Il mio obiettivo? La tua soddisfazione!
CHIAMA SUBITO!!!

EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

 

 

EREDE LESIONE DELLA QUOTA PRETENDI LA TUA QUOTA!! ADESSO !|AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Essa insegna che: ‘Nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredita riservata al legittimario, si deve aver riguardo al momento della apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario mediante la cosiddetta riunione fittizia -, stabilire l’esistenza e l’entità della lesione di legittima nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante compenso in danaro nonostante l’esistenza, nell’asse, di beni in natura, essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene a cui il legittimario avrebbe diritto, affinché ne costituisca l’esatto equivalente. (Cass. 2452/1976, cui son seguite altre pronunce anche citate da parte ricorrente, v. Cass. 10564/05).

Questo principio non significa che la parte assegnataria del bene compreso nell’asse può lucrare l’eventuale maggior valore che esso abbia maturato rispetto alla svalutazione monetaria nel lasso di tempo tra la morte del de cuius e l’ultimazione giudiziaria delle operazioni divisionali, fenomeno che si è verificato dal dopoguerra fino alla crisi deflazionistica dell’ultimo quinquennio.

Significa che distinte sono le operazioni da effettuare.

La lesione di legittima va verificata alla stregua dei valori dei beni all’apertura della successione.

Qualora vi siano conguagli da attribuire, per riequilibrare l’assegnazione ad altro erede di beni che in parte dovevano essere destinati al coerede avente diritto ai conguagli, questi ultimi devono essere commisurati al valore, al momento della divisione, del bene (o dei beni) che avrebbe dovuto essere assegnato in natura al non assegnatario, tenendo conto del mutato valore (nella specie: porzione delle quote di comproprietà degli immobili che componevano l’asse).

 

 ATES2SCRITTA

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II

SENTENZA 17 marzo 2016, n.5320

 

Motivi della decisione

2) Il primo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 91 e 92.

I ricorrenti si dolgono della compensazione delle spese processuali per entrambi i gradi di giudizio, disposta sebbene, a loro avviso, parte Ce. non avesse chiesto né in citazione, né in comparsa di risposta in appello la condanna di controparte alla refusione delle spese di lite.

Inoltre il Ce. , sostiene il ricorso, si era opposto alla revisione della sentenza di primo grado, palesemente errata.

La censura è infondata.

Va premesso che la richiesta di liquidazione delle spese in appello risulta formulata da parte Ce. nella prima comparsa conclusionale del 2006, in cui si diede atto della maggior pretesa in considerazione della opposizione di controparte al ‘riconoscimento di un cespite’ e al ‘non corretto assolvimento della resa del conto’.

Nella conclusionale del 2010 le spese sono state richieste nei limiti di quanto reso necessario dal comportamento processuale di controparte. In tal senso è stata riportata in epigrafe della sentenza di appello la richiesta validamente modificata, giacché le conclusioni sono quelle che il giudice desume essere state assunte in base alle posizioni assunte dalle parti, le quali ben possono modificare le richieste relative alle spese di lite, in relazione all’andamento del processo.

A prescindere dalla domanda di parte, la compensazione delle spese può essere comunque disposta dal giudice e non deve seguire l’esito del giudizio di appello, ma va rapportata all’esito finale della lite (Cass. 20289/15; 9857/15).

Pertanto la Corte di appello poteva ragionevolmente pervenire alla compensazione integrale delle spese, se si considera che parte Ce. dovette adire il giudice con azione di riduzione per conseguire la quota ereditaria di riserva; che dalla epigrafe della sentenza di tribunale risulta che solo in via subordinata al rigetto della domanda, i C. riconobbero il diritto del coniuge della madre; che tuttavia la richiesta dei Ce. di attribuzione di un bene immobile è stata disattesa, liquidando la loro quota con un conguaglio.

Queste sono state le ragioni poste a base della compensazione (sostanzialmente indicate nella motivazione della sentenza, pag. 9 in fine), che la Corte di Cassazione reputa pienamente idonee a reggere la decisione.

3) Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 554, 556, 747 e 750 c.c. e vizi di motivazione.

Parte ricorrente lamenta che il conguaglio stabilito sulla base della ctu sia stato ‘maggiorato della rivalutazione monetaria fino alla data della sentenza’.

Secondo i ricorrenti la collazione per imputazione si fa con riguardo al valore dell’immobile al tempo dell’apertura della successione, il che doveva comportare la stima dei beni alla data dell’apertura della successione (1988), la individuazione del conguaglio corrispondente alla quota di un quarto in base ai valori dell’epoca e la rivalutazione monetaria alla data della sentenza.

La tesi è errata. Essa corrisponde a una lettura ‘di convenienza’ della giurisprudenza di questa Corte.

Essa insegna che: ‘Nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredita riservata al legittimario, si deve aver riguardo al momento della apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario mediante la cosiddetta riunione fittizia -, stabilire l’esistenza e l’entità della lesione di legittima nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante compenso in danaro nonostante l’esistenza, nell’asse, di beni in natura, essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene a cui il legittimario avrebbe diritto, affinché ne costituisca l’esatto equivalente. (Cass. 2452/1976, cui son seguite altre pronunce anche citate da parte ricorrente, v. Cass. 10564/05).

Questo principio non significa che la parte assegnataria del bene compreso nell’asse può lucrare l’eventuale maggior valore che esso abbia maturato rispetto alla svalutazione monetaria nel lasso di tempo tra la morte del de cuius e l’ultimazione giudiziaria delle operazioni divisionali, fenomeno che si è verificato dal dopoguerra fino alla crisi deflazionistica dell’ultimo quinquennio.

ACAUSESignifica che distinte sono le operazioni da effettuare.

La lesione di legittima va verificata alla stregua dei valori dei beni all’apertura della successione.

Qualora vi siano conguagli da attribuire, per riequilibrare l’assegnazione ad altro erede di beni che in parte dovevano essere destinati al coerede avente diritto ai conguagli, questi ultimi devono essere commisurati al valore, al momento della divisione, del bene (o dei beni) che avrebbe dovuto essere assegnato in natura al non assegnatario, tenendo conto del mutato valore (nella specie: porzione delle quote di comproprietà degli immobili che componevano l’asse).

Correttamente pertanto, la Corte di appello, non potendo assegnare a parte Ce. alcun immobile per intero, (poiché in successione erano cadute solo quote dei vari immobili e di queste quote al coniuge spettava solo un quarto) assunse come riferimento, per il conguaglio, il valore degli immobili alla data della consulenza di stima acquisita in corso di causa (v Cass. 13003/2001), rivalutato fino alla data della sentenza.

3.1) Al rigetto del ricorso principale segue l’assorbimento del ‘ricorso incidentale condizionato’ (pag. 15 atto di costituzione) di parte Ce. .

4) Il ricorso incidentale (pag. 12) degli eredi Ce. è parimenti infondato.

I controricorrenti continuano a chiedere che venga loro attribuito almeno un appartamento tra i beni immobili facenti parte del compendio, come inizialmente disposto dal Tribunale.

Richiamano precedenti che affermano la possibilità di assegnazione di un intero immobile quando nel patrimonio comune vi siano più Immobili da dividere, al fine di attribuire anche al ‘quotista minoritario uno dei beni in natura’.

La pretesa è infondata perché, come ha spiegato la Corte di appello, i beni immobili erano già di proprietà degli eredi C. al 50%, in forza della precedente eredità paterna.

Dunque in successione Ciarlo non è entrata una pluralità di interi beni immobili ma una serie di porzioni di immobili.

Di ciascuna di esse Ce. poteva vantare una quota di un quarto, cosicché la divisione comoda non era possibile, poiché spettava al Ce. solo il 12,5% di ciascuna unità immobiliare ed egli non poteva comunque pretendere di conseguire anche parti non cadute in successione degli immobili.

Il giudice della divisione ereditaria non poteva attribuire beni non oggetto della divisione stessa, cioè la quota del 50% che era pervenuta in precedenza ai coeredi provenendo da altra fonte.

La Corte di appello si è quindi ben orientata.

Il rigetto del ricorso principale e di quello incidentale giustifica anche in questa sede la integrale compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi principale e incidentale.

Dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato.

Spese compensate.

EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

 

 

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

SENTENZA 19 luglio 2016, n.14747 

 

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli arti. 2909 c.c. e 324 c.p.c., 115 c.p.c., 2697 c.c., nonché il difetto di motivazione su un fatto controverso e decisivo. Deduce che la Corte di Appello, nell’affermare che nella ricostruzione dell’asse di P.R.P. , relativamente al donatum, dovevano essere inclusi ‘i beni provenienti dalla madre anche attraverso le anstalten, Arosa e Sonne’, non ha tenuto conto del giudicato formatosi sulla sentenza n. 739/1993 in ordine alla mancata dimostrazione da parte del soggetto onerato S.Y. di liberalità materne in favore di S.F. aventi ad oggetto quote della Arosa e della Sonne.

Con il secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 215 c.p.c. e 2697 c.c., nonché l’omessa e insufficiente motivazione, in ordine all’affermazione secondo cui le quote della anstalten Sonne ((omissis)) erano pervenute a S.F. per liberalità indiretta disposta in suo favore da P.R.P. .

Con il terzo motivo viene denunciata la violazione e falsa applicazione degli artt. 555, 556 e 564 c.c., in relazione agli artt. 746 e 747 c.c., per avere la Corte di Appello valutato la donazione materna in favore di S.Y. del (omissis) secondo il valore attribuito alla nuda proprietà anziché a quello della piena proprietà al momento dell’apertura della successione.

Con il quarto motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione degli artt. 324 c.p.c. e 2909 c.c., 115 c.p.c., nonché dell’omessa e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo. Deduce che, essendo pacifico che l’Arosa, la Sonne e la Eurom erano nude proprietarie di beni immobili, il cui usufrutto era riservato a P.R.P. , in modo contraddittorio la Corte di Appello, ai fini della riunione fittizia del patrimonio di quest’ultima e della valutazione della sussistenza della lesione di legittima lamentata da S.Y. , ha considerato il valore della piena proprietà dei beni dei quali solo la nuda proprietà era intestata alle anstalten Arosa e Sonne asseritamente pervenute per liberalità a S.F. , e il valore della nuda proprietà dei beni intestati alla Eurom, pervenuti per liberalità a S.Y. . Sostiene, inoltre, che la sentenza impugnata è incorsa in ulteriore contraddizione allorché ha fondato la propria decisione circa il riconoscimento come oggetto di liberalità materna in favore di S.F. della piena proprietà della tenuta di (…) sulla dichiarazione asseritamente confessoria resa dallo stesso S.F. nella scrittura del 6-7-1979, laddove dalla dichiarazione di analogo tenore resa nella medesima scrittura da S.Y. in ordine all’assegnazione del (omissis) non ha desunto la prova che la liberalità avesse anch’essa ad oggetto la piena proprietà di tali beni. Rileva, infine, che il giudice di appello non ha tenuto conto della circostanza, accertata nella sentenza della Corte di Appello n. 739/1993, passata in giudicato, dell’avvenuta imputazione ex art. 564 c.c. da parte di S.Y. riferita al (omissis), non limitata alla sola nuda proprietà.

Con il quinto motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la Corte di Appello accolto una domanda di rendiconto (relativa alla gestione da parte di S.F. di beni comuni successivamente al decesso della madre P.R.P. ) non corrispondente a quella proposta da S.Y. , che era diretta ad ottenere il rendiconto di beni appartenenti alla madre e che si asseriva essere stati gestiti, nel corso della vita di questa, da S.F. , quale ‘fiduciario dei genitori’.

2) Il primo motivo è infondato.

Deve premettersi che, secondo un consolidato orientamento di questa Corte, la verifica della violazione del giudicato interno, va effettuata, anche in sede di legittimità, attraverso l’esame diretto degli atti processuali (Cass. 9-2-2016 n. 2533; Cass. 2-6-1998 n. 5406; Cass. 3-4- 1987 n. 3287).

Nella specie, con la sentenza non definitiva n. 739/1993 la Corte di Appello di Genova ha disatteso l’assunto dell’appellante S.Y. , secondo cui nella successione dei genitori dovevano ricomprendersi alcuni beni (non contemplati nella scrittura privata del 6-7-1979) dai medesimi attribuiti alle anstalten svizzere Arosa e Sonne; beni che, secondo lo stesso appellante, in realtà non sarebbero mai stati trasferiti, ma sarebbero rimasti nel patrimonio dei coniugi S. , e dei quali si sarebbe appropriato S.F. . La Corte territoriale ha motivato la sua decisione rilevando che non vi era alcuna prova che i trasferimenti di tali beni fossero inefficaci e che i beni in questione rientrassero, quindi, ancora nel patrimonio dei genitori, né, tanto meno, che S.F. se ne fosse appropriato.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 993/1996, ha rigettato il motivo di ricorso incidentale proposto sul punto da S.Y. , rilevando che il giudice di appello aveva, con motivazione sufficiente e logica, affermato che la tesi difensiva in questione ‘non era stata dimostrata neppure in minima parte, benché chi l’aveva sostenuta avesse avuto l’onere di fornire prove decisive e circostanziate dei suoi assunti’.

Ciò posto, si osserva che, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, in forza della richiamata statuizione della sentenza non definitiva n. 739/1993, non si è formato alcun giudicato in ordine alla non inclusione dei ‘beni provenienti dalla madre anche attraverso le anstalten, Arosa e Sonne’ nella riunione fittizia del patrimonio di R.P.P. , relativamente al donatum.

Nella menzionata sentenza, infatti, non è stata affrontata la questione della ricostruzione del donatum ai fini della valutazione della domanda di accertamento della lesione della quota di legittima relativamente all’eredità materna, essendosi la Corte di Appello limitata a dichiarare l’ammissibilità di tale domanda: il giudicato, al contrario, ha riguardato l’insussistenza di beni relitti apparentemente trasferiti (con negozio simulato, fiduciario o indiretto) dai genitori alle anstalten.

3) Appare, invece, meritevole di accoglimento il secondo motivo.

La Corte di Appello ha dato atto che nella scrittura privata del 6-7-1979, il cui valore confessorio era stato riconosciuto dalla sentenza di primo grado e dalla sentenza non definitiva di appello n. 739/1993 con argomentazioni non soggette a gravame, lo stesso S.F. aveva ammesso di aver ricevuto la Tenuta di (…). Sulla base di tale rilievo, essa ha ritenuto che il predetto bene dovesse essere incluso nel donatum della madre, ai fini della valutazione della domanda di accertamento della lesione della quota di legittima.

Deve, tuttavia, rilevarsi che nella menzionata scrittura privata del 6-7-1979 (il cui contenuto è stato interamente trascritto a pag. 58-61 del ricorso), i germani L. , F. e Y. hanno dato atto, al punto 3), che era praticamente impossibile stabilire quali delle assegnazioni immobiliari effettuate in loro favore dai genitori, indicate al punto 2), fossero ‘riferibili a liberalità del padre piuttosto che della madre’.

La motivazione resa sul punto nella sentenza impugnata, pertanto, risulta carente, non avendo la Corte di Appello spiegato le ragioni per le quali abbia ritenuto di affermare con certezza, sulla base delle sole indicazioni contenute nella citata scrittura privata, che la Tenuta di (…) (indicata al n. 2 di tale scrittura tra i beni immobili assegnati in vita dai genitori al figlio F. ) fosse pervenuta all’odierno ricorrente per liberalità disposta in suo favore dalla madre P.R.P. .

4) Appaiono fondati, per quanto di ragione, anche il terzo e quarto motivo, che per ragioni di connessione possono essere trattati congiuntamente.

