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ADENAROSVEGLIASCRITTA

 

 

Anzitutto è opportuno osservare che la menzionata pronuncia di questa stessa Corte del 30-7-1999 n. 8255, richiamata a sostegno del proprio assunto dal giudice di appello, non ha affatto affermato che la ritenuta radicate distinzione tra azioni di nullità e di annullamento nei termini sopra enunciati sia l’effetto di un principio specifico inerente alla materia testamentaria, avendo al contrario rilevato espressamente in motivazione che tale principio è valido “anche” in tale materia, oltre che evidentemente in tema di domanda di invalidità del contratto.

Sulla base di tale premessa, occorre subito aggiungere che in realtà l’orientamento di gran lunga prevalente maturato a tale ultimo proposito ritiene che la domanda giudiziale con cui la parte intenda far accertare la nullità di un contratto al fine di poterne disconoscere gli effetti si pone, rispetto ad un’ipotetica domanda di annullamento di quel medesimo contratto dipendente da una invalidità meno grave, nei termini di maggiore a minore, sicchè il giudice, in luogo della richiesta declaratoria di radicale nullità di un contratto, può pronunciarne l’annullamento, ove quest’ultimo sia fondato sui medesimi fatti, senza che la sentenza sia censurabile per vizio di ultrapetizione (Cass. 12-11-1988 n. 6139; Cass. 13-12-1996 n. 11157; Cass. 26-11-2002 n. 16708; Cass. 18-7-2007 n. 15981).

Orbene tale indirizzo è pienamente convincente e meritevole di adesione, considerato che la nullità e l’annullabilità sono entrambe riconducibili alla invalidità dell’atto negoziale e che esiste tra di loro un rapporto di gradualità, costituendo manifestazione di diversi livelli di non conformità dell’atto al modello normativo; pertanto, dovendosi il “petitum” identificare con riferimento al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere in giudizio dalla parte, ne consegue che la pronuncia di annullamento di un contratto, ove fondata sui medesimi fatti dedotti nella domanda, non eccede i limiti della domanda stessa con cui la parte abbia chiesto la declaratoria di nullità del medesimo contratto; a tal riguardo è opportuno chiarire che, ogni qualvolta i fatti dedotti dall’attore stano coerenti con gli effetti giuridici ai quali, esplicitamente o implicitamente, egli abbia collegato la sua pretesa, correttamente il giudice, ove accerti l’esistenza materiale di quei fatti, ed anche indipendentemente dall’esattezza della qualificazione giuridica loro attribuita, accoglie la pretesa.

A tal punto deve rilevarsi che non sussistono ragioni di alcun genere per escludere l’applicazione di tali principi di natura processuale alla materia testamentaria, in presenza di una previsione normativa che disciplina sia le ipotesi di nullità, sia quelle di annullamento del testamento (art. 606 c.c., commi 1 e 2); in particolare il richiamo della sentenza impugnata al generale principio di conservazione delle ultime volontà del defunto è irrilevante, posto che tale principio esplica i suoi effetti sostanzialmente in tema di interpretazione della scheda testamentaria (Cass. 21-2-2007 n. 4022); ed è evidente che nella specie non ricorre una questione di interpretazione dei testamento, bensì di qualificazione della domanda di nullità del testamento stesso.

Pertanto nella fattispecie, in presenza di una domanda proposta da M.T. di nullità del testamento pubblico del 13-3-2001 per mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione (prevista come requisito di detto testamento dall’art. 603 c.c., comma 3), correttamente il primo giudice, avendo ritenuto che tale carenza non comportava la nullità, ma l’annullabilità di esso, aveva qualificato la domanda stessa come tendente all’annullamento del testamento menzionato; invero, premesso che la identificazione degli effetti giuridici derivanti dai fatti dedotti in causa spetta al giudice, la deduzione della parte in ordine alla mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione consentiva certamente al giudicante di individuare i corretti effetti giuridici che l’ordinamento ricollega all’assenza di tale requisito.

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 606 c.c. e vizio di motivazione, assume che erroneamente la Corte territoriale ha affermato che in ogni caso, anche qualora si fosse ritenuto ammissibile il mutamento della domanda di nullità del menzionato testamento pubblico in quella di annullamento dello stesso, quest’ultima era comunque infondata, considerato che in tale scheda testamentaria era indicata la data, e che la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione configurava un vizio di forma che non incideva sulla capacità del testatore nè faceva dubitare sulla sussistenza della sua reale volontà e sulle sue ultime disposizioni patrimoniali.

M.T. rileva che l’art. 606 c.c., comma 2, prevede la possibilità per qualsiasi interessato di richiedere l’annullamento di un testamento per ogni altro vizio di forma diverso da quelli contemplati nel comma 1 della citata disposizione; pertanto l’applicazione in via analogica al testamento pubblico della disciplina dettata per il testamento olografo era erronea, è posto che la presenza di un vizio afferente la scheda testamentaria, indipendentemente dalla sua incidenza in concreto, comporta la possibilità da parte di chiunque vi abbia interesse di chiedere ed ottenerne la caducazione.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 25 maggio 2012, n. 8366

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 25-1-2006 M.T. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino la madre T. A., la sorella M.A. ed il coniuge G.E. chiedendo dichiararsi la nullità per vizio di forma del testamento del padre M.F. onde conseguire, a seguito della divisione dell’asse ereditario, la propria porzione di beni corrispondente alla quota a lei spettante per successione legittima, oltre alla condanna delle convenute al rendiconto per la gestione dei beni ereditari paterni ed alla restituzione delle somme a credito in proporzione alla quota di eredità.

A sostegno della domanda fattrice esponeva che M.F. in data (OMISSIS) era deceduto in (OMISSIS) dopo aver disposto dei propri beni con testamento pubblico a rogito notaio Chianale di Torino del 13-3-2001 mediante il quale aveva devoluto alla moglie ed alla figlia A., oltre a tutto il patrimonio mobiliare, anche gran parte di quello immobiliare, lasciando alla figlia T., oltre ad un magazzino e ad un pezzo di terreno coltivato ad orto in comunione con il marito, un alloggio e cinque box; l’esponente deduceva la nullità del predetto testamento pubblico anzitutto perchè redatto senza l’assistenza di quattro testimoni, necessari per il caso di testatore incapace di leggere e scrivere, ed inoltre perchè carente dell’indicazione dell’ora della sottoscrizione, richiesta a pena di nullità dalla Legge Notarile 16 febbraio 1913, n. 89, art. 51, n. 11 e art. 58.

Nella contumacia del G. si costituivano in giudizio la T. ed M.A. contestando il fondamento della domanda attrice e chiedendo, in via riconvenzionale, la condanna dell’attrice al pagamento del debito assunto da M.M. (sorella del defunto a lui premorta e zia dell’attrice) nei confronti del fratello e trasmesso “jure successionis” alla nipote M.T. con testamento del 30-3-1996.

Con sentenza non definitiva dell’8-2-2008 il Tribunale adito annullava il menzionato testamento pubblico per la mancanza della indicazione dell’ora di sottoscrizione del testamento, dichiarava in capo all’attrice la qualità di erede legittima di M. F., in accoglimento della domanda riconvenzionale delle convenute accertava l’esistenza di un credito dell’eredità di M.F. di Euro 8.521,54 nei confronti di M. T., e con separata ordinanza disponeva per il prosieguo del giudizio.

