persona, sono tecniche alternative volte alla reintegrazione del patrimonio del danneggiato nella situazione anteriore all’illecito (cfr. Corte Cass. Sez. U., Sentenza n. 8520 del 05/04/2007; id. Sez. 2, Sentenza n. 3931 del 18/02/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 10193 del 28/04/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 15709 del 18/07/2011), il risarcimento del danno da illecito aquiliano integra un debito di valore, dovendo il danno alla persona essere compensato con riferimento alla data dell’illecito, atteso che a tale data il danneggiato aveva diritto a conseguire l’equivalente monetario liquidato in forma equitativa, con la conseguenza che ove il giudice di merito abbia inteso riconoscere – come nel caso di specie – gli interessi compensativi al tasso legale, quale tecnica risarcitoria della mancata tempestiva disponibilita’ dell’equivalente monetario (lucro cessante), non puo’ prescindere dal riferimento temporale indicato, e dunque sulla residua somma capitale (per danno biologico e danno morale) ancora dovuta al danneggiato, liquidata nella sentenza di primo grado, e’ tenuto ad attribuire l’integrale ristoro dello specifico danno patito, non assumendo a tal fine alcun rilievo la diversa data di pubblicazione della decisione di primo grado e fermo restando il principio che il risarcimento non deve essere fonte di indebita locupletazione, con la conseguenza che gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell’illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre e’ possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995; id. Sez. 2, Sentenza n. 878 del 03/02/1999).

La Corte d’appello, liquidando gli interessi compensativi a far data dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, anziche’ dalla data dell’illecito, non si e’ attenuta ai principi di diritto indicati e deve essere cassata in parte qua.

In conclusione il ricorso deve essere accolto, quanto al terzo motivo, inammissibili gli altri; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e, non occorrendo procedere ad ulteriori accertamenti in fatto, la causa puo’ essere decisa nel merito ex articolo 384 c.p.c., comma 2, con la condanna degli intimati, in solido, al pagamento degli interessi in misura legale, a decorrere dalla data dell’illecito, calcolati sull’importo del danno biologico e morale incrementato annualmente della rivalutazione monetaria, a tal fine devalutata alla data dell’illecito, in base agli indici annuali ISTAT dei prezzi al consumo rilevati per le famiglie di operai ed impiegati, la somma di Euro 116.114,22 determinata alla data della decisione primo grado.

Gli intimati vanno condannati, in solido, alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’ che, tenuto conto della parziale soccombenza del ricorrente, si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte:

– accoglie il ricorso, quanto al terzo motivo, dichiarati inammissibili il primo e secondo motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo la causa nel merito, condanna gli intimati, in solido, al pagamento degli interessi in misura legale, a decorrere dalla data dell’illecito, calcolati sull’importo del danno biologico e morale incrementato annualmente della rivalutazione monetaria, a tal fine devalutata alla data dell’illecito, in base agli indici annuali ISTAT dei prezzi al consumo rilevati per le famiglie di operai ed impiegati, la somma di Euro 116.114,22 determinata alla data della decisione primo grado;

– condanna gli intimati in solido alla rifusione delle spese del giudizio di legittimita’ che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, Euro 200,00 per esborsi, oltre gli accessori di legge.

 

 

Secondo l’orientamento di questa Corte, al quale va data continuita’ in questa sede, il grado di invalidita’ permanente determinato da una lesione all’integrita’ psico-fisica non si riflette automaticamente, ne’ tanto meno nella stessa misura, sulla riduzione percentuale della capacita’ lavorativa specifica, sicche’ e’ onere del danneggiato – per consentire al giudice di procedere ad una liquidazione del danno patrimoniale futuro con criteri presuntivi, e cio’ anche nei casi in cui la ricorrenza dello stesso risulti altamente probabile per l’elevata percentuale di invalidita’ permanente – supportare la richiesta risarcitoria con elementi idonei alla prova del pregresso effettivo svolgimento di attivita’ economica, ovvero del possesso di una qualificazione professionale acquisita e non ancora esercitata (Cass. 10/03/2016, n. 4673; Cass. 10/07/2015, n. 14517; v. anche Cass. 3/07/2014, n. 15238). Inoltre, la liquidazione del danno patrimoniale da incapacita’ lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale. Il ricorso a tale ultimo criterio, ai sensi dell’articolo 137 cod. ass., puo’ essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimita’, che la vittima al momento dell’infortunio godeva si’ di un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato (Cass., ord., 4/05/2016, n. 8896). Il che non si e’ verificato nel caso all’esame.

