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VIOLAZIONE OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

VIOLAZIONE OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE AVVOCATO PENALE BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico (1), o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie (2), si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale (3) o alla qualità di coniuge [143, 146], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa (4) o dilapida i beni del figlio minore [2] o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza (5) ai discendenti [540; 75] di età minore [2], ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti [540; 75] o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge (6).

SEPARAZIONI DIVORZI BOLOGNA

COME SEPARARSI A BOLOGNA

 

Proprio per tale motivo, l’eventuale suo accertamento impone una verifica particolarmente attenta da parte del giudice di merito, che come punto di riferimento ha per l’appunto la rigorosa giurisprudenza sopra ricordata, la quale richiede, ai fini dell’esenzione da responsabilita’, la prova dell’assoluta impossibilita’ di contribuire al mantenimento della prole (Sez. 6, sent. n. 23017 del 29/05/2014, P., Rv. 259955), di una concreta e totale impossibilita’ di far fronte ai propri obblighi (Sez. 6, sent. n. 1283 del 25/06/1999, dep. 2000, Morfeo, Rv. 216826), di una indigenza assoluta da parte dell’obbligato (Sez. 6, sent. n. 5969 del 23/01/1997, Parisella G, Rv. 208307), di uno stato di vera e propria indigenza economica determinate l’impossibilita’ di adempiere, sia pure in parte, alla prestazione (Sez. 6, sent. n. 5780 del 01/03/1995, Ferraioli, Rv. 201674; Sez. 6, sent. n. 5218 del 15/03/1988, Grassi, Rv. 178252; Sez. 6, sent. n. 10540 del 14/06/1984, Spinelli, Rv. 166832).

Se alle predette considerazioni si aggiunge che il delitto previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 sexies si configura per il semplice inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno nella misura disposta dal giudice in sede di divorzio, prescindendo – a differenza del caso dell’articolo 570, comma 2 cit. – dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto (per tutte v. Sez. 6, sent. n. 44086 del 14/10/2014, P., Rv. 260717), ne consegue che le valutazioni operate dalla Corte d’appello di Milano, che appaiono certamente rigorose, risultano tuttavia conformi all’interpretazione costante del citato concetto, valutazioni evidentemente non condivise dalla ricorrente ma che non per questo risultano censurabili in quanto viziate da una (addirittura) totale carenza di motivazione.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI penale

sentenza 5 giugno 2017, n. 27788

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROTUNDO Vincenzo – Presidente

Dott. VILLONI Orlando – rel. Consigliere

Dott. GIORDANO Emilia Anna – Consigliere

Dott. CORBO Antonio – Consigliere

Dott. SILVESTRI Pietro – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

ADENAROSVEGLIASCRITTAsul ricorso proposto da:

(OMISSIS), n. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 280/16 della Corte d’Appello di Milano del 15/01/2016;

esaminati gli atti e letti il ricorso e il provvedimento decisorio impugnato;

udita in camera di consiglio la relazione del Consigliere, Dott. O. Villoni;

udito il Pubblico Ministero in persona del sostituto P.G., Dr. Tampieri L., che ha concluso per l’inammissibilita’;

sentito il difensore della ricorrente, avv. (OMISSIS), che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Milano ha ribadito la responsabilita’, gia’ affermata in primo grado, di (OMISSIS) in ordine al reato di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12-sexies in relazione all’articolo 570 c.p., commi 1 e 2, con conferma della condanna alla pena ritenuta di giustizia e delle statuizioni in favore della parte civile costituita (OMISSIS), in qualita’ di legale rappresentante dei figli minori (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).

La Corte territoriale ha ritenuto irrilevanti tutte le giustificazioni allegate dalla imputata a sostegno della propria incapacita’ economica ad adempiere agli obblighi di assistenza familiare, confermando cosi’ le valutazioni e le determinazioni assunte dal primo giudice.

  1. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputata, che articola i seguenti motivi d’impugnazione.

Erronea applicazione della legge penale in riferimento alla L. n. 898 del 1970, articolo 12-sexies e omessa motivazione in ordine all’accertamento dell’elemento psicologico del reato.

Mancanza e contraddittorieta’ della motivazione in ordine alle allegate condizioni economiche di natura tali da non consentirle di affrontare per l’intero gli obblighi civili impostile in sede di giudizio di divorzio, in relazione al comprovato stato di soggetto incolpevolmente disoccupato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per le ragioni di seguito indicate.
  2. Con il primo motivo, l’imputata lamenta che la sentenza impugnata risulta del tutto priva di motivazione in ordine all’accertamento dell’elemento soggettivo del reato.

La doglianza e’ destituita di fondamento, atteso che la Corte territoriale, dopo avere ricordato che il reato contestato si consuma col mero inadempimento da parte del soggetto obbligato, ha compiutamente vagliato gli elementi allegati dall’imputata a sostegno della sua protestata incapacita’ ad assolvere all’obbligo economico stabilito dal giudice in sede di divorzio (tenore delle buste paga prodotte, risultanze delle dichiarazioni fiscali, documentazione attinente allo stato di disoccupazione), ritenendoli tuttavia insufficienti a dimostrare uno stato di assoluta ed incolpevole indigenza’; la Corte milanese ha anzi definito l’imputata “donna ancora giovane (…) rassegnatasi alla penuria di offerte lavorative” e appagata della convivenza poi divenuta relazione affettiva con l’attuale compagno, in forza della quale ha posto soluzione ai suoi problemi personali ma non a quelli derivanti dagli obblighi legali nei confronti della prole rimasta a convivere con il genitore divorziato.

Cio’ premesso, va rilevato che il concetto di incapacita’ economica comportante l’impossibilita’ di adempiere in tutto o in parte agli obblighi assistenziali familiari risulta, tuttora, centrale nella giurisprudenza da tempo elaborata da questa Corte di legittimita’ al fine di valutare l’eventuale irrilevanza penale della condotta sanzionata dall’articolo 570 c.p., comma 2 dal momento che esso rappresenta un limite interno, non riconducibile in realta’ ad alcuna delle esimenti codificate (articolo 50 c.p. e segg.) ma piuttosto espressivo del principio di esigibilita’ della condotta da parte del reo, traduzione di quello costituzionale di responsabilita’ personale consapevole e non oggettiva che informa l’intero ordinamento penale.

Proprio per tale motivo, l’eventuale suo accertamento impone una verifica particolarmente attenta da parte del giudice di merito, che come punto di riferimento ha per l’appunto la rigorosa giurisprudenza sopra ricordata, la quale richiede, ai fini dell’esenzione da responsabilita’, la prova dell’assoluta impossibilita’ di contribuire al mantenimento della prole (Sez. 6, sent. n. 23017 del 29/05/2014, P., Rv. 259955), di una concreta e totale impossibilita’ di far fronte ai propri obblighi (Sez. 6, sent. n. 1283 del 25/06/1999, dep. 2000, Morfeo, Rv. 216826), di una indigenza assoluta da parte dell’obbligato (Sez. 6, sent. n. 5969 del 23/01/1997, Parisella G, Rv. 208307), di uno stato di vera e propria indigenza economica determinate l’impossibilita’ di adempiere, sia pure in parte, alla prestazione (Sez. 6, sent. n. 5780 del 01/03/1995, Ferraioli, Rv. 201674; Sez. 6, sent. n. 5218 del 15/03/1988, Grassi, Rv. 178252; Sez. 6, sent. n. 10540 del 14/06/1984, Spinelli, Rv. 166832).

Se alle predette considerazioni si aggiunge che il delitto previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 sexies si configura per il semplice inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno nella misura disposta dal giudice in sede di divorzio, prescindendo – a differenza del caso dell’articolo 570, comma 2 cit. – dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto (per tutte v. Sez. 6, sent. n. 44086 del 14/10/2014, P., Rv. 260717), ne consegue che le valutazioni operate dalla Corte d’appello di Milano, che appaiono certamente rigorose, risultano tuttavia conformi all’interpretazione costante del citato concetto, valutazioni evidentemente non condivise dalla ricorrente ma che non per questo risultano censurabili in quanto viziate da una (addirittura) totale carenza di motivazione.