Questa Corte ha già avuto modo di precisare che, al fine di stabilire se Patto di disposizione patrimoniale compiuto in vita dal de cuius sia lesivo della quota riservata ai legittimari, la donazione con riserva di usufrutto deve essere calcolata come donazione in piena proprietà (Cass. 24-7-2008 n. 20387; Cass. 20-12-1973 n. 3452).

Non vi è ragione per discostarsi da tale orientamento, atteso che, ai fini della riunione fittizia, il valore dei beni donati in vita dal defunto va determinato con riferimento al momento dell’apertura della successione, per effetto della quale l’usufrutto che il donante si era riservato viene a consolidarsi con la nuda proprietà.

Nella specie, la Corte di Appello, nel procedere alla valutazione della donazione materna del (omissis) – (omissis) in favore di S.Y. , non si è attenuta a tali principi, in quanto ha considerato il valore della nuda proprietà, anziché quello della piena proprietà al tempo dell’apertura della successione.

Tale criterio di valutazione, d’altro canto, si pone in contrasto con quello seguito nella stima delle donazioni indirette materne della nuda proprietà asseritamente effettuate in favore di S.F. tramite le anstalten Arosa e Sonne, per le quali, per quanto sembra evincersi dalla lettura della sentenza impugnata, la Corte di Appello ha tenuto conto del valore della piena proprietà.

Le ulteriori questioni poste con il quarto motivo rimangono assorbite.

5) Il quinto motivo deve essere disatteso.

La Corte di Appello ha ritenuto fondata la domanda di rendiconto proposta dall’appellante nei confronti di S.F., rilevando che quest’ultimo ha goduto dei beni che avrebbero dovuto essere attribuiti al fratello per reintegrare la lesione subita dalla data di apertura della successione fino alla decisione; e che, conseguentemente, You S. ha diritto a percepire i frutti che detti beni hanno prodotto dalla data della domanda (art. 561 c.c.).

Così statuendo, il giudice del gravame non è incorso nel denunciato vizio di mancata corrispondenza tra chiesto e pronunciato, atteso che, al punto V) delle conclusioni di appello, trascritte nella sentenza impugnata, S.Y. aveva testualmente chiesto di ‘ordinare a S.F. di rendere conio di lutti gli atti di disposizione e di amministrazione (o di godimento) da lui compiuti sui beni appartenenti alla defunta P.P.R.M. e condannarlo ad ogni restituzione e risarcimento che risulteranno dovuti in esito al rendiconto stesso e/o in esito all’ulteriore istruttoria che sarà compiuta allo specifico oggetto’. Orbene, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la domanda di rendiconto, così come formulata, non può ritenersi circoscritta ai soli atti di amministrazione dei beni materni posti in essere durante la vita della madre da S.F. .

6) In definitiva, vanno accolti il secondo, terzo e quarto motivo di ricorso, mentre il primo e il quinto vanno rigettati.

La sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Genova, la quale procederà a nuovo esame attenendosi ai principi di diritto innanzi enunciati e colmando le evidenziate carenze motivazionali.

Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il secondo, terzo e quarto motivo di ricorso, rigetta il primo e il quinto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese ad altra Sezione della Corte di Appello di Genova.

AD1

si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:
a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;
b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;
c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;
d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.
La censura è fondata.
Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.
Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.
Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.
La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.
Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).
Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  4 dicembre 2015, n. 24755

Ritenuto in fatto 

  1. – M.S., M.L.B. e M.M. – nella qualità di eredi legittimane del comune padre Ma.Sc., il quale, con testamento olografo, aveva lasciato ai suoi figli maschi la proprietà di tutti i suoi beni mobili e immobili e alla moglie l’usufrutto generale sugli stessi – convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Vicenza, i loro fratelli M.C., M.I. e M.L. e la comune madre B.M.E., chiedendo la riduzione delle disposizioni testamentarie del cuius e la reintegrazione di esse attrici nella loro quota di riserva, con la condanna dei convenuti alla corresponsione della quota dei frutti ad esse spettanti.
    Nella resistenza dei convenuti, l’adito Tribunale determinò il valore del compendio ereditario e il valore della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatane con riferimento al momento dell’apertura della successione, dichiarò proporzionalmente ridotte le disposizioni testamentarie del de cuius e dichiarò inammissibile – in quanto tardivamente proposta in sede di precisazione delle conclusioni – la domanda di divisione dei beni ereditari.
    2. – Con sentenza dell’11.6.2009, la Corte di Appello di Venezia rigettò l’appello principale proposto dalle attrici e gli appelli incidentali proposti dai convenuti M.C., M.I. e M.L. e confermò le predette statuizioni della pronuncia di primo grado.
    3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono M.S., M.L.B. e M.M. sulla base di quattro motivi.
    Resistono con controricorso M.C., M.I., anche nella qualità di eredi della comune madre B.M.E. , nel frattempo deceduta.
    M.L. , intimato in proprio e quale erede di B.M.E., e M.F., intimata solo nella qualità di erede della B. , non hanno svolto attività difensiva.
    Le ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto 

  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla quantificazione del valore globale dell’asse ereditario al momento dell’apertura della successione e al valore della quota di legittima spettante a ciascuna delle attrici sotto un duplice profilo: quello dell’avvenuta decurtazione del valore dei beni conseguente al rapporto di affitto gravante sugli stessi; e quello della mancata riduzione dell’usufrutto assegnato al coniuge superstite, nonostante che esso risultasse eccedente la quota disponibile.
    In particolare, con riferimento al primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato a decurtare il valore stimato dei beni immobili costituenti l’asse ereditario nella misura del 25% per la ritenuta esistenza di un contratto di affitto dei detti beni (costituiti da fondi agricoli), stipulato tra la comune madre B.M.E. (quale concedente) e il convenuto M.L. (quale affittuario); ciò in quanto non vi sarebbe prova di tale contratto di affitto e il contratto di affitto prodotto solo in appello dai convenuti sarebbe ininfluente, perché stipulato solo nell’anno 1995, ben otto anni dopo l’apertura della successione. Con riferimento al secondo profilo, si lamenta la carenza assoluta di motivazione in ordine alle deduzioni contenute nell’atto di appello, con le quali si lamentava che le attrici, seppur reintegrate nella loro quota di riserva sulla nuda proprietà dei beni relitti, non erano state reintegrate nella loro quota di riserva spettante sull’usufrutto assegnato alla madre, che era eccedente la quota disponibile e che doveva, pertanto, essere ridotto.
    Il primo profilo della censura non può trovare accoglimento.
    Dalla relazione del C.T.U., richiamata dalla parte resistente, risulta che il contratto di affitto in favore di M.L. , del quale si è tenuto conto ai fini della stima del valore dell’asse ereditario, era stato stipulato in data 1.7.1981 tra il de cuius (quale concedente) e M.L. (quale affittuario). Pertanto, ai fini della determinazione del valore dell’asse ereditario, si è tenuto conto di tale contratto preesistente alla morte del de cuius, e non del successivo contratto menzionato da parte ricorrente; e ciò trova conferma nel fatto che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha fatto riferimento ad un contratto di affitto esistente all’epoca dell’apertura della successione, evidentemente diverso da quello – stipulato tra B.M.E. e M.L. – prodotto nel successivo giudizio di appello; contratto quest’ultimo che, pertanto, non risulta essere stato posto a base delle conformi statuizioni sul punto dei giudici di primo e di secondo grado. Non è dubbio, invero, che la Corte di Appello, nel ribadire l’esistenza di un contratto di affitto, ha inteso fare riferimento al contratto accertato dal primo giudice e risultante dalla C.T.U., e non al successivo contratto prodotto nel giudizio di gravame.
    Sotto tale profilo, peraltro, la censura non supera neppure il vaglio di ammissibilità per difetto di autosufficienza, nella misura in cui non sono state trascritte nel ricorso le risultanze istruttorie complete relative al contratto di affitto, cosicché non si consente alla Corte una più approfondita verifica del denunciato vizio di motivazione.
    È fondato, invece, il secondo profilo della censura.
    A fronte della precisa censura mossa con l’atto di appello, la Corte territoriale ha omesso del tutto di motivare circa le ragioni per le quali la riduzione, da disporsi a seguito dell’accertata lesione delle quote di legittima spettanti alle attrici, non ha investito, oltre alla nuda proprietà degli immobili, anche l’usufrutto assegnato alla comune madre, che risultava eccedente la quota disponibile (secondo le risultanze della C.T.U., riportate nel ricorso, il valore dell’usufrutto era pari ad lire 199.360.00, mentre il valore della disponile ammontava a lire 91.000.000).
    Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, perché il giudice di rinvio esamini la censura de qua e decida di conseguenza.
    2. – Gli altri motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente.
    Col secondo motivo, si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., con riferimento a tre profili: alla omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura; alla omessa pronuncia sulla domanda accessoria per i frutti; e all’omesso ordine di trascrizione della richiesta sentenza attributiva della quota di titolarità sui beni relitti.
    Col terzo motivo di ricorso, si lamenta poi il vizio di motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta mancata proposizione di domanda di attribuzione pro quota in natura – a titolo di legittima – della proprietà dei beni relitti; si deduce, in particolare, che la Corte territoriale erroneamente avrebbe negato alle attrici l’attribuzione di una quota di comproprietà dei beni relitti per il fatto che le stesse non avevano chiesto la divisione dei beni ereditari, una cosa essendo l’azione di reintegrazione della quota di legittima, altra cosa la domanda di divisione dell’eredità.
    Col quarto motivo di ricorso, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
    Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:
    a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;

    b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;
    c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;
    d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.
    La censura è fondata.
    Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.
    Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.
    Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.
    La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.
    Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).
    Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.
    Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).
    Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro.
    Peraltro, quando – come nel caso di specie – la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge, in particolare dagli artt. 537 e segg. cod. civ. (la metà; un terzo; un quarto; etc.).
    Pertanto, il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.
    Diversa e distinta dall’azione di riduzione è l’azione di divisione ereditaria.
    E invero, mentre l’azione di riduzione tende, indipendentemente dalla divisione dell’asse ereditario, al soddisfacimento dei diritti dei legittimari nei limiti in cui tali diritti siano stati lesi dalle disposizioni testamentarie, l’azione di divisione tende allo scioglimento della comunione ereditaria già esistente.
    L’esercizio dell’azione di divisione ereditaria ha, dunque, come condizione imprescindibile l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto alla eredità, la quale non sussiste necessariamente nella situazione tutelabile con l’azione di reintegrazione della quota di legittima. Tanto è vero che il legittimario pretermesso dal testatore, escluso – in quanto tale – dalla comunione ereditaria, non è legittimato a chiedere la divisione se non dopo avere sperimentato con successo l’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva ed essere così divenuto partecipe della comunione dei beni ereditari (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 35 del 05/01/1967, Rv. 325650).
    Dall’autonomia e dalla diversità delle due azioni deriva che le stesse possono essere esercitate sia cumulativamente nello stesso processo sia separatamente l’una dall’altra; senza che, in ogni caso, la domanda di riduzione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di divisione né che la domanda di divisione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di riduzione (cfr., Sez. 2, Sentenza n. 20143 del 03/09/2013, Rv. 627603; Sez. 2, Sentenza n. 1408 del 23/01/2007, Rv. 595739; Sez. 2, Sentenza n. 866 del 12/02/1981, Rv. 411363; Sez. 2, Sentenza n. 3500 del 22/10/1975, Rv. 377675).
    Ha errato pertanto la Corte territoriale nell’affermare (p. 15 della sentenza impugnata) che “le appellanti non hanno mai chiesto la divisione dell’asse ereditario, ma solo la quantificazione della quota loro spettante, per cui, in questa fase processuale, non hanno alcun diritto per chiedere l’attribuzione della loro quota in natura”; ha errato sotto due profili.
    In primo luogo, perché le attrici, con la domanda introduttiva, avevano chiesto di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti e ciò era sufficiente per dichiararle eredi necessarie del de cuius e partecipi della comunione dei beni ereditari nei limiti delle quote per esse previste dalla legge.
    In secondo luogo, perché, alla stregua della rilevata autonomia e diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto all’azione di riduzione, la mancata valida proposizione della domanda di divisione da parte delle attrici non poteva pregiudicare il loro diritto di conseguire in natura le loro quote di legittima, ma avrebbe dovuto avere il solo effetto di determinare il protrarsi della comunione ereditaria. In altre parole, la mancata proposizione della domanda di divisione dei beni ereditali non avrebbe potuto spiegare alcun effetto sulla domanda di riduzione e di reintegrazione delle quote di legittima spettanti alle attrici.
    Ha errato, pertanto, la Corte di Appello di Venezia a riconoscere alle attrici solo un credito meramente pecuniario nei confronti dei convenuti; così come errò il Tribunale nel quantificare in una somma di denaro l’ammontare della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatarie.
    Se è vero infatti che la quantificazione in denaro del valore della quota di legittima spettante al riservatario serve strumentalmente – ai fini dell’accertamento della fondatezza dell’azione di riduzione – a valutare la sussistenza della lesione della quota di riserva e l’estensione della stessa, è pari menti vero che, ultimata tale valutazione, il giudice – nell’accogliere l’azione di riduzione – deve poi limitarsi a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi spettante a ciascun legittimario.
    2.2. – Parimenti fondata è la censura di cui al quarto motivo di ricorso, con la quale si deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel negare alle legittimarie la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    Secondo la Corte di Appello di Venezia, “essendo volontà del de cuius che i terreni rimanessero nell’esclusiva disponibilità dei tre figli maschi, è evidente come lo stesso avesse già operato la divisione dei suoi beni, liquidando in vita le figlie in denaro, onde a queste spetta il solo credito pecuniario nei confronti dell’eredità ex art. 734 c.c.” (p. 15 della sentenza impugnata).
    Con ciò la Corte territoriale è incorsa nella denunciata violazione dell’art. 735 cod. civ., che prevede la nullità della divisione nella quale il testatore non abbia compreso le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva, tra i diversi beni, somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimane in luogo dei beni immobili relitti.
    Trattasi di una nullità che costituisce corollario del carattere inderogabile delle disposizioni in tema di reintegrazione della quota di legittima; essa può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (art. 1421 cod. civ.).
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte secondo cui il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ. (Sez. 2, Sentenza n. 3694 del 12/03/2003, Rv. 561111; Sez. 2, Sentenza n. 16698 del 11/08/2015, Rv. 636171; Sez. 2, Sentenza n. 3599 del 23/03/1992, Rv. 476411).
    Né la Corte territoriale avrebbe potuto riconoscere validità alla scrittura privata stipulata il 16.3.1975 tra il de cuius – ancora in vita – e le sue figlie (odierne attrici), con la quale queste ultime accettarono una somma di denaro “a tacitazione completa della futura eredità”: sia perché, ai sensi dell’art. 557 comma 2 cod. civ., l’azione di riduzione è irrinunciabile finché il donante è in vita; sia perché l’art. 458 cod. civ. (sotto la rubrica “Divieto di patti successori”) dichiara espressamente nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta o rinunzia ai medesimi.
    In definitiva, è priva di ogni fondamento giuridico la ratio decidendi alternativa individuata dalla Corte territoriale per giustificare la mancata attribuzione alle attrici delle loro quote di legittima in natura; conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata anche sotto il profilo della riconosciuta validità della divisione testamentaria disposta dal de cuius ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    2.3. – Conseguente alla ritenuta fondatezza delle censure dianzi esaminate – e all’accoglimento del ricorso relativamente alle medesime – è l’assorbimento della censura di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta l’omessa pronuncia sulla domanda accessoria relativa ai frutti.
    Il mancato riconoscimento dei frutti era coerente – nel percorso logico seguito dai giudici di merito – con la mancata attribuzione dei beni in natura alle attrici legittimane e col riconoscimento ad esse di un mero diritto di credito. Una volta però riconosciuto che alle attrici spetta l’attribuzione delle loro quote di legittima in natura, va riconosciuta loro anche la corresponsione dei frutti dei beni ereditari dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alle quote astratte di eredità a ciascuna di esse spettanti su tali beni.
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte, secondo cui al legittimario cui venga restituito un immobile per reintegrare la quota di legittima spetta, a norma dell’art. 561 cod. civ., anche il diritto ai frutti quali accessori del bene, in relazione al suo mancato godimento (Sez. 2, Sentenza n. 7478 del 05/06/2000, Rv. 537243).
    2.4. – Parimenti assorbita nell’accoglimento delle censure esaminate nei paragrafi 2.1. e 2.2., è la doglianza di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta il mancato ordine di trascrizione delle quote di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    Sul punto, è comunque il caso di osservare che, se al legittimario spetta l’attribuzione della sua quota di legittima in natura (in particolare, spetta – nel caso di pluralità di eredi – una quota della comproprietà dei beni ereditari), non è dubbio che il giudice di merito è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari, a dichiarare la quota di proprietà sugli stessi che spetta al legittimario e a disporre la trascrizione di tale titolo di proprietà nei pubblici registri immobiliari.
    Ha errato, pertanto, la Corte territoriale a ritenere che, in assenza di domanda di divisione, nulla vi è da trascrivere nei registri immobiliari (p. 17 della sentenza impugnata): una cosa è, invero, la domanda di divisione ereditaria, quale richiesta di scioglimento di una comunione esistente; altra cosa è l’azione di riduzione, quale istanza per la costituzione della comunione ereditaria – prima inesistente – tra legittimari ed eredi testamentari. E con la costituzione della comunione ereditaria tra eredi legittimari ed eredi testamentari, sorge la necessità di disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, delle quote di comproprietà sui beni della comunione ereditaria indivisi spettanti ai singoli eredi.
    In tal senso, dopo aver riconosciuto la partecipazione delle attrici alla comunione ereditaria, avrebbero dovuto provvedere i giudici di merito.
    3. – In definitiva, il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale si conformerà, ai sensi dell’art. 384 comma 2 cod. proc. civ., ai seguenti principi di diritto:
    – “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, va effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni”;
    – “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;
    – “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;
    – “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;
    – “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.
    Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M. 