  1. Con il secondo motivo, rubricato “violazione e falsa applicazione dell’articolo 2043 cod. civ. in relazione all’articolo 32 Cost. (errato calcolo dell’eta’ del danneggiato) nonche’ dell’articolo 167 c.p.c.”, il ricorrente lamenta che la Corte di merito abbia rigettato l’appello da lui proposto avverso la sentenza del Tribunale nella parte in cui quel giudice aveva ritenuto che, ai fini del riconoscimento del danno biologico, si dovesse far riferimento all’eta’ del danneggiato raggiunta al termine del periodo dell’inabilita’ temporanea (49 anni) e non alla data in cui si era verificato l’evento lesivo (48 anni), come sostenuto dal ricorrente il quale evidenzia pure che tanto non era stato contestato dai resistenti.

3.1. Il motivo e’ infondato e va, quindi rigettato, avendo la Corte di merito fatto corretta applicazione del principio gia’ affermato da questa Corte e secondo cui nella liquidazione del danno biologico permanente occorre fare riferimento all’eta’ della vittima non al momento del sinistro, ma a quello di cessazione dell’invalidita’ temporanea, perche’ solo a partire da tale momento, con il consolidamento dei postumi, quel danno puo’ dirsi venuto ad esistenza (Cass. 21/06/2012, n. 10303).

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 7 febbraio 2017, n. 3121

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20295-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA, in persona del procuratore dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 1301/2012 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 3/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA MARIO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nel 2007 (OMISSIS) chiedeva al Tribunale di Milano la condanna, in solido, di (OMISSIS) e (OMISSIS) S.p.a. (gia’ (OMISSIS) S.p.a.) al risarcimento dei danni da lui subiti a seguito dell’investimento di cui era stato vittima in data 2 marzo 2006, previa declaratoria di esclusiva responsabilita’ della (OMISSIS) in relazione al predetto sinistro.

Si costituiva la sola societa’ assicuratrice che contestava la domanda in relazione al solo quantum debeatur.

Il Tribunale adito, con sentenza del 19 ottobre 2010, dichiarava l’esclusiva responsabilita’ della (OMISSIS) e la condannava, in solido con l’ (OMISSIS) S.p.a., al pagamento, in favore del (OMISSIS), della somma di Euro, 48.263,00, di cui Euro 63,00 a titolo di danno patrimoniale, detratto l’acconto di Euro 11.000,00 gia’ versato dalla societa’ assicuratrice, poneva a carico delle stesse le spese di c.t.u. e le condannava anche alle spese di lite con distrazione in favore del difensore.

Avverso tale decisione (OMISSIS) proponeva appello, lamentando che il Tribunale non gli avesse riconosciuto il danno da compromissione della capacita’ lavorativa specifica, avesse erroneamente quantificato il danno biologico, prendendo a riferimento l’eta’ che aveva al termine dell’inabilita’ temporanea e non quella che aveva all’epoca del sinistro e avesse erroneamente quantificato la personalizzazione del punto del danno biologico, limitata all’aumento del 30%.

A tale impugnazione resisteva la sola (OMISSIS) S.p.a., che proponeva a sua volta appello incidentale, lamentando che il Tribunale avesse basato la sua decisione su una c.t.u. affetta da vizi e avesse, nella liquidazione delle spese, applicato lo scaglione tariffario relativo al valore della domanda e non a quanto liquidato.

La Corte di appello di Milano, con sentenza del 3 luglio 2012, rigettava l’appello principale e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale, rideterminava le spese di primo grado, confermava nel resto la sentenza impugnata, compensava le spese di quel grado e condannava l’appellante principale a restituire ad (OMISSIS) S.p.a. la somma di Euro 7.109,00, pari alla differenza tra diritti, onorari e spese liquidati dal Tribunale e diritti, onorari e spese rideterminati, oltre accessori di legge sull’importo da restituire.

Avverso la sentenza della Corte di merito (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione, illustrato da memoria, sulla base di quattro motivi.