Proposta impugnazione da parte di M.A. cui resisteva M.T. mentre la T. ed il G. restavano contumaci la Corte di Appello di Torino con sentenza del 21-6-2010 ha rigettato tutte le domande proposte da M.T. dinanzi al Tribunale di Torino ed ha condannato quest’ultima al rimborso delle spese del secondo grado di giudizio.

Per la cassazione di tale sentenza M.T. ha proposto un ricorso basato su due motivi cui M.A. ha resistito con controricorso; il G. e la T. non hanno svolto attività difensiva in questa sede; la ricorrente ha successivamente depositato una memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 606 c.c. e 112 c.p.c. nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che, avendo l’esponente proposto nel giudizio di primo grado una domanda di nullità e non di annullamento del menzionato testamento pubblico, il giudice non poteva trasformare una tale domanda in una diversa se non violando il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, nè poteva estendere alla materia testamentaria principi formulati in tema di contratti.

M.T. rileva sotto un primo profilo che tale ultima statuizione è smentita dal richiamo contenuto nell’art. 606 c.c., comma 2, per ogni altro difetto di forma diverso da quelli enunciati nel primo comma dello stesso articolo, alla disciplina dettata in materia di contratti.

La ricorrente inoltre fa presente che il giudice investito della decisione di una controversia ha piena facoltà di attribuire alla domanda avanzata dalla parte una qualificazione giuridica diversa da quella originariamente proposta dalla parte stessa, sempre che sia stato rispettato il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c., che vieta la possibilità di attribuire alla parte un bene giuridico diverso da quello richiesto;

ora nella specie M.T. aveva richiesto fin dal giudizio di primo grado la caducazione del testamento redatto dal padre per la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione ai sensi del combinato disposto della Legge Notarile 16 febbraio 1913, n. 89, art. 51, n. 11 e art. 58, cosicchè il bene della vita oggetto della domanda, qualunque fosse la qualificazione giuridica, di nullità o di annullabilità, accolta dal giudicante, non era mutato dal punto di vista sostanziale.

La censura è fondata.

La Corte territoriale ha rilevato che l’attrice nel primo grado di giudizio aveva proposto una specifica domanda di nullità e non di annullamento del testamento pubblico per cui è causa, e che pertanto il giudice non poteva trasformare una tale domanda in una diversa, se non violando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art 112 c.p.c.; al riguardo ha richiamato la pronuncia di questa Corte del 30-7-1999 n. 8285 come frutto di un principio generale di massima conservazione delle ultime volontà del defunto, specifico della materia testamentaria, nella quale quindi le azioni di nullità e di annullamento sono nettamente distinte quanto a presupposti, disciplina e conseguenze, cosicchè deve escludersi che l’una azione sia compresa nell’altra o siano in rapporto di fungibilità anche quando sono fondate sui medesimi fatti.

Tale convincimento non può essere condiviso.

Anzitutto è opportuno osservare che la menzionata pronuncia di questa stessa Corte del 30-7-1999 n. 8255, richiamata a sostegno del proprio assunto dal giudice di appello, non ha affatto affermato che la ritenuta radicate distinzione tra azioni di nullità e di annullamento nei termini sopra enunciati sia l’effetto di un principio specifico inerente alla materia testamentaria, avendo al contrario rilevato espressamente in motivazione che tale principio è valido “anche” in tale materia, oltre che evidentemente in tema di domanda di invalidità del contratto.

Sulla base di tale premessa, occorre subito aggiungere che in realtà l’orientamento di gran lunga prevalente maturato a tale ultimo proposito ritiene che la domanda giudiziale con cui la parte intenda far accertare la nullità di un contratto al fine di poterne disconoscere gli effetti si pone, rispetto ad un’ipotetica domanda di annullamento di quel medesimo contratto dipendente da una invalidità meno grave, nei termini di maggiore a minore, sicchè il giudice, in luogo della richiesta declaratoria di radicale nullità di un contratto, può pronunciarne l’annullamento, ove quest’ultimo sia fondato sui medesimi fatti, senza che la sentenza sia censurabile per vizio di ultrapetizione (Cass. 12-11-1988 n. 6139; Cass. 13-12-1996 n. 11157; Cass. 26-11-2002 n. 16708; Cass. 18-7-2007 n. 15981).

Orbene tale indirizzo è pienamente convincente e meritevole di adesione, considerato che la nullità e l’annullabilità sono entrambe riconducibili alla invalidità dell’atto negoziale e che esiste tra di loro un rapporto di gradualità, costituendo manifestazione di diversi livelli di non conformità dell’atto al modello normativo; pertanto, dovendosi il “petitum” identificare con riferimento al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere in giudizio dalla parte, ne consegue che la pronuncia di annullamento di un contratto, ove fondata sui medesimi fatti dedotti nella domanda, non eccede i limiti della domanda stessa con cui la parte abbia chiesto la declaratoria di nullità del medesimo contratto; a tal riguardo è opportuno chiarire che, ogni qualvolta i fatti dedotti dall’attore stano coerenti con gli effetti giuridici ai quali, esplicitamente o implicitamente, egli abbia collegato la sua pretesa, correttamente il giudice, ove accerti l’esistenza materiale di quei fatti, ed anche indipendentemente dall’esattezza della qualificazione giuridica loro attribuita, accoglie la pretesa.

A tal punto deve rilevarsi che non sussistono ragioni di alcun genere per escludere l’applicazione di tali principi di natura processuale alla materia testamentaria, in presenza di una previsione normativa che disciplina sia le ipotesi di nullità, sia quelle di annullamento del testamento (art. 606 c.c., commi 1 e 2); in particolare il richiamo della sentenza impugnata al generale principio di conservazione delle ultime volontà del defunto è irrilevante, posto che tale principio esplica i suoi effetti sostanzialmente in tema di interpretazione della scheda testamentaria (Cass. 21-2-2007 n. 4022); ed è evidente che nella specie non ricorre una questione di interpretazione dei testamento, bensì di qualificazione della domanda di nullità del testamento stesso.

Pertanto nella fattispecie, in presenza di una domanda proposta da M.T. di nullità del testamento pubblico del 13-3-2001 per mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione (prevista come requisito di detto testamento dall’art. 603 c.c., comma 3), correttamente il primo giudice, avendo ritenuto che tale carenza non comportava la nullità, ma l’annullabilità di esso, aveva qualificato la domanda stessa come tendente all’annullamento del testamento menzionato; invero, premesso che la identificazione degli effetti giuridici derivanti dai fatti dedotti in causa spetta al giudice, la deduzione della parte in ordine alla mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione consentiva certamente al giudicante di individuare i corretti effetti giuridici che l’ordinamento ricollega all’assenza di tale requisito.

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 606 c.c. e vizio di motivazione, assume che erroneamente la Corte territoriale ha affermato che in ogni caso, anche qualora si fosse ritenuto ammissibile il mutamento della domanda di nullità del menzionato testamento pubblico in quella di annullamento dello stesso, quest’ultima era comunque infondata, considerato che in tale scheda testamentaria era indicata la data, e che la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione configurava un vizio di forma che non incideva sulla capacità del testatore nè faceva dubitare sulla sussistenza della sua reale volontà e sulle sue ultime disposizioni patrimoniali.

M.T. rileva che l’art. 606 c.c., comma 2, prevede la possibilità per qualsiasi interessato di richiedere l’annullamento di un testamento per ogni altro vizio di forma diverso da quelli contemplati nel comma 1 della citata disposizione; pertanto l’applicazione in via analogica al testamento pubblico della disciplina dettata per il testamento olografo era erronea, è posto che la presenza di un vizio afferente la scheda testamentaria, indipendentemente dalla sua incidenza in concreto, comporta la possibilità da parte di chiunque vi abbia interesse di chiedere ed ottenerne la caducazione.