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.

 

La sentenza impugnata ha indicato, con percorso argomentativo immune da vizi logici o giuridici, le ragioni in base alle quali è pervenuta – in relazione alle caratteristiche e alle destinazioni- alla determinazione del valore degli immobili sulla base di criteri diversi. In effetti, le critiche formulate dai ricorrenti non sono idonee a scalfire la correttezza e la congruità dell’iter logico giuridico seguito dalla sentenza: le censure lamentate non denunciano un vizio logico della motivazione ma si concretano in argomentazioni volte a sostenere – attraverso una soggettiva ricostruzione della fattispecie concreta – l’erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 n 5 c.p.c., nel testo ratione temporis applicabile, deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che va verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire: in sostanza, ai sensi dell’art. 360 n 5 citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione.
4.1. Il quarto motivo denuncia l’omesso esame della questione relativa alla compensazione dei crediti vantati dai danti causa dei ricorrenti, accertata dal tribunale e non specificamente impugnata, relativa ad eccezione ribadita in appello.
4.2 I1 motivo è infondato.
Da un lato, il motivo difetta di autosufficienza laddove non trascrive l’atto di appello in modo da dimostrare che la statuizione del tribunale non fosse stata oggetto di gravame; d’altra parte, la Corte si è implicitamente pronunciata sulla eccezione avendo compiuto la stima delle passività, per cui non è configurabile il difetto di attività del giudice sotto il profilo denunciato anche ai sensi dell’art. 112 c.p.c..
5.1. Il quinto motivo denuncia l’illegittima condanna in via tra loro solidale fra R.U. , e per lui i suoi eredi, e R.S. della obbligazione di reintegrare la quota di legittima, che invece integravano obbligazioni parziarie, erano da porre singolarmente a carico dei convenuti nei limiti delle rispettive attribuzioni lesive della quota di legittima e pro quota fra i rispettivi eredi.
5.2. Il motivo è fondato.
L’azione di riduzione delle disposizioni lesive della quota di legittima ha natura personale, sicché nell’ipotesi in cui il relativo obbligo di restituzione debba essere posto a carico di più persone, su un medesimo bene ad esse donato o attribuito per quote ideali, la riduzione deve operarsi, nei confronti dei vari beneficiari, in misura proporzionale all’entità delle rispettive attribuzioni; pertanto, ciascuno di essi è tenuto a rispondere soltanto nei limiti ed in proporzione del valore di cui si riduce l’attribuzione o la quota a suo tempo conseguita: non è quindi configurabile un obbligo solidale dei soggetti tenuti alla riduzione. Qui occorre chiarire che nei confronti di R.U. e S. non è applicabile il principio di cui all’art. 754 c.c. sulla ripartizione dei debiti del de cuius pro quota, posto che l’obbligo personale di restituzione a loro carico non integra un debito ereditario ma, come si detto, è l’effetto delle disposizioni testamentarie lesive della legittima in loro favore effettuate dal testatore; diversamente deve ritenersi invece per quanto concerne la posizione di coloro che nel corso del giudizio sono subentrati a R.U. , quali eredi del medesimo: peraltro, sarà il giudice di rinvio a dovere verificare se i predetti coeredi abbiano fatto presente tale loro qualità, integrando siffatta dichiarazione gli estremi di una eccezione propria, come anche di recente ribadito da questa Corte (Cass. 6431/2015).
6. Il sesto motivo denuncia che, in violazione dell’art. 345 c.p.c., era stata accolta la domanda di corresponsione dei frutti, dovendosi escludere che La stessa sia compresa in quella di rendiconto.
7. Il settimo motivo denuncia l’erronea condanna al pagamento, a titolo di frutti,degli interessi compensativi atteso che al condividente non assegnatario frutti spettano soltanto all’esito del saldo del rendiconto che nella specie non era mai stato effettuato.
8. Il sesto e il settimo, da trattare congiuntamente per la stretta connessione, sono infondati.
Il precedente di legittimità richiamato dai ricorrenti in materia di scioglimento della comunione appare conferente posto che, a stregua di quanto deciso dalla Corte di appello, nelle specie è stata accolta la domanda di riduzione della quota di legittima, i convenuti sono stati condannati al pagamento della somma necessaria a reintegrarla e su tale importo sono stati poi liquidati gli interessi compensativi a titolo di frutti, posto che la sentenza impugnata non ha emesso alcuna statuizione di divisione. Al riguardo, va quindi ritenuto che la Corte ha fatto corretta applicazione del principio consolidato secondo cui “nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredità riservata al legittimario, si deve avere riguardo al momento di apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario – mediante la cosiddetta riunione fittizia – stabilire l’esistenza e l’entità della lesione della legittima, nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante conguaglio in denaro, nonostante l’esistenza, nell’asse, beni in natura, trattandosi di credito di valore e non già di valuta essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene a cui il legittimario avrebbe diritto, affinché ne costituisca l’esatto equivalente, dovendo pertanto procedersi alla relativa rivalutazione, sulla base della variazione degli indici ISTAT sul costo della vita, nonché, trattandosi di beni fruttiferi, alla corresponsione dei “frutti” dal legittimario medesimo non percepiti (nel caso, interessi compensativi sulla somma rivalutata), da disporsi a far data dalla domanda.
 

az2SCRITTA

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

sezione II civile

sentenza 25 gennaio 2017, n. 1884

Svolgimento del processo

  1. Con atto di citazione del 20/1/1982, R.A. , R.R. , Ri.Ad. , r.m. e R.P. , premesso che il 26 giugno 1972 era deceduto in Massa il padre, R.B. , lasciando quali eredi la vedova A.C. ed 8 figli, esse attrici e 3 maschi – U. , S. e Ma. – e che i 3 testamenti olografi pubblicati, datati, rispettivamente, (omissis) ledevano la quota riservata ex lege ad esse attrici quali legittimarie, convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Massa i tre fratelli e la madre, deceduta poi in corso di causa, chiedendo di determinare, previo accertamento dei beni costituenti l’asse ereditario, la quota disponibile e ridurre e disposizioni testamentarie eventualmente lesive della quota di legittima.
    Si costituivano ritualmente la madre A.C. ed i fratelli R.U. e R.S. , mentre Ri.Ma. rimaneva contumace.
    I convenuti costituiti resistevano alle domande, di cui chiedevano il rigetto. Gli ultimi due, in particolare, sostenevano di aver provveduto ad effettuare numerosi pagamenti di debiti della massa ereditaria, vantando quindi ulteriori crediti nei confronti degli altri coeredi. Deceduta, in corso di causa, A.C. , di cui erano eredi le figlie r.m. e R.P. , si costituiva per queste ultime due altro difensore che richiamava le eccezioni sollevate dalla madre ed insisteva nelle domande formulate a suo tempo in proprio, con esclusione delle domande proposte nei loro confronti dalla madre.
    Con sentenza n. 459/97 il Tribunale di Massa Carrara respingeva tutte le domande proposte dalle attrici, compensando integralmente le spese processuali. Riteneva il Tribunale che, in base alla normativa vigente all’epoca dell’apertura della successione verificatasi il 26/1/1972, la quota di riserva dei figli legittimi era pari a 2/3 del patrimonio, quota gravata dall’usufrutto a favore del coniuge superstite per una porzione pari ad 1/4; poiché la quota disponibile era pari a 1/3 ossia 4/12, ai figli competeva nel complesso la quota di 8/12, di cui 5/12 in piena proprietà e 3/12 in nuda proprietà.
    Determinato, in base ai calcoli del c.t.u. alla data di apertura della successione, 26/1/1972, il valore totale dell’asse ereditario pari a Lire 86.604.000 e le passività, pari a Lire 48.875.507, l’asse ereditario al netto delle passività ammontava a Lire 37.728.493, di cui Lire 12.576.165, 1/3 dell’intero come quota disponibile e Lire 25.152.328 quale quota di riserva, pari a 2/3 dell’asse ereditario. Determinava quindi la quota di riserva spettante a ciascun figlio in Lire 2.377.682, mentre le attrici avevano ricevuto solo la quota di Lire 89.685, come quantificate dal c.t.u.. Determinava, poi, in Lire 1.029.472 per ciascuna attrice il valore della lesione che R.U. , R.S. e A.C. avrebbero dovuto reintegrare con pagamento di equivalente in danaro; peraltro, tale importo era compensato con i maggiori crediti maturati da U. e S. , relativamente al pagamento da loro effettuato di debiti della massa ammontanti a Lire 29.103.183. Dichiarava, poi, inammissibile la domanda di riduzione proposta nei confronti della legataria A.C. perché non preceduta dall’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario.
    Proposto appello da R.A. , R.R. e Ri.Ad. si costituivano con comparsa di risposta, R.U. e R.S. resistendo all’appello, di cui chiedevano il rigetto, e proponendo appello incidentale avverso la pronuncia di compensazione delle spese processuali.
    Il giudizio di gravame era riunito a quelli instaurati con i distinti atti di appello proposti da r.m. , in proprio e quale erede di A.C. e del fratello M. , e R.P. , anch’essa in proprio e quale erede della madre e del fratello, A seguito della interruzione del giudizio per il decesso di R. Ugo.F. , il giudizio era riassunto da R.A. , R.R. , D.A.M. , D.A.C. e De.An.Ma. , questi ultimi tre quali eredi di Ri.Ad. , anch’essa nel frattempo deceduta. Si costituivano gli eredi di R.U. , R.B. , R.G. , R.L. , r.m. , R.A. .
    Con sentenza dep. il 21 maggio 2012 la Corte di appello di Genova, in accoglimento degli appelli proposti da R.A. , R.R. , Ri.Ad. , R.P. e r.m. ed in riforma della sentenza gravata, dichiarava che la quota del patrimonio ereditario di cui R.B. poteva disporre ammontava alla data di apertura della successione a Lire 50.207.281; dichiarava che le disposizioni testamentarie del de cuius R.B. a favore dei figli R.S. e R. Ugo.F. nel suo testamento olografo del 9/2/1958 eccedevano la quota disponibile; condannava R.S. e R. Ugo.F. , e per esso i suoi eredi, a reintegrare le quote di riserva delle sorelle lese dalla disposizione testamentaria di cui sopra e, conseguentemente, in solido al pagamento a favore di R.A. , R.R. e Ri.Ad. , e per essa 4i suoi eredi, R.P. e r.m. , al pagamento della somma di 70.132,99, a ciascuna sorella, a titolo di reintegra della quota lesa, nonché 66.616,17 a titolo di frutti;
    I Giudici, nel disattendere le censure sollevate dalle appellanti in relazione alla stima compiuta dal consulente nominato in grado di appello, ritenevano che, con riferimento alla valutazione dell’azienda segheria e delle cave estrattive, era corretto il metodo della devalutazione del valore attuale di mercato tenuto conto delle ragioni indicate con riferimento alle caratteristiche industriali degli immobili, che costituivano componenti dell’azienda inserite in un mercato che non aveva subito nel corso dagli ultimi quaranta anni sostanziali modifiche; d’altra parte, non era stato contestato il metodo di stima adottato neppure dai consulenti dei fratelli Ricci che avevano censurato la valutazione, sostenendo necessario l’abbattimento di valore del 25%; peraltro, erano condivise le argomentazioni dei consulenti di ufficio laddove avevano valutato l’avviamento di tipo positivo dell’azienda.
    Era poi accertata l’esistenza di un errore materiale nella somma dei valori all’apertura della successione stimata dal primo Giudice: nonostante che fosse stato dato atto che concorreva alla formazione dell’asse ereditario la sola nuda proprietà dell’alloggio di via alla Stazione, cespite n. 5, nei calcoli ne era stato di fatto conteggiato il valore della piena proprietà. Pertanto, il valore degli immobili all’apertura della successione era determinato in Lire 155.984.401, pari ad Euro 80.559,22; dunque, la massa ereditaria, al netto delle passività, aveva un valore complessivo di Lire 150.621.843.
    Stimata la quota disponibile in Lire 50.207.281 e quella di riserva in Lire 100.414.562 ed accertato che ai fratelli erano stati legati beni per complessivi Lire 133.594.033, era determinata la lesione di legittima e quindi la somma che i medesimi erano condannati a corrispondere per reintegrarla a favore di ciascuna delle sorelle, a (Lire 9.551.151 – Lire 1.079.758=) 8.471.392 che rivalutata ammontava a Lire 135.796 414, pari a Euro 70.132,99.
    Era accolta la domanda relativa ai frutti, essendo disattesa l’eccezione di novità, formulata da controparte, atteso che la stessa era ricompresa in quella di rendiconto: era determinata nella somma di Lire 128.986.887, pari a Euro 66.616,17, calcolata negli interessi rivalutati anno per anno sul valore dei beni al momento della domanda.
  2. Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione le persone indicate nella intestazione sulla base di sette motivi illustrati da memoria.
    Resistono i controricorrenti indicati nella intestazione.

