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Separarsi separazioni divorzi bologna avvocato matrimonialista in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

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Separarsi separazioni divorzi bologna avvocato matrimonialista 

Separarsi separazioni divorzi bologna avvocato matrimonialista   in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

 

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La separazione personale tra i coniugi, il divorzio, la nullità del matrimonio e la cessazione della convivenza coniugale non debbono mai avere effetti pregiudizievoli sulla prole, non debbono mai ledere interessi e diritti della stessa. Quest’ultima, infatti, non ha alcuna responsabilità della crisi tra i propri genitori, anzi ne è sicuramente una vittima, dato che sente perdere i suoi punti fissi di riferimento, vede svanire il rapporto tra i propri genitori a cui è stata sempre abituata. In modo chiaramente esemplificativo, infatti, la dottrina si esprime in questi termini: «il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare la prole non muta il suo contenuto a seconda che si versi nella fase patologica piuttosto che nella fase fisiologica della vita familiare: esso deriva dall’atto stesso della procreazione, si perpetua fino al raggiungimento, da parte dei figli, della piena autosufficienza economica» (A. ARCERI, L’affidamento condiviso. Nuovi diritti e nuove responsabilità nella famiglia in crisi, in Nuovi percorsi di diritto di famiglia, collana diretta da Sesta M., Milano, 2007).

Ascolto del minore. Con riferimento all’ascolto del minore, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire che:

–      si tratta di un adempimento necessario nel primo grado di giudizio delle procedure relative al suo affidamento, come si desume, anche, dall’art. 336-bis, comma 1, cod. civ., che prevede che il minore debba essere ascoltato «dal presidente del tribunale o dal giudice delegato», coerentemente con l’art. 2, comma 1, lett. i, della legge n. 219/2012 (Cass. 22 luglio 2014, n. 16658, est. Lamorgese. Nella specie, il minore era stato ascoltato direttamente dal giudice di primo grado e la circostanza che, in grado di appello, fosse stato ascoltato solo dal c.t.u. non determinava alcuna violazione di tipo processuale);

–      è obbligatorio anche nei procedimenti conseguenti alla cessazione della convivenza tra genitori non uniti in matrimonio, laddove implichino valutazioni e statuizioni direttamente incidenti sugli aspetti inerenti all’affidamento, alle modalità di frequentazione ed alle scelte che ineriscono alla valutazione dell’interesse del minore (Cass. 10 settembre 2014, n. 19007, est. Campanile);

–      non va operato tutte le volte in cui esso sia ritenuto inopportuno, in ragione dell’età o del grado di maturità del minore o per altre circostanze, le quali palesino come l’ascolto sarebbe, piuttosto, pregiudizievole per l’interesse ad un equilibrato sviluppo psicofisico del minore, secondo la specifica motivazione che il giudice del merito dovrà enunciare (Cass. 2 luglio 2014, n. 15143, est. Nazzicone. Nella specie, la Corte di appello, nell’ambito di un giudizio divorzile, aveva adeguatamente esposto il proprio convincimento circa la non opportunità di disporre una nuova audizione della figlia infradodicenne della coppia, già ascoltata in primo grado, per scongiurare il rischio che la stessa fosse foriera di ulteriore disagio e pregiudizio per la minore, stante le osservazioni formulate dal c.t.u. in merito ai comportamenti di entrambi i genitori che cercavano di coinvolgerla in verifiche di fatti e stati d’animo);

–      non rappresentando una testimonianza o un altro atto istruttorio rivolto ad acquisire una risultanza favorevole all’una o all’altra soluzione, bensì un momento formale del procedimento deputato a raccogliere le opinioni ed i bisogni rappresentati dal minore in merito alla vicenda in cui è coinvolto, deve svolgersi in modo tale da garantire l’esercizio effettivo del diritto del minore di esprimere liberamente la propria opinione, e, quindi, con tutte le cautele e le modalità atte ad evitare interferenze, turbamenti e condizionamenti, ivi compresa la facoltà di vietare l’interlocuzione con i genitori e/o con i difensori, nonché di sentire il minore da solo, o, ancora, quello di delegare l’audizione ad un organo più appropriato e professionalmente attrezzato (Cass. 21 novembre 2014, n. 24864, est. Campanile, secondo cui, a conferma di ciò, l’art. 336-bis, comma 2, cod. civ., ha previsto che le parti, i difensori, il curatore del minore, se nominato, ed il p.m. sono ammessi a partecipare all’ascolto se autorizzati dal giudice);

 

on riferimento al nodo interpretativo posto dalla nuova formulazione dell’art. 38, comma 1, disp. att. cod. civ., avente ad oggetto il passaggio o meno al Tribunale ordinario  della competenza ad assumere, in pendenza dei giudizi separativi, divorzili o di affidamento di figli nati fuori del matrimonio, i provvedimenti di decadenza dalla responsabilità genitoriale ex art. 330 cod. civ., i il Tribunale per i minorenni di Catania, con la pronuncia in rassegna, ha chiarito che nulla è cambiato rispetto al passato e che la competenza continuerà a spettare al Giudice minorile.