La censura è fondata.

Il giudice di appello ha rilevato che, anche qualora si fosse ritenuto ammissibile una trasformazione della domanda di nullità del testamento per cui è causa in quella di annullamento di esso, nondimeno la mancata indicazione dell’ora della sottoscrizione non poteva comportare di per sè la sua invalidità, considerato che tale vizio di forma non incideva sulla capacità del testatore, nè faceva in alcun modo dubitare sulla sussistenza della reale volontà espressa da quest’ultimo e sulle sue ultime disposizioni patrimoniali.

Orbene, premesso che l’art. 603 c.c., comma 3, prescrive che il testamento pubblico deve indicare il luogo, la data del ricevimento e, per quel che interessa in questa sede, l’ora della sottoscrizione, e che l’art. 606 c.c., comma 1, non prevede quale conseguenza della mancanza di questo requisito la nullità del testamento in oggetto, ne consegue che tale difetto di forma può dar luogo all’annullamento di esso ai sensi dell’art. 606 c.c., comma 2.

La sentenza impugnata, come sopra esposto, ha ritenuto irrilevante la mancata indicazione dell’ora del suddetto testamento menzionando in proposito la pronuncia di questa stessa Corte del l’11-7-1975 n. 2742, che ha affermato che la questione della non verità della data del testamento olografo non è di per sè stessa causa di invalidità del testamento stesso – essendo influente soltanto se connessa con l’ulteriore questione concernente un fatto o un modo di essere della realtà anche negoziale, costituente esso la causa dell’invalidità – e che tale principio, per identità di “ratio”, deve ritenersi operante anche per il testamento pubblico; orbene tale richiamo è erroneo, in quanto la controversia oggetto della suddetta decisione riguardava appunto la questione della non verità della data (e non quindi la sua mancanza o la sua incompletezza) del testamento olografo, per la quale la relativa prova ai sensi dell’art. 602 c.c., comma 3, è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento;

invece sempre in tema di testamento olografo non si dubita che l’incompleta o omessa indicazione della data è causa di annullabilità dell’atto, poichè trattasi di requisito richiesto dall’art. 602 c.c., comma 2, ai fini della sua validità, che non può essere desunto “aliunde”, e che l’impugnativa di detto testamento volta ad accertare la mancanza o incompletezza di tale elemento, inoltre, è svincolata dalla necessità dell’indicazione di una determinata ragione che renda rilevante siffatto accertamento, a differenza dell’ipotesi in cui si agisca in giudizio al fine di provarne la non verità (Cass. 8-6-2001 n. 7783; Cass. 14-5-2008 n. 12124); pertanto è erronea l’applicazione in via “analogica” di un principio affermato in tema di testamento olografo riguardante la non veridicità della data e non invece la sua mancanza o incompletezza (ovvero l’assenza di tale requisito) alla fattispecie, dove il testamento pubblico è appunto privo di un requisito formale, cioè l’ora della sottoscrizione, espressamente richiesto dall’artt. 603 c.c., comma 3, per la sua sussistenza.

Pertanto non sussistono apprezzabili ragioni per escludere che tale difetto di forma consenta a chiunque vi abbia interesse di chiedere l’annullamento del testamento pubblico ai sensi dell’art. 606 c.c., comma 2; al riguardo è opportuno sottolineare che l’ordinamento configura il testamento come un negozio solenne, in cui il rigore formale è finalizzato a garantire la genuinità, la serietà e la ponderatezza dell’atto, data la sua importanza sul piano sociale, cosicchè non è consentito valutare come irrilevante, ai fini della validità del testamento, la mancanza di uno o più degli elementi costitutivi dei diversi tipi di testamento previsti dall’ordinamento in quanto ritenuta non incidente sulla effettiva volontà del testatore, sovrapponendo così al dato legislativo un criterio sostanzialistico inevitabilmente arbitrario.

In definitiva il ricorso deve quindi essere accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata per un nuovo esame della controversia nonchè per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Torino.

P.Q.M.

LA CORTE 

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Torino.

 

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 25 maggio 2012, n.8352 – Pres. Triola – est. Petitti

Svolgimento del processo

Il (OMISSIS) decedeva in XXXXXXX I..S. , la quale aveva disposto in vita con testamento olografo del 5 giugno 1977, del seguente testuale tenore: “Io sottoscritta S.I. scrivo le mie volontà sana di mente. Escluso da ogni mio avere i miei cugini E.G. fu A. – C.E. fu D. – C.P. fu D. . Nella tomba con i miei altrimenti compramene una”.

Il testamento veniva pubblicato il 4 maggio 1982 e in data 18 dicembre 1982 veniva presentata denuncia di successione recante l’indicazione dei successori, in virtù del testamento, nelle persone di C.D. e Ci.Pa. , altri cugini della de cuius. Deceduto Ci.Pa. gli succedevano la moglie Bo.Gi. e le figlie Ci.Ca. e A. .

E..G. conveniva allora in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Savona, C.D. nonché le eredi di Ci.Pa. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione contenuta nel testamento di S.I. , e per sentir conseguentemente dichiarare che essa attrice era coerede legittima della de cuius ed aveva quindi diritto alla devoluzione pro quota dell’eredità.

Si costituivano C.D. , Bo.Gi. , Ci.Ca. e An. chiedendo il rigetto della domanda.

All’esito del giudizio, nel quale interveniva anche C.E. associandosi alla domanda dell’attrice, l’adito Tribunale respingeva la domanda dell’E. e dell’intervenuto.

Avverso questa sentenza proponeva appello B.A. , erede di E.G. , a sua volta deceduta.

Con sentenza depositata il 7 novembre 2000, la Corte d’appello di Genova dichiarava che B.A. , erede di E.G. , era erede pro quota, per rappresentazione, di S.I. , e titolare della quota di legge dei beni caduti in successione, disponendo che l’eredità della S. fosse a lui devoluta per la sua quota di legge.

Proponevano ricorso per cassazione C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. ; il B. resisteva al ricorso e proponeva a sua volta ricorso incidentale.

La Corte di cassazione, con sentenza n. 8489 del 2004, rilevava la non integrità del contraddittorio nel giudizio di appello, non essendo stato chiamato a parteciparvi C.E. , e cassava conseguentemente la sentenza impugnata.

B.A. riassumeva la causa convenendo in giudizio C.S. , Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , in proprio e quali eredi di C.E. , per sentir dichiarare la nullità della clausola di diseredazione.

Si costituivano Ci.Ca. , Ca.Pi. , Ca.Ma. e ca.pi. , nonché C.S. .

La Corte d’appello di Genova, dopo aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti di C.S. , C.L. , V.C. , C.G. e C.C. , quali potenziali aventi diritto alla successione di C.E. , con sentenza depositata il 12 marzo 2007, ha accolto l’appello e ha dichiarato la nullità della clausola del testamento olografo di S.I. del 5 giugno 1977, con la quale era stata esclusa dalla successione E.G. , erede legittima, alla quale, in quanto erede legittima, è stata devoluta pro quota l’eredità morendo dismessa da S.I. ; ha altresì dichiarato B.A. , in qualità di erede di E.G. , partecipe della comunione ereditaria istituitasi a seguito della successone della suddetta S.I. e come tale contitolare per la quota di sua competenza della proprietà dei beni mobili e immobili caduti in successione.