Motivi della decisione 

1.1. – Il primo motivo denuncia la nullità degli atti del giudizio di appello e della sentenza impugnata per effetto della nullità della notificazione nei confronti di R.S. dell’atto di riassunzione compiuto a seguito della interruzione intervenuta dopo la morte di R.U. , posto che lo stesso era stato notificato presso il domicilio dell’avv. Tolini, quando U. e R.S. , all’udienza del 26 giugno 2008, si erano nuovamente costituiti depositando comparsa con la nomina di nuovo difensore, nella persona di G.G. , presso il quale avevano eletto un nuovo e diverso domicilio.
1.2. – Il motivo è infondato.
Dall’esame degli atti, consentita dalla natura (processuale) del vizio denunciato, risulta che la nomina del nuovo difensore era avvenuta in aggiunta e non in sostituzione del precedente; va considerato che destinatario delle notificazioni (e delle comunicazioni) in corso di causa è il difensore nel domicilio eletto o dichiarato e non la parte. Ne consegue che la notificazione al difensore originariamente nominato e presso il domicilio del medesimo era stata correttamente effettuata, posto che, come si è detto, la nomina avvenuta con la comparsa del 25-62008, dep. all’udienza d(1 successivo 26-6, non aveva comportato né la sostituzione del precedente difensore né alcun mutamento di domicilio.
2.1. – Il secondo motivo denuncia la violazione della cosa giudicata formatasi in ordine all’accertamento compiuto dal tribunale sulla circostanza che, per effetto dei testamenti, l’intero asse ereditario, e quindi anche la azienda e gli immobili della segheria erano gravati dall’usufrutto generale a favore della moglie del de cuius, con la conseguenza che le attribuzioni a favore dei fratelli R. , erano di valore inferiore, in quanto aventi a oggetto la sola nuda proprietà.
2.2. -Il motivo va disatteso.
Deve escludersi la formazione della cosa giudicata invocata dai ricorrenti, posto che l’appello, avendo censurato la consistenza dell’asse ereditario e la determinazione del valore delle quote spettanti ai coeredi, aveva necessariamente devoluto al giudice di appello il riesame e la verifica dei beni che avevano formato oggetto dell’usufrutto costituito dal testatore a favore di A.C. .
3.1. Il terzo motivo denuncia il vizio di motivazione della sentenza impugnata, laddove aveva adottato criteri diversi e non omogenei nella determinazione degli immobili costituenti il patrimonio ereditario.
3.2. Il motivo è infondato.
La sentenza impugnata ha indicato, con percorso argomentativo immune da vizi logici o giuridici, le ragioni in base alle quali è pervenuta – in relazione alle caratteristiche e alle destinazioni- alla determinazione del valore degli immobili sulla base di criteri diversi. In effetti, le critiche formulate dai ricorrenti non sono idonee a scalfire la correttezza e la congruità dell’iter logico giuridico seguito dalla sentenza: le censure lamentate non denunciano un vizio logico della motivazione ma si concretano in argomentazioni volte a sostenere – attraverso una soggettiva ricostruzione della fattispecie concreta – l’erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell’art. 360 n 5 c.p.c., nel testo ratione temporis applicabile, deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che va verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire: in sostanza, ai sensi dell’art. 360 n 5 citato, la (dedotta) erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell’ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione.
4.1. Il quarto motivo denuncia l’omesso esame della questione relativa alla compensazione dei crediti vantati dai danti causa dei ricorrenti, accertata dal tribunale e non specificamente impugnata, relativa ad eccezione ribadita in appello.
4.2 I1 motivo è infondato.

Da un lato, il motivo difetta di autosufficienza laddove non trascrive l’atto di appello in modo da dimostrare che la statuizione del tribunale non fosse stata oggetto di gravame; d’altra parte, la Corte si è implicitamente pronunciata sulla eccezione avendo compiuto la stima delle passività, per cui non è configurabile il difetto di attività del giudice sotto il profilo denunciato anche ai sensi dell’art. 112 c.p.c..
5.1. Il quinto motivo denuncia l’illegittima condanna in via tra loro solidale fra R.U. , e per lui i suoi eredi, e R.S. della obbligazione di reintegrare la quota di legittima, che invece integravano obbligazioni parziarie, erano da porre singolarmente a carico dei convenuti nei limiti delle rispettive attribuzioni lesive della quota di legittima e pro quota fra i rispettivi eredi.
5.2. Il motivo è fondato.

L’azione di riduzione delle disposizioni lesive della quota di legittima ha natura personale, sicché nell’ipotesi in cui il relativo obbligo di restituzione debba essere posto a carico di più persone, su un medesimo bene ad esse donato o attribuito per quote ideali, la riduzione deve operarsi, nei confronti dei vari beneficiari, in misura proporzionale all’entità delle rispettive attribuzioni; pertanto, ciascuno di essi è tenuto a rispondere soltanto nei limiti ed in proporzione del valore di cui si riduce l’attribuzione o la quota a suo tempo conseguita: non è quindi configurabile un obbligo solidale dei soggetti tenuti alla riduzione. Qui occorre chiarire che nei confronti di R.U. e S. non è applicabile il principio di cui all’art. 754 c.c. sulla ripartizione dei debiti del de cuius pro quota, posto che l’obbligo personale di restituzione a loro carico non integra un debito ereditario ma, come si detto, è l’effetto delle disposizioni testamentarie lesive della legittima in loro favore effettuate dal testatore; diversamente deve ritenersi invece per quanto concerne la posizione di coloro che nel corso del giudizio sono subentrati a R.U. , quali eredi del medesimo: peraltro, sarà il giudice di rinvio a dovere verificare se i predetti coeredi abbiano fatto presente tale loro qualità, integrando siffatta dichiarazione gli estremi di una eccezione propria, come anche di recente ribadito da questa Corte (Cass. 6431/2015).
6. Il sesto motivo denuncia che, in violazione dell’art. 345 c.p.c., era stata accolta la domanda di corresponsione dei frutti, dovendosi escludere che La stessa sia compresa in quella di rendiconto.
7. Il settimo motivo denuncia l’erronea condanna al pagamento, a titolo di frutti,degli interessi compensativi atteso che al condividente non assegnatario frutti spettano soltanto all’esito del saldo del rendiconto che nella specie non era mai stato effettuato.
8. Il sesto e il settimo, da trattare congiuntamente per la stretta connessione, sono infondati.
Il precedente di legittimità richiamato dai ricorrenti in materia di scioglimento della comunione appare conferente posto che, a stregua di quanto deciso dalla Corte di appello, nelle specie è stata accolta la domanda di riduzione della quota di legittima, i convenuti sono stati condannati al pagamento della somma necessaria a reintegrarla e su tale importo sono stati poi liquidati gli interessi compensativi a titolo di frutti, posto che la sentenza impugnata non ha emesso alcuna statuizione di divisione. Al riguardo, va quindi ritenuto che la Corte ha fatto corretta applicazione del principio consolidato secondo cui “nel procedimento per la reintegrazione della quota di eredità riservata al legittimario, si deve avere riguardo al momento di apertura della successione per calcolare il valore dell’asse ereditario – mediante la cosiddetta riunione fittizia – stabilire l’esistenza e l’entità della lesione della legittima, nonché determinare il valore dell’integrazione spettante al legittimario leso. Peraltro, qualora tale integrazione venga effettuata mediante conguaglio in denaro, nonostante l’esistenza, nell’asse, beni in natura, trattandosi di credito di valore e non già di valuta essa deve essere adeguata al mutato valore – al momento della decisione giudiziale – del bene a cui il legittimario avrebbe diritto, affinché ne costituisca l’esatto equivalente, dovendo pertanto procedersi alla relativa rivalutazione, sulla base della variazione degli indici ISTAT sul costo della vita, nonché, trattandosi di beni fruttiferi, alla corresponsione dei “frutti” dal legittimario medesimo non percepiti (nel caso, interessi compensativi sulla somma rivalutata), da disporsi a far data dalla domanda.
la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Genova.

P.Q.M. 

Accoglie il quinto motivo del ricorso rigetta gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Genova.

 ates5scritta

Dagli atti di causa – che questa Corte può direttamente prendere in esame, stante il carattere di error in procedendo del vizio denunciato: cfr. Cass. 10 settembre 2012 n. 15071 – risulta che R.L. , nell’adire la Corte d’appello, aveva rivolto alla sentenza del Tribunale critiche precise e pertinenti, sostenendo la tesi che il diritto riservato dall’art. 540 c.c. non compete al coniuge superstite che al momento dell’apertura della successione, a seguito di separazione personale, non abita più in quella che era stata la casa familiare, poiché la norma intende assicurare una continuità di residenza che in tal caso è stata ormai interrotta.
Questo assunto viene ora ribadito da R.L. , che conclude l’illustrazione del motivo posto a base del suo ricorso formulando il quesito: “Se sia conforme al disposto dell’art. 540 c.c. l’attribuzione del diritto di abitazione al coniuge superstite quando lo stesso sia legalmente separato e non più convivente nella casa oggetto della disposizione successoria”.
La questione, in tali precisi termini, è stata affrontata per la prima volta nella giurisprudenza di legittimità, per quanto consta, solo recentissimamente, con Cass. 12 giugno 2014 n. 13407, che l’ha risolta nel senso propugnato da R.L. : si è ritenuto, essenzialmente, che “il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite…, ha ad aggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto era adibito a residenza familiare” e “si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi – vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare”; che “le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo… non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi”, riferendosi “alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella causa coniugale)”; che “la ratio della suddetta disposizione è da rinvenire non tanto nella tutela dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare”, quali “la conservazione della memoria del coniuge scomparso, delle relazioni sociali e degli status simbols goduti durante il matrimonio”; che “l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato”, ma “in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare [fa] venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola”, sicché “l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi”.

 

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 22 ottobre 2014, n. 22456

Svolgimento del processo

Con sentenza del 13 settembre 2004 il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da R.L. , diretta ad ottenere la condanna di suo padre R.E. al pagamento di una indennità per il mancato godimento, da parte dell’attrice, di un appartamento di cui era stata spossessata dal convenuto pur essendone usufruttuaria per la quota di metà, per successione testamentaria alla madre M.M. , deceduta il (omissis) . A tale decisione il giudice di primo grado pervenne osservando che a R.E. – il quale aveva esercitato con esito positivo azione di riduzione delle disposizioni testamentarie della moglie, come legittimario totalmente pretermesso – competeva, a norma degli art. 540 e 548 c.c., il diritto di abitazione sull’immobile in questione, che aveva costituito la casa familiare fino alla separazione personale dei coniugi, intervenuta consensualmente nel giugno 1993.
Impugnata dalla soccombente, la decisione è stata confermata dalla Corte d’appello di Roma, che con sentenza del 4 luglio 2008 ha rigettato il gravame, ritenendo che non fosse stata adeguatamente censurata la pronuncia di primo grado; è stata altresì disattesa, in quanto non proposta con impugnazione incidentale, la domanda dell’appellato di accertamento dell’inclusione, nell’oggetto del suo diritto di abitazione, del box auto di pertinenza dell’appartamento suddetto.
R.L. ha proposto ricorso per cassazione, in base a un motivo. R.E. si è costituito con controricorso, formulando a sua volta un motivo di impugnazione in via incidentale, cui R.L. ha opposto un proprio controricorso. Sono state presentate memorie dall’una e dall’altra parte.

Motivi della decisione

Con il motivo addotto a sostegno del ricorso principale R.L. lamenta che la Corte d’appello, ritenendo che la sentenza di primo grado non fosse stata impugnata adeguatamente sul punto, ha eluso la questione che le era stata posta, invece, in maniera specifica e puntuale: se R.E. fosse titolare del diritto di abitazione sull’appartamento oggetto della controversia, pur se al momento della morte di M.M. l’immobile da oltre cinque anni non era più la loro casa familiare, essendosene il marito allontanato fin dall’epoca della loro separazione.
La censura è fondata.
Dagli atti di causa – che questa Corte può direttamente prendere in esame, stante il carattere di error in procedendo del vizio denunciato: cfr. Cass. 10 settembre 2012 n. 15071 – risulta che R.L. , nell’adire la Corte d’appello, aveva rivolto alla sentenza del Tribunale critiche precise e pertinenti, sostenendo la tesi che il diritto riservato dall’art. 540 c.c. non compete al coniuge superstite che al momento dell’apertura della successione, a seguito di separazione personale, non abita più in quella che era stata la casa familiare, poiché la norma intende assicurare una continuità di residenza che in tal caso è stata ormai interrotta.
Questo assunto viene ora ribadito da R.L. , che conclude l’illustrazione del motivo posto a base del suo ricorso formulando il quesito: “Se sia conforme al disposto dell’art. 540 c.c. l’attribuzione del diritto di abitazione al coniuge superstite quando lo stesso sia legalmente separato e non più convivente nella casa oggetto della disposizione successoria”.
La questione, in tali precisi termini, è stata affrontata per la prima volta nella giurisprudenza di legittimità, per quanto consta, solo recentissimamente, con Cass. 12 giugno 2014 n. 13407, che l’ha risolta nel senso propugnato da R.L. : si è ritenuto, essenzialmente, che “il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite…, ha ad aggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto era adibito a residenza familiare” e “si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi – vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare”; che “le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo… non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi”, riferendosi “alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella causa coniugale)”; che “la ratio della suddetta disposizione è da rinvenire non tanto nella tutela dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare”, quali “la conservazione della memoria del coniuge scomparso, delle relazioni sociali e degli status simbols goduti durante il matrimonio”; che “l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato”, ma “in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare [fa] venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola”, sicché “l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi”.
Alla luce di questi principi – dai quali non vi è ragione di discostarsi, stante la loro coerenza con la lettera e lo scopo della norma da cui sono stati tratti – il ricorso principale deve essere accolto.
Ne consegue altresì, per le stesse assorbenti ragioni, il rigetto del ricorso incidentale, con il quale R.E. si duole del mancato accoglimento della propria domanda di accertamento dell’inclusione, nell’oggetto del preteso suo diritto di abitazione nell’appartamento in questione, del box auto di pertinenza.
Accolto pertanto il ricorso principale e rigettato l’incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice, che si designa in una diversa sezione della Corte d’appello di Roma, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso principale; rigetta l’incidentale; cassa la sentenza impugnata; rinvia la causa ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

 

Nel negare, conseguentemente, all’attrice il diritto di abitazione sull’immobile in questione e il diritto d’uso sui relativi mobili, il giudice del gravame ha fatto corretta applicazione degli enunciati principi di diritto.
Ove si consideri, infatti, che la separazione consensuale tra i coniugi è intervenuta nel XXXX, ben cinque anni prima del decesso di Co.An. (XXXXXXXX), appare evidente che, dato il tempo trascorso, l’appartamento in questione aveva perso ogni collegamento con l’originaria destinazione a “residenza familiare”.
2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 99 e 112 cpc, nonché la mancanza di motivazione, in ordine alla richiesta di sommatoria tra i valori corrispondenti alla quota di legittima ad essa spettante e quelli afferenti il legato ex lege di cui all’art. 540 secondo comma c.c..
Il motivo è infondato, essendosi la Corte di Appello pronunciata sulla domanda attrice, negando, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, il riconoscimento in favore della R. dell’invocato diritto di abitazione sulla casa già adibita a residenza coniugale.
3) Con il terzo motivo la ricorrente si duole della violazione dell’art. 91 cpc, in relazione alla disposta compensazione delle spese nella misura di 1/4, in ragione della ritenuta soccombenza dell’attrice sul diritto di abitazione. Deduce che, una volta riconosciuto il diritto di abitazione della R. , le spese devono essere poste integralmente a carico dei convenuti.
Il motivo rimane assorbito dal rigetto del primo, stante l’acclarata insussistenza del diritto di abitazione reclamato dalla ricorrente.
4) Con l’unico motivo i ricorrenti incidentali lamentano “la falsa applicazione dell’art. 360 co 1 n. 3 e 4 cpc”. Deducono, in particolare, che, poiché la Corte di Cassazione non aveva emesso alcun principio di diritto vincolante per il giudice del rinvio, questo era tenuto unicamente a riesaminare i fatti oggetto di discussione ai fini di un nuovo apprezzamento complessivo. Rilevano, inoltre, che le presunzioni non costituiscono elementi sufficienti a provare il carattere simulatorio dell’atto pubblico.
Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una serie di generiche e astratte petizioni di principio, senza individuare i punti della sentenza impugnata che si assumono essere in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie, peraltro nemmeno indicate, né spiegare, in concreto, le ragioni degli addebiti mossi.
Si rammenta, al riguardo, che il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata; il che comporta la necessità dell’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e dell’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione (tra le tante v. 25-9-2009 n. 20652; 6-6-2006 n. 13259; Cass. 23-7-2004 n. 13830; Cass. 11-6-2003 n. 9371).
5) Per le ragioni esposte il ricorso principale va rigettato, mentre quello incidentale va dichiarato inammissibile.
La soccombenza reciproca delle parti giustifica la totale compensazione delle spese dalle stesse sostenute nel presente giudizio di legittimità.