Il secondo motivo di ricorso rappresenta, infine, null’altro che una diversa esposizione delle ragioni che sorreggono il primo e per il quale valgono le argomentazioni ora espresse.

  1. Alla dichiarazione d’inammissibilita’ dell’impugnazione segue, come per legge la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende che si reputa equo determinare nella misura di Euro 1.500,00 (millecinquecento).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro millecinquecento in favore della cassa delle ammende.

 

Il reato di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies e’ integrato dal mero inadempimento e prescinde dallo stato di bisogno dell’avente diritto, rilevante, invece, ai fini della sussistenza del reato di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, nella fattispecie escluso relativamente alla condotta posta in essere ai danni della moglie, ma sussistente per i figli minori, per i quali lo stato di bisogno non necessita di dimostrazione, atteso che la minore eta’ dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, con il conseguente obbligo per i genitori di contribuire al loro mantenimento, assicurando ad essi detti mezzi di sussistenza. 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI penale

sentenza 3 novembre 2016, n. 46250

REPUBBLICA ITALIANA

FOTODONNA ARRABBIATAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CONTI Giovanni – Presidente

Dott. CRISCUOLO Anna – rel. Consigliere

Dott. CALVANESE Ersilia – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

Dott. SCALIA Laura – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 28/04/2016 della Corte di appello di Campobasso;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere CRISCUOLO Anna;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. PINELLI Mario, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio in relazione all’aumento per la continuazione.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. In parziale riforma della sentenza emessa il 10 maggio 2013 dal Tribunale di Campobasso nei confronti di (OMISSIS), la Corte di appello di Campobasso lo ha assolto dal delitto di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, limitatamente alla condotta commessa ai danni della moglie divorziata perche’ il fatto non sussiste, e per l’effetto ha rideterminato la pena in mesi uno e giorni quindici di reclusione, confermando nel resto la sentenza impugnata.

Il (OMISSIS) era stato ritenuto responsabile dei reati di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies e articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, per aver omesso di versare dal (OMISSIS) la somma di 1.450 Euro mensili dovuta per il mantenimento della moglie divorziata e dei tre figli minori oltre alla meta’ delle spese straordinarie per i bisogni degli stessi, stabilita nella sentenza di divorzio del (OMISSIS), ma la Corte di appello ha escluso la sussistenza del reato di cui all’articolo 570 c.p., non risultando provato che in detto periodo il coniuge versasse in stato di bisogno.

  1. Avverso la sentenza propone ricorso il difensore del (OMISSIS), che articola sei motivi:

2.1 violazione di legge: la Corte di appello ha rigettato la richiesta di acquisizione di prove decisive, sopravvenute rispetto all’istruttoria svolta in primo grado ed idonee a dimostrare l’assoluta incapacita’ economica del (OMISSIS) e la enorme capacita’ economica della moglie, ritenendo la produzione irrituale: in tal modo non sono stati acquisiti elementi che avrebbero condotto all’assoluzione dell’imputato;

2.2 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale: la Corte di appello non ha accertato l’effettiva capacita’ economica dell’imputato, che nel periodo in contestazione non aveva uno stipendio fisso, in quanto nel periodo la sua societa’, dichiarata fallita nel (OMISSIS), ha subito una grave truffa per 100 mila Euro con la conseguenza che il ritardato adempimento e’ giustificato da una situazione di incolpevole indisponibilita’ di mezzi: peraltro, il ritardo nella corresponsione dell’assegno integra solo un inadempimento civile, non trattandosi di inadempimento grave, diretto a far mancare il mantenimento ai minori;

2.3 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale: la Corte di appello ha ritenuto che il mero inadempimento integri il reato di cui alla L. n. 898 del 1970, ma non ha tenuto conto che il (OMISSIS) versava in una situazione di incapacita’ economica assoluta ed incolpevole;

2.4 contraddittorieta’ ed illogicita’ della motivazione ed erronea individuazione della pena applicabile: la Corte di appello ha applicato le pene di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, ritenendo erroneamente che la L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, rimandi alla pena fissata in detta norma e non a quella di cui al comma 1, tant’e’ che ha applicato la pena congiunta della reclusione e della multa in luogo della pena alternativa;

2.5 inosservanza ed erronea applicazione della legge penale per violazione dell’articolo 163 c.p.: la Corte di appello non ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, nonostante il beneficio fosse stato gia’ concesso con una precedente sentenza per un reato oggi estinto; peraltro, il comportamento dell’imputato, che ha corrisposto al coniuge tutte le mensilita’ arretrate, fonda una prognosi positiva;

2.6 le ragioni esposte giustificano la riforma delle statuizioni civili della sentenza.

  1. ASEPARAZIONE ? 1Il ricorso e’ infondato e va, pertanto, rigettato.

3.1 E’ infondato il primo motivo, in quanto secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in sede di appello, il giudice, ove trattasi di prove nuove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, deve disporre la detta rinnovazione osservando i soli limiti previsti dall’articolo 495 c.p.p., comma 1, che richiama la regola generale stabilita dall’articolo 190 c.p.p., comma 1, secondo cui il giudice ammette le prove, escludendo quelle vietate dalla legge o quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti: ne consegue che l’assunzione di prove nuove deve sempre essere vagliata dal giudice di appello sotto il profilo dell’utilita’ processuale, non invece sotto il profilo della loro indispensabilita’ o assoluta necessita’ (Sez. 3, n. 42965 del 10/06/2015, Rv. 265200).

Nel caso di specie gia’ la sentenza di primo grado dava atto della produzione del decreto di citazione a giudizio relativo ad un procedimento per truffa in cui il (OMISSIS) e’ persona offesa, ma rilevava che si trattava di fatti avvenuti anni prima rispetto al periodo in contestazione; dava anche atto del deposito di vari vaglia e copie di assegni, prodotti dalla difesa a dimostrazione dell’avvenuta corresponsione del dovuto, ma, evidenziava che dall’analisi puntuale di detti titoli, imputabili a periodi diversi, era emerso il mancato versamento delle mensilita’ dovute nel periodo di cui all’imputazione e della meta’ delle spese straordinarie – v. pagina 2 della sentenza di primo grado.

Pertanto, la richiesta di produrre documentazione di data successiva ai fatti oggetto del procedimento e’ stata correttamente ritenuta ininfluente, non potendo incidere retroattivamente fatti successivi (le vicende societarie, sfociate nel fallimento del (OMISSIS) sono del (OMISSIS) e la stessa transazione con il coniuge e’ di tale anno) sulle condotte contestate, risalenti al periodo (OMISSIS).

3.2 Infondati sono anche il secondo ed il terzo motivo ai quali la Corte di appello ha fornito motivata e corretta risposta, in linea con i principi affermati da questa Corte, secondo i quali il reato di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies e’ integrato dal mero inadempimento e prescinde dallo stato di bisogno dell’avente diritto (Sez. 6, n. 44086 del 14/10/2014, Rv. 260717; Sez. 6, n. 3426 del 05/11/2008, dep. 2009, Rv. 242680), rilevante, invece, ai fini della sussistenza del reato di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, nella fattispecie escluso relativamente alla condotta posta in essere ai danni della moglie, ma sussistente per i figli minori, per i quali lo stato di bisogno non necessita di dimostrazione, atteso che la minore eta’ dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, con il conseguente obbligo per i genitori di contribuire al loro mantenimento, assicurando ad essi detti mezzi di sussistenza (Sez. 6, n. 53607 del 20/11/2014 Rv. 261871 e Sez. 6, n. 20636 del 02/05/2007 Rv. 236619).

Considerato che entrambi i genitori sono tenuti ad ovviare allo stato di bisogno del figlio che non sia in grado di procurarsi un proprio reddito e che l’imputato non aveva versato l’assegno di mantenimento ne’ mai contribuito alle spese straordinarie, la Corte ha ritenuto conseguentemente integrato l’elemento oggettivo del reato.