La Corte d’appello ha rilevato che l’art. 587 cod. civ. stabilisce che il testamento è un atto revocabile con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, e che le disposizioni di carattere non patrimoniale che la legge consente siano contenute in un testamento hanno efficacia se contenute in un atto che ha la forma di testamento, anche se manchino disposizioni di carattere patrimoniale.

Ha quindi condiviso quanto affermato nella giurisprudenza di legittimità circa la necessità che una clausola di tipo negativo, quale quella di diseredazione, sia accompagnata, perché possa predicarsene la validità, da disposizioni di carattere positivo, ancorché implicite, volte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti. Ha poi preso in esame il testo del testamento e ha escluso che la disposizione testamentaria potesse essere intesa come implicitamente affermativa di una volontà di attribuzione dei beni ad altri soggetti.

La Corte d’appello ha anche ritenuto che il Tribunale avesse errato ad affermare il diritto del B. per rappresentazione, trattandosi di attribuzione eccedente la previsione di cui all’art. 468 cod. civ., a norma del quale la rappresentazione ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto; in proposito, la Corte d’appello ha rilevato che nelle menzionate categorie non poteva rientrare E.G. , in quanto cugina di S.I. , dalla cui eredità era stata esclusa.

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Da ultimo, la Corte d’appello ha limitato la declaratoria di nullità nei confronti del solo B.A. , osservando che i successori di C.E. , altro diseredato già interveniente volontario, non si erano avvalsi della facoltà di impugnare la decisione del Tribunale, per loro passata in giudicato.

Per la cassazione di questa sentenza hanno proposto ricorso C.S. , Ca..Ci. , Pi..Ca. , C.M. , pi..ca. sulla base di due motivi; ha resistito B.A. , il quale ha altresì proposto ricorso incidentale affidato ad un motivo; i ricorrenti principali hanno resistito al ricorso incidentale con controricorso; non hanno svolto attività difensiva gli intimati L..C. , V.C. , G..C. , C..C. .

Entrambe le parti hanno depositato memoria in prossimità dell’udienza.

Motivi della decisione

  1. Deve essere preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, avendo gli stessi ad oggetto la medesima decisione (art. 335 cod. proc. civ.).
  2. Con il primo motivo del ricorso, i ricorrenti principali deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 647 e 1362 cod. civ. e, in generale, delle norme che disciplinano la interpretazione del testamento; insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

I ricorrenti sostengono che la Corte d’appello avrebbe errato nell’escludere che nella scheda testamentaria oggetto di interpretazione fosse rinvenibile, utilizzando tutti i criteri ermeneutici volti a valorizzare la volontà della testatrice, una disposizione di carattere patrimoniale. In particolare, alla disposizione concernente la sepoltura, la quale imponeva un obbligo, a carico di taluni soggetti, di acquistare un bene, si sarebbe dovuto riconoscere non solo carattere patrimoniale, ma addirittura il valore di vera e propria istituzione di erede.

Inoltre, sostengono i ricorrenti, la Corte d’appello avrebbe errato nel non considerare unitariamente la manifestazione della volontà di diseredare alcuni successibili e quella di imporre un onere a carico di persone non determinate, in quanto solo una interpretazione complessiva avrebbe consentito di attribuire alla seconda un senso preciso, così come avendo riguardo alla seconda, dalla clausola di diseredazione, apparentemente negativa, si sarebbe agevolmente potuto ricavare un contenuto positivo.

La motivazione della sentenza impugnata sarebbe poi contraddittoria, o quanto meno insufficiente, in quanto la Corte d’appello, da un lato, ha ritenuto ammissibile la diseredazione negativa ove dal contesto dell’atto emerga una positiva volontà attributiva del de cuius e, dall’altro, ha invece ritenuto la richiamata disposizione modale irrilevante al fine di interpretare la clausola di diseredazione.

A conclusione del motivo, i ricorrenti formulano i seguenti quesiti di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 647 e 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che qualifichi come non patrimoniale la disposizione modale che preveda un sacrificio economico a carico degli onerati; dica, ancora, l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 1362 ss. cod. civ., o comunque delle norme che disciplinano l’interpretazione del testamento, il Giudice di appello che, reputando non chiara la volontà testamentaria, ometta di ricorrere ad elementi, ulteriori rispetto al significato letterale delle parole usate dal testatore, i quali, anche attraverso la valutazione complessiva delle clausole contenute nella scheda testamentaria, consentano di fugare i dubbi interpretativi e di conservare efficacia a ciascuna di esse”.

2.1. Con il secondo motivo, proposto in via subordinata, i ricorrenti principali denunciano, ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 587 e 588 cod. civ., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

La censura si riferisce alla affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui la clausola di diseredazione contenuta nel testamento della signora I..S. sarebbe invalida, perché la scheda testamentaria non conteneva anche disposizioni positive. I ricorrenti rilevano che mediante la clausola di diseredazione il testatore provvede a regolare i rapporti patrimoniali per il tempo successivo alla propria morte, favorendo, fra i successibili legittimi, quelli non esclusi con la diseredazione. Quest’ultima, pertanto, mirando, mediante l’esclusione di uno o più successibili legittimi, ad ampliare il beneficio degli altri, sarebbe di per sé una disposizione – implicitamente – positiva. In ogni caso, osservano i ricorrenti, l’art. 587 cod. civ., nel definire il testamento come l’atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse, non escluderebbe affatto che la libertà di disporre delle proprie sostanze riconosciuta al testatore, possa manifestarsi anche in un ‘non volere disporre’ di esse in favore di uno o più soggetti determinati. La decisione relativa alla mancata attribuzione equivarrebbe, quindi, non già all’assenza di una idonea manifestazione di volontà, bensì alla manifestazione di una ben precisa volontà. Il giudizio di invalidità della clausola di mera diseredazione postulerebbe quindi che alla espressione ‘dispone’, contenuta nell’art. 587 cod. civ., si assegni il significato di ‘attribuisce’; ma, rilevano i ricorrenti, le due espressioni hanno invece significati diversi, collocandosi in un rapporto di genere a specie, nel senso che “è atto di disposizione dei propri beni, infatti, tanto l’attribuzione di essi, quanto la dichiarazione di non volerli attribuire a determinati soggetti”.

In sostanza, sostengono i ricorrenti, l’art. 588 cod. civ., da un lato, non esaurisce le ipotesi in cui il legislatore prevede e disciplina l’attività dispositiva; dall’altro, non esclude che altre disposizioni – quali quelle non attributive – siano tutelate dall’ordinamento, purché, nel realizzare la funzione testamentaria di produrre effetti successori, non contrastino con l’ordine pubblico; contrasto che deve escludersi nel caso in cui siano rispettati i diritti dei legittimari.

A conclusione del motivo, i ricorrenti, oltre a specificare il vizio di motivazione denunciato, formulano il seguente quesito di diritto: “dica l’Ecc.ma Corte se incorre in violazione degli artt. 587 e 588 cod. civ. il Giudice del merito che qualifichi come invalida la clausola mediante la quale il testatore stabilisca di escludere dalla successione uno o più successibili legittimi”.

  1. Con l’unico motivo del proprio ricorso, il ricorrente incidentale denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 457, 467 e 468 cod. civ., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la domanda volta a sentir dichiarare il suo diritto a succedere ad E.G. per rappresentazione.