ATESTAMENTOACAUSEARISOLVO3aproblema soluzione

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 12 giugno 2014, n. 13407

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 28-7-1993 R.M.L. , quale erede con beneficio di inventario del marito Co.An. , da cui si era separata consensualmente nel 1988, conveniva dinanzi al Tribunale di Marsala L.P.G. , C.A. , P.G. e P.R. , gli ultimi due quali eredi di C.M. , esponendo che con due atti pubblici del 4-2-1991 il de cuius, per vanificare i diritti successori della moglie, aveva apparentemente trasferito a L.P.G. e C.A. , a titolo oneroso, ma in realtà gratuitamente, un fabbricato in nuda proprietà ed alcuni appezzamenti di terreno, e con atto in data 2-8-1991 aveva venduto simulatamene alla nipote C.M. un ulteriore immobile. L’attrice chiedeva, conseguentemente, previo sequestro dei beni in questione, la dichiarazione di nullità ed inefficacia dei predetti rogiti, e l’affermazione del suo diritto alla porzione di sua pertinenza.
L.P.G. e C.A. si costituivano contestando la fondatezza della domanda e chiedendo la condanna della R. al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 96 cpc e dell’art. 1226 c.c..
Nel corso del giudizio l’attrice dichiarava di rinunciare alla domanda nei confronti degli eredi di C.M. , essendo intercorsa tra le parti una transazione.
Con sentenza in data 6-2-2004 il Tribunale rigettava la domanda proposta dall’attrice, condannando quest’ultima al risarcimento dei danni subiti dai convenuti in conseguenza dell’esecuzione del sequestro dei beni autorizzato in corsi di causa.
A seguito di gravame proposto dalla R. , con sentenza in data 19-2-2008 la Corte di Appello di Palermo riformava parzialmente la decisione di primo grado, escludendo la condanna dell’attrice al risarcimento dei danni, ma confermando il rigetto delle sue domande.
La R. proponeva ricorso per cassazione avverso la predetta pronuncia, sulla base di quattro motivi.
Con sentenza in data 7-9-2009 la Corte di Cassazione accoglieva il primo motivo, con il quale l’attrice aveva lamentato che erroneamente la Corte di Appello aveva ritenuto che non fosse stata esercitata, già in primo grado, l’azione di reintegrazione nella legittima, con conseguente impossibilità di dimostrare mediante prove testimoniali e presuntive la simulazione degli atti di disposizione compiuti dal de cuius. Il giudice di legittimità osservava che la Corte territoriale non aveva tenuto conto delle conclusioni formulate nell’atto introduttivo del giudizio, con le quali l’attrice, facendo valere il proprio diritto alla quota di metà del patrimonio ereditario spettantele come legittimaria, aveva espressamente chiesto, previo accertamento del carattere gratuito delle alienazioni del 4-2-1991, la loro “riduzione fino alla quota stessa”; istanza poi ribadita nelle conclusioni finali e nell’atto di appello. La Corte di Cassazione dichiarava assorbiti gli altri motivi di ricorso, con i quali, in particolare, per quanto qui ancora rileva, la R. aveva lamentato il mancato riconoscimento del diritto di abitazione della casa coniugale, spettante alla vedova del defunto come legittimaria.
Con atto di citazione ex art. 392 c.p.c. la R. provvedeva alla riassunzione del giudizio.
Con sentenza in data 21-8-2002 la Corte di Appello di Palermo, pronunciando in sede di rinvio, in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava che l’atto pubblico di vendita per notaio Marino del 4-2-1991 rep. 87180 dissimulava una donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G. , nullo per difetto di forma, per violazione dell’art. 48 della legge n. 89/1913; dichiarava che l’atto pubblico di cessione onerosa per notaio Marino del 4-2-1991 rep. N. 87179 dissimulava un contratto di donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G. ; disponeva reintegrarsi la quota di legittima spettante all’attrice sull’eredità relitta di Co.An. , deceduto il 3-4-1993, mediante l’attribuzione in favore della stessa dei beni elencati nel dispositivo e con condanna dei convenuti, in solido, al pagamento in favore della R. della somma di Euro 12.968,04. La Corte territoriale, al contrario, disattendeva le censure mosse dall’appellante avverso il capo della sentenza di primo grado che aveva negato alla R. il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. sulla casa già adibita ad abitazione coniugale e il diritto d’uso sui relativi mobili.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso R.M.L. , sulla base di tre motivi.
L.P.G. e C.A. hanno resistito con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale, affidato ad un unico motivo.
La ricorrente principale ha resistito al ricorso incidentale con controricorso e successivamente ha depositato una memoria difensiva ex art. 378 cpc.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione degli artt. 540 primo comma, 548 primo comma e 560 c.c., 157 e 158 c.c., 707. 708 e 711 c.c., nonché la mancanza e contraddittorietà della motivazione. Sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, alla R. , quale coniuge separata senza addebito, spettava il diritto di abitazione sulla casa già adibita a casa coniugale e nella quale il de cuius aveva continuato ad abitare fino alla morte, non rilevando, in contrario, il fatto che, a seguito della separazione, l’attrice si fosse trasferita altrove.
Il motivo è infondato.
Deve premettersi che, ai sensi dell’art. 540 c.c., al coniuge è riservata, a titolo di legittima, una quota pari alla metà del patrimonio dell’altro, salve le disposizioni dettate in caso di concorso con i figli dal successivo art. 542 c.c., il quale prevede in favore del coniuge la riserva della quota di un terzo, in caso di un solo figlio, e di un quarto in caso di più figli. In ogni caso, ai sensi del secondo comma dello stesso art. 540 c.c., al coniuge superstite sono riservati il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.
Questa Corte ha già avuto modo di precisare che il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite (art. 540 cod. civ., comma 2), ha ad oggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto era adibito a residenza familiare. Poiché, dunque, l’oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi- vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare (Cass. 14-3-2012 n. 4088).
E invero, le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo, cit. (“…diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano….”) non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi. Il diritto de quo (introdotto con la riforma di cui alla legge 19 maggio 1975 n.151), che spetta per legge al coniuge superstite ex lege, sorge chiaramente in esclusivo riferimento alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale). Il contenuto del diritto in discorso viene poi completato dal diritto di uso sui mobili che corredano la casa coniugale, dove il corredare sta univocamente a significare che si riferisce alla destinazione in atto dei mobili di arredamento (Cass. 27-2-1998 n. 2159).
Secondo l’opinione prevalente, la ratio della suddetta normativa è da rinvenire nella tutela non tanto dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare.
In proposito, è stato autorevolmente rilevato che oggetto della tutela dell’art. 540, secondo comma, c.c., non è il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via n indiretta ed eventuale), ma altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro, dell’art. 1022 c.c., che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore (Corte Cost. n. 310/1989).
Fatte queste puntualizzazioni riguardo alla matura ed all’ampiezza del diritto di abitazione previsto dal citato art. 540 c.c., si rileva che l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato.
La formulazione di tale ultima norma lascerebbe intendere, a una prima lettura, che anche in favore del coniuge separato senza addebito debbano riconoscersi i diritti di abitazione e di uso di cui al secondo comma dell’art. 540 c.c..
In conformità del prevalente orientamento della dottrina, tuttavia, deve ritenersi che, in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.
Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d’uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l’immobile concretamente utilizzato prima della morte del “de cuius” come residenza familiare, è evidente che l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.
Nella ipotesi considerata, pertanto, essendo venuto meno il collegamento con l’originaria destinazione della casa di abitazione a “residenza familiare”, non può che ritenersi che il coniuge superstite perda i diritti in questione.
Nella specie, la Corte di Appello ha accertato, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, che, al momento del decesso di Co.An. , la R. non occupava più la casa a suo tempo adibita ad abitazione familiare, avendo trasferito altrove la propria residenza da alcuni anni, nell’ambito di accordi miranti a pervenire ad una separazione consensuale.
Nel negare, conseguentemente, all’attrice il diritto di abitazione sull’immobile in questione e il diritto d’uso sui relativi mobili, il giudice del gravame ha fatto corretta applicazione degli enunciati principi di diritto.
Ove si consideri, infatti, che la separazione consensuale tra i coniugi è intervenuta nel XXXX, ben cinque anni prima del decesso di Co.An. (XXXXXXXX), appare evidente che, dato il tempo trascorso, l’appartamento in questione aveva perso ogni collegamento con l’originaria destinazione a “residenza familiare”.
2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 99 e 112 cpc, nonché la mancanza di motivazione, in ordine alla richiesta di sommatoria tra i valori corrispondenti alla quota di legittima ad essa spettante e quelli afferenti il legato ex lege di cui all’art. 540 secondo comma c.c..
Il motivo è infondato, essendosi la Corte di Appello pronunciata sulla domanda attrice, negando, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, il riconoscimento in favore della R. dell’invocato diritto di abitazione sulla casa già adibita a residenza coniugale.
3) Con il terzo motivo la ricorrente si duole della violazione dell’art. 91 cpc, in relazione alla disposta compensazione delle spese nella misura di 1/4, in ragione della ritenuta soccombenza dell’attrice sul diritto di abitazione. Deduce che, una volta riconosciuto il diritto di abitazione della R. , le spese devono essere poste integralmente a carico dei convenuti.
Il motivo rimane assorbito dal rigetto del primo, stante l’acclarata insussistenza del diritto di abitazione reclamato dalla ricorrente.
4) Con l’unico motivo i ricorrenti incidentali lamentano “la falsa applicazione dell’art. 360 co 1 n. 3 e 4 cpc”. Deducono, in particolare, che, poiché la Corte di Cassazione non aveva emesso alcun principio di diritto vincolante per il giudice del rinvio, questo era tenuto unicamente a riesaminare i fatti oggetto di discussione ai fini di un nuovo apprezzamento complessivo. Rilevano, inoltre, che le presunzioni non costituiscono elementi sufficienti a provare il carattere simulatorio dell’atto pubblico.
Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una serie di generiche e astratte petizioni di principio, senza individuare i punti della sentenza impugnata che si assumono essere in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie, peraltro nemmeno indicate, né spiegare, in concreto, le ragioni degli addebiti mossi.
Si rammenta, al riguardo, che il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata; il che comporta la necessità dell’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e dell’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione (tra le tante v. 25-9-2009 n. 20652; 6-6-2006 n. 13259; Cass. 23-7-2004 n. 13830; Cass. 11-6-2003 n. 9371).
5) Per le ragioni esposte il ricorso principale va rigettato, mentre quello incidentale va dichiarato inammissibile.
La soccombenza reciproca delle parti giustifica la totale compensazione delle spese dalle stesse sostenute nel presente giudizio di legittimità.

P.Q.M. 

La Corte rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile quello incidentale e compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità.

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Si contesta, inoltre, l’inesattezza oltre che l’irrilevanza del richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, al patrimonio che il de cuius Ca.An. aveva acquisito per successione alla madre, posto che non vi era prova dell’esistenza di tale patrimonio, e, comunque, le sigg.re C. non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità paterna.

In ossequio al disposto dell’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis, le ricorrenti hanno formulato il quesito di diritto nei seguenti termini: “se, nell’ipotesi di azione di riduzione delle donazioni eseguite in favore di terzo non erede, proposta da legittimario pretermesso, nella successione aperta ha intestato, costui, impugnando tutti gli attui con cui il defunto si è spogliato dell’intero patrimonio, non ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 564 cod. civ., di avere accettato l’eredità con beneficio d’inventario: onere che, invece, grava sull’erede pretermesso, sicché solo il terzo donatario ha l’obbligo di provare la sussistenza, oltre quelli donati, di beni di cui avrebbe beneficiato il legittimario pretermesso”.
1.2. – La doglianza è infondata.
Va osservato preliminarmente che sono prospettate due censure ma non è chiarita la portata del vizio di motivazione, né vi è il necessario momento di sintesi, sicché il motivo è in parte inammissibile.
Limitando l’esame alla censura di violazione di legge, dal quesito di diritto emerge che le ricorrenti assumono di aver agito in qualità di legittimarle pretermesse nei confronti della donataria I. , e rilevano che il de cuius si sarebbe spogliato dell’intero patrimonio con gli atti oggetto di impugnazione nel presente giudizio.
Le ricorrenti in tal modo postulano l’esistenza di un fatto, e cioè che il de cuius si fosse spogliato di tutti i suoi beni con atti di disposizione inter vivos, che non è stato oggetto di valutazione dal parte del giudice d’appello, perché non allegato.
La Corte distrettuale, infatti, dopo aver riepilogato le condizioni previste dall’art. 564 cod. civ. per l’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti di terzo non erede, ha evidenziato che le sigg.re C. avevano agito affermando che gli atti da esse impugnati dovevano ritenersi in frode alla quota che la legge riserva ai legittimari, ma non avevano specificato se alla morte del genitore si fosse aperta una successione testamentaria o legittima, e soltanto all’udienza del 7 novembre 1994, il loro difensore aveva dichiarato che esse non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre “da questi alienata con vendite simulate e

 