Dovendo intendersi l’incapacita’ assoluta, come incapacita’ economica non momentanea, ma estesa all’intero periodo dell’inadempimento, e tale da integrare una persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilita’ di introiti con efficacia scriminante (Sez. 6, n. 33997 del 24/06/2015, Rv. 264667; Sez. 6, n. 41362 del 21/10/2010, Rv. 248955), correttamente i giudici di merito hanno escluso che l’imputato versasse in condizione di assoluta incapacita’ economica, non risultando la circostanza rigorosamente documentata.

3.3 Parimenti infondato e’ il quarto motivo, atteso che la pena base e’ stata correttamente determinata in relazione al reato piu’ grave, individuato nel reato di cui al capo B) commesso in danno dei figli minori, e della sussistenza del concorso formale eterogeneo tra il delitto di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies e quello di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, qualora la mancata corresponsione dell’assegno divorzile faccia, altresi’, mancare al figlio minore i mezzi di sussistenza, come nella fattispecie (Sez. 6, n. 12307 del 13/03/2012, Rv. 252605; Sez. 6, n. 34736 del 16/06/2011 Rv. 250839).

3.4 Anche il quinto motivo, meramente reiterativo di una censura gia’ motivatamente disattesa, non tiene conto della giustificazione fornita dalla Corte di appello, che ha chiarito che il reato per il quale vi fu condanna a pena condizionalmente sospesa non e’ depenalizzato ne’ ha ravvisato elementi favorevoli, idonei a fondare una prognosi positiva, specie in ragione del precedente specifico e della circostanza, valorizzata nella sentenza di primo grado, che gli adempimenti non risultavano spontanei, ma solo e sempre successivi ad intimazioni e pignoramenti.

3.5 Del tutto generico ed aspecifico e’, infine, l’ultimo motivo, che si risolve nella richiesta di modifica delle statuizioni civili in ragione delle circostanze illustrate nei precedenti motivi.

Per le ragioni esposte il ricorso va rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali

 

 

Nella contestazione riportata nella sentenza di appello si indica la data della consumazione con decorrenza dal 23 giugno 2003, contestazione sussumibile in quella di cd. contestazione aperta che, in fattispecie di reato permanente quale quello in esame, deve intendersi cristallizzata alla data della pronuncia della sentenza di primo grado, che blocca l’accertamento del reato ove non risulti sopraggiunto l’adempimento (principio pacifico; da ultimo Sez. 6, n. 5423 del 20/01/2015, B. Rv. 262064). Poiche’ la data della sentenza di primo grado e’ quella del 2 maggio 2013, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata e nel ricorso, deve farsi applicazione della nuova disposizione di cui all’articolo 157 c.p., entrato in vigore nel dicembre 2005, ben oltre il termine di consumazione del reato, norma che colloca in sei anni il termine minimo di prescrizione, non superato nell’intervallo tra la pronuncia di primo grado e la sentenza d’appello, ed in sette anni e mezzo complessivi, non ancora decorsi alla data odierna, il termine massimo

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI penale

sentenza 7 ottobre 2016, n. 42543

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLONI Giacomo – Presidente

Dott. TRONCI Andrea – Consigliere

Dott. CAPOZZI Angelo – Consigliere

Dott. GIORDANO Emilia Anna – rel. Consigliere

Dott. SCALIA Laura – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 22/1/2015 della Corte di appello di Palermo;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Emilia Anna Giordano;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. FRATICELLI Mario, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio per prescrizione udito per la parte civile il difensore, avv. (OMISSIS), che ha chiesto la conferma della sentenza;

udito il difensore dell’imputato, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.La Corte di appello di Palermo, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale riforma di quella del Tribunale di Marsala del 2 maggio 2013, riqualificato il fatto come delitto p. e p. dalla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di (OMISSIS) in ordine al reato ascrittogli limitatamente alle condotte poste in essere in data anteriore al 2 novembre 2005 e, per l’effetto, ha rideterminato la pena in quella di giorni venticinque di reclusione. Ha confermato la condanna al risarcimento del danno, da liquidare in separato giudizio, in favore della parte civile (OMISSIS) e liquidato le spese processuali del grado di appello nell’importo di Euro novecento, oltre accessori come per legge.

2.L’imputato propone ricorso per cassazione, con motivi, qui sintetizzati ai sensi dell’articolo 173 disp. att. c.p.p., sottoscritti dal difensore con il quali denuncia:

2.1. vizio di violazione di legge e vizio di motivazione per la ritenuta sussistenza del reato come ritenuto e mancato riconoscimento della causa di giustificazione allegata per la impossibilita’ dell’imputato di versare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge omettendo di valutare le specifiche circostanze allegate e, cioe’, avere cessato l’attivita’ economica di rivendita di bombole fin dal gennaio 2005 ed essere percettore di una pensione dell’importo di 400,00 Euro mensili, utilizzati interamente per il pagamento di un prestito concesso dalla Banca di Credito Cooperativo del Belice;

2.2 vizio di violazione di legge, in relazione all’articolo 157 c.p., per il mancato rilievo della intervenuta prescrizione del reato sia perche’ la consumazione del reato indicata nella contestazione, senza indicazione della natura permanente della condotta, si fermava a quella del 23 giugno 2003 e nessuna ulteriore contestazione vi era stata in dibattimento sia perche’ al momento della sentenza di primo grado (2 maggio 2013) era ampiamente decorso il termine di prescrizione sia perche’, infine, il termine di prescrizione andava computato su quello ordinario (anni sei) e non anni sette e mesi sei poiche’ nessun ulteriore atto interruttivo era sopravvenuto alla emissione del decreto di citazione a giudizio del 9 marzo 2006;

2.3 violazione di legge in relazione all’articolo 597 c.p.p., e articolo 14 §5 del Patto internazionale dei diritti civili e politici e del 7 Protocollo CEDU per omesso esame del terzo motivo di appello concernente la mancata applicazione della sola pena edittale in relazione al reato di cui all’articolo 570 c.p., comma 1;

2.4 vio(azione di legge, in relazione all’articolo 125 c.p.p., comma 3, e articolo 541 c.p.p., per la mancata indicazione dei criteri di quantificazione delle spese liquidate alla parte civile sia in primo grado che all’esito del giudizio di appello.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso non merita accoglimento.
  2. Infondato e’ il primo motivo di ricorso. La Corte d’Appello, in vero, ha esaminato la giustificazione fornita dall’imputato ed ha espresso una risposta esaustiva alle obiezioni sviluppate dalla difesa con i motivi di gravame ritenendo, sulla base della corretta interpretazione degli elementi probatori e della corretta applicazione delle regole della logica, di escludere che le difficolta’ economiche allegate (la cessazione dell’attivita’ economica svolta ed il perdurante stato di disoccupazione) sia stata tale da configurare una situazione di assoluta e incolpevole incapacita’ economica, e, pertanto, idonea ad integrare una causa di forza maggiore che aveva incolpevolmente precluso all’imputato l’assolvimento dell’obbligo al quale era tenuto in forza della sentenza di divorzio. Del tutto generica e’ l’affermazione del ricorrente secondo la quale lo status di pensionato (con un assegno mensile di 400,00 Euro) fosse incompatibile con lo svolgimento di attivita’ lavorativa preclusa solo da patologie altamente invalidanti.
  3. La Corte palermitana ha correttamente applicato i principi interpretativi, reiteratamente affermati da questa Corte Suprema, in ordine ai limiti temporali e fattuali dell’influenza, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare ma applicabili anche alla fattispecie in esame, della condizione di impossibilita’ economica dell’obbligato la quale puo’ assumere rilievo ai fini di escludere l’antigiuridicita’ della condotta (o almeno l’integrazione dei profili soggettivi del reato), soltanto se essa si estenda a tutto il periodo di tempo nel quale si sono reiterate le inadempienze e se consista in una situazione incolpevole di indisponibilita’ di introiti. Pacifica e’ l’affermazione secondo cui la responsabilita’ per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non e’ esclusa dall’incapacita’ di adempiere, ogniqualvolta questa sia dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell’agente, (Sez. 6, 3 marzo 2011, n. 11696, F.; Sez. 5, 22 aprile 2004, n. 36450, Communara).
  4. Infondato e’ altresi’ il secondo motivo di ricorso.