(OMISSIS) S.p.a. ha resistito con controricorso, illustrato da memoria. L’intimata non ha svolto attivita’ difensiva in questa sede.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Vanno disattese le eccezioni di improcedibilita’, ai sensi dell’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, e di inammissibilita’ del ricorso proposte dalla societa’ controricorrente, atteso che e’ stato ritualmente depositato il fascicolo di parte, contenente gli atti e i documenti essenziali su cui e’ fondato il ricorso, specificamente indicati unitamente ai dati necessari al reperimento degli stessi (v. Cass., sez. un., ord., 7/11/2013, n. 25038; Cass., sez. un., 3/11/2011, n. 22726; Cass., sez. un., ord., 25/03/2010, n. 7161).
  2. Con il primo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione del Decreto Legge 23 dicembre 1976, n. 857, articolo 4, comma 3, convertito in L. 26 febbraio 1977, n. 39 e dell’articolo 3 Cost., e conseguente mancato riconoscimento del danno da compromissione della capacita’ lavorativa”.

Il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la richiesta di riforma della decisione di primo grado in ordine al mancato riconoscimento del risarcimento del danno da compromissione della capacita’ lavorativa specifica, affermando che il (OMISSIS) “non avrebbe fornito la prova del danno, ovvero della riduzione della sua capacita’ reddituale, non avendo provato l’ammontare dei redditi goduti nei tre anni antecedenti al sinistro” e ha ritenuto che al riguardo neppure poteva farsi ricorso al criterio di liquidazione basato sull’ammontare del triplo della pensione sociale “per coloro che possono (e devono) dimostrare i propri redditi da lavoro”.

2.1. Il motivo e’ infondato.

Secondo l’orientamento di questa Corte, al quale va data continuita’ in questa sede, il grado di invalidita’ permanente determinato da una lesione all’integrita’ psico-fisica non si riflette automaticamente, ne’ tanto meno nella stessa misura, sulla riduzione percentuale della capacita’ lavorativa specifica, sicche’ e’ onere del danneggiato – per consentire al giudice di procedere ad una liquidazione del danno patrimoniale futuro con criteri presuntivi, e cio’ anche nei casi in cui la ricorrenza dello stesso risulti altamente probabile per l’elevata percentuale di invalidita’ permanente – supportare la richiesta risarcitoria con elementi idonei alla prova del pregresso effettivo svolgimento di attivita’ economica, ovvero del possesso di una qualificazione professionale acquisita e non ancora esercitata (Cass. 10/03/2016, n. 4673; Cass. 10/07/2015, n. 14517; v. anche Cass. 3/07/2014, n. 15238). Inoltre, la liquidazione del danno patrimoniale da incapacita’ lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale. Il ricorso a tale ultimo criterio, ai sensi dell’articolo 137 cod. ass., puo’ essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimita’, che la vittima al momento dell’infortunio godeva si’ di un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato (Cass., ord., 4/05/2016, n. 8896). Il che non si e’ verificato nel caso all’esame.

  1. Con il secondo motivo, rubricato “violazione e falsa applicazione dell’articolo 2043 cod. civ. in relazione all’articolo 32 Cost. (errato calcolo dell’eta’ del danneggiato) nonche’ dell’articolo 167 c.p.c.”, il ricorrente lamenta che la Corte di merito abbia rigettato l’appello da lui proposto avverso la sentenza del Tribunale nella parte in cui quel giudice aveva ritenuto che, ai fini del riconoscimento del danno biologico, si dovesse far riferimento all’eta’ del danneggiato raggiunta al termine del periodo dell’inabilita’ temporanea (49 anni) e non alla data in cui si era verificato l’evento lesivo (48 anni), come sostenuto dal ricorrente il quale evidenzia pure che tanto non era stato contestato dai resistenti.

3.1. Il motivo e’ infondato e va, quindi rigettato, avendo la Corte di merito fatto corretta applicazione del principio gia’ affermato da questa Corte e secondo cui nella liquidazione del danno biologico permanente occorre fare riferimento all’eta’ della vittima non al momento del sinistro, ma a quello di cessazione dell’invalidita’ temporanea, perche’ solo a partire da tale momento, con il consolidamento dei postumi, quel danno puo’ dirsi venuto ad esistenza (Cass. 21/06/2012, n. 10303).