Tale tesi interprativa appare estremamente ragionevole e di buon senso, non essendovi alcun riferimento normativo che consenta di ritenere sottratta al Giudice minorile, in ipotesi di pendenza di un giudizio di separazione o divorzio, la competenza ad adottare i provvedimenti di decadenza dalla responsabilità genitoriale.

In tal senso, la giurisprudenza di merito ha affermato che la legge n. 219/2012: «ha ampliato le competenze del giudice ordinario solo con riguardo alle limitazioni ex art. 333 cod. civ. ma lasciando immutata la esclusiva competenza del T.M. per le pronunce ex art. 330 c.c.: pronunce che il tribunale ordinario non potrebbe dunque emettere nemmeno se pendente un giudizio di separazione o divorzio. Questo è confermato dallo sfoglio dei lavori parlamentari, dalla lettera dell’attuale art. 38 disp. att. c.c. e da un approccio sistematico alla questione che vede, al centro dell’azione ex art. 330 c.c., il pubblico ministero minorile, organo estraneo all’apparato giudiziario del tribunale ordinario» (così Trib. Milano 11 dicembre 2013, in www.altalex.it).

Secondo un’altra pronuncia di merito, l’inciso trascritto nel primo comma dell’art. 38 disp. att. cod. civ. («anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo») deve essere rapportato unicamente al primo periodo della seconda – e non della prima – parte della citata disposizioe normativa, in tal modo attribuendosi al giudice ordinario l’emanazione dei soli provvedimenti ex art. 333 cod. civ. (e non anche di quelli ex art. 330 cod. civ.), essendo significativo l’utilizzo nel primo periodo della seconda parte del primo comma dell’art. 38 cit. dell’espressione procedimenti di cui all’art. 333, contrapposta, nella seconda parte della medesima disposizione separata da un punto e virgola, all’espressione provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo (Trib. minori Palermo 11 dicembre 2013, richiamata nella nota di Randazzo, (Dis)organiche considerazioni sul nuovo art. 38 disp. att. c.c. – raccogliamo le idee, in www.magistraturademocratica.it, secondo cui sarebbe opportuno adattare la lettura del dato testuale ad una coerente interpretazione logica e sistematica, rispettosa del discrimine tra i provvedimenti volti a regolamentare le modalità di esercizio della potestà da parte di una coppia genitoriale separata, e quelli incidenti sulla spettanza della potestà).

Al riguardo, è significativo rilevare che l’Ufficio Massimario della Suprema Corte di Cassazione, nel volume dedicato alla rassegna della giurisprudenza di legittimità dell’anno 2013

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Lo studio legale Dell’avvocato Sergio Armaroli di Bologna opera in vari settori del diritto civile offrendo, in particolare, un valido supporto alle problematiche connesse al matrimonio ( separazione e divorzio e modifica dei patti) e ai rapporti tra i conviventi, tutelando a 360 gradi soprattutto i figli, siano essi legittimi o naturali.

Lo studio legale dell’avvocato Sergio Armaroli si occupa di:

 

  • consulenza legale nell’ambito del diritto civile
  • assistenza contrattuale
  • azioni giudiziarie consulenza legale Bologna
  • cause civili
  • diritto delle successioni consulenza legale Bologna
  • diritto di famiglia
  • assistenza e consulenza divorzi consulenza legale Bologna
  • gestione contenziosi

Diritto penale amministrativo e societario si occupa di:

 

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Diritto penale amministrativo e societario

 

Lo studio legale Dell’avvocato Sergio Armaroli di Bologna di cui è titolare è in grado di garantire – oltre alla consulenza ed assistenza nelle varie fasi del contenzioso – velocità ed efficienza nell’espletamento degli incarichi ed un costante aggiornamento del cliente in ordine alle pratiche affidate, e si avvale di studi corrispondenti sul territorio nazionale.

 

 

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Separazioni e divorzi

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L’avvocato Sergio Armaroli che hanno deciso di chiedere la separazione o il divorzio e di dividersi dal proprio coniuge.