Nella contestazione riportata nella sentenza di appello si indica la data della consumazione con decorrenza dal 23 giugno 2003, contestazione sussumibile in quella di cd. contestazione aperta che, in fattispecie di reato permanente quale quello in esame, deve intendersi cristallizzata alla data della pronuncia della sentenza di primo grado, che blocca l’accertamento del reato ove non risulti sopraggiunto l’adempimento (principio pacifico; da ultimo Sez. 6, n. 5423 del 20/01/2015, B. Rv. 262064). Poiche’ la data della sentenza di primo grado e’ quella del 2 maggio 2013, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata e nel ricorso, deve farsi applicazione della nuova disposizione di cui all’articolo 157 c.p., entrato in vigore nel dicembre 2005, ben oltre il termine di consumazione del reato, norma che colloca in sei anni il termine minimo di prescrizione, non superato nell’intervallo tra la pronuncia di primo grado e la sentenza d’appello, ed in sette anni e mezzo complessivi, non ancora decorsi alla data odierna, il termine massimo.

  1. Ritiene, il Collegio che l’affermazione in diritto dei giudici di appello, secondo la quale il reato di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, non ha natura di reato permanente ma di condotta istantanea (con conseguente declaratoria di prescrizione delle condotte di inadempimento intervenute fino al 2 novembre 2005) non puo’ essere condivisa.

Pacifica nella giurisprudenza di questa Corte e’ l’affermazione secondo cui il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2, e’ reato permanente, che non puo’ essere scomposto in una pluralita’ di reati omogenei, essendo unico ed identico il bene leso nel corso della durata dell’omissione con la conseguenza che le cause di estinzione del reato operano non in relazione alle singole violazioni, ma solo al cessare della permanenza, che si verifica o con l’adempimento dell’obbligo eluso o, in difetto, con la pronuncia della sentenza di primo grado (Sez. 6, n. 45462 del 20/10/2015, D’A., Rv. 265452). Tale conclusione e’ stata confermata con riguardo alle condotte di inadempimento degli obblighi di natura economica previsti dall’articolo 3 legge 8 febbraio 2006, n. 54 (Sez. 6, sentenza n. 5423 del 20/01/2015, B., Rv. 262064) e deve ora essere ribadita anche con riguardo alla plurime condotte di inadempimento degli obblighi previste dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 sexies.

Il delitto previsto dall’articolo 12 sexies, L. cit., secondo la giurisprudenza di questa Corte, si configura per la semplice omissione di corrispondere all’ex-coniuge l’assegno nella misura disposta dal giudice, prescindendo dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto e senza necessita’ che tale inadempimento civilistico comporti anche il venir meno dei mezzi di sussistenza per il beneficiario dell’assegno (Sez. 6, n. 3426 del 05/11/2008, dep. 2009, C, Rv. 242680; Sez. 6, n. 11005 del 22/01/2001, Fogliano, Rv. 218616). La norma di cui all’articolo 12 sexies, delinea una precisa e specifica fattispecie integrata dalla violazione di un provvedimento del giudice, configurata come reato omissivo proprio, di carattere formale, essendo individuato il soggetto attivo soltanto in chi e’ tenuto alla prestazione dell’assegno di divorzio e consistendo la condotta nell’inadempimento dell’obbligo economico stabilito dal provvedimento del giudice.

La definizione dell’omissione e la conseguente diretta incriminazione del mero singolo inadempimento, non e’, tuttavia, ex se esaustiva del contenuto della fattispecie incriminatrice e non conduce ad identificare l’inadempimento mensile nel parallelo ed autonomo l’inadempimento civilistico nel caso di continuita’ della condotta illecita avuto riguardo alla fonte ed al contenuto esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, fondamento e natura ribaditi costantemente nella giurisprudenza penale (cfr. ex multis S.U. n.23866 del 31/1/2013, S., Rv. 255269), e dalla dottrina e giurisprudenza civilistica che ne individuano la fonte nell’articolo 143 c.c., quindi negli obblighi che discendono dal matrimonio, e che, pur attenuati, permangono sia in caso di separazione personale dei coniugi sia in caso di divorzio. La giurisprudenza civile, pur affermando la non coincidenza tra assegno alimentare e assegno di mantenimento, rispetto al quale il primo costituisce un minus (Sez. 1 civ., n. 5381 del 16/06/1997, Rv. 505219), per quanto riguarda l’assegno di divorzio in favore dell’ex-coniuge (L. n. 898 cit., articolo 5) sin dal 1990, ne ha affermato la natura esclusivamente assistenziale dell’assegno, atteso che la sua concessione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilita’ di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza cioe’ che sia necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio (Sez. U civ., n. 11492 del 29/11/1990, Rv. 469964; Sez. U civ., n. 11490 del 29/11/1990, Rv. 469963; nonche’ giurisprudenza successiva, tra cui, Sez. L., n. 4021 del 23/02/2006, Rv. 587014).

Evidente, dunque, l’affinita’ sistematica e strutturale dell’obbligo in parola con quello gravante sul genitore in relazione al quale la giurisprudenza penale ha affermato il principio secondo cui l’omesso adempimento dell’obbligo di contribuzione economica quale ne sia la fonte, normativa generale (articoli 147, 148 e 155 c.c., e L. n. 54 del 2006, articoli 1, 3 e 4; L. n. 898 del 1970, articoli 5, 6 e 12 sexies; articolo 337 bis c.c.; articolo 570 c.p., comma 2, n. 2) o giudiziale specifica, e in relazione al diverso suo possibile contenuto deve essere considerato nel suo complesso, con la conseguenza che la condotta/fattispecie penalmente rilevante assume natura di reato permanente, la cui consumazione inizia con la prima condotta che determina l’evento proprio delle singole fattispecie incriminatrici e cessa con l’ultima. Evento che, con riguardo al delitto di cui all’articolo 12 sexies, L. n. 898 cit., pure a fronte di un inadempimento civilistico che si consolida mensilmente, non osta a considerare le plurime condotte di singolo inadempimento, ai fini penali, unitariamente, dando vita ad un reato di natura permanente venendo in rilievo, sulla scorta del fondamento e del contenuto dell’unico obbligo assistenziale che grava sull’agente, la continuita’ della condotta illecita fino alla sua cessazione.

Puo’, quindi, affermarsi il principio di diritto che le condotte di inadempimento di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 sexies, costituiscono un unico reato permanente, la cui consumazione termina con l’adempimento integrale dell’obbligo ovvero con la data di deliberazione della sentenza di primo grado, quando dal giudizio emerga espressamente che l’omissione si e’ protratta anche dopo l’emissione del decreto di citazione a giudizio.

Consegue la infondatezza del motivo di ricorso di cui al punto 2.2 del ritenuto in fatto, nella sua complessa articolazione, sebbene la Corte di Cassazione non possa che prendere atto della intervenuta declaratoria di intervenuta prescrizione delle condotte di reati fino al 2 novembre 2005, in mancanza di impugnazione della parte pubblica.

  1. Non puo’ trovare accoglimento neppure il terzo motivo di ricorso poiche’ i giudici di appello hanno, sia pure implicitamente, valutato le deduzioni difensive in sede di disposta qualificazione giuridica del fatto e posta la precisazione che la Corte di merito non ha l’obbligo di esaminare, pena la nullita’ della decisione rilevante come vizio di violazione di legge ovvero la sua incompletezza rilevabile come vizio di motivazione, un motivo di appello manifestamente infondato (Sez. 5, n. 27202, dell’11/12/2012 (dep. 2013) Rv. 256314) del genere di quello proposto con il motivo di gravame alla luce dell’univoco inquadramento della fattispecie concreta nella ritenuta fattispecie incriminatrice di cui alla L. n. 898 del 1970, articolo 12 sexies, e della generica formulazione del motivo di ricorso.
  2. Non si sottrae alla conclusione di manifesta infondatezza il motivo di ricorso, nella sua duplice articolazione, relativo alla congruita’ delle spese processuali liquidate in favore della parte civile.apratiche

Il giudizio sulla congruita’ delle spese liquidate in primo grado espresso dalla Corte di appello assolve all’obbligo di motivazione sul punto anche avuto riguardo alla indeterminatezza della censura sollevata con il ricorso, indeterminatezza che inficia anche il motivo concernente la disposta liquidazione in sede di appello.