A conclusione del motivo, il ricorrente incidentale propone i seguenti quesiti di diritto: “se sono da condividere e da applicare alla fattispecie de quo i seguenti principi, affermati dalla S.C.: 1) La diseredazione al pari dell’indegnità a succedere, non esclude la operatività della rappresentazione in favore dei discendenti del rappresentato. La diseredazione ha effetti solo nei confronti del soggetto nei cui confronti è effettuata, e pertanto, non esclude che il discendente legittimo di chi sia stato diseredato dal testatore possa succedere a quest’ultimo per rappresentazione (Cass. civ., sez. II, 23.11.1982, n. 6339). 2). La diseredazione, al pari dell’indegnità a succedere, non esclude l’operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato (Cass. civ., sez. II 14.12.1996, n. 11195)”.

  1. Il Collegio ritiene che il secondo motivo del ricorso principale, ancorché prospettato dai ricorrenti come subordinato al rigetto del primo, debba essere esaminato in via prioritaria, non solo per ragioni di ordine logico, ma perché dal suo accoglimento, a differenza di quanto potrebbe verificarsi con l’accoglimento del primo motivo, discende la possibilità di definizione del giudizio nel merito. L’accoglimento del primo motivo, infatti, postulando in entrambe le sue articolazioni l’accertamento di un vizio nella interpretazione del testamento, comporterebbe il rinvio della causa al giudice di appello, non potendo questa Corte sostituire la propria interpretazione a quella del giudice di merito.

Al contrario, l’accoglimento del secondo motivo, inerendo ad un vizio di violazione di legge, potrebbe dare luogo, sussistendone in concreto i presupposti, ad una decisione della causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ..

In questo senso, e cioè nel senso che deve prioritariamente esaminarsi la censura che coinvolge l’accertamento di quale sia la portata delle disposizioni legislative rilevanti in materia rispetto alle censure che coinvolgono l’interpretazione della clausola testamentaria, si è del resto già espressa Cass. n. 1458 del 1967, che costituisce il precedente di questa Corte al quale si è ispirata la decisione impugnata.

4.1. Il controricorrente e ricorrente incidentale ha eccepito, ma solo nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ., la inammissibilità del secondo motivo del ricorso principale per inidoneità del quesito di diritto.

L’eccezione è infondata, atteso che il quesito, nei termini testuali prima riportati, è formulato in modo tale che, ove allo stesso sia data risposta positiva, la controversia può essere decisa in senso favorevole alla tesi dei ricorrenti principali.

  1. Il motivo è fondato.

5.1. La Corte d’appello si è riferita alla risalente giurisprudenza di questa Corte, la quale, segnatamente nella sentenza n. 1458 del 1967, ha avuto modo di affermare il seguente principio di diritto: “Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il testatore può validamente escludere dall’eredità, in modo implicito o esplicito, un erede legittimo, purché non legittimario, a condizione, però, che la scheda testamentaria contenga anche disposizioni positive e cioè rivolte ad attribuire beni ereditari ad altri soggetti, nelle forme dell’istituzione di erede o del legato. È quindi nullo il testamento con il quale, senza altre disposizioni, si escluda il detto erede, diseredandolo. Peraltro, qualora dall’interpretazione della scheda testamentaria risulti che il de cuius, nel manifestare espressamente la volontà di diseredare un successibile, abbia implicitamente inteso attribuire, nel contempo, le proprie sostanze ad altri soggetti, il testamento deve essere ritenuto valido, contenendo una vera e propria valida disposizione positiva dei beni ereditari, la quale è sufficiente ad attribuire efficacia anche alla disposizione negativa della diseredazione… “.

In motivazione, la Corte, che ha esaminato una clausola testamentaria meramente negativa (“Nelle mie piene facoltà mentali e in perfetta salute, dichiaro, qualora io dovessi mancare, di escludere dalla mia eredità e cioè da quello che io posseggo, le mie due nipoti A. e G…. figlie del mio defunto fratello P…., per il loro indegno comportamento verso di me ed i miei fratelli”), è partita dalla tesi tradizionale dell’invalidità della clausola di diseredazione ma, anziché pervenire ad una dichiarazione di nullità, come avrebbe dovuto coerentemente fare, data la portata meramente diseredativa della richiamata disposizione, e quindi dichiarare aperta la successione legittima, ha ritenuto di poter ricavare, per via interpretativa, una volontà, implicita, del testatore di disporre col testamento stesso a favore dei successibili ex lege diversi dalle nipoti escluse; ha pertanto, coerentemente affermato l’apertura della successione testamentaria.

In particolare, la Corte, pur ritenendo che il testamento abbia carattere necessariamente attributivo, ha ammesso tuttavia la validità della clausola non solo quando questa si accompagni a disposizioni attributive espresse, ma anche quando esaurisca il contenuto del testamento, purché sia possibile ricavare in sede ermeneutica “sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro”.

Successivamente, nella giurisprudenza di questa Corte, si è affermato il principio per cui “la volontà di diseredazione di alcuni successibili può valere a fare riconoscere una contestuale volontà di istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati solo quando, dallo stesso tenore della manifestazione di volontà o dal tenore complessivo dell’atto che la contiene, risulti la effettiva esistenza della anzidetta autonoma positiva volontà del dichiarante, con la conseguenza che solo in tal caso è consentito ricercare, anche attraverso elementi esterni e diversi dallo scritto contenente la dichiarazione di diseredazione, l’effettivo contenuto della volontà di istituzione. Pertanto, ove il giudice del merito nell’interpretazione dello scritto ritenga inesistente una tale volontà, correttamente lo stesso non ammette la prova diretta al fine di dimostrare la volontà del de cuius di disporre dei propri beni a favore di alcuni soggetti, in quanto con tale prova si mira non già ad identificare la volontà testamentaria contenuta, esplicitamente o implicitamente, nella scheda, ma alla creazione di una siffatta volontà” (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994).

5.2. La soluzione accolta dai precedenti di questa Corte non è condivisa dal Collegio, in quanto contiene in sé una sostanziale contraddizione. Da un lato, infatti, si predica la assoluta invalidità di una clausola meramente negativa, ove la stessa non sia accompagnata ad altre che contengano disposizioni attributive, ancorché tali da non esaurire l’intero asse e-reditario; dall’altro se ne riconosce la validità anche nel caso in cui costituisca l’unica disposizione contenuta in una scheda testamentaria, a condizione però che sia possibile ricavare sia in modo diretto ed esplicito, sia in modo indiretto ed implicito la inequivocabile volontà del testatore, oltre che di diseredare un determinato successibile, di attribuire le proprie sostanze ad un determinato altro.

Un simile argomentare vanifica, in realtà, la affermazione di principio dalla quale sembra muovere la sentenza del 1967, della tendenziale invalidità della clausola di diseredazione, la quale è invece valida ed efficace allorquando dalla stessa sia possibile desumere una istituzione in favore di soggetti non contemplati ma comunque implicitamente individuabili, una volta esclusi dalla successione quelli invece espressamente menzionati nella clausola di diseredazione.

5.3. Dalla lettura della richiamata sentenza del 1967 emerge che l’argomento dirimente per escludere la ammissibilità nel nostro ordinamento di una clausola testamentaria di contenuto esclusivamente negativo, quale, appunto, la clausola di diseredazione che manifesti la volontà del testatore di escludere un successibile, senza che sia possibile individuare una volontà positiva, sia pure implicita, di chiamare altri alla sua successione, è quello desunto dal contenuto e dalla portata degli artt. 587 e 588 cod. civ..

La lettura delle citate disposizioni offerte nei precedenti di questa Corte deve essere rivista e superata alla luce delle seguenti considerazioni.

