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MaRIto MoGliE DiVorZio SEpaRAzione BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO Il ricorso è comunque infondato perchè la decisione della Corte di appello è motivata sul rilievo della circostanza per cui l’incremento delle spese derivanti dal trasferimento di entrambi i figli nella sede universitaria di Urbino è compensato dalla sia pur saltuaria capacità reddituale degli stessi figli, i quali hanno dimostrato di poter avere, percependo borse di studio universitarie, idonee ad abbattere i costi di permanenza nella sede universitaria, e svolgendo attività lavorative, estive e/o collaterali allo studio, tali da incrementare le loro disponibilità finanziarie, di non gravare stabilmente e esclusivamente sui contributi economici dei genitori. E’ anche estranea alla ratio decidendi e al contenuto della decisione impugnata l’affermazione della ricorrente per cui la Corte di appello non ha chiarito se abbia voluto revocare o ridurre il contributo dello Z. al mantenimento dei figli.

sario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).

sario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).

 

MaRIto MoGliE DiVorZio SEpaRAzione BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO

Il ricorso è comunque infondato perchè la decisione della Corte di appello è motivata sul rilievo della circostanza per cui l’incremento delle spese derivanti dal trasferimento di entrambi i figli nella sede universitaria di Urbino è compensato dalla sia pur saltuaria capacità reddituale degli stessi figli, i quali hanno dimostrato di poter avere, percependo borse di studio universitarie, idonee ad abbattere i costi di permanenza nella sede universitaria, e svolgendo attività lavorative, estive e/o collaterali allo studio, tali da incrementare le loro disponibilità finanziarie, di non gravare stabilmente e esclusivamente sui contributi economici dei genitori. E’ anche estranea alla ratio decidendi e al contenuto della decisione impugnata l’affermazione della ricorrente per cui la Corte di appello non ha chiarito se abbia voluto revocare o ridurre il contributo dello Z. al mantenimento dei figli.
ADIVDIV1 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 27 ottobre 2015 – 14 gennaio 2016, n. 439
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

AV1SCRITTADott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:

 

ordinanza
sul ricorso proposto da:

C.C., elettivamente domiciliata in Roma, viale Bruno Buozzi 107, presso lo studio dell’avv. Del Prato Enrico che, unitamente all’avv. Angelini Silvana, la rappresenta e difende per procura speciale in calce al ricorso e dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo presso la p.e.c. (OMISSIS) e il fax n. (OMISSIS);

– ricorrente –

nei confronti di:

Z.G., elettivamente domiciliato in Roma, corso del Rinascimento 11, presso lo studio dell’avv. Labbate Amina (studio legale Pellegrino), rappresentata e difesa, per procura speciale in calce al controricorso, dall’avv. Sarno Valentina che dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo presso p.e.c.:

(OMISSIS) e (OMISSIS) e il fax n. (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso il Decreto n. 256 del 2013 della Corte di appello di Lecce, emesso l’11 dicembre 2012 e depositato il 22 dicembre 2012, n. R.G. 479/12.

ASEPLIT

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che in data 28 luglio 2015 è stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c., che qui si riporta:

Rilevato che:

  1. Con ricorso della L. n. 898 del 1970, ex art. 9, C. C. ha chiesto al Tribunale di Lecce la modifica delle condizioni economiche della sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio con Z.G. per quanto riguarda il contributo al mantenimento dei figli. Ha dedotto che, in seguito all’iscrizione del figlio P. all’Università di Urbino, non era più in condizione, con il proprio reddito e con il contributo mensile di 650 euro corrisposto dallo Z., di fare fronte alle esigenze dei figli, anche in considerazione del fatto che l’ex coniuge si era rifiutato di concorrere al 50% delle spese straordinarie sostenute per i figli rendendo inutiliter data la disposizione della sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio circa l’obbligo dello Z. di corrispondere il 50% delle spese straordinarie da concordare.
  2. Si è costituito Z.G. eccependo l’inammissibilità e chiedendo il rigetto del ricorso.
  3. Il Tribunale ha respinto il ricorso e la Corte di appello di Lecce con Decreto dell’11 dicembre 2012 ha respinto il reclamo rilevando che “la modifica richiesta dalla C., in ordine alla partecipazione dell’ex coniuge ad ulteriori e specifiche spese straordinarie, non risulta giustificata dalle mutate esigenze dei figli I. e P., entrambi maggiorenni, posto che l’incremento delle spese per il loro mantenimento (determinato in particolare dalla sopravvenuta iscrizione anche di P. alla Università di Urbino, già frequentata dalla sorella I.) risulta sostanzialmente compensato dal reddito prodotto da I. nonché dalla borsa di studio percepita da P.; difatti dalla documentazione prodotta dal resistente risulta che la figlia I. ha svolto attività lavorativa, a tempo determinato, sin dal 5 agosto 2005, percependo nel 2010 un trattamento retributivo complessivo di 5.444,00 Euro (come si evince dal relativo estratto conto previdenziale), mentre P. risulta vincitore di ima borsa, di studio, il cui importo, per l’anno universitario 2011/2012, è stato di Euro 2.910,44 (prospetti ERSU Orbino prodotti in primo grado dallo Z.); pertanto rispetto alla situazione che ha determinato la precedente formulazione consensuale delle condizioni di divorzio, relative al mantenimento dei figli, non è sopravvenuta alcuna nuova circostanza idonea a giustificare la modifica richiesta dalla reclamante”.

achiama subito

  1. Avverso il predetto decreto ricorre ex art. 111 Cost., la C. deducendo i seguenti motivi di ricorso: a) violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, artt. 6 e 9, degli artt. 147 e 148 c.c., dell’art. 737 c.p.c., nonché omesso esame di fatti decisivi per avere la Corte ritenuti insussistenti i giustificati motivi necessari per la revisione della misura del contributo; per avere ai fini della valutazione circa la sussistenza delle condizioni per la revisione del contributo dovuto dal genitore con cui il figlio non convive, tenuto conto, non della capacità patrimoniale dei genitori, bensì del reddito dell’altro figlio, per di più prodotto in un periodo anteriore a quello di maturazione delle nuove spese ed insussistente al tempo della pronuncia; per avere solo apparentemente motivato la decisione; b) violazione dell’art. c.p.c., nonché dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, per avere la Corte fondato la decisione su di un fatto risultato attualmente inesistente.

ABABABRitenuto che:

5. Il ricorso è inammissibile perchè oltre a prospettare delle violazioni di legge astratte dal contesto della decisione è inteso a un riesame nel merito della decisione che è precluso nel giudizio di legittimità. Il ricorso è comunque infondato perchè la decisione della Corte di appello è motivata sul rilievo della circostanza per cui l’incremento delle spese derivanti dal trasferimento di entrambi i figli nella sede universitaria di Urbino è compensato dalla sia pur saltuaria capacità reddituale degli stessi figli, i quali hanno dimostrato di poter avere, percependo borse di studio universitarie, idonee ad abbattere i costi di permanenza nella sede universitaria, e svolgendo attività lavorative, estive e/o collaterali allo studio, tali da incrementare le loro disponibilità finanziarie, di non gravare stabilmente e esclusivamente sui contributi economici dei genitori. E’ anche estranea alla ratio decidendi e al contenuto della decisione impugnata l’affermazione della ricorrente per cui la Corte di appello non ha chiarito se abbia voluto revocare o ridurre il contributo dello Z. al mantenimento dei figli.

E’ infatti palese che la Corte di appello si è limitata a respingere la richiesta di elevare tale contributo che ha lasciato immutato nella misura stabilita nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

6. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per la dichiarazione di inammissibilità o per il rigetto del ricorso.