Deve, infatti, ritenersi che, allorche’ la richiesta della parte civile sia contenuta nei limiti di una ragionevole opinabilita’ e risulti che il giudice abbia concretamente esercitato il potere di controllo a lui spettante, non sia consentita l’impugnazione per Cassazione della relativa disposizione, sotto il profilo del vizio di motivazione, se l’impugnazione non e’ accompagnata dall’esposizione, sia pure sommaria, delle ragioni di illegittimita’ della liquidazione e non venga addotta la violazione dei limiti tariffari relativi alle attivita’ difensive certamente svolte dal patrono di parte civile. Cio’ in quanto la motivazione della sentenza e’ funzionale, sotto il profilo in esame, all’interesse dell’imputato a formulare i rilievi attinenti alla pertinenza delle voci di spesa, alla loro congruita’ e alla loro documentazione, laddove presentino margini di opinabilita’ e necessitino, per la loro pregnanza, di analitica esposizione. Quando, invece, la liquidazione operata in concreto dal giudice sia tale da coprire certamente le voci di spesa indefettibilmente sostenute dalla parte civile, e sia contenuta nei valori medi di cui alla Tabella allegata al decreto n. 55 del 10 marzo 2014, la motivazione non potrebbe che dare atto del rispetto di tali valori, per cui la sua mancanza non determina quel pregiudizio che costituisce la ragione della ricorribilita’ in Cassazione.

Nel caso di specie, i giudici di appello hanno liquidato, a favore della parte civile costituita, un importo complessivo che coincide con quello minino spettante per le fasi di studio, introduttiva e decisionale del grado di appello, per cui nessun pregiudizio e’ derivato all’imputato dalla mancata esplicitazione delle ragioni della determinazione.

  1. Segue al rigetto del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, ammessa a gratuito patrocinio e, pertanto da liquidare in favore dello Stato, spese che, avuto riguardo ai parametri di cui al decreto del 10 marzo 2014, n. 55, si liquida, in misura prossima al minimo, come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa della parte civile, (OMISSIS), che liquida in favore dello Stato in complessivi Euro 1.400,00 oltre il 15% spese generali, IVA e CPA

 

La mera condotta omissiva, consistente nella mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento ai familiari, non e’ sufficiente ad integrare il delitto di cui all’articolo 570 c.p., essendo comunque richiesta la sussistenza dello stato di bisogno della persona offesa. Solo quando soggetto passivo del reato sia un figlio minore lo stato di bisogno e’ presunto (Cass., Sez. 6, n. 53607 del 20-11-2014; Sez. 6, n. 49543 dell’11-11-2014; Sez. 6, n. 34111 del 12-7-2011). In ogni altro caso esso deve costituire oggetto di specifica dimostrazione (Cass., Sez. 6, 27-1-2000, Di Vittorio).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI penale

sentenza 16 novembre 2016, n. 48548

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CITTERIO Carlo – Presidente

Dott. COSTANZO Angelo – Consigliere

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – rel. Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 18/11/2014 della CORTE APPELLO di REGGIO CALABRIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 29/09/2016, la relazione svolta dal Consigliere Dott. EMANUELE DI SALVO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Sost. proc. Gen. Dott. ANIELLO ROBERTO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

E’ presente l’avv. (OMISSIS), che si riporta ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. (OMISSIS) ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe indicata, con la quale e’ stata confermata, in punto di responsabilita’, la pronuncia di condanna emessa in primo grado, in ordine al delitto di cui all’articolo 570 c.p., commesso in danno della moglie, (OMISSIS), non legalmente separata per sua colpa.
  2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, poiche’ la Corte d’appello non ha accertato lo stato di bisogno della (OMISSIS), la quale e’ proprietaria di terreni produttivi e di ben tre appartamenti ed ha acquistato un’autovettura al prezzo di Euro 4333,00. Che tali immobili non siano stati locati e’ frutto di una libera scelta della (OMISSIS), che ha quindi rinunciato ad ottenere un reddito. Viceversa l’imputato ha cessato la propria attivita’ commerciale, vive ospite della sorella e ha dovuto demolire la propria vecchia Fiat 127, non potendo piu’ permettersela.

2.1. In ogni caso il fatto e’ di particolare tenuita’, ex articolo 131-bis c.p., norma introdotta successivamente all’emanazione della sentenza impugnata. Si chiede pertanto annullamento di quest’ultima.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo di ricorso e’ fondato. In tema di sindacato del vizio di motivazione, infatti, il compito del giudice di legittimita’ non e’ quello di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta dai giudici di merito, bensi’ di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni, a preferenza di altre (Sez. U.,13-12-1995, Clarke, Rv. 203428). Il sindacato del giudice di legittimita’ sulla motivazione del provvedimento impugnato deve pertanto essere volto a verificare che quest’ultima: a) sia “effettiva”, ovvero realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non sia “manifestamente illogica”, perche’ sorretta,nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della logica; c) non sia internamente “contraddittoria”, ovvero sia esente da antinomie e da incongruenze tra le sue diverse parti o tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti logicamente “incompatibile” con “altri atti del processo”, indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente, nei motivi posti a sostegno del ricorso, in misura tale da risultare radicalmente inficiata sotto il profilo logico (Cass., Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Rv. 251516).
  2. Nel caso in disamina, l’apparato giustificativo posto a base della sentenza di secondo grado non e’ esente da vizi, non evincendosi con chiarezza sulla base di quali argomentazioni i giudici di merito siano pervenuti all’asserto relativo alla ravvisabilita’ del requisito della sussistenza dello stato di bisogno del soggetto passivo. Infatti, La mera condotta omissiva, consistente nella mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento ai familiari, non e’ sufficiente ad integrare il delitto di cui all’articolo 570 c.p., essendo comunque richiesta la sussistenza dello stato di bisogno della persona offesa. Solo quando soggetto passivo del reato sia un figlio minore lo stato di bisogno e’ presunto (Cass., Sez. 6, n. 53607 del 20-11-2014; Sez. 6, n. 49543 dell’11-11-2014; Sez. 6, n. 34111 del 12-7-2011). In ogni altro caso esso deve costituire oggetto di specifica dimostrazione (Cass., Sez. 6, 27-1-2000, Di Vittorio).