  1. Con il terzo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell’articolo 436 c.p.c., il ricorrente deduce che la societa’ assicuratrice ha proposto in secondo grado appello incidentale basato su due motivi, di cui solo il secondo parzialmente accolto, omettendo di notificare al (OMISSIS), presso il procuratore costituito dello stesso, la memoria difensiva con cui era stato proposto il predetto appello incidentale, con conseguente decadenza, a suo avviso della controparte dall’appello incidentale, sicche’ la Corte di merito non avrebbe potuto decidere su tale impugnazione.
  2. Il motivo e’ fondato e va, pertanto, accolto, alla luce del principio, anche di recente affermato, secondo cui, nel rito del lavoro, l’appello incidentale, pur tempestivamente proposto, ove non sia stato notificato, va dichiarato improcedibile poiche’ il giudice, in attuazione del principio della ragionevole durata del processo, non puo’ assegnare all’appellante un termine per provvedere a nuova notifica, e la suddetta improcedibilita’ e’ rilevabile d’ufficio trattandosi di materia sottratta alla disponibilita’ delle parti. Nella specie, la S.C. ha escluso che potesse avere rilevanza il fatto che la mancata concessione del nuovo termine fosse seguita alla condotta della controparte che, presente all’udienza, si era limitata a chiedere un rinvio della discussione (v. Cass. 19/01/2016, n. 837, v. anche Cass, sez. un., 30/07/2008, n. 20604; in senso contrario v. Cass. 8/02/1999, n. 1081 e Cass. 22/05/2007, n. 11888).
  3. L’accoglimento del terzo motivo assorbe l’esame del quarto motivo con cui, lamentando “omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e violazione e falsa applicazione dell’articolo 167 c.p.c.”, il ricorrente si duole che la Corte di merito, nonostante la gia’ denunciata decadenza dall’appello incidentale per difetto dei requisiti di ammissibilita’ di tale impugnazione, ha accolto il secondo motivo di detto gravame in relazione alle spese liquidate con la sentenza di primo grado che, secondo l’appellante incidentale, sarebbero state quantificate in misura non proporzionata ne’ al valore della controversia ne’ alle attivita’ processuali svolte e comunque non sarebbero giustificabili in base alle effettive singole prestazioni.
  4. In conclusione, vanno rigettati il primo e il secondo motivo del ricorso, accolto il terzo e assorbito il quarto.

La sentenza impugnata va cassata senza rinvio in relazione al motivo accolto, con conseguente declaratoria di improcedibilita’ dell’appello incidentale proposto.

  1. Tenuto conto della particolarita’ della vicenda e delle oscillazioni della giurisprudenza con riferimento ad alcune delle questioni esaminate, vanno integralmente compensate tra le parti le spese del secondo grado del giudizio di merito e del presente giudizio di legittimita’.
  2. Stante il parziale accoglimento del ricorso, va dato atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo e il secondo motivo del ricorso, accoglie il terzo motivo, dichiara assorbito il quarto; cassa senza rinvio, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata e compensa per intero tra le parti le spese del secondo grado del giudizio di merito e del presente giudizio di legittimita’

 

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell'art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell’art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

DANNO BIOLOGICO COSA E’ COME SI CALCOLA IN CHE MODO? QUANDO?AVVOCATO INCIDENTI MORTALI DANNO FAMIGLIA

Contrastano quindi con il diritto del danneggiata ad una integrale ed onnicomprensiva, benche’ equitativa, liquidazione del danno non patrimoniale da definitiva alterazione del rapporto parentale con il proprio partner (conseguente alla alterazione di tutta la sua vita familiare e alle ripercussioni di tale alterazione sulla vita di relazione della ricorrente: affettiva, sessuale, relazionale, assistenziale):

– sia la mancata adozione come parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno, delle tabelle milanesi adottate al momento della liquidazione dello stesso, in mancanza di idonea giustificazione, ancorata alla inidoneita’ di esse, per le particolarita’ del caso di specie, ad essere utilizzate come parametro di riferimento;

– sia la determinazione dell’ammontare del danno non patrimoniale da alterazione definitiva del rapporto parentale con valutazione equitativa pura e non ancorata ad alcun parametro obiettivo che renda la congruita’ della quantificazione verificabile ex post e non arbitraria;

– sia la limitazione della quantificazione del danno ad un arco di tempo futuro e circoscritto (venti anni), non rapportato alle proiezioni di vita del danneggiato diretto, e neppure a quelle del danneggiato riflesso ne’ ad un criterio chiaramente enunciato e dotato di una sua coerenza logica atta a consentire un controllo ex post. La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata per violazione di legge, non essendosi attenuta ai principi di diritto enunciati da questa Corte in tema di liquidazione, in via equitativa, del danno non patrimoniale da perdita o alterazione del rapporto parentale, incorrendo, in tal modo, nella violazione dell’articolo 1226 c.c..

 

alibbri e artello 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 18 maggio 2017, n. 12470

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6758/2014 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA, (gia’ (OMISSIS) SPA) in persona del suo procuratore ad negotia dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) da cui e’ rappresentata e difesa giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) da cui e’ rappresentato e difeso giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4211/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 22/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/11/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del 2 motivo.