Ai sensi dell’art. 587, primo comma, cod. civ., il negozio di ultima volontà ha la funzione di consentire al testatore di disporre di tutte le proprie sostanze, o di parte di esse, per il tempo in cui avrà cessato di vivere. Con una tale definizione, il legislatore sembra accogliere la natura essenzialmente patrimoniale dell’atto di ultima volontà. Le disposizioni testamentarie di carattere non patrimoniale (art. 587, secondo comma, cod. civ.), che la legge permette siano contenute in un atto privo di disposizioni di carattere patrimoniale purché abbia la forma del testamento, condividono, invece, con il negozio di ultima volontà solo il tratto formale, ma non quello sostanziale, legittimando di conseguenza l’applicazione di un diverso regime (si pensi all’irrevocabilità, che è generalmente incompatibile con il contenuto tipico del testamento).

Peraltro, dal rilievo che la disposizione testamentaria tipica abbia contenuto patrimoniale, non discende la conseguenza che il testamento, per essere tale, debba avere necessariamente una funzione attributiva. L’articolato sistema delineato dal legislatore permette che il fenomeno devolutivo dei beni e l’individuazione degli eredi e dei legatari possano trovare indistintamente fondamento sia nella legge che nella volontà del testatore. Nel nostro ordinamento, la possibilità di un’attribuzione di beni per testamento, che genera un fenomeno vocativo legale, convive con quella, inversa, di un’istituzione per testamento di eredi, che genera la devoluzione legale dell’asse (o di una sua quota). Una simile convivenza, poi, non può che essere confermata dall’art. 457 cod. civ., che riconosce farsi luogo alla successione legittima, quando manca in tutto o in parte quella testamentaria, smentendosi dunque una gerarchia di valore tra le due forme del regolamento successorio, e dovendosi invece ricondurre il concorso tra le due vocazioni ad un rapporto di reciproca integrazione.

5.4. I richiamati precedenti hanno inteso riconoscere l’ammissibilità di una volontà di diseredazione ove in essa si ravvisi o una disposizione principale attributiva, esplicitamente o implicitamente presupposta, della quale la volontà del testatore è una modalità di esecuzione (Cass. n. 1458 del 1967), o un’implicita istituzione di tutti gli altri successibili non diseredati, volontà che non si presume ma va provata (Cass. n. 6339 del 1982; Cass. n. 5895 del 1994). Quest’ultimo orientamento ammette la clausola di diseredazione solo se fondata sull’equivalenza tra l’esclusione e l’istituzione implicita di altri.

Tuttavia, se si riconosce che il testatore possa disporre di tutti i suoi beni escludendo in tutto o in parte i successori legittimi, non si vede per quale ragione non possa, con un’espressa e apposita dichiarazione, limitarsi ad escludere un successibile ex lege mediante una disposizione negativa dei propri beni. Invero, escludere equivale non all’assenza di un’idonea manifestazione di volontà, ma ad una specifica manifestazione di volontà, nella quale, rispetto ad una dichiarazione di volere (positiva), muta il contenuto della dichiarazione stessa, che è negativa.

Per diseredare non è quindi necessario procedere ad una positiva attribuzione di beni, né – sulla scorta dell’espediente che escludere è istituire – alla prova di un’implicita istituzione.

In sostanza, la clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio. Il ‘disporre’ di cui all’art. 587, primo comma, cod. civ., può dunque includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva. Altre volte, d’altronde, il nostro legislatore ha concepito disposizioni di contenuto certamente patrimoniale, che non implicano attribuzioni in senso tecnico e che possono genericamente farsi rientrare nella nozione di ‘atto dispositivo’ del proprio patrimonio ex art. 587, primo comma, cod. civ., avendo utilizzato il termine ‘disposizione’ nel senso riferito in questa sede (in materia di dispensa da collazione, di assegno divisionale semplice, di onere testamentario, di ripartizione dei debiti ereditari, di disposizione contraria alla costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia, di disposizione a favore dell’anima e di divieti testamentari di divisione).

Le varie ipotesi in cui l’attività dispositiva possa manifestarsi sono tutelate dall’ordinamento purché non contrastino con il limite dell’ordine pubblico: ogni disposizione patrimoniale di ultima volontà, anche se non ‘attributiva’ e anche se non prevista nominatim dalla legge, può dunque costituire un valido contenuto del negozio testamentario, solo se rispondente al requisito di liceità e meritevolezza di tutela, e se rispettosa dei diritti dei legittimari.

BOLOGNA AVVOCATO SUCCESSIONI EREDITA’ TESTAMENTO IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO E PUBBLICO annullamento testamento pubblico testamento nullo effetti conseguenze della nullità del testamento testamento olografo nullo atto di citazione impugnazione testamento si può annullare un testamento pubblico testamento pubblico non valido impugnare testamento redatto da notaio

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L’ammissibilità della clausola diseredativa, quale autonoma disposizione negativa, appare, infine, in linea con l’ampio riconoscimento alla libertà e alla sovranità del testatore compiuto dal legislatore, che in altri ambiti del diritto successorio ha ammesso un’efficacia negativa del negozio testamentario : nell’ambito del contenuto patrimoniale del testamento, non solo il testatore può ben gravare il proprio erede di una hereditas damnosa, ma può escludere il legittimario dalla quota disponibile, sia mediante l’istituzione nella sola quota di legittima, sia mediante il legato sostitutivo previsto dall’art. 551 cod. civ.; il testatore può inoltre modificare le norme che la legge pone alla delazione successiva, escludendo l’operatività del diritto di rappresentazione a favore dei pro-pri congiunti con la previsione di più sostituzioni ordinarie o, addirittura, con un’esclusione diretta.

5.5. In conclusione, deve in proposito, e in risposta al quesito di diritto formulato dai ricorrenti principali a conclusione del secondo motivo di ricorso, affermarsi il seguente principio di diritto: “È valida la clausola del testamento con la quale il testatore manifesti la propria volontà di escludere dalla propria successione alcuni dei successibili”.

5.6. Applicando tale principio al caso di specie, deve accogliersi il secondo motivo del ricorso principale, dovendosi considerare valida la clausola del testamento di I..S. volta a diseredare alcuni dei successori legittimi, trattandosi di non legittimari. L’accoglimento del secondo motivo comporta l’assorbimento del primo.

  1. L’unico motivo del ricorso incidentale è inammissibile.

Deve preliminarmente rilevarsi che i quesiti con i quali si conclude il motivo del ricorso incidentale, pur se formulati con riferimento ad affermazioni contenute in precedenti decisioni di questa Corte, appaiono idonei a dare luogo allo scrutinio nel merito del proposto motivo.

Tuttavia, deve rilevarsi che il ricorrente incidentale non ha colto la ratio della sentenza impugnata, la quale si sostanzia in ciò che in relazione al rapporto esistente tra la testatrice e la sua dante causa non sussisteva un rapporto tale da consentire la applicazione, nella specie, dell’istituto della rappresentazione. Questa, ai sensi dell’art. 468 cod. civ., ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli legittimi, legittimati e adottivi, nonché dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto.

Orbene, il ricorrente incidentale non ha censurato questo aspetto della sentenza impugnata, ma si è limitato a dedurre che l’istituto della rappresentazione opera anche in favore del successibile diseredato. In tal modo, il motivo di ricorso, e i quesiti che lo concludono, non attingono alla ratio decidendi; anzi, si deve rilevare che la Corte d’appello non ha affatto escluso che la rappresentazione possa operare in caso di diseredazione, ma ha ritenuto che nel caso di specie non ricorressero i requisiti soggettivi della rappresentazione.