ATESTAMENTOACAUSEARISOLVO3aproblema soluzione

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 30 maggio 2014, n. 12221

Ritenuto in fatto

  1. – È impugnata la sentenza della Corte d’appello di Messina, depositata l’8 febbraio 2008, che ha riformato, limitatamente al capo riguardante le spese di lite, la sentenza del Tribunale di Messina di rigetto della domanda proposta da C.A. e L. nei confronti di I.M. .
    1.1. – Nel 1992 le sigg.re C. avevano convenuto in giudizio I.M. perché fosse accertata la simulazione di atti compiuti dal genitore, Ca.An. , in favore di costei, nel periodo di convivenza che aveva preceduto il matrimonio civile, celebrato nel 1972, tra lo stesso C. e la s ig.ra I. .
    La prospettata simulazione aveva ad oggetto un atto di vendita di immobile, che in realtà celava una donazione, e due atti di acquisto di immobili, che sarebbero stati effettuati con denaro del sig. C. . Tali atti, secondo le attrici, costituivano altrettante donazioni indirette, lesive della quota riservata per legge ai legittimari, e pertanto esse avevano chiesto l’attribuzione della quota di riserva sui cespiti indicati, previa riunione fittizia dell’asse, e la condanna della convenuta alla reintegra e al rendiconto.
    La sig.ra I. si era costituita per resistere alle domande delle attrici, aveva eccepito l’inammissibilità e improponibilità della domanda, sul rilievo che le attrici non avevano accettato l’eredità con beneficio d’inventario.
    In via riconvenzionale, la convenuta aveva chiesto la condanna delle attrici, in qualità di eredi di Ca.An. , al risarcimento dei danni che costui aveva arrecato alla proprietà di (omissis) nel periodo di esercizio dell’usufrutto che la stessa I. gli aveva donato, nonché la revoca ex tunc della donazione di usufrutto di immobile, in ragione della grave ingiuria commessa ai suoi danni dal C. , con il manoscritto prodotto dalle attrici, e infine la condanna di queste ultime a restituire le rendite percepite dal loro dante causa, durante l’usufrutto, maggiorate di interessi e rivalutazione monetaria.
    Il Tribunale di Messina aveva dichiarato improponibile ed inammissibile l’azione di simulazione, rilevando che la stessa era in ogni caso prescritta; aveva rigettato le domande riconvenzionali; aveva compensato le spese del giudizio per un quinto, ponendo i restanti quattro quinti a carico delle attrici.
    1.3. – Le sigg.re C. proponevano appello, chiedendo l’accoglimento delle domande; la sig.ra I. si costituiva e proponeva a sua volta appello incidentale, per l’accoglimento delle domande riconvenzionali.
    2. – La Corte d’appello di Messina confermava la decisione del primo giudice, riformando il solo capo della sentenza che riguardava le spese.
    2.1. – Osservava la Corte d’appello che non sussistevano le condizioni previste dall’art. 564, primo comma, cod. civ. per la proposizione dell’azione di riduzione nei confronti di terzi, tale essendo la sig.ra I. .
    Mancava infatti la prova dell’accettazione dell’eredità di Ca.An. con beneficio d’inventario, né risultava che le attrici fossero state totalmente pretermesse dal testatore, ovvero che il de cuius si fosse spogliato in vita di tutto il patrimonio, con donazioni. In proposito, la Corte d’appello rilevava che soltanto all’udienza del 7 novembre 1994 il difensore delle attrici C. aveva dichiarato che non era stato compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre, e, inoltre, che dai documenti prodotti emergeva che il defunto Ca.An. aveva ricevuto beni in eredità sia dal padre, nel 1964, sia dalla madre, nel 1981, e che non risultavano atti di disposizione del patrimonio di questi, quanto meno dopo l’apertura della successione della madre.
    2.1. – La Corte d’appello riteneva priva di fondamento l’azione di nullità delle donazioni dissimulate, proposta dalle sigg.re C. in alternativa all’azione di riduzione. Sussistevano, infatti, i requisiti di forma e di sostanza della donazione, in riferimento alla vendita della nuda proprietà del fondo sito in (omissis) , e, con riguardo agli atti di vendita intercorsi tra la sig.ra I. e soggetti terzi, si doveva considerare che, in quanto donazioni indirette, era sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.
    2.3. – La Corte d’appello dava atto della fondatezza del quarto motivo di appello, con il quale si contestava la dichiarata prescrizione dell’azione di simulazione, evidenziando che lo stesso rimaneva assorbito dal rigetto del primo motivo;
    2.4. – Anche l’appello incidentale era rigettato.
    La Corte distrettuale osservava che non era possibile accertare quali fossero le condizioni del fondo sito in località (omissis) , al momento della costituzione e dell’estinzione dell’usufrutto costituito a favore di Ca.An. dalla sig.ra I. , e dunque mancavano i presupposti per disporre CTU ai fini della quantificazione del lamentato danno.
    Quanto alla revocazione per ingratitudine della donazione dell’usufrutto, difettava l’interesse ad agire, giacché l’usufrutto si era estinto con la morte del sig. C. , avvenuta nel 1987, mentre gli effetti della revocazione avrebbero potuto retroagire fino alla domanda giudiziale, proposta con comparsa di costituzione del 1993.
    Risultava infine inammissibile, in quanto nuova, la domanda di condanna delle attrici in proprio al risarcimento dei danni, per l’ipotesi di non riconducibilità al de cuius dello scritto in assunto ingiurioso.
    3. – Per la cassazione della sentenza d’appello hanno proposto ricorso C.A. e L. , sulla base di due motivi.
    Resiste con controricorso I.M. e propone ricorso incidentale, sulla base di due motivi.
    Le parti hanno depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Considerato in diritto

  1. – Preliminarmente deve essere disposta la riunione dei ricorsi, in quanto connessi.
    Nel merito, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.
    1.1. – Con il primo motivo del ricorso principale, le ricorrenti deducono violazione di legge in riferimento agli artt. 459, 457, 557 e 2697 cod. civ. e vizio di motivazione.
    La Corte d’appello di Messina avrebbe erroneamente applicato le disposizioni in tema di successione dell’erede pretermesso, senza considerare che le sigg.re C. avevano agito in qualità di legittimarie pretermesse, e che pertanto non dovevano provare di aver accettato l’eredità paterna con beneficio d’inventario.
    Si contesta, inoltre, l’inesattezza oltre che l’irrilevanza del richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, al patrimonio che il de cuius Ca.An. aveva acquisito per successione alla madre, posto che non vi era prova dell’esistenza di tale patrimonio, e, comunque, le sigg.re C. non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità paterna.
    In ossequio al disposto dell’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis, le ricorrenti hanno formulato il quesito di diritto nei seguenti termini: “se, nell’ipotesi di azione di riduzione delle donazioni eseguite in favore di terzo non erede, proposta da legittimario pretermesso, nella successione aperta ha intestato, costui, impugnando tutti gli attui con cui il defunto si è spogliato dell’intero patrimonio, non ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 564 cod. civ., di avere accettato l’eredità con beneficio d’inventario: onere che, invece, grava sull’erede pretermesso, sicché solo il terzo donatario ha l’obbligo di provare la sussistenza, oltre quelli donati, di beni di cui avrebbe beneficiato il legittimario pretermesso”.
    1.2. – La doglianza è infondata.
    Va osservato preliminarmente che sono prospettate due censure ma non è chiarita la portata del vizio di motivazione, né vi è il necessario momento di sintesi, sicché il motivo è in parte inammissibile.
    Limitando l’esame alla censura di violazione di legge, dal quesito di diritto emerge che le ricorrenti assumono di aver agito in qualità di legittimarle pretermesse nei confronti della donataria I. , e rilevano che il de cuius si sarebbe spogliato dell’intero patrimonio con gli atti oggetto di impugnazione nel presente giudizio.
    Le ricorrenti in tal modo postulano l’esistenza di un fatto, e cioè che il de cuius si fosse spogliato di tutti i suoi beni con atti di disposizione inter vivos, che non è stato oggetto di valutazione dal parte del giudice d’appello, perché non allegato.
    La Corte distrettuale, infatti, dopo aver riepilogato le condizioni previste dall’art. 564 cod. civ. per l’esercizio dell’azione di riduzione nei confronti di terzo non erede, ha evidenziato che le sigg.re C. avevano agito affermando che gli atti da esse impugnati dovevano ritenersi in frode alla quota che la legge riserva ai legittimari, ma non avevano specificato se alla morte del genitore si fosse aperta una successione testamentaria o legittima, e soltanto all’udienza del 7 novembre 1994, il loro difensore aveva dichiarato che esse non avevano compiuto alcun atto di accettazione dell’eredità del padre “da questi alienata con vendite simulate e donazioni”.
    1.3. – Occorre richiamare brevemente la giurisprudenza di questa Corte sul tema.
    La totale pretermissione del legittimario si può avere sia nella successione testamentaria, sia nella successione ab intestato. Il legittimario può dirsi pretermesso nella successione testamentaria quando il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri. In tal caso, ai sensi dell’art. 457, secondo comma, cod. civ., il legittimario non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti. Nella successione ab intestato, la pretermissione si verifica qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, sicché, stante l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce. A ciò consegue che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria sia in quella ab intestato, il quale impugni per simulazione un atto compiuto dal de cuius a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario (Cass., sezione II, sentenza n. 16635 del 2013).
    1.4. – Nel caso in esame, pur dovendosi rilevare che la Corte d’appello ha erroneamente definito le sigg.re C. eredi ab intestato pretermesse, il ragionamento svolto dalla predetta Corte rimane valido, poiché il fatto presupposto dell’assenza di beni relitti dal de cuius non è stato allegato né provato, mentre sussistevano, secondo la stessa Corte, elementi di segno contrario, in quanto dalla documentazione versata in atti dalle attrici/appellanti emergeva una consistenza patrimoniale del de cuius, quanto meno per successione alla madre deceduta nel 1981, che rendeva dubbia l’assenza di beni relitti al momento del decesso del sig. C. , avvenuto nel (…).
    2. – Con il secondo motivo, le ricorrenti deducono la violazione degli artt. 557, 564 e 2697 cod. civ., nonché degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ..
    Si contesta che la Corte d’appello avrebbe escluso la qualità di legittimarie pretermesse in capo alle sigg.re C. facendo riferimento generico a presunti documenti, prodotti dalle medesime, dai quali emergerebbe la sussistenza del patrimonio del de cuius, proveniente dalla successione alla madre, avvenuta nel 1981, in assenza di prova di ulteriori atti di disposizione.
    2.1. – La doglianza è infondata.
    Richiamato quanto detto in precedenza, si deve ribadire che la ratio decidendi su cui poggia la decisione della Corte d’appello è la carenza di prova in ordine alla totale pretermissione delle ricorrenti. Rispetto a tale ratio, il rilievo del fatto storico della successione, nel 1981, del sig. C. alla madre assume funzione rafforzativa, ed è quindi argomento ad abundantiam, la cui eventuale incongruità ovvero genericità non avrebbe ricadute sulla decisione impugnata.
    3. – Con il primo motivo del ricorso incidentale è dedotto vizio di motivazione, anche in violazione degli artt. 112 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ., in riferimento alla mancata ammissione della CTU finalizzata a quantificare i danni richiesti in via riconvenzionale per il deterioramento del fondo di proprietà I. , nel periodo in cui il sig. C. aveva esercitato l’usufrutto.
    Sulla premessa che la consulenza tecnica era, nella specie, l’unico mezzo idoneo a supportare la decisione sulla domanda risarcitoria, la ricorrente incidentale ritiene insufficiente e contraddittoria la motivazione, espressa dalla Corte d’appello, secondo cui la mancanza di prove sulle condizioni del fondo prima e dopo l’esercizio dell’usufrutto rendeva inutile ogni accertamento. La Corte d’appello aveva trascurato di considerare che la scienza agraria è in condizione di accertare, anche a distanza di tempo, lo stato dei terreni, al momento della riserva di usufrutto e alla data di estinzione dello stesso.
    3.1. – La doglianza è infondata.
    Prescindendo dal rilievo che il motivo è carente del momento di sintesi, va osservato che la Corte d’appello ha motivato adeguatamente sulla inutilità di disporre la consulenza tecnica d’ufficio ai fini della prova del danno da deterioramento del fondo, senza che fossero state provate le condizioni del fondo stesso al momento della costituzione e a quello dell’estinzione dell’usufrutto.
    4. – Con il secondo motivo, la ricorrente incidentale deduce vizio di motivazione in riferimento alla statuizione sulla compensazione delle spese processuali, anche in violazione degli artt. 112 e 92 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ..
    Si contesta che la ritenuta reciproca soccombenza delle parti, con cui la Corte d’appello ha disposto, in riforma della sentenza di primo grado, la compensazione integrale delle spese di entrambi i gradi del giudizio, sarebbe argomento viziato da illogicità, nonché da omessa, contraddittoria e carente motivazione.
    Secondo la ricorrente, infatti, il principio della soccombenza reciproca sarebbe stato inapplicabile se la Corte d’appello avesse disposto la CTU richiesta dalla stessa parte, e da ciò discenderebbe il denunciato vizio.
    4.1. – La doglianza è all’evidenza infondata.
    La Corte d’appello ha motivato adeguatamente l’applicazione delle regole in tema di regolamento delle spese processuali, che consentono la compensazione integrale a fronte della soccombenza reciproca.
    6. – In applicazione del medesimo principio, sono compensate tra le parti le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta entrambi e dichiara compensate le spese del giudizio di cassazione.

 

ATESTAMENTOACAUSEARISOLVO3aproblema soluzione

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II

SENTENZA 7 marzo 2016, n. 4445

Ritenuto in fatto

R.M. convenne in giudizio C.F. e C.M. , figli di prime nozze del suo defunto marito C.G. , esponendo che il de cuius, con testamento, aveva nominato unici suoi eredi universali i convenuti, già destinatari di donazioni e di liberalità da parte del padre in vita, e aveva invece pretermesso essa attrice; chiese, pertanto, previa riunione fittizia del relictum e del donatum, la riduzione delle disposizioni testamentarie del de cuius eccedenti la quota disponibile e la reintegrazione di essa attrice nella quota di riserva di sua spettanza, con la condanna dei convenuti alla restituzione di quanto illegittimamente ricevuto e alla corresponsione della quota dei frutti ad essa spettante.
Nella resistenza dei convenuti, il Tribunale di Firenze, con sentenza non definitiva, dichiarò che, ai fini dell’accertamento della quota disponibile dell’eredità del defunto, dovevano essere considerate le donazioni effettuate in favore di entrambi i figli con atto pubblico del 16.6.1989, nonché – per quanto riguarda l’attrice R.M. – le donazioni effettuate dal de cuius in favore della stessa con atto pubblico in data 5.11.1985, l’immobile di cui all’atto del 6.3.1992 e l’autovettura Honda Civic dalla medesima posseduta, al valore che essa aveva nel momento dell’apertura della successione; determinò in euro 15 mila il debito della massa; rinviò per il prosieguo della causa, ai fini della determinazione del relictum relativo ai depositi e conti correnti bancari del de cuius.
2. – Sul gravame proposto da C.F. e C.M. , la Corte di Appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza impugnata, statuì che, ai fini della determinazione della quota disponibile, doveva essere considerata anche la donazione indiretta di 20 milioni di lire, effettuata dal de cuius in favore di R.M. al momento dell’acquisto della società Eurocasa s.n.c. da parte della stessa e del socio L.S. .
3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono C.F. e C.M. sulla base di un unico motivo.
Resiste con controricorso R.M. .
I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto

1.- Con l’unico motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 556 cod. civ., per avere i giudici di merito computato, ai fini della determinazione della quota disponibile dell’eredità del defunto, tutti i beni donati in vita dal de cuius e, in particolare, non solo quelli successivi al sorgere – col matrimonio – della qualità di erede legittimaria in capo alla convenuta R.M. , ma anche quelli precedenti tale momento. Ciò, a dire dei ricorrenti, sarebbe contrario alla ratio dell’art. 556 cod. civ., interpretato in rapporto alle altre norme di diritto successorio, perché sarebbe del tutto irrazionale – finendo col confliggere col principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. – equiparare il coniuge, la cui qualità di legittimario sorge dall’aver contratto un valido matrimonio, a quella dei figli, la cui qualità di legittimari è invece connaturata alla loro esistenza ed ha maggiore tutela nella legge, la quale solo nel caso di sopravvenienza di figli (e non nel caso di sopravvenienza del coniuge) prevede – all’art. 803 cod. civ. – la possibilità per il donante di revocare le donazioni.

La censura non è fondata.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in materia di successione necessaria, ai fini della determinazione della porzione disponibile e delle quote riservate ai legittimari, occorre avere riguardo alla massa costituita da tutti i beni che appartenevano al de cuius al momento della morte – al netto dei debiti – maggiorata del valore dei beni donati in vita dal defunto, senza che possa distinguersi tra donazioni anteriori o posteriori al sorgere del rapporto da cui deriva la qualità di legittimario (Sez. 2, Sentenza n. 1373 del 20/01/2009, Rv. 606117; Sez. 2, Sentenza n. 1122 del 23/02/1982, Rv. 419000).

L’equiparazione delle donazioni anteriori al sorgere del rapporto da cui deriva la qualità di legittimario a quelle posteriori risponde alla ratio della riunione fittizia che ha lo scopo di determinare la quota della quale il defunto poteva disporre e, correlativamente, la quota di riserva spettante al legittimario.