FATTI DI CAUSA

Nel 1996, a seguito di un incidente stradale, (OMISSIS), marito della odierna ricorrente, riportava gravi danni alla persona con postumi permanenti nella misura del 70%. Il giudizio tra il (OMISSIS) e (OMISSIS), proprietario del veicolo investitore, e la (OMISSIS) s.p.a., compagnia assicuratrice per la r.c.a di quest’ultimo, si concludeva con sentenza passata in giudicato che accertava una ripartizione di responsabilita’ al 75 % in capo all’investitore e al 25% in capo all’infortunato, e liquidava il danno subito dal (OMISSIS). La moglie del (OMISSIS), (OMISSIS), proponeva autonomo giudizio risarcitorio, chiedendo il risarcimento dei danni non patrimoniali riportati in proprio a causa della completa alterazione della vita familiare conseguente all’incidente, che aveva determinato la perdita della possibilita’ di una normale vita di relazione a causa della necessita’ di dare continua assistenza al marito, che oltre alla grave invalidita’ aveva riportato in conseguenza del sinistro anche significative alterazioni caratteriali, caratterizzate da comportamenti aggressivi con improvvisi scoppi d’ira, con conseguente deterioramento dei rapporti personali ed affettivi con lo stesso, oltre che con il mondo esterno.

La domanda della (OMISSIS) veniva accolta in primo grado e, accertata la responsabilita’ del (OMISSIS) nella misura del 75%, questi veniva condannato a risarcire il danno non patrimoniale subito dalla moglie della vittima, suddiviso in danno morale, danno biologico proprio, e danno da alterazione della vita coniugale, conseguente alla necessita’ di sostenere le esigenze di assistenza del marito, liquidato in 25.000,00 Euro, per un totale di Euro 63.000,00 circa.

La (OMISSIS) proponeva appello, volto ad ottenere una liquidazione del danno non patrimoniale riflesso subito in conseguenza delle gravissime menomazioni riportate dal marito a seguito del sinistro che fosse maggiormente consona rispetto al pregiudizio effettivamente riportato, alla sua dignita’ di donna e di moglie, al diritto all’integrale fruizione del rapporto coniugale, al rispetto della vita sessuale, privata e familiare, solo in linea teorica riconosciuto dal tribunale ma poi liquidato in un importo irrisorio con valutazione apodittica e non verificabile. Il tribunale infatti aveva preferito per la liquidazione del danno morale scegliere la strada della valutazione equitativa pura, non giustificata e non ancorata ad alcun parametro obiettivo. L’odierna ricorrente chiedeva che, per la liquidazione del danno non patrimoniale riflesso, da grave alterazione del rapporto parentale, si facesse riferimento alle tabelle, ed in particolare alle tabelle del Tribunale di Milano del 2011, che produceva, e sottolineava che la gravita’ del danno subito era talmente elevata da essere sostanzialmente equiparabile a quella conseguente alla perdita del rapporto parentale. L’impugnazione veniva in parte accolta dalla Corte d’Appello di Roma che, con la sentenza qui impugnata, dava atto che il tribunale non avesse adeguatamente considerato la compromissione dei rapporti personali tra i due coniugi (inclusi quelli di natura sessuale), che all’epoca dei fatti avevano da poco superato i 45 anni ed erano coniugati da oltre 25 anni, e dava atto della inidoneita’ della somma liquidata in primo grado a coprire interamente il danno, tenuto conto dei molteplici elementi da considerare: presumibile durata ed intensita’ della condizione invalidante del coniuge, gravita’ della alterazione della sfera anche psichica del danneggiato, situazione di famiglia mononucleare, in cui la moglie non poteva sperare in alcun supporto di altri familiari per ripartire l’oneroso carico dell’assistenza. Tutto cio’ premesso, la corte d’appello provvedeva alla riliquidazione del danno, non ritenendo di poter adottare, come parametro di riferimento, i valori tabellari riportati nelle tabelle milanesi in associazione alla perdita del rapporto parentale, come auspicato dall’appellante, e condannava gli appellati in solido al versamento di una ulteriore somma di Euro 104.000,00 circa determinata adottando due parametri equitativi puri, in cui attribuiva un determinato valore economico a ciascun anno di futura durata della convivenza con il marito in quelle condizioni per un arco di tempo di 20 anni, determinando un valore su base annua per la perdita della sfera affettiva sessuale ed un altro valore per gli oneri di assistenza.