  1. In conclusione, accolto il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo, e dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata. Poiché, peraltro, non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., con il rigetto dell’appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di Savona, che aveva deciso la controversia ritenendo valida la clausola di diseredazione e disposto farsi luogo alla successione in favore dei successibili non esclusi.

In considerazione della complessità della questione sottoposta all’esame della Corte, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese dei giudizi di appello e dei due giudizi di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il primo; dichiara inammissibile l’incidentale; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello; compensa le spese del giudizio di appello e di quelle di legittimità.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Sentenza 23 maggio 2012, n. 8137

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 6 novembre 2009 la CTR – Calabria rigetta l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate nei confronti P. A., confermando l’annullamento della cartella di pagamento notificata da Equitalia a seguito di controllo formale della dichiarazione fiscale nel 2002 per l’anno d’imposta 2001 (IRPEF, IRAP, IVA).
  2. Motiva la decisione ritenendo che, essendo mancato il previo invito bonario previsto dal L. n. 212 del 2000, art. 6, la cartella era viziata da nullità per espresso disposto dell’ultima parte del comma 5.

Rileva, inoltre, che “la. pretesa fiscale non è scaturita dalla semplice liquidazione della dichiarazione del contribuente, ma dalla correzione della dichiarazione del contribuente”.

  1. Il 3 dicembre 2010, l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi.

Il contribuente e la concessionaria non spiegano attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Con il primo mezzo, la ricorrente fondatamente denuncia:
  2. a) violazione della L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5, atteso che la comunicazione al contribuente dell’esito della liquidazione è necessaria solo se dal controllo automatico emerga un risultato diverso da quello dichiarato, il che non avviene quando il Fisco si limiti alla riscossione d’imposte dichiarate ma non versate;
  3. b) violazione del D.P.R. n. 600 del 73, art. 36 bis, comma 3, atteso che tale disposizione non prevede alcuna conseguenza in caso di omissione della comunicazione di irregolarità.
  4. Va data, infatti, continuità a Sez. 5, Sentenza n. 17396 del 23/07/2010, secondo cui:

“L’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3, (in materia di tributi diretti) e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, comma 3, (in materia di IVA) non è condizionata dalla preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente, salvo che il controllo medesimo non riveli l’esistenza di errori essendovi, solo in tale ipotesi di irregolarità riscontrata nella dichiarazione, l’obbligo di comunicazione per la liquidazione d’imposta, contributi, premi e rimborsi”.

  1. Inoltre, Sez. 5, Sentenza n. 26361 del 29/12/2010, chiarisce:

“…è legittima la cartella di pagamento che non sia preceduta dalla comunicazione dell’esito della liquidazione, prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36 bis, comma 3, sia perchè la norma non prevede alcuna sanzione, in termini di nullità, per il suo inadempimento, sia perchè tale comunicazione, avendo la funzione di evitare al contribuente la reiterazione di errori e di consentirgli la regolarizzazione di aspetti formali, è un adempimento rivolto esclusivamente ad orientare il comportamento futuro dell’interessato ed esula, quindi, dall’ambito dell’esercizio del diritto di difesa e di contraddittorio nei confronti dell’emittenda cartella di pagamento”.

  1. Infine, Sez.5, Sentenza n. 26671 del 18/12/2009, precisa:

“…la cartella di pagamento, nell’ipotesi di liquidazione dell’imposta ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, costituisce l’atto con il quale il contribuente viene a conoscenza per la prima volta della pretesa fiscale e come tale deve essere motivata; tuttavia, nel caso di mera liquidazione dell’imposta sulla base dei dati forniti dal contribuente medesimo nella propria dichiarazione, nonchè qualora vengano richiesti interessi e sovrattasse per ritardato od omesso pagamento, il contribuente si trova già nella condizione di conoscere i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche della pretesa fiscale, con l’effetto che l’onere di motivazione può considerarsi assolto dall’Ufficio mediante mero richiamo alla dichiarazione medesima”.

  1. Accolto il primo mezzo, va accolto anche il correlato secondo mezzo.

La ricorrente fondatamente denuncia vizio motivazionale, non avendo il giudice d’appello manifestamente errato nell’affermare che “la pretesa fiscale non è scaturita dalla semplice liquidazione della dichiarazione del contribuente, ma dalla correzione della dichiarazione del contribuente”. Invero, tale apodittica asserzione non coglie il decisivo “thema probandunt”, avendo tralasciato di soffermarsi sul contenuto specifico e non equivoco della cartella impugnata che (secondo quanto emerge dalla parte anche trascritta in ricorso per autosufficienza dello stesso) contiene riferimenti solo a “omesso o carente versamento”, “interessi”, “sanzione pecuniaria”.

Si tratta di riferimenti sulla cui effettività il giudice d’appello non ha affatto portato la sua attenzione, così incorrendo nel manifesto errore motivazionale denunciato dalla ricorrente.

  1. Ne deriva l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata senza rinvio, attesa la manifesta infondatezza del ricorso introduttivo della parte contribuente.
  2. Questa Corte ritiene di poter decidere immediatamente nel merito, ai sensi del novellato art. 384 c.p.c. “La Corte, quando accoglie il ricorso… decide la causa nel merito qualora non siano necessari ulteriore accertamenti di fatto”, dovendosi raccogliere la sollecitazione – di dottrina e giurisprudenza (v. 781/1997 e 6951/2010) – proveniente dal precetto costituzionale della “ragionevole durata” del processo.

Si deve, infatti, ritenere che la Corte possa decidere nel merito anche quando accolga il ricorso per vizio di motivazione, se oggetto di tale vizio – da solo o, come nella specie, correlato a violazione di legge – sia l’attribuzione di significato a una non equivoca manifestazione documentale, ritualmente acquisita al processo e regolarmente portata al suo esame.

In tale ipotesi generale e nella fattispecie specifica, fermo il principio del controllo su correttezza giuridica e coerenza logico- formale delle argomentazioni svolte dal giudice del merito (SU 13045/1997), l’accertamento diretto del fatto è consentito solo in quanto l’interpretazione, per la chiarezza del testo, non lasci adito a dubbi ovvero, secondo felice formula dottrinaria, “se la ricostruzione della situazione di fatto rilevante si riveli come uno sbocco pronto e univoco”.

  1. Il recente consolidarsi dalla giurisprudenza sul motivo di diritto fa stimar equa la compensazione delle spese dei gradi di merito, mentre quella di legittimità seguono la soccombenza del contribuente, nulla va disposto su Equitalia non costituitasi.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa senza rinvio la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente, che condanna alle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 3000 per onorario, oltre alle spese prenotate a debito; compensa le spese dei gradi di merito.

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AFOTOGRAFICA

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI civile
ordinanza 6 marzo 2017, n. 5505

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22870/2015 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in Roma presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentate e difese dall’avv. (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 40/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 13/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 13/01/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dalla ricorrente.

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Vercelli e la Corte d’Appello di Torino, poi, per quanto ancora rileva in questa sede, hanno concordemente ravvisato la nullita’ del testamento olografo recante la data del 29/9/1997, con il quale il defunto (OMISSIS) disponeva in favore della moglie (OMISSIS) del castello di sua proprieta’, con tutti i suoi arredi e della tenuta in localita’ (OMISSIS).

Per l’effetto hanno accolto la domanda proposta dalle sorelle (e loro aventi causa) del de cuius, affermando che la successione era totalmente regolata dalla legge, con il concorso quindi su tutti i beni relitti sia del coniuge che delle sorelle.