Nella specie, risulta dalla sentenza impugnata che la parte civile ha ammesso di essere proprietaria di due immobili: uno di essi era adibito ad abitazione mentre l’altro era sfitto. Rispetto a queste risultanze appare distonica l’affermazione della Corte d’appello secondo cui “gli immobili sono improduttivi di reddito o meglio delle liquidita’ di cui vi e’ necessita’ per affrontare le spese quotidiane”. E’ infatti incontrovertibile che un immobile possa costituire fonte di reddito, in quanto il proprietario, concedendolo in locazione, puo’ acquisire risorse finanziarie, piu’ o meno cospicue, onde provvedere alle proprie necessita’. I giudici di merito avrebbero dunque dovuto approfondire le ragioni per le quali l’immobile non fosse stato dato in locazione dalla (OMISSIS), accertando, in particolare, se cio’ fosse ascrivibile ad una libera scelta della proprietaria o a ragioni oggettive, di carattere ostativo alla locazione (deteriore stato di usura; inagibilita’ o inabitabilita’ dell’immobile e via dicendo). Soltanto in quest’ultimo caso l’affermazione inerente all’improduttivita’ di reddito dell’immobile avrebbe potuto considerarsi fondata. Laddove viceversa fosse stato accertato che la mancata concessione in locazione dell’appartamento derivava da una libera scelta della proprietaria, non sarebbe stato giuridicamente possibile affermare che quest’ultima versasse in stato di bisogno. La disponibilita’ di una fonte di reddito costituisce infatti elemento idoneo ad elidere tale requisito, indefettibile per l’integrazione degli estremi del reato di cui all’articolo 570 c.p., a meno che non risulti che il reddito ricavabile dalla fonte stessa, per la sua esiguita’, non possa considerarsi sufficiente ad eliminare lo stato di bisogno. In quest’ottica,ogni elemento idoneo a stabilire il valore dell’immobile e dunque il canone al quale quest’ultimo avrebbe potuto essere locato non poteva essere espunto dallo spettro cognitivo e valutativo dei giudici di merito. La tematizzazione di tali profili e’, viceversa, del tutto estranea all’apparato giustificativo della sentenza impugnata, che si limita a prendere atto delle dichiarazioni della persona offesa e delle altre risultanze emerse, nel corso del processo, in ordine alla mancata osservanza, da parte dell’imputato, dell’obbligo di contribuire alle esigenze della moglie. Ma l’apparato giustificativo del decisum non puo’ ridursi alla semplice riproduzione delle risultanze acquisite, dovendo il giudice elaborare il materiale probatorio disponibile, si’ da dare puntuale risposta alle argomentazioni difensive (Cass., Sez. 6,n. 34042 del 11-2-2008, Napolitano), che, nel caso in esame, avevano specificamente segnalato la problematica relativa alla ravvisabilita’ dello stato di bisogno del soggetto passivo. Qualora infatti la prospettazione difensiva sia estrinsecamente riscontrata da alcuni dati oggettivi, il giudice deve farsi carico di confutarla specificamente, dimostrandone in modo rigoroso l’inattendibilita’, attraverso un adeguato apparato argomentativo. Piu’ in generale, occorre osservare come il giudice sia tenuto ad interrogarsi in merito alla plausibilita’ di ricostruzioni alternative alla prospettazione accusatoria, qualora esse vengano additate dall’oggettivita’ delle acquisizioni probatorie. La regola di giudizio compendiata nella formula dell’”al di la’ di ogni ragionevole dubbio” impone infatti al giudicante l’adozione di un metodo dialettico di verifica dell’ipotesi accusatoria, volto a superare l’eventuale sussistenza di dubbi intrinseci a quest’ultima, derivanti, ad esempio, da autocontraddittorieta’ o da incapacita’ esplicativa, o estrinseci, in quanto connessi, come nel caso in disamina,all’esistenza di dati fattuali di segno contrario (Cass., Sez 1, n. 4111 del 24-10-2011, Rv. 251507).

Non puo’ pertanto affermarsi che, nel caso di specie, i giudici di secondo grado abbiano preso adeguatamente in esame tutte le deduzioni difensive ne’ che siano pervenuti alle loro conclusioni attraverso un itinerario logico-giuridico immune da vizi, sotto il profilo della razionalita’, e sulla base di apprezzamenti di fatto esenti da connotati di contraddittorieta’ o di manifesta illogicita’ e di un apparato logico coerente con una esauriente analisi delle risultanze agli atti (Sez. U., 2511-1995, Facchini, Rv. 203767).

  1. La sentenza impugnata va dunque annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Reggio Calabria, per nuovo giudizio. Tale epilogo decisorio, comportando un pronunciamento di natura rescindente, determina l’ultroneita’ della disamina delle ulteriori doglianze.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia, per nuovo giudizio, ad altra Sezione della Corte d’appello di Reggio Calabria

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 13 marzo 2015, n. 10958

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MILO Nicola – Presidente

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – rel. Consigliere

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

nei confronti di:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

inoltre:

(OMISSIS) N. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1477/2012 CORTE APPELLO di PALERMO, del 07/03/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/02/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. DE AMICIS GAETANO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. SCARDACCIONE Vittorio Eduardo, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso della parte civile e l’annullamento senza rinvio della sentenza per intervenuta prescrizione del reato.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza emessa in data 7 marzo 2014 la Corte d’appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Palermo in data 9 dicembre 2011 – che dichiarava (OMISSIS) colpevole del reato di cui all’articolo 570 c.p., comma 2, n. 2 e, ritenute le attenuanti generiche equivalenti alla contestata recidiva reiterata, lo condannava alla pena di mesi quattro di reclusione ed euro 300,00 di multa, oltre al risarcimento del danno e al pagamento di una provvisionale in favore della parte civile, per essersi sottratto agli obblighi di assistenza familiare facendo mancare i mezzi di sussistenza alla moglie separata (OMISSIS) attraverso l’omesso pagamento in suo favore della somma mensile di euro 250,00 (poi modificata in quella di euro 150,00), come determinata con provvedimenti del Giudice civile del 28 giugno 2006 e del 31 ottobre 2008 – ha revocato le su indicate statuizioni civili e la condizione posta alla concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena attraverso il pagamento della provvisionale, confermando nel resto la sentenza impugnata.
  2. Avverso la su indicata pronunzia della Corte d’appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia di (OMISSIS), deducendo il vizio di inosservanza o erronea applicazione di legge in relazione agli articoli 79 e 484 c.p.p., per avere la Corte d’appello erroneamente ritenuto fondata l’eccezione di inammissibilita’ della costituzione di parte civile.

Il limite ultimo per la costituzione di parte civile, come si evidenzia nel ricorso, e’ rappresentato unicamente dall’apertura del dibattimento. Nella prima udienza del 24 novembre 2010, in particolare, il Giudice non ha controllato la regolare costituzione delle parti ex articolo 484 c.p.p., che ha invece svolto solo nella seconda udienza del 4 febbraio 2011 (nella quale si e’ appunto verificata la costituzione di parte civile), ma ha dato atto esclusivamente della indicazione dei soggetti presenti, rappresentando quindi la stessa un mero inserimento dei dati essenziali richiesti dal codice di rito per la redazione del verbale.

  1. Avverso la su indicata pronunzia ha proposto altresi’ ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo due motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.

3.1. Violazione di legge e difetto di motivazione in relazione all’articolo 570 c.p.p., per avere la Corte d’appello affermato la responsabilita’ dell’imputato solo sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, omettendo uno specifico esame di attendibilita’ della narrazione, tanto piu’ necessario in relazione alla prova dello stato di effettivo bisogno della persona offesa.

Dalla documentazione prodotta, inoltre, poteva evincersi che il ricorrente, seppure non tempestivamente o regolarmente a causa delle sue difficolta’ economiche, aveva versato delle somme di denaro alla moglie, adempiendo ai propri doveri di assistenza, nei limiti delle sue possibilita’. Lo stato di privazione dell’avente diritto, in definitiva, e’ stato semplicemente presunto dall’ordinanza del Tribunale civile che poneva l’obbligo di corresponsione dell’assegno in capo al ricorrente,

3.2. Violazione di legge e difetto di motivazione in relazione alle attenuanti di cui all’articolo 62 bis c.p. e articolo 62 c.p., n. 6, per avere la Corte di merito applicato una pena eccessiva e sproporzionata, ignorando la situazione di difficolta’ economica dell’imputato e la sua condotta processuale, quali presupposti sufficienti per un giudizio di prevalenza tale da ridurre la pena irrogatagli. Erroneamente negata, inoltre, risulta l’attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6, atteso che l’imputato aveva dimostrato, con i pagamenti risultanti in atti, di essersi adoperato per elidere o attenuare le conseguenze del reato ascrittogli.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Infondato, in primo luogo, deve ritenersi il ricorso proposto dal difensore di (OMISSIS), avendo la Corte di merito correttamente ritenuto l’inammissibilita’ della costituzione di parte civile sul duplice rilievo:
  2. a) che il Tribunale, nell’udienza del 24 novembre 2010, assente la persona offesa ed il suo difensore, aveva proceduto alla verifica della costituzione delle parti dichiarando la contumacia dell’imputato;
  3. b) che solo in occasione della successiva udienza del 4 febbraio 2011, dunque in seguito all’espletamento dell’incombente procedurale inerente alla verifica di cui all’articolo 484 c.p.p., era avvenuta la costituzione di parte civile.