(OMISSIS) propone due motivi di ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 4211/2013 della Corte d’Appello di Roma, depositata il 22.7.2013, nei confronti di (OMISSIS) e della (OMISSIS) s.p.a..

Resistono con distinti controricorsi il (OMISSIS) e la (OMISSIS) s.p.a. (gia’ (OMISSIS) s.p.a.).

Sia la ricorrente che i controricorrenti hanno depositato memorie.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente denuncia la mancata corrispondenza tra chiesto e pronunciato, e la violazione dell’articolo 112 c.p.c..

Lamenta che, pur avendo ella denunciato la violazione di numerosi suoi diritti fondamentali e interessi costituzionalmente protetti, da parte dell’autore del danno, la corte d’appello si sia limitata a passare direttamente all’esame dei danni conseguenza non patrimoniali, senza ben accertare, e quindi senza poi valorizzare adeguatamente nella quantificazione, quanti e quali fossero gli interessi lesi.

Sostiene che per una adeguata quantificazione del danno fosse necessario prima accuratamente accertare, sulla base del riscontro delle molteplici allegazioni della parte, quali diritti fondamentali della persona fossero stati violati.

Il motivo e’ infondato.

La sentenza impugnata contiene una valutazione sintetica ma completa delle cause del danno che, partendo dall’analisi di una situazione di fatto nota, ovvero delle conseguenze fisiche e psichiche riportate a causa dell’incidente dal marito della ricorrente, considerando la gravita’ delle invalidita’ riportate, ed anche l’alterazione caratteriale che la nuova situazione di pesante infermita’ aveva determinato sulla persona dell’infortunato, la sofferenza psichica determinatasi nella stessa ricorrente a seguito dello stravolgimento della sua vita conseguente all’incidente, e le modifiche della vita familiare e sociale che la ricorrente aveva dovuto affrontare e fronteggiare, prende in considerazione tutti i diritti violati e li quantifica.

La censura e’ generica laddove non indica il pregiudizio in concreto subito (ne’ la domanda rimasta priva di risposta) e dissimula una censura in fatto laddove cio’ che e’ volta in effetti a segnalare e’ la sottostima, da parte della corte d’appello, nel momento della quantificazione del danno effettivamente subito.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione del diritto all’integrale riparazione dei valori personali di riferimento costituzionale fondati sull’articolo 2059 c.c., sui principi costituzionali e sovranazionali, per aver la corte d’appello utilizzato, nella liquidazione del danno non patrimoniale, un criterio equitativo puro, privo di alcuna logica interna e non agganciato ne’ alle tabelle milanesi ne’ ad altro criterio obiettivo gia’ indicato dalla Cassazione come valido (quale quello indicato da Cass. n. 18641 del 2011, che ebbe a ritenere legittima l’utilizzazione di un parametro di quantificazione del danno pari all’80% del danno biologico liquidato in favore della vittima primaria).

Sottolinea la ricorrente che la di per se’ arbitraria liquidazione equitativa pura si e’, altrettanto arbitrariamente, arrestata ad una quantificazione che prende in considerazione soltanto i venti anni di vita del danneggiato (e della danneggiata) successivi all’incidente, senza adeguatamente spiegare se intenda far riferimento al termine naturale della vita sessuale o per quale altro motivo la considerazione dell’incidenza dannosa sulla persona della ricorrente delle alterazioni permanenti riportate dal marito a causa dell’incidente sia circoscritta in questo arco di tempo.

La (OMISSIS) segnala poi che la considerazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale a quell’eta’ subentrano altre forme di assistenza, confonde il piano del danno morale per il dolore e le ripercussioni psicologiche e sociali subite dalla moglie a causa della convivenza con un soggetto improvvisamente dipendente e bisognoso di continua assistenza, con il dato, che avrebbe dovuto essere autonomamente apprezzato come incidente sulla quantificazione di un eventuale danno patrimoniale, della possibile fruizione di rimedi assistenziali futuri, e della possibilita’ di essere sollevati dal peso dell’assistenza del marito per altri non meglio identificati meccanismi assistenziali pubblici che scatterebbero al 67 anno d’eta’.

Il motivo e’ fondato, per le considerazioni che seguono.