La Corte, letta la memoria difensiva della ricorrente che non conduce a una diversa valutazione rispetto a quella di inammissibilità del ricorso proposta dalla sopra riportata relazione;

ritenuto che, nonostante la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, sussistono le condizioni di legge per la compensazione delle spese. Infatti, a tal fine, oltre alla fondatezza della richiesta di parte ricorrente, relativa alla precisazione del contenuto confermativo della decisione impugnata circa la permanenza del contributo a carico dello Z., viene in rilievo la natura e la peculiarità della controversia che evidenzia una strenua conflittualità rispetto a una tematica, qual’è il sostegno economico al compimento degli studi universitari dei figli, che ben potrebbe trovare una risoluzione più adeguata e utile al superiore interesse dei figli in sede di composizione amichevole del conflitto fra i genitori.
P.Q.M.


La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Compensa le spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso art. 13.

Cosi deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 27 ottobre 2015.

MaRIto MoGliE DiVorZio SEpaRAzione BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO Il ricorso è comunque infondato perchè la decisione della Corte di appello è motivata sul rilievo della circostanza per cui l'incremento delle spese derivanti dal trasferimento di entrambi i figli nella sede universitaria di Urbino è compensato dalla sia pur saltuaria capacità reddituale degli stessi figli, i quali hanno dimostrato di poter avere, percependo borse di studio universitarie, idonee ad abbattere i costi di permanenza nella sede universitaria, e svolgendo attività lavorative, estive e/o collaterali allo studio, tali da incrementare le loro disponibilità finanziarie, di non gravare stabilmente e esclusivamente sui contributi economici dei genitori. E' anche estranea alla ratio decidendi e al contenuto della decisione impugnata l'affermazione della ricorrente per cui la Corte di appello non ha chiarito se abbia voluto revocare o ridurre il contributo dello Z. al mantenimento dei figli. ARRABBIATA

MaRIto MoGliE DiVorZio SEpaRAzione BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO Il ricorso è comunque infondato perchè la decisione della Corte di appello è motivata sul rilievo della circostanza per cui l’incremento delle spese derivanti dal trasferimento di entrambi i figli nella sede universitaria di Urbino è compensato dalla sia pur saltuaria capacità reddituale degli stessi figli, i quali hanno dimostrato di poter avere, percependo borse di studio universitarie, idonee ad abbattere i costi di permanenza nella sede universitaria, e svolgendo attività lavorative, estive e/o collaterali allo studio, tali da incrementare le loro disponibilità finanziarie, di non gravare stabilmente e esclusivamente sui contributi economici dei genitori. E’ anche estranea alla ratio decidendi e al contenuto della decisione impugnata l’affermazione della ricorrente per cui la Corte di appello non ha chiarito se abbia voluto revocare o ridurre il contributo dello Z. al mantenimento dei figli.

Depositato in Cancelleria il 14 gennaio 2016.

 achiama subito

 

appello ha valutato la capacità reddituale dichiarata dallo stesso ricorrente, ha escluso che sia stata in qualche modo raggiunta la prova di una responsabilità esclusiva della R. nella causazione della crisi irreversibile del matrimonio, ha rilevato che già in sede di separazione consensuale il M. si era assunto l’onere del versamento di un assegno mensile di mantenimento in favore della R. per il medesimo ammontare di 1.400 Euro e sulla base di questi elementi ha ritenuto che il ricorrente possa ancora fare fronte all’impegno già assunto in sede di separazione nonostante l’avvenuta formazione di una nuova famiglia;

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 17 ottobre 2016, n. 20937

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – Presidente –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

M.P., elettivamente domiciliato in Roma, via Foligno 10, presso lo studio dell’avv. Massimo Errante, rappresentato e difeso, per procura speciale in calce al ricorso, dall’avv. Enrico Cadelo che dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo al fax n. 091/586598 e alla studiocadelo.legalmail.it;

– ricorrente –

nei confronti di:

R.L., elettivamente domiciliata in Roma, via Emilia 88, presso lo studio dell’avv. Federica Corsini (p.e.c. federicacorsini.ordineavvocatiroma.org, fax n. 06/42007440), rappresentata e difesa dall’avv. Gandolfo Mocciaro (p.e.c. gandolfomocciaro.pecavvpa.it, fax 091/348399), giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 630/2013 della Corte di appello di Palermo, emessa il 3 aprile 2013 e depositata l’8 aprile 2013, n. R.G. 1863/12;