Al riguardo, invero, deve rilevarsi che la Corte d’appello si e’ uniformata al prevalente orientamento seguito dalla giurisprudenza di legittimita’, secondo cui la costituzione di parte civile deve avvenire, a pena di decadenza, fino a che non siano stati compiuti gli adempimenti relativi alla regolare costituzione delle parti e non fino al diverso termine coincidente con l’apertura del dibattimento (da ultimo, v. Sez. 3 , n. 44442 del 03/10/2013, dep. 04/11/2013, Rv. 257529; Sez. 5 , n. 38982 del 16/07/2013, dep. 20/09/2013, Rv. 257763; Sez. 3 , n. 25133 del 15/04/2009, dep. 17/06/2009, Rv. 243906, in relazione ad una analoga fattispecie di ritenuta inammissibilita’ della costituzione effettuata dopo che, dichiarata la contumacia dell’imputato, il giudice aveva provveduto a rinviare il processo ad altra udienza senza aprire il dibattimento; contra, v. Sez. 5 , n. 3205 del 04/10/2012, dep. 22/01/2013, Rv. 254383, secondo cui e’ legittima la costituzione di parte civile avvenuta in sede di udienza di rinvio – nel caso di specie disposto dal giudice per sanare l’irritualita’ della notifica all’imputato -prima del compimento delle formalita’ di apertura del dibattimento).

Si tratta di una linea interpretativa la cui ratio si ritiene in questa Sede ampiamente condivisibile, poiche’ l’articolo 79 c.p.p. ricollega tassativamente il momento ultimo della costituzione di parte civile alla sola effettuazione degli adempimenti preliminari di cui all’articolo 484 c.p.p..

Risulta infatti chiaramente, dal combinato disposto di cui agli articoli 79, 484, 491 e 492 c.p.p., che la costituzione di parte civile deve avvenire, a pena di decadenza, “in limine litis”, vale a dire fino a quando non siano compiuti gli adempimenti relativi alla regolare costituzione delle parti, mentre non e’ possibile, se non al prezzo di una interpretazione contraria alla lettera del dato normativo, “spostare” in avanti le rituali formalita’ dell’adempimento inerente alla costituzione della parte civile sino a quando non sia dichiarato aperto il dibattimento ex articolo 492 c.p.p., ne’, tanto meno, far coincidere indebitamente due evenienze procedimentali che il legislatore ha invece voluto mantenere separate (v., in motivazione, Sez. 3 , n. 25133 del 15/04/2009, dep. 17/06/2009, cit.).

Le attivita’ procedimentali descritte nelle su menzionate disposizioni normative, del resto, si svolgono secondo una sequenza prestabilita dal legislatore e sono tra loro logicamente e cronologicamente distinte, dovendosi quindi escludere ogni coincidenza tra la iniziale verifica della regolare costituzione della parti e la successiva dichiarazione di apertura del dibattimento.

Nel caso in esame, proprio per il fatto di esservi stata dichiarata la contumacia dell’imputato, emergeva con evidenza, gia’ in occasione della prima udienza celebrata dinanzi al Tribunale il 24 novembre 2010, lo svolgimento di un’attivita’ processuale corrispondente a quella della verifica contemplata dall’articolo 484 c.p.p..

Se e’ vero che, nella prassi, puo’ accadere che la sequenza procedimentale descritta si svolga frequentemente all’interno di un unico contesto temporale, che vede il giudice effettuare la verifica prevista dall’articolo 484 c.p.p. e dichiarare contestualmente aperto il dibattimento senza alcuna soluzione di continuita’ – cio’ che puo’ portare, di fatto, ad una sostanziale coincidenza tra l’accertamento della regolare costituzione delle parti e la dichiarazione di apertura del dibattimento -e’ pur vero, tuttavia, che tali adempimenti procedurali rimangono distinti e non perdono l’autonomia e l’identita’ loro attribuita dal codice di rito, proprio perche’ il loro compimento determina il formarsi di preclusioni e decadenze (in tal senso v., in motivazione, Sez. 3 , n. 44442 del 03/10/2013, dep. 04/11/2013, cit., che, nel ribadire il principio di diritto sopra indicato, ne ha precisato la portata applicativa con riferimento alla peculiarita’ del caso ivi esaminato, distinguendo il controllo della regolare costituzione delle parti, il quale presuppone una valutazione da parte del giudice, dalla attivita’ di mera ricognizione dei soggetti presenti in udienza la cui indicazione nel verbale e’ comunque richiesta ex articoli 136, 142 e 480 c.p.p.).

AAERERIDIPIANGIAl riguardo, infine, occorre considerare che le stesse questioni previste dall’articolo 491 c.p.p., fra le quali, come e’ noto, rientrano anche quelle concernenti la costituzione di parte civile, si riferiscono, palesemente, ad una costituzione gia’ avvenuta, sicche’ “sono precluse se non sono proposte subito dopo compiuto per la prima volta l’accertamento della costituzione delle parti”, imponendo alle parti processuali interessate l’onere dell’immediato rilievo delle questioni e al giudice l’altrettanto immediata decisione delle stesse, nell’istante, cioe’, che segue la verifica della costituzione delle parti (al riguardo v., da ultimo, Sez. 6 , n. 49057 del 26/09/2013, dep. 05/12/2013, Rv. 258129).

Al rigetto del ricorso consegue, ex articolo 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali del grado.

  1. Inammissibile, inoltre, deve ritenersi il ricorso proposto dall’imputato, in quanto basato su censure sostanzialmente orientate a riprodurre una serie di argomentazioni gia’ esposte dinanzi ai Giudici di merito, e dagli stessi ampiamente vagliate e correttamente disattese, ovvero a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali, poiche’ imperniata sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, in tal guisa richiedendo l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearita’ e della logica consequenzialita’ che caratterizzano la motivazione della decisione impugnata.

2.1. Nel condividere il significato complessivo del quadro probatorio posto in risalto nella sentenza di primo grado, la cui motivazione viene a saldarsi perfettamente con quella d’appello, si da costituire un compendio argomentativo uniforme e privo di lacune, la Corte di merito ha esaminato e puntualmente disatteso la diversa ricostruzione prospettata dalla difesa, ponendo in evidenza, attraverso il richiamo ai passaggi motivazionali gia’ esaustivamente delineati nella prima decisione, i seguenti aspetti:

  1. a) la piena attendibilita’, intrinseca ed estrinseca, delle dichiarazioni rese dalla persona offesa circa l’omesso totale versamento di somme in suo favore da parte dell’imputato;
  2. b) che siffatte dichiarazioni, inoltre, hanno trovato conferma non solo nella documentazione in atti acquisita – da cui e’ emerso come, a causa del totale inadempimento dell’imputato almeno sino al gennaio del 2009, la persona offesa sia stata costretta a ricorrere alle vie legali per ottenere il pignoramento del 20% del suo stipendio solo a partire dal mese di aprile dello stesso anno – ma anche nelle dichiarazioni rese dal teste Maresciallo (OMISSIS), che ha riferito circa la capacita’ lavorativa dell’imputato e l’esistenza delle necessarie risorse economiche per ottemperare, al momento dei fatti, agli obblighi giudizialmente impostigli;
  3. c) che dopo l’allontanamento del marito dalla casa coniugale la persona offesa ha dovuto far fronte alle proprie necessita’ ricorrendo all’aiuto economico della figlia e delle proprie sorelle;
  4. d) che, peraltro, nessun elemento di prova in senso contrario e’ stato dall’imputato addotto riguardo alla sua capacita’ lavorativa ed al parallelo stato di bisogno della persona offesa, costretta proprio dall’inottemperanza del marito ad azionare il ricorso alle procedure esecutive.

2.2. Per quel che attiene, dunque, al profilo dell’eccepita insussistenza probatoria dell’elemento materiale del reato, le notazioni del ricorrente si mostrano meramente assertive e all’evidenza infondate, ove si consideri, alla stregua di un pacifico insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 6 , n. 33808 del 26/04/2007, dep. 04/09/2007, Rv. 237325), che, ai fini del delitto di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza di cui all’articolo 570 cpv. c.p., n. 2, la circostanza del recupero forzoso dei crediti operato dall’avente diritto non esclude la presenza dello stato di bisogno del medesimo, ne’ dell’elemento soggettivo del reato, ponendosi, rispetto alla perpetrata omissione, come un “post factum” dimostrativo della pregressa facolta’ di spontaneo adempimento da parte dell’obbligato.