La sentenza ricostruisce adeguatamente la fattispecie e la gravita’ delle conseguenze riportate sia dal danneggiato principale sia dalla moglie, danneggiata di riflesso, in conseguenza del grave incidente stradale in cui rimase coinvolto il (OMISSIS), con motivazione che tiene conto adeguatamente da un punto di vista teorico-ricostruttivo di tutte e componenti di esso, alcune delle quali trascurate dal giudice di primo grado, sotto il profilo degli obblighi assistenziali, dello sconvolgimento della vita personale, relazionale e sessuale della ricorrente e della sofferenza morale.

Da’ quindi spazio, fin qui correttamente, ad un integrale ristoro del pregiudizio non patrimoniale subito dalla moglie della vittima diretta dell’incidente, in conformita’ ai principi, piu’ volte affermati, secondo i quali il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che puo’ causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’ alterazione della vita quotidiana, sicche’ il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori, e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse (Cass. n. 19402 del 2013).

Passando alla liquidazione del danno, la corte d’appello esclude che tale situazione, per quanto gravissima, sia equiparabile, come auspicherebbe la difesa della ricorrente, alla totale perdita del rapporto parentale (il che consentirebbe l’applicazione diretta, quanto alla quantificazione del danno, delle tabelle del tribunale di Milano laddove liquidano il danno parentale da morte del congiunto).

Dopo aver scartato la possibile integrale utilizzazione delle tabelle milanesi laddove liquidano la perdita del rapporto parentale, non ritenendo esatta l’equiparazione della grave alterazione delle condizioni psicofisiche del congiunto, verificatasi nel caso di specie, alla totale perdita del rapporto parentale con esso, la corte d’appello compie un ulteriore passaggio – in cui si consuma la violazione di legge, consistente nel mancato rispetto delle norme legate alla integrale liquidazione del danno non patrimoniale ed alla corretta liquidazione di esso in via equitativa – passando alla liquidazione del danno sulla base della equita’ pura.

Sembra di cogliere un retropensiero della corte nel senso che le tabelle milanesi siano utilizzabili solo in caso di danno da morte del parente e non anche per commisurare il pregiudizio non patrimoniale del congiunto in caso di sopravvivenza di esso con una infermita’ permanente. Riferisce infatti la corte romana che l’assenza di parametri di riferimento sicuri e non opinabili induce la corte a stimare l’ulteriore danno subito dalla appellante (procedendo quindi non alla integrale riliquidazione del danno non patrimoniale subito, tenuto conto di tutti gli aspetti ritenuti rilevanti ma ad aggiungere due voci di danno a quello gia’ liquidato, in quanto erroneamente non prese in considerazione dal giudice di prime cure) attribuendo un valore di punto di Euro 2.500,00 per ogni anno di futura convivenza moltiplicato per venti per l’incidenza pregiudizievole del sinistro sul rapporto affettivo-sessuale, ed altri 2.500,00 Euro di valore di punto all’anno per venti anni per gli obblighi assistenziali gravanti sulla (OMISSIS), aggiungendo che oltre i 66 anni di eta’ della danneggiata avrebbero perso di validita’ le considerazioni sopra esposte e sarebbero subentrate altre non meglio precisate forme di assistenza.

La decisione impugnata e’ censurabile sotto diversi, concorrenti profili.

Preliminarmente, va puntualizzato che la questione della errata liquidazione del danno non patrimoniale, in applicazione di criteri diversi da quelli risultanti dalle tabelle predisposte dal Tribunale di Milano, e’ senz’altro ammissibile, in quanto essa puo’ essere fatta valere in sede di legittimita’, come vizio di violazione di legge, purche’ – come nella specie – in grado di appello la ricorrente si sia specificamente doluta della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle milanesi ed abbia altresi’ versato in atti dette tabelle (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 7 novembre 2014).

Inoltre, laddove sia fatta oggetto di appello la liquidazione del danno non patrimoniale, lamentandosi l’inidoneita’ della somma liquidata a risarcire l’intero pregiudizio sofferto, nelle sue molteplici, sfaccettate possibili incidenze sulla vita del danneggiato, il giudice e’ tenuto a riconsiderare unitariamente benche’ nella sua articolata complessita’ il danno e a riliquidarlo nella sua interezza, non potendosi limitare ad aggiungere una cifra per un aspetto non adeguatamente considerato dal giudice di primo grado, perche’ cio’ contrasta con la valutazione unitaria del danno non patrimoniale, finalizzata al suo risarcimento integrale.