I clienti sono assistiti a 360 gradi, inclusa la stipula degli accordi per gli assegni di mantenimento e per l’affidamento di eventuali minori. Gli avvocati restano a disposizione per qualsiasi problema post separazione o post divorzio ed anche in caso di necessità di ridefinizione degli accordi presi.  i clienti che hanno deciso di chiedere la separazione o il divorzio e di dividersi dal proprio coniuge.

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Proprio sulla base di questa considerazione, offriamo il nostro sostegno privilegiando l’ascolto del cliente, accompagnando l’assistito verso la soluzione ritenuta migliore senza alcuna rigidità e avendo riguardo l’interesse primario di chi ci prospetta il caso e della famiglia.

 

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Separarsi separazioni divorzi bologna avvocato matrimonialista in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

 

 

E invero, le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo, cit. (“…diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano….“) non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi. Il diritto de quo (introdotto con la riforma di cui alla legge 19 maggio 1975 n.151), che spetta per legge al coniuge superstite ex lege, sorge chiaramente in esclusivo riferimento alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale). Il contenuto del diritto in discorso viene poi completato dal diritto di uso sui mobili che corredano la casa coniugale, dove il corredare sta univocamente a significare che si riferisce alla destinazione in atto dei mobili di arredamento (Cass. 27-2-1998 n. 2159).

 

Secondo l’opinione prevalente, la ratio della suddetta normativa è da rinvenire nella tutela non tanto dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare.

 

In proposito, è stato autorevolmente rilevato che oggetto della tutela dell’art. 540, secondo comma, c.c., non è il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via n indiretta ed eventuale), ma altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro, dell’art. 1022 c.c., che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore (Corte Cost. n. 310/1989).

 

Fatte queste puntualizzazioni riguardo alla matura ed all’ampiezza del diritto di abitazione previsto dal citato art. 540 c.c., si rileva che l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato.

 

La formulazione di tale ultima norma lascerebbe intendere, a una prima lettura, che anche in favore del coniuge separato senza addebito debbano riconoscersi i diritti di abitazione e di uso di cui al secondo comma dell’art. 540 c.c.

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In conformità del prevalente orientamento della dottrina, tuttavia, deve ritenersi che, in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

 

Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d’uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l’immobile concretamente utilizzato prima della morte del “de cuius” come residenza familiare, è evidente che l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 4 aprile – 12 giugno 2014, n. 13407

(Presidente Piccialli – Relatore Matera)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 28-7-1993 R.M.L., quale erede con beneficio di inventario del marito Co.An., da cui si era separata consensualmente nel 1988, conveniva dinanzi al Tribunale di Marsala L.P.G., C.A., P.G. e P.R. , gli ultimi due quali eredi di C.M., esponendo che con due atti pubblici del 4-2-1991 il de cuius, per vanificare i diritti successori della moglie, aveva apparentemente trasferito a L.P.G. e C.A., a titolo oneroso, ma in realtà gratuitamente, un fabbricato in nuda proprietà ed alcuni appezzamenti di terreno, e con atto in data 2-8-1991 aveva venduto simulatamene alla nipote C.M. un ulteriore immobile. L’attrice chiedeva, conseguentemente, previo sequestro dei beni in questione, la dichiarazione di nullità ed inefficacia dei predetti rogiti, e l’affermazione del suo diritto alla porzione di sua pertinenza.

 

L.P.G. e C.A. si costituivano contestando la fondatezza della domanda e chiedendo la condanna della R. al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 96 cpc e dell’art. 1226 c.c.

 

Nel corso del giudizio l’attrice dichiarava di rinunciare alla domanda nei confronti degli eredi di C.M., essendo intercorsa tra le parti una transazione.

 

Con sentenza in data 6-2-2004 il Tribunale rigettava la domanda proposta dall’attrice, condannando quest’ultima al risarcimento dei danni subiti dai convenuti in conseguenza dell’esecuzione del sequestro dei beni autorizzato in corsi di causa.

 

A seguito di gravame proposto dalla R., con sentenza in data 19-2-2008 la Corte di Appello di Palermo riformava parzialmente la decisione di primo grado, escludendo la condanna dell’attrice al risarcimento dei danni, ma confermando il rigetto delle sue domande.

 

La R. proponeva ricorso per cassazione avverso la predetta pronuncia, sulla base di quattro motivi.