Nella medesima prospettiva, inoltre, deve ribadirsi che l’incapacita’ economica dell’obbligato, intesa come impossibilita’ di far fronte agli adempimenti fissati in sede civile, deve essere assoluta e deve integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilita’ di introiti (Sez. 6 , n. 41362 del 21/10/2010, dep. 23/11/2010, Rv. 248955), mentre nel caso in esame, come concordemente osservato dai Giudici di merito, l’imputato non ha offerto alcuna dimostrazione di versare in una situazione di assoluta ed incolpevole indigenza, si da rendere materialmente impossibile l’ottemperanza alle relative statuizioni civili.

2.3. Conclusivamente, deve ritenersi che la Corte d’appello ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione dei delitti oggetto dei correlativi temi d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla difesa si poneva solo quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.

La conclusione cui e’ pervenuta la sentenza impugnata riposa, in definitiva, su un quadro probatorio linearmente rappresentato come completo ed univoco, e come tale in nessun modo censurabile sotto il profilo della congruita’ e della correttezza logico – argomentativa.

In questa Sede, invero, a fronte di una corretta ed esaustiva ricostruzione del compendio storico-fattuale oggetto della regiudicanda, non puo’ ritenersi ammessa alcuna incursione nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti accertati nelle pronunzie dei Giudici di merito, dovendosi la Corte di legittimita’ limitare a ripercorrere l’iter argomentativo ivi tracciato, ed a verificarne la completezza e la insussistenza di vizi logici ictu oculi percepibili, senza alcuna possibilita’ di verifica della rispondenza della motivazione alle correlative acquisizioni processuali.

ACOPPIA SEPARAZIONE2.4. Manifestamente infondato, infine, deve ritenersi l’ultimo profilo di doglianza dal ricorrente prospettato (v., supra, il par. 3.2.), mirando lo stesso a censurare un potere discrezionale il cui esercizio e’ stato oggetto di congrua motivazione da parte dei Giudici di merito, che hanno fatto riferimento, per un verso, alla recidiva reiterata dell’imputato, con la conseguente esclusione di una valutazione di prevalenza delle pur riconosciute attenuanti generiche, e, per altro verso, al fatto che le somme ottenute dalla beneficiaria solo a titolo coatto -ossia, dietro pignoramento di parte dello stipendio e solo dall’aprile del 2009, senza alcun effetto per il periodo antecedente – non consentivano sotto alcun profilo la concessione dell’invocata attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6, in tal guisa esprimendo la piena giustificazione di un apprezzamento di merito come tale non assoggettabile a sindacato in questa Sede, ponendosi, di contro, le deduzioni difensive al riguardo solo genericamente formulate nella mera prospettiva di accreditare una diversa, ed alternativa, valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti fattuali che giustificherebbero la concessione delle invocate attenuanti.

2.5. V’e’, infine, da osservare, alla stregua di una pacifica regula iuris, che l’inammissibilita’ del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilita’ stessa di far valere e rilevare le cause di non punibilita’ a norma dell’articolo 129 c.p.p., ivi compresa quella relativa all’eventuale estinzione del reato per prescrizione, quand’anche maturata in data anteriore alla pronunzia della sentenza di appello, ma non dedotta ne’ rilevata da quel giudice (Sez. Un., n. 23428 del 22/03/2005, dep. 22/06/2005, Rv. 231164).

2.6. Alla declaratoria di inammissibilita’ del ricorso, conclusivamente, consegue, ex articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento alla cassa delle ammende di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura di euro mille.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso di (OMISSIS), che condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 alla cassa delle ammende.

Rigetta il ricorso della parte civile (OMISSIS), che condanna alle spese processuali di ragione.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere la generalita’ e gli altri identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52, in quanto imposto dalla legge.

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI

sentenza del 25 maggio 2012, n. 20212

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cremona, ha proposto appello (convertito in ricorso per cassazione) avverso la sentenza ex art. 425 cod. proc. pen. dell’11 novembre 2010, del G.U.P. presso il Tribunale di Cremona, pronunciata nei confronti di L.G., prosciolto perchè il fatto non costituisce reato dall’imputazione ex art. 624 bis cod. pen., per aver sottratto, dall’abitazione della guardia giurata, addetta al servizio di vigilanza e sicurezza della locale Procura, la rubrica telefonica, contenente l’elenco completo dei numeri telefonici riservati dei magistrati del P.M., rubrica restituita dallo stesso imputato con la giustificazione che la stessa era “rimasta attaccata ai documenti che egli aveva con sè in occasione di un suo accesso alla Procura”.
L’episodio, che il G.U.P. definisce “banale”, viene dalla gravata sentenza inquadrato in tre possibili ipotesi: 1) “inavvertito” impossessamento ad opera del ricorrente, come da lui sostenuto; 2) “consapevole” sottrazione, seguita da immediata restituzione, qualificabile come furto d’uso, a seguito della “celere restituzione”, condotta di reato per la quale è mancata la querela;
3) condotta realizzata in quanto sorretta dalla “scriminante putativa” costituita dal “diritto che egli – nella sua complessiva situazione psicologica- sentiva di poter parlare con coloro che disponevano di procedimenti tanto importanti per la sua persona”. Da ciò la conclusione del difetto dell’elemento soggettivo del reato o della non punibilità della condotta.
Il Procuratore della Repubblica nella sua impugnazione nata come appello, evidenzia che nella specie era inibito al L., per disposizione scritta del Procuratore della Repubblica, l’accesso al corridoio che consentiva di entrare nelle stanze dei magistrati e che l’episodio, del l’impossessamento della rubrica telefonica, contenente “l’elenco completo dei numeri telefonici riservati dei magistrati”, andava inquadrato nella sistematica attività illecita, assunta dall’imputato nei confronti dei componenti la Procura della Repubblica considerata “organo colluso” con un locale Istituto di Credito, con conseguente insostenibilità logica del difetto di intenzionalità prospettato dal G.U.P..
Il motivo, pur nei limiti del mezzo erroneamente utilizzato (appello e non ricorso), è fondato e la gravata sentenza va annullata con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Cremona.
Premesso che la sentenza di non luogo a procedere ha un carattere prevalentemente processuale e non di merito, il giudice dell’udienza preliminare ha il potere di pronunziare la sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p., in tutti quei casi nei quali non esista una prevedibile possibilità che il dibattimento possa approdare ad una soluzione conforme alla prospettazione accusatoria.
In tale quadro occorre peraltro precisare:
a) che la sentenza di non luogo a procedere esprime una valutazione prognostica negativa circa l’eventuale condanna in giudizio e non un convincimento intorno ad un accertamento svolto ai fini di una possibile condanna (Cass. pen. sez. 2, 28743/2010 Rv. 247860);
b) che soltanto una prognosi di inutilità del dibattimento relativa alla evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale probatorio raccolto – e non un giudizio prognostico in esito al quale il giudice pervenga ad una valutazione di innocenza dell’imputato – può condurre ad una sentenza di non luogo a procedere(Cass. pen. sez. 5, 22864/2009 Rv. 244202);
c) che pertanto non rientra nel potere del giudice effettuare un giudizio prognostico in esito al quale si formuli una valutazione di innocenza dell’imputato, in quanto il parametro di riferimento non è “l’innocenza” ma “l’impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio” (Cass. Pen. sez. 4, 26410/2007, Rv. 236800).
Orbene, nella specie, a tali regole non si è attenuto il G.U.P. del provvedimento impugnato il quale, pur non trovandosi in presenza di elementi palesemente insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio per l’esistenza di prove positive di innocenza o per la manifesta inconsistenza di quelle di colpevolezza, ha ritenuto di prosciogliere l’imputato, omettendo di considerare, come dianzi precisato, che soltanto una prognosi di inutilità del dibattimento (relativa alla evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale probatorio raccolto) e non invece un giudizio prognostico, in esito al quale il giudice pervenga ad una valutazione di innocenza dell’imputato, può condurre ad una sentenza di non luogo a procedere (cfr. ex plurimis:
cass. pen. sez. 5, 22864/2009 Rv. 244202).

La gravata sentenza va quindi annullata con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di Cremona.

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al Tribunale di Cremona.

 

 

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