Rilevato che in data 8 febbraio 2016 è stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c. che qui si riporta.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Rilevato che:

  1. Il Tribunale di Palermo, con sentenza del 30 luglio 2012, dopo aver pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio fra M.P. e R.L., ha fissato in 1.400 Euro mensili l’ammontare dell’assegno divorzile a carico del M.
  2. Ha proposto appello il M. contestando il diritto della R. a percepire un assegno divorzile non avendo la stessa dimostrato di essersi attivata inutilmente per la ricerca di una occupazione lavorativa. Ha contestato altresì la quantificazione dell’assegno sia perché esso non tiene conto del comportamento violento della R. verso il figlio, comportamento che ha avuto una importanza maggiore nella crisi del matrimonio. Sia perché non tiene conto della consistente diminuzione della sua disponibilità economica a causa della riduzione del proprio reddito e della formazione di una nuova famiglia in cui sono nati due figli.
  3. La Corte di appello di Palermo, con sentenza n. 630/13, ha respinto l’appello e compensato le spese rilevando che la R. non ha mai lavorato nel corso del matrimonio al di fuori della sua attività di casalinga. La sua età, la mancanza di una qualche formazione professionale e le particolari condizioni del mercato del lavoro del Mezzogiorno consentono di ritenere inesistente una concreta possibilità di reperire un’occupazione lavorativa da parte della R. Accertato presuntivamente in almeno 40.000 Euro netti annui il reddito del M., la Corte di appello ha ritenuto che l’incidenza di una contribuzione annua di 16.800 Euro in favore della R. consente comunque al M. di provvedere, in maniera libera e dignitosa, al mantenimento della nuova famiglia che egli, esplicando un suo diritto fondamentale, ha deciso di costituire.
  4. Ricorre per cassazione M.P. affidandosi a tre motivi di impugnazione.
  5. Si difende con controricorso R.L.

Ritenuto che:

  1. Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e dell’art. 4 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 3. Secondo il ricorrente la Corte di appello ha violato l’art. 5 della legge divorzio perché, affermando che nelle sue condizioni la R. non è obbligata a trovare un lavoro mentre incombe sul M. l’onere di provare che esistono concrete possibile di reperire una occupazione lavorativa, ha negato l’obbligo esistente per ognuno dei coniugi di procurarsi i propri mezzi di mantenimento a meno che vi siano ragioni oggettive che lo impediscano.
  2. Il motivo è infondato perché la Corte di appello ha rilevato una condizione personale e sociale di difficoltà nel possibile reperimento di un lavoro e ha ritenuto che la R. non potesse portare prove aggiuntive di tale condizione sfavorevole ma non ha esonerato la R., in relazione alla sua pregressa condizione di casalinga, alla sua mancanza di formazione professionale e alla sua età, dal dovere di ricercare una occupazione lavorativa.
  3. Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 3. Secondo il ricorrente la Corte di appello infondatamente ha dato per certa l’impossibilità per la R. di reperire un lavoro non valutando ad es. i dati di comune esperienza secondo cui è in costante crescita la domanda di servizi alle persone.
  4. Premessa la precisazione di cui al precedente motivo sulle ragioni della decisione della Corte di appello il motivo appare inteso a ottenere una riedizione del giudizio di merito basata sulla non corrispondenza della valutazione delle possibilità di inserimento nel mondo del lavoro della R. alle aspettative del M.
  5. Con il terzo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dall’art. 115 c.p.c. in relazione alla L. n. 898 del 1970, art. 5 e con riferimento all’art. 360 c.p.c. , n. 3. Secondo il ricorrente la Corte di appello ha violato le disposizioni citate pervenendo a una quantificazione dell’assegno divorzile che riduce del 40 % il suo reddito mettendo a rischio il mantenimento della sua nuova famiglia e non considerando le responsabilità della R. per la crisi del matrimonio e per il mancato reperimento di un lavoro dopo la separazione.
  6. Il motivo appare