 

Con sentenza in data 7-9-2009 la Corte di Cassazione accoglieva il primo motivo, con il quale l’attrice aveva lamentato che erroneamente la Corte di Appello aveva ritenuto che non fosse stata esercitata, già in primo grado, l’azione di reintegrazione nella legittima, con conseguente impossibilità di dimostrare mediante prove testimoniali e presuntive la simulazione degli atti di disposizione compiuti dal de cuius. Il giudice di legittimità osservava che la Corte territoriale non aveva tenuto conto delle conclusioni formulate nell’atto introduttivo del giudizio, con le quali l’attrice, facendo valere il proprio diritto alla quota di metà del patrimonio ereditario spettantele come legittimaria, aveva espressamente chiesto, previo accertamento del carattere gratuito delle alienazioni del 4-2-1991, la loro “riduzione fino alla quota stessa”; istanza poi ribadita nelle conclusioni finali e nell’atto di appello. La Corte di Cassazione dichiarava assorbiti gli altri motivi di ricorso, con i quali, in particolare, per quanto qui ancora rileva, la R. aveva lamentato il mancato riconoscimento del diritto di abitazione della casa coniugale, spettante alla vedova del defunto come legittimaria.

 

Con atto di citazione ex art. 392 c.p.c. la R. provvedeva alla riassunzione del giudizio.

 

Con sentenza in data 21-8-2002 la Corte di Appello di Palermo, pronunciando in sede di rinvio, in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava che l’atto pubblico di vendita per notaio Marino del 4-2-1991 rep. 87180 dissimulava una donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G. , nullo per difetto di forma, per violazione dell’art. 48 della legge n. 89/1913; dichiarava che l’atto pubblico di cessione onerosa per notaio …. del 4-2-1991 rep. N. 87179 dissimulava un contratto di donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G.; disponeva reintegrarsi la quota di legittima spettante all’attrice sull’eredità relitta di Co.An. , deceduto il 3-4-1993, mediante l’attribuzione in favore della stessa dei beni elencati nel dispositivo e con condanna dei convenuti, in solido, al pagamento in favore della R. della somma di Euro 12.968,04. La Corte territoriale, al contrario, disattendeva le censure mosse dall’appellante avverso il capo della sentenza di primo grado che aveva negato alla R. il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. sulla casa già adibita ad abitazione coniugale e il diritto d’uso sui relativi mobili.

 

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso R.M.L. , sulla base di tre motivi.

 

L.P.G. e C.A. hanno resistito con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale, affidato ad un unico motivo.

 

La ricorrente principale ha resistito al ricorso incidentale con controricorso e successivamente ha depositato una memoria difensiva ex art. 378 cpc.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione degli artt. 540 primo comma, 548 primo comma e 560 c.c., 157 e 158 c.c., 707, 708 e 711 c.c., nonché la mancanza e contraddittorietà della motivazione. Sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, alla R. , quale coniuge separata senza addebito, spettava il diritto di abitazione sulla casa già adibita a casa coniugale e nella quale il de cuius aveva continuato ad abitare fino alla morte, non rilevando, in contrario, il fatto che, a seguito della separazione, l’attrice si fosse trasferita altrove.

 

Il motivo è infondato.

 

Deve premettersi che, ai sensi dell’art. 540 c.c., al coniuge è riservata, a titolo di legittima, una quota pari alla metà del patrimonio dell’altro, salve le disposizioni dettate in caso di concorso con i figli dal successivo art. 542 c.c., il quale prevede in favore del coniuge la riserva della quota di un terzo, in caso di un solo figlio, e di un quarto in caso di più figli. In ogni caso, ai sensi del secondo comma dello stesso art. 540 c.c., al coniuge superstite sono riservati il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.

 

Questa Corte ha già avuto modo di precisare che il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite (art. 540 cod. civ., comma 2), ha ad oggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto era adibito a residenza familiare. Poiché, dunque, l’oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi- vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare (Cass. 14-3-2012 n. 4088).

 

E invero, le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo, cit. (“…diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano….“) non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi. Il diritto de quo (introdotto con la riforma di cui alla legge 19 maggio 1975 n.151), che spetta per legge al coniuge superstite ex lege, sorge chiaramente in esclusivo riferimento alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale). Il contenuto del diritto in discorso viene poi completato dal diritto di uso sui mobili che corredano la casa coniugale, dove il corredare sta univocamente a significare che si riferisce alla destinazione in atto dei mobili di arredamento (Cass. 27-2-1998 n. 2159).

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Secondo l’opinione prevalente, la ratio della suddetta normativa è da rinvenire nella tutela non tanto dell’interesse economico del coniuge superstite di disporre di un alloggio, quanto dell’interesse morale legato alla conservazione dei rapporti affettivi e consuetudinari con la casa familiare.