Ma, soprattutto, come si e’ sopra riportato, la sentenza quantifica l’importo dovuto alla ricorrente per il risarcimento del danno non patrimoniale da alterazione del rapporto parentale discostandosi dalle tabelle per far ricorso ad un criterio equitativo puro, senza giustificare in alcun modo la necessita’ di farvi ricorso e senza precisare per quale motivo sia impossibile, nel caso di specie, utilizzare altri piu’ omogenei e verificabili criteri di quantificazione del danno.

La sentenza impugnata, inoltre, incorre in un’altra violazione di legge: oltre ad adottare un criterio equitativo puro, fissando (senza precisare ne’ giustificare in che modo si giunga a quell’importo e per quale motivo lo si ritenga congruo) un importo fisso da corrispondere alla danneggiata in relazione a ciascun anno di futura convivenza agganciato a due diversi profili di afflittivita’, circoscrive altrettanto arbitrariamente, ovvero in modo ingiustificato altro che da considerazioni prive di logica, il periodo di rilevanza di tale alterazione irreversibile (e certo non destinata ad evolversi positivamente con l’avanzare dell’eta’ dei coniugi, in cui ai problemi fisici e psichici riportati dal marito a seguito dell’incidente e’ destinato a sommarsi il normale deterioramento delle condizioni fisiche di entrambi conseguenti all’avanzare dell’eta’) fissandone l’arco di rilevanza risarcibile in venti anni. Tale limitazione risulta arbitraria e quindi tale da non garantire un integrale risarcimento del pregiudizio non patrimoniale subito, non essendo tale limitazione parametrata alle aspettative di vita del danneggiato diretto, e neppure a quelle della danneggiata di riflesso, o dotata di altra obiettiva giustificazione (le considerazioni contenute in sentenza sulla esistenza di altre forme assistenziali risultano, oltre che vaghe e oscure, totalmente incongruenti con il risarcimento di una voce di danno non patrimoniale).

Contrastano quindi con il diritto del danneggiata ad una integrale ed onnicomprensiva, benche’ equitativa, liquidazione del danno non patrimoniale da definitiva alterazione del rapporto parentale con il proprio partner (conseguente alla alterazione di tutta la sua vita familiare e alle ripercussioni di tale alterazione sulla vita di relazione della ricorrente: affettiva, sessuale, relazionale, assistenziale):

– sia la mancata adozione come parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno, delle tabelle milanesi adottate al momento della liquidazione dello stesso, in mancanza di idonea giustificazione, ancorata alla inidoneita’ di esse, per le particolarita’ del caso di specie, ad essere utilizzate come parametro di riferimento;

– sia la determinazione dell’ammontare del danno non patrimoniale da alterazione definitiva del rapporto parentale con valutazione equitativa pura e non ancorata ad alcun parametro obiettivo che renda la congruita’ della quantificazione verificabile ex post e non arbitraria;

– sia la limitazione della quantificazione del danno ad un arco di tempo futuro e circoscritto (venti anni), non rapportato alle proiezioni di vita del danneggiato diretto, e neppure a quelle del danneggiato riflesso ne’ ad un criterio chiaramente enunciato e dotato di una sua coerenza logica atta a consentire un controllo ex post. La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata per violazione di legge, non essendosi attenuta ai principi di diritto enunciati da questa Corte in tema di liquidazione, in via equitativa, del danno non patrimoniale da perdita o alterazione del rapporto parentale, incorrendo, in tal modo, nella violazione dell’articolo 1226 c.c..

Essa infatti si pone in contrasto con i principi di diritto gia’ affermati da questa Corte (tra le altre, v. Cass. n. 20895 del 2015), secondo i quali nella liquidazione del danno non patrimoniale non e’ consentito, in mancanza di criteri stabiliti dalla legge, il ricorso ad una liquidazione equitativa pura, non fondata su criteri obiettivi, i soli idonei a valorizzare le singole variabili del caso concreto e a consentire la verifica “ex post” del ragionamento seguito dal giudice in ordine all’apprezzamento della gravita’ del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entita’ della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo, dovendosi ritenere preferibile, per garantire l’adeguata valutazione del caso concreto e l’uniformita’ di giudizio a fronte di casi analoghi, l’adozione del criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, al quale la S.C. riconosce la valenza, in linea generale e nel rispetto dell’articolo 3 Cost., di parametro di conformita’ della valutazione equitativa del danno non patrimoniale alle disposizioni di cui agli articoli 1226 e 2056 c.c., salva l’emersione di concrete circostanze che ne giustifichino l’abbandono).

In accoglimento del secondo motivo di ricorso la sentenza impugnata va quindi cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Roma che provvedera’ nuovamente alla liquidazione del danno.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

 

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