In particolare la Corte d’Appello, nel confermare la valutazione gia’ espressa dal giudice di prime cure, ha ritenuto che il testamento di cui sopra era stato redatto con “mano guidata”, e che per l’effetto fosse nullo in quanto privo del requisito dell’olografia, atteso che, come emergeva dalla deposizione del teste (OMISSIS), amico di vecchia data del defunto, questi lo aveva aiutato a scrivere il testamento, avendo preso la mano destra del de cuius, guidandola mentre l’altro dettava, atteso che il (OMISSIS) aveva un tremolio e non riusciva a scrivere da solo.

In motivazione la sentenza di appello ha altresi’ aggiunto che dalla deposizione del (OMISSIS) emergeva che non appariva del tutto chiaro se si fosse limitato solo a guidare la mano del testatore ovvero se avesse scritto il testo dell’atto mortis causa sotto dettatura, ma che tale dubbio non era idoneo ad immutare la conclusione circa l’assenza di autografia dell’atto.

In punto di diritto ha infatti osservato che in ragione del particolare rigore formale richiesto dal legislatore per il testamento, e tenuto conto della particolare semplicita’ di redazione del testamento olografo che deve indurre a prevenire la possibilita’ di interventi perturbatori della volonta’ del testatore, deve privilegiarsi la tesi maggioritaria nella giurisprudenza secondo cui il testamento a mano guidata dal terzo deve ritenersi affetto da nullita’.

Dopo avere riepilogato i precedenti di legittimita’ che hanno sposato la tesi piu’ rigorosa, la Corte d’Appello si e’ fatta anche carico di evidenziare il precedente contrario costituito da Cass. n. 32/1992, che pero’ non riteneva di condividere, proprio in ragione delle esposte esigenze di natura formalistica immanenti al sistema legislativo in materia testamentaria.

Avverso questa sentenza la convenuta ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui hanno resistito, con controricorso le parti vittoriose in grado di appello.

Con il primo motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione degli articoli 602 e 606 c.c., ritenendosi che la conclusione della Corte distrettuale sarebbe erronea nell’affermare la nullita’ anche nel caso di testamento a mano guidata, nel caso in cui il terzo collabori solo nella redazione del gesto grafico, sorreggendo la mano del testatore, che comunque e’ consapevole dell’atto che sta compiendo e del suo effettivo contenuto.

Nella fattispecie ricorreva appunto tale situazione, in quanto era emerso dalla stessa deposizione del teste (OMISSIS) che al (OMISSIS) era interamente riconducibile il contenuto del testamento, dovendo quindi escludersi sia l’allografia dell’atto sia il pericolo che risultino tradite le effettive volonta’.

Al fine di sorreggere tale assunto si e’ richiamato il precedente di questa Corte n. 32/1992 che ha appunto ritenuto valido il testamento in un caso in cui la mano del testatore era stata accompagnata dal terzo al fine di eliminare scarti e tremoli nel gesto grafico.

Ritiene il Collegio che le puntuali indicazioni fornite dalla Corte distrettuale a favore della tesi piu’ rigorosa, corredate di precisi riferimenti alla giurisprudenza di questa Corte, che nella quasi totalita’ dei casi in cui si e’ occupata della fattispecie della mano del testatore, guidata dal terzo, e’ pervenuta alla conclusione della nullita’ del testamento, non consentano di ravvisare la sussistenza del dedotto errore di diritto.

In tal senso, come gia’ affermato dalla Cassazione nella recente ordinanza della Sesta sezione n. 24882/2013, deve ritenersi che, in presenza di aiuto e di guida della mano del testatore da parte di una terza persona, per la redazione di un testamento olografo, tale intervento del terzo, di per se’, escluda il requisito dell’autografia di tale testamento, indispensabile per la validita’ del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda alla volonta’ del testatore (cfr. Cass. 17.3.1993 n. 3163; cfr. anche Cass. n. 681 del 1949; Cass. n. 7636 del 1991; Cass. n. 11733 del 2002; Cass. 30.10.2008 n. 26258).

In tale ultimo precedente, la Corte si e’ premurata anche di fornire una condivisibile lettura della portata della sentenza n. 32 del 7.1.1992, che parte ricorrente pone a fondamento della richiesta di rivalutazione dell’orientamento maggioritario, sposato anche dal giudice di merito nel provvedimento gravato, osservando che nel caso deciso in quella circostanza il testatore si era fatto guidare la mano solo per vergare la data della scheda con maggiore chiarezza, sicche’ la validita’ di tale testamento era dipesa dal fatto che il difetto di autografia concerneva solo la data, ovvero un elemento la cui mancanza comporta solo l’annullabilita’ e non la nullita’ del testamento ex articolo 606 c.c., commi 1 e 2.

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In ogni caso, anche a voler soprassedere alle giustamente segnalate diversita’ di cui alla vicenda decisa nel 1992, deve ritenersi decisamente piu’ corrispondente alla ratio della norma la soluzione che perviene alla nullita’ per difetto di olografia per ogni ipotesi di intervento del terzo che guidi la mano del testatore, trattandosi di condotta che appare in ogni caso idonea ad alterare la personalita’ e l’abitualita’ del gesto scrittorio, requisiti indispensabili perche’ possa parlarsi di autografia, laddove la diversa soluzione auspicata da parte della ricorrente, condizionerebbe l’accertamento della validita’ o meno del testamento alla verifica di ulteriori circostanze, quali la effettiva finalita’ dell’aiuto del terzo, ovvero la verifica della corrispondenza effettiva del testo scritto alla volonta’ dell’adiuvato, che minerebbero in maniera evidente le finalita’ di chiarezza e semplificazione che sono alla base della disciplina del testamento olografo.

Ne discende che deve darsi continuita’ alla prevalente giurisprudenza di legittimita’ cui ha aderito anche la Corte di merito, non palesandosi la necessita’, contrariamente a quanto richiesto dalla ricorrente, della rimessione della questione alle Sezioni Unite.

Nel caso di specie, emerge poi che l’intervento della mano del (OMISSIS) – come accertato adeguatamente in fatto dalla Corte torinese – ha interessato l’intero testo della scheda, dovendosi quindi reputare corretta la conclusone cui e’ pervenuto il giudice di merito, circa la nullita’ per difetto di autografia.

Il rigetto del primo motivo, e la conseguente affermazione della correttezza della conclusione in punto di nullita’ in caso di testamento redatto da mano guidata, rende poi del tutto evidente anche l’assorbimento del secondo motivo di ricorso che investe l’omessa disamina da parte della Corte distrettuale di un fatto decisivo, costituito dalla permanenza in capo al de cuius alla data di redazione del testamento, della capacita’ di scrivere, in quanto, anche laddove fosse accertato che la stessa permaneva, ai fini della risoluzione della vicenda rileva unicamente la circostanza che poi il testamento sia stato redatto con modalita’ che ne determinano la nullita’.

In definitiva deva ravvisarsi la manifesta infondatezza del ricorso (con riferimento a tutti i motivi), essendo state decise nella sentenza impugnata questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e non offrendo l’esame dei motivi elementi per mutare l’orientamento di detta giurisprudenza, ravvisandosi, altresi’, l’adeguatezza e la logicita’ della disamina delle circostanze di fatto.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto l’articolo 13, comma 1 quater, del testo unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese in favore delle controricorrenti che liquida per ognuno dei due gruppi di controricorrenti in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 sui compensi, ed accessori come per legge;

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, articolo 1 bis.

 

 

 

 

 

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