Non diversa, ai fini della determinazione della quota di riserva (art. 556 cod. civ.), è la posizione del coniuge rispetto a quella dei figli. E invero, come il figlio sopravvenuto può chiedere la riduzione di tutte le donazioni compiute in vita dal padre, anche di quelle compiute prima della sua nascita in favore della madre o di altro coniuge ormai non più tale; allo stesso modo il coniuge sopravvenuto rispetto ai figli può chiedere la riduzione di tutte le donazioni compite dal de cuius in favore dei figli, anche di quelle precedenti il matrimonio poste in essere in favore dei figli nati da altro coniuge o nati fuori dal matrimonio.

I ricorrenti osservano che la qualità di legittimario del coniuge non vale per sempre, in quanto essa sorge col matrimonio e dura solo finché dura il matrimonio (non ha la qualità di legittimario il coniuge divorziato, ma neppure – peraltro – il coniuge separato con addebito di colpa).

Può osservarsi, tuttavia, che anche la qualità di legittimari dei figli ha un inizio e può avere una fine.

I figli acquistano la qualità di legittimari con la nascita e la perdono con la morte. Nel caso di premorienza rispetto al genitore, infatti, l’azione di riduzione e di reintegrazione nella legittima non può essere esercitata, salvo che i figli premorti abbiano discendenti o altri soggetti legittimati a subentrare loro per rappresentazione (discendenti dei fratelli e delle sorelle).

E allora, è vero che il vincolo che lega il coniuge al de cuius è diverso dal vincolo che lega i figli al de cuius: nel primo caso, il vincolo dipende al rapporto di coniugio; nel secondo, il vincolo è di sangue. Ma ciò non giustifica un trattamento diverso in ordine alla determinazione della quota di riserva e alla riunione fittizia delle donazioni.

Quanto all’istituto della revocazione delle donazioni per sopravvenienza di figli di cui all’art. 803 cod. civ. e al diverso trattamento che esso riserva ai figli rispetto al coniuge, tale istituto si fonda sulla communis opinio secondo la quale il donante che non aveva o che ignorava di avere figli o discendenti al momento della donazione non avrebbe posto in essere la donazione se avesse saputo della futura sopravvenienza o scoperta di figli o discendenti.

L’istituto trova fondamento nel particolare legame che unisce il genitore ai figli, laddove il genitore ha il dovere di mantenere i figli e di assicurarne l’istruzione e l’educazione per una futura vita consapevole e indipendente (art. 315-bis cod. civ.); ragioni queste che mancano nel matrimonio, fondato su un rapporto paritario tra i coniugi. Tale diversa natura del rapporto genitore-figli rispetto al rapporto tra coniugi giustifica la speciale disciplina della revocazioni delle donazioni ed esclude la comparabilità di quest’ultima con la previsione di cui all’art. 556 cod. civ..

Alla stregua di quanto sopra, trovando logica giustificazione l’equiparazione della posizione del coniuge a quella dei figli relativamente alla riunione fittizia e alla riduzione delle donazioni ai fini della reintegrazione della quota di legittima, risulta manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 556 cod. civ. in relazione all’art. 3 Cost..

– Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con conseguente condanna della parte ricorrente, risultata soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in 4.200,00 (quattromiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

 

  • 1) DOMANDA Quando e dove si apre la successione?

 

Nel  momento della morte nel luogo dell’ultimodomicilio del defunto

  • 2) DOMANDA 

Quanto tempo ho per l’accettazione di eredità?

Il termine è 10 anni dall’apertura della successione

3)DOMANDA Chi è chiamato all’eredità è automaticamente titolare dei beni e diritti della stessa? 

Assolutamente No, in quanto prima deve accettare l’eredità espressamente (si accetta o si assume il titolo di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata) oppure tacitamente (ipotesi più frequente e consistente nel compiere un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare: si pensi alla vendita di un bene ereditario).

RISPOSTE EREDITA’ TESTAMENTO SUCCESSIONE

 

 

4)DOMANDA testamento olografo erede universale cosa vuol dire?RISPOSTA

Vuol dire che il testamento se validi ha designato una persona ered edell’intero patrimonio, attenzione però anche degli eventuali debiti

5)DOMANDA testamento a favore dei nipoti?

 

RISPOSTA Non si puo’ dimenticare gli eredi necessari ad esempio non possiamo fare testamento dell’intero patrimonio a favore di nipoti se abbiamo figli, se lo facciamo per la quota di legittima spettante ai figli il testamento non è valido

 

6)DOMANDA si può escludere un figlio dal testamento?

 

RISPOSTA No al figlio spetta la quota di legittima per legge, il figlio è erede necessario

 

7)DOMANDA erede legittimo escluso dal testamento ?

 

RISPOSTA Puo’ gustamente rivendicare la sua quota, e chiedere quindi che le venga riconosciuta

8)DOMANDA iltestamento può escludere i fratelli ?

 

RISPOSTA I fratelli non sono eredi necessari quindi il testamento puo’ escluderli

 

9)DOMANDA Si puo lasciare in eredità una casa ?

 

 

RISPOSTA : Si puo’

6)Domanda eredità senza testamento come funziona ?

RISPOSTA l’eredità senza testamento porta all’applicazione delle norme del codice civile per l’eredita’ e la sua divisione tra eredi legittimi

 

 

10) DOMANDA anticipo eredità legittima ?

RISPOSTA Non si puo’ non vi è eredità se non muore il de cuius.

Colui che deve fare testamento puo’ fare donazioni in vita ma se ne terrà conto ai fini dell’eredita’

rinunciare all’eredità prima della morte

11) domanda posso chiedere un anticipo sull’eredità?

Risposta la norma generale è l’articolo 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualifica di legatario”. Il legato è soggetto all’azione di riduzione se il testatore non ha rispettato le quote di riserva ( o di legittima), disponendo oltre la quota di legittima, se sussistano ovviamente i legittimari. Diversamente il legato essendo attribuito in via specifica non viene considerato come quota dell’intera eredità.

 

Si ma si intende una donazione e se ne terrà conto nella futura divisione

 

 

12)DOMANDA Eredità soldi in banca cosa fare

 

RISPOSTA In generale, possiamo affermare che hanno diritto ad una quota del conto corrente del defunto glieredi che hanno accettato l’eredità: la rinuncia con beneficio di inventario non è di ostacolo all’eredità delle somme del conto corrente ma lo è la rinuncia pura all’eredità stessa. Quindi, solo colui che ha accettato l’eredità può ottenere la propria quota di conto.

L’erede ha diritto a conoscere dalla banca presso cui il soggetto defunto aveva aperto il conto, l’effettiva giacenza del conto stesso. A tal fine l’erede deve recarsi presso l’istituto di credito e dimostrare la propria qualità di erede a mezzo di atto notorio e l’avvenuto decesso con il certificato di morte. Con tale documentazione, l’erede potrà avere informazioni dalla banca su tutti i conti correnti, i depositi, i libretti di risparmio, le cassette di sicurezza, i finanziamenti in corso e quelli estinti, le azioni e le obbligazioni intestate dal soggetto defunto.

13)DOMANDA Anticipo eredità in denaro?

 

 

RISPOSTA Si mediante una donazione

14)DOMANDA si può escludere un figlio dall’eredità?

 

RISPOSTA No il figlio ha diritto alla quota di leggitim a prevista dalla legge

 

Alla morte di una persona, la legge riserva ad alcuni parenti stretti, per lo più figli e coniuge, una quota del patrimonio del defunto, intendendosi per patrimonio non solo ciò che lascia, ma anche ciò di cui si è spogliato, in vita, per donazione. Nel caso in cui vengano all’eredità, insieme alle due sorelle, anche il coniuge, la quota di legittima sarà di 1/4 per ciascuno, potendo disporre liberamente di 1/4 dell’eredità.

dichiarazione di successione conto corrente

documenti per successionebanca

ereditàconto corrente svuotato

tempibanca per successione

tasse sueredità in denaro

successione conto corrente cointestato

successione conto corrente tasse

dichiarazionedi successione solo denaro

15) DOMANDA impugnare testamento redatto da notaio si puo’

 

RISPOSTA certamente si ,teniamo presente che trattasi di testamento pubblico assai piu’ difficile da rimuovere rispetto a un testamento olografo !!

Il testamento pubblico (art. 603 c.c.) è ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni, con il testatore che dichiara al notaio la propria volontà; volontà che il notaio mette per iscritto, dopo di che darà lettura del testamento ai presenti. Di ciascuna di tali formalità viene fatta menzione nel testamento. Questo deve indicare il luogo, la data del ricevimento e l’ora della sottoscrizione, e dev’essere firmato dal testatore, dai testimoni e dal notaio. Se il testatore non può sottoscrivere, o può farlo solo con grave difficoltà, deve dichiararne la causa e il notaio deve menzionare questa dichiarazione prima della lettura dell’atto.

16)DOMANDA cosa succede se si impugna un testamento ?

 

17)DOMANDA termine per impugnare testamento per lesione di legittima?

 

RISPOSTA Dieci anni dall’apertura successione

 

 

L’azione per ripristinare le quote dei legittimari lesi può essere esperita entro 10 anni dall’apertura della successione.

Dunque per impugnare un testamento per lesione di legittima, gli eredi “legittimari” hanno 10 anni di tempo.

18) DOMANDA impugnare testamento fratello?

 

RISPOSTA Ricordiamo che i fratelli sono eredi legittimi ma non legittimari: in sostanza beneficiano della massa ereditaria solamente se il de cuius muore senza lasciare testamento e se non ci sono altri eredi (coniuge, figli, genitori).

Quindi salvo casi specifici e particolari, gli eredi legittimi non hanno titolo per impugnare il testamento.

19) DOMANDA impugnazione testamento olografo falso come si fa?

 

RISPOSTA La parte che intenda contestare l’autenticità del testamento olografo prodotto in giudizio per far valere posizioni successorie ad esso ricollegabili ha l’onere di proporre la relativa domanda di accertamento negativo circa la provenienza della scrittura testamentaria, a cui è correlato, quindi, alla stregua dei principi generali in materia, anche quello di provarne i fatti dedotti a suo fondamento.

1)Lo studio si occupa di offrire assistenza al cliente che intenda redigere testamento.Consulenza e difesa in materia successoria e delle donazioni ed in particolare in tema di divisione ereditaria e distribuzione del patrimonio, redazione e custodia di testamenti, rinunce e petizioni di eredità, legati, azione di riduzione e lesioni di legittima, accettazioni con beneficio d’inventario, validità e vizi del testamento, donazioni e prescrizione.

20)DOMANDA  calcolo quote ereditarie come si fa?

 

RISPOSTA In base a quanto previsto dal codice civile se non vi è testamento

 

 

 

20)DOMANDA calcolo  quote ereditarie coniuge e due figli

 

 

 

 

21)DOMANDA   l’eredita’ in assenza di testamento va divisa in tre parti uguali

successione senza testamento?

  • RISPOSTA Ecco come vien attribuito agli eredi legittimi il patrimonio del defunto, in assenza di testamento, in base alle norme del Codice Civile.

Coniuge

Tutto

Coniuge più un figlio

Metà al coniuge; metà al figlio

Coniuge e due o più figli

Un terzo al coniuge; due terzi da dividersi in parti uguali tra i figli

Coniuge più fratelli e/o sorelle

Due terzi al coniuge, un terzo da dividersi in parti uguali tra le sorelle e i fratelli germani (entrambi i genitori in comune). In caso di fratelli sia germani, sia unilaterali (un solo genitore in comune), a quelli unilaterali spetta la metà della quota che spetta a ciascuno dei germani

Coniuge più un nipote (figlio di un fratello o di una sorella defunti)

Due terzi al coniuge; un terzo al nipote

Coniuge più entrambi i genitori

Due terzi al coniuge; un sesto al padre, un sesto alla madre

Coniuge più un solo genitore

Due terzi al coniuge; un terzo al genitore

 

22)DOMANDA  successione testamentaria quote come si calcolano

  • RISPOSTA Il testamento deve tener conto e socciager ealle regole degli eredi necessari .
  • quote di eredità di cui il testatore può disporre liberamente. Esse sono le seguenti:
  • Se il testatore era sposato e il coniuge è ancora in vita
  • Se colui che ha fatto testamento era sposato e il coniuge è ancora in vita al momento della sua morte, la quota di eredità disponibile è la seguente:
  • se è rimasto un solo figlio: la quota di eredità disponibile è di un terzo (1/3). Questo perché 1/3 dell’eredità deve andare al coniuge superstite, mentre l’altro terzo al figlio;
  • se è rimasto più di un figlio: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4). Questo perché un quarto (1/4) dell’eredità deve andare al coniuge superstite e un mezzo (1/2) va a finire a tutti i figli che dovranno dividerla in parti uguali tra loro;
  • se non ci sono figli e sono rimasti solo entrambi i genitori o uno solo: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4).
  • Se il testatore non era sposato o il coniuge è già morto
  • Se colui che ha fatto testamento non era sposato oppure il suo coniuge è già morto in precedenza, la quota di eredità disponibile è la seguente:
  • se non ci sono né figli, né genitori o nonni: il testatore è libero di disporre di tutta la propria eredità per come meglio crede, senza cioè dover rispettare alcun legittimario (poiché, difatti, non ce ne sono). Questo significa, ad esempio, che se l’eredità è costituita da un patrimonio di 10mila euro, di questi il testatore è libero di fare ciò che vuole, lasciandoli anche a un’associazione no profit;
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4 23)DOMANDA testamentoa favore di un solo figlio si puo’?
  • RISPOSTA se si hanno piu’ figli ognuno di loro gha diritto alla legittima
  • 24 DOMANDA PER QUALI MOTIVI SI IMPUGNA UN TESTAMENTO?
  • La sentenza che rigetta l’impugnazione del testamento, una volta passata in giudicato, fa stato solo nei confronti delle parti di quel giudizio, ma non è opponibile, in virtù dell’efficacia riflessa del giudicato, ad altro legittimato all’annullamento che abbia successivamente promosso nuovo giudizio per lo stesso motivo (App. Napoli 29/7/1980).Frequente motivo d’impugnazione è captazione, ossia il dolo che si assume essere stato posto in essere per condizionare la volontà del testatore. Per affermare l’esistenza della captazione, che dev’essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta però una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato. L’idoneità dei mezzi de quibus deve però essere valutata, in relazione al testamento, con maggiore larghezza rispetto alla materia contrattuale, e, in ogni caso, con precipuo riferimento all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, in considerazione della particolare natura del negozio testamentario, nonché del fatto che, nell’atto di compierlo, il disponente potrebbe risultare più facile vittima di altrui suggestioni a causa di anormali condizioni di salute o di spirito. (Cass. 14/6/2001, n. 8047).

    Altro motivo d’impugnazione del testamento può essere la sua falsità, per il cui accertamento ci si può giovare del procedimento di verificazione della scrittura privata (art. 216 e segg. c.p.c.). L’espletamento della consulenza grafica in questo tipo di procedimento non osta a che il giudice di merito possa far ricorso ad altre fonti di prova e, in particolare, a presunzioni semplici, desunte, secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, da fatti acquisiti mediante prova testimoniale (Cass. 6/4/1981, n. 1940).

 

 

  • 25 DOMANDA È possibile modificare il proprio testamento nel tempo?

 

 

ASSOLUTAMENTE SI TEORICAMENTE SI PUO’ anche fare un testamento al giorno quello che vale è l’ultimo in ordine di data

 

 

  • 26 Per fare testamento è necessario recarsi da un notaio?