 

In proposito, è stato autorevolmente rilevato che oggetto della tutela dell’art. 540, secondo comma, c.c., non è il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via n indiretta ed eventuale), ma altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro, dell’art. 1022 c.c., che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore (Corte Cost. n. 310/1989).

 

Fatte queste puntualizzazioni riguardo alla matura ed all’ampiezza del diritto di abitazione previsto dal citato art. 540 c.c., si rileva che l’art. 548 primo comma c.c. equipara, quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge, il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato.

 

La formulazione di tale ultima norma lascerebbe intendere, a una prima lettura, che anche in favore del coniuge separato senza addebito debbano riconoscersi i diritti di abitazione e di uso di cui al secondo comma dell’art. 540 c.c.

 

In conformità del prevalente orientamento della dottrina, tuttavia, deve ritenersi che, in caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l’impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare faccia venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell’attribuzione dei diritti in parola.

 

Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d’uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l’immobile concretamente utilizzato prima della morte del “de cuius” come residenza familiare, è evidente che l’applicabilità della norma in esame è condizionata all’effettiva esistenza, al momento dell’apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.

 

Nella ipotesi considerata, pertanto, essendo venuto meno il collegamento con l’originaria destinazione della casa di abitazione a “residenza familiare”, non può che ritenersi che il coniuge superstite perda i diritti in questione.

 

Nella specie, la Corte di Appello ha accertato, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, che, al momento del decesso di Co.An., la R. non occupava più la casa a suo tempo adibita ad abitazione familiare, avendo trasferito altrove la propria residenza da alcuni anni, nell’ambito di accordi miranti a pervenire ad una separazione consensuale.

 

Nel negare, conseguentemente, all’attrice il diritto di abitazione sull’immobile in questione e il diritto d’uso sui relativi mobili, il giudice del gravame ha fatto corretta applicazione degli enunciati principi di diritto.

 

Ove si consideri, infatti, che la separazione consensuale tra i coniugi è intervenuta nel XXXX, ben cinque anni prima del decesso di Co.An. (XXXXXXXX), appare evidente che, dato il tempo trascorso, l’appartamento in questione aveva perso ogni collegamento con l’originaria destinazione a “residenza familiare”.

 

2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 99 e 112 cpc, nonché la mancanza di motivazione, in ordine alla richiesta di sommatoria tra i valori corrispondenti alla quota di legittima ad essa spettante e quelli afferenti il legato ex lege di cui all’art. 540 secondo comma c.c.

 

Il motivo è infondato, essendosi la Corte di Appello pronunciata sulla domanda attrice, negando, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, il riconoscimento in favore della R. dell’invocato diritto di abitazione sulla casa già adibita a residenza coniugale.

 

3) Con il terzo motivo la ricorrente si duole della violazione dell’art. 91 cpc, in relazione alla disposta compensazione delle spese nella misura di 1/4, in ragione della ritenuta soccombenza dell’attrice sul diritto di abitazione. Deduce che, una volta riconosciuto il diritto di abitazione della R., le spese devono essere poste integralmente a carico dei convenuti.

 

Il motivo rimane assorbito dal rigetto del primo, stante l’acclarata insussistenza del diritto di abitazione reclamato dalla ricorrente.

 

4) Con l’unico motivo i ricorrenti incidentali lamentano “la falsa applicazione dell’art. 360 co 1 n. 3 e 4 cpc”. Deducono, in particolare, che, poiché la Corte di Cassazione non aveva emesso alcun principio di diritto vincolante per il giudice del rinvio, questo era tenuto unicamente a riesaminare i fatti oggetto di discussione ai fini di un nuovo apprezzamento complessivo. Rilevano, inoltre, che le presunzioni non costituiscono elementi sufficienti a provare il carattere simulatorio dell’atto pubblico.

 

Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una serie di generiche e astratte petizioni di principio, senza individuare i punti della sentenza impugnata che si assumono essere in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie, peraltro nemmeno indicate, né spiegare, in concreto, le ragioni degli addebiti mossi.

 

Si rammenta, al riguardo, che il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata; il che comporta la necessità dell’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e dell’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione (tra le tante v. 25-9-2009 n. 20652; 6-6-2006 n. 13259; Cass. 23-7-2004 n. 13830; Cass. 11-6-2003 n. 9371).

 

5) Per le ragioni esposte il ricorso principale va rigettato, mentre quello incidentale va dichiarato inammissibile.

 

La soccombenza reciproca delle parti giustifica la totale compensazione delle spese dalle stesse sostenute nel presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale, dichiara inammissibile quello incidentale e compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità.

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