Assolutamete no se il testamento è olografo posso metterlo in banca  o in un cassetto o darlo a persona di mia fiducia il rischio è che un domani non venga fuori e vada disperso

 

LIBRO II – Delle successioni
Titolo I – Disposizioni generali sulle successioni
Capo I – Dell’apertura della successione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità ∙ 456 ∙ 457 ∙ 458 ∙ 459 ∙ 460 ∙ 461
Capo II – Della capacità di succedere ∙ 462
Capo III – Dell’indegnità  ∙ 463 ∙ 464 ∙ 465 ∙ 466
Capo IV – Della rappresentazione ∙ 467 ∙ 468 ∙ 469
Capo V – Dell’accettazione dell’ereditÃ
Sez. I – Disposizioni generali ∙ 470 ∙ 471 ∙ 472 ∙ 473 ∙ 474 ∙ 475 ∙ 476 ∙ 477 ∙ 478 ∙ 479 ∙ 480 ∙ 481 ∙ 482 ∙ 483
Sez. II – Del beneficio d’inventario ∙ 484 ∙ 485 ∙ 486 ∙ 487 ∙ 488 ∙ 489 ∙ 490 ∙ 491 ∙ 492 ∙ 493 ∙ 494 ∙ 495 ∙ 496 ∙ 497 ∙ 498 ∙ 499 ∙ 500 ∙ 501 ∙ 502 ∙ 503 ∙ 504 ∙ 505 ∙ 506 ∙ 507 ∙ 508 ∙ 509 ∙ 510 ∙ 511
Capo VI – Della separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede ∙ 512 ∙ 513 ∙ 514 ∙ 515 ∙ 516 ∙ 517 ∙ 518
Capo VII – Della rinunzia all’eredità ∙ 519 ∙ 520 ∙ 521 ∙ 522 ∙ 523 ∙ 524 ∙ 525 ∙ 526 ∙ 527
Capo VIII – Dell’eredità giacente ∙ 528 ∙ 529 ∙ 530 ∙ 531 ∙ 532
Capo IX – Della petizione di eredità ∙ 533 ∙ 534 ∙ 535
Capo X – Dei legittimari
Sez. I – Dei diritti riservati ai legittimari ∙ 536 ∙ 537 ∙ 538 ∙ 539 ∙ 540 ∙ 541 ∙ 542 ∙ 543 ∙ 544 ∙ 545 ∙ 546 ∙ 547 ∙ 548 ∙ 549 ∙ 550 ∙ 551 ∙ 552
Sez. II – Della reintegrazione della quota riservata ai legittimari ∙ 553 ∙ 554 ∙ 555 ∙ 556 ∙ 557 ∙ 558 ∙ 559 ∙ 560 ∙ 561 ∙ 562 ∙ 563 ∙ 564
Titolo II – Delle successioni legittime ∙ 565
Capo I – Della successione dei parenti ∙ 566 ∙ 567 ∙ 568 ∙ 569 ∙ 570 ∙ 571 ∙ 572 ∙ 573 ∙ 574 ∙ 575 ∙ 576 ∙ 577 ∙ 578 ∙ 579 ∙ 580
Capo II – Della successione del coniuge ∙ 581 ∙ 582 ∙ 583 ∙ 584 ∙ 585
Capo III – Della successione dello Stato ∙ 586
Titolo III – Delle successioni testamentarie
Capo I – Disposizioni generali ∙ 587 ∙ 588 ∙ 589 ∙ 590
Capo II – Della capacità di disporre per testamento ∙ 591
Capo III – Della capacità di ricevere per testamento ∙ 592 ∙ 593 ∙ 594 ∙ 595 ∙ 596 ∙ 597 ∙ 598 ∙ 599 ∙ 600
Capo IV – Della forma dei testamenti
Sez. I – Dei testamenti ordinari ∙ 601 ∙ 602 ∙ 603 ∙ 604 ∙ 605 ∙ 606 ∙ 607 ∙ 608
Sez. II – Dei testamenti speciali ∙ 609 ∙ 610 ∙ 611 ∙ 612 ∙ 613 ∙ 614 ∙ 615 ∙ 616 ∙ 617 ∙ 618 ∙ 619
Sez. III – Della pubblicazione dei testamenti olografi e dei testamenti segreti ∙ 620 ∙ 621 ∙ 622 ∙ 623
Capo V – Dell’istituzione di erede e dei legati
Sez. I – Disposizioni generali ∙ 624 ∙ 625 ∙ 626 ∙ 627 ∙ 628 ∙ 629 ∙ 630 ∙ 631 ∙ 632
Sez. II – Delle disposizioni condizionali, a termine e modali ∙ 633 ∙ 634 ∙ 635 ∙ 636 ∙ 637 ∙ 638 ∙ 639 ∙ 640 ∙ 641 ∙ 642 ∙ 643 ∙ 644 ∙ 645 ∙ 646 ∙ 647 ∙ 648
Sez. III – Dei legati ∙ 649 ∙ 650 ∙ 651 ∙ 652 ∙ 653 ∙ 654 ∙ 655 ∙ 656 ∙ 657 ∙ 658 ∙ 659 ∙ 660 ∙ 661 ∙ 662 ∙ 663 ∙ 664 ∙ 665 ∙ 666 ∙ 667 ∙ 668 ∙ 669 ∙ 670 ∙ 671 ∙ 672 ∙ 673
Sez. IV – Del diritto di accrescimento ∙ 674 ∙ 675 ∙ 676 ∙ 677 ∙ 678
Sez. V – Della revocazione delle disposizioni testamentarie ∙ 679 ∙ 680 ∙ 681 ∙ 682 ∙ 683 ∙ 684 ∙ 685 ∙ 686 ∙ 687
Capo VI – Delle sostituzioni
Sez. I – Della sostituzione ordinaria ∙ 688 ∙ 689 ∙ 690 ∙ 691
Sez. II – Della sostituzione fedecommissaria ∙ 692 ∙ 693 ∙ 694 ∙ 695 ∙ 696 ∙ 697 ∙ 698 ∙ 699
Capo VII – Degli esecutori testamentari ∙ 700 ∙ 701 ∙ 702 ∙ 703 ∙ 704 ∙ 705 ∙ 706 ∙ 707 ∙ 708 ∙ 709 ∙ 710 ∙ 711 ∙ 712
Titolo IV – Della divisione
Capo I – Disposizioni generali ∙ 713 ∙ 714 ∙ 715 ∙ 716 ∙ 717 ∙ 718 ∙ 719 ∙ 720 ∙ 721 ∙ 722 ∙ 723 ∙ 724 ∙ 725 ∙ 726 ∙ 727 ∙ 728 ∙ 729 ∙ 730 ∙ 731 ∙ 732 ∙ 733 ∙ 734 ∙ 735 ∙ 736
Capo II – Della collazione ∙ 737 ∙ 738 ∙ 739 ∙ 740 ∙ 741 ∙ 742 ∙ 743 ∙ 744 ∙ 745 ∙ 746 ∙ 747 ∙ 748 ∙ 749 ∙ 750 ∙ 751
Capo III – Del pagamento dei debiti ∙ 752 ∙ 753 ∙ 754 ∙ 755 ∙ 756
Capo IV – Degli effetti della divisione e della garanzia delle quote ∙ 757 ∙ 758 ∙ 759 ∙ 760
Capo V – Dell’annullamento e della rescissione in materia di divisione ∙ 761 ∙ 762 ∙ 763 ∙ 764 ∙ 765 ∙ 766 ∙ 767 ∙ 768
Capo V Bis – Del patto di famiglia ∙ 768-bis ∙ 768-ter ∙ 768-quater ∙ 768-quinquies ∙ 768-sexies ∙ 768-septies ∙ 768-octies
Titolo V – Delle donazioni
Capo I – Disposizioni generali ∙ 769 ∙ 770 ∙ 771 ∙ 772 ∙ 773
Capo II – Della capacità di disporre e di ricevere per donazione ∙ 774 ∙ 775 ∙ 776 ∙ 777 ∙ 778 ∙ 779 ∙ 780 ∙ 781
Capo III – Della forma e degli effetti della donazione ∙ 782 ∙ 784 ∙ 785 ∙ 786 ∙ 787 ∙ 788 ∙ 789 ∙ 790 ∙ 791 ∙ 792 ∙ 793 ∙ 794 ∙ 795 ∙ 796 ∙ 797 ∙ 798 ∙ 799
Capo IV – Della revocazione delle donazioni ∙ 800 ∙ 801 ∙ 802 ∙ 803 ∙ 804 ∙ 805 ∙ 806 ∙ 807 ∙ 808 ∙ 809

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Avvocato separazioni Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato civilista Bologna , Avvocato matrimonialista Bologna , Avvocato Bologna , Avvocati Bologna , malasanità risarcimento, Testamento olografo, diritto di famiglia avvocato, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento incidente mortale, incidente mortale risarcimento, risarcimento danni incidente mortale, incidente stradale mortale risarcimento danni, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimento danni sinistro stradale mortale, risarcimento danni incidente, risarcimento danni sinistro mortale, incidente stradale risarcimento, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimenti incidenti stradali, morte incidente stradale risarcimento, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento incidente stradale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento incidente mortale tabelle, tabella risarcimento morte incidente stradale, incidenti stradali risarcimento, risarcimento per incidente stradale, risarcimenti danni incidenti stradali, indennizzo morte incidente stradale, sinistri stradali risarcimento, risarcimento sinistro stradale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni fisici incidente, indennizzo incidente stradale, sinistro stradale risarcimento

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

Articoli Correlati

» EREDE LESIONE DELLA QUOTA EREDE GUAI !! AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

» BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ IMPUGNAZIONE TESTAMENTO

» AVVOCATO PER EREDITA’ CONTTESTATE BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA IMOLA

» AVVOCATO ESPERTO DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA FORLI CESENA RAVENNA

» BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA IMOLA successione dei legittimari e successione legittima

» GLI EREDI LEGITTIMARI : LA LESIONE DELLA LEGITTIMA E L’AZIONE DI RIDUZIONE – IL LEGATO IN SOSTITUZIONE DELLA LEGITTIMA BOLOGNA L’IMPUGNAZIONE DELLE DONAZIONI Art. 588. Disposizioni a titolo universale e a titolo particolare.

» AVVOCATO PER CONCORDATO PREVENTIVO BOLOGNA ROVIGO PADOVA VICENZA SENTENZA TRIB ROVIGO considerato che, previa autorizzazione del Tribunale ai sensi dell’art. 161, VII comma l.f., la ricorrente ha risolto il contratto preliminare di vendita – con ciò escludendo i rilievi del Tribunale di inammissibilità – previsto che la aggiudicazione della azienda a soggetto terzo determini ipso iure la risoluzione del contratto di affitto e l’obbligo di immediata restituzione (con pagamento di una penale per ogni giorno di ritardo) e depositato una proposta irrevocabile di acquisto da parte della “M. s.r.l.” – subordinatamente alla avvenuta omologazione – di acquisto del ramo di azienda alla somma complessiva di € 601.000,00, attraverso un pagamento rateale ed un riscatto finale al 30 settembre 2019 per euro 506.500,00, mantenendosi la proprietà in capo alla ricorrente sino all’integrale pagamento del prezzo (attraverso il c.d. patto di riservato dominio) così da garantire nella misura massima i creditori concordatari;

» Diritto Ereditario BOLOGNA avvocato Sergio Armaroli : Testamenti: Validità – Invalidità, Lesione dei diritti dell’erede legittimo ,

» TI SERVE A BOLOGNA URGENTE IMMEDIATA CONSULENZA LEGALE? PARERE DI UN AVVOCATO ESPERTO ? AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PATROCINANTE IN CASSAZIONE La consulenza legale è un servizio non solo altamente richiesto, ma anche fondamentale per risolvere preventivamente ogni tipo di controversia ed ottenere in tempi brevi risultati concreti

» IPOTECA GIUDIZIALE BOLOGNA RESPONSABILITA’ CREDITORE, DECRETO INGIUNTIVO CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO

avvocato a bologna

Articoli Recenti

» CORTE APPELLO BOLOGNA TRIBUNALE DI BOLOGNA DANNO JURE PROPRIO IN INCIDENTE MORTALE La Corte si e’ soffermata sulla natura delle tabelle milanesi e sul come la loro inosservanza si ponga rispetto ai paradigmi dell’articolo 360 c.p.c., nella sentenza n. 4447 del 2014. In detta decisione la Corte si e’ soffermata su quello che ha individuato come il problema della “ritualita’ della deduzione come violazione di norma di diritto delle c.d. tabelle milanesi” ed ha svolto le seguenti considerazioni.

» BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

» AVVOCATO PER SUCCESSIONE EREDI TESTAMENTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA SUCCESSIONE QUOTE SRL SUCCESSIONE LEGITTIMA CONIUGE Le partecipazioni sono liberamente trasferibili (1) per atto tra vivi e per successione a causa di morte, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo [2284, 2322, 2462, 2471, 2468]. Qualora l’atto costitutivo preveda l’intrasferibilità delle partecipazioni o ne subordini il trasferimento al gradimento (2) di organi sociali, di soci o di terzi senza prevederne condizioni e limiti, o ponga condizioni o limiti che nel caso concreto impediscono il trasferimento a causa di morte, il socio o i suoi eredi possono esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’articolo 2473. In tali casi l’atto costitutivo può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato .

» RISOLVI ORA PORRETTA LIZZANO IN BELVEDERE VIDICIATICO GAGGIO MONTANO AVVOCATO MATRIMONIALISTA SEPARAZIONI E DIVORZI SEPARAZIONE DOMANDE E RISPOSTE DOMANDA ma separarsi è una cosa facile? RISPOSTA No, vi sono mille problematiche da risolvere! DOMANDA Quale sono le problematiche maggiori nella separazione? RISPOSTA :i figli la casa coniugale il mantenimento 1)DOMANDA quale differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?

» MALASANITA’ FORLI SENTENZA TRIB FORLI’ INFEZIONE DANNO CASA DI CURA RISARCIMENTO Nella responsabilità medica, se invocata a titolo contrattuale sul presupposto di un rapporto contrattuale “da contatto” intercorso tra il paziente e il medico o la struttura sanitaria, l’onere probatorio per il paziente danneggiato consiste nella dimostrazione che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento dannoso, rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione oppure da un suo aggravamento fino a comportare una nuova patologia ovvero il decesso del paziente. Al contrario l’ente ospedaliero deve fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente, con l’osservanza di tutte le regole di prevenzione ed igiene ed anche di aver adottato tutte le procedure, i protocolli e le linee guida idonei a fornire agli operatori sanitari le indicazioni necessarie per un corretto svolgimento della prestazione sanitaria e che gli esiti peggiorativi siano determinati da un esito imprevisto ed imprevedibile. Ai fini della determinazione del quantum risarcitorio, la legge 189/2012 non ha efficacia retroattiva. Ne consegue che per i fatti verificatisi anteriormente all’entrata in vigore di tale legge, l’importo è determinato facendo rifermento alla tabella in uso presso il Tribunale di Milano.

» Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

» RINUNCIA ALL’EREDITA’ QUANDO LA RINUNCIA E’ INEFFICACE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

» RINUNCIA EREDITA’ BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

» SUCCESSIONE FORLI RAVENNA CESENA TRIB FORLI SENTENZA SIMULAZIONE PREZZO VENDITA E DONAZIONE Trib. Forlì, Sentenza parziale 3879/2010 del 10.03.2015, Pres. Pescatore est. Ramacciotti Successione – Azione di simulazione relativa – Prescrizione – Dies a quo.

» FORLI CESENA BOLOGNA CAUSE EREDITARIE AVVOCATO ESPERTO DOMANDA la delazione basta per acquisire la qualita’ di erede? No occorre anche l’accettazione

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

PUOI CONTATTARMI ANCHE VIA MAIL: avvsergioarmaroli@gmail.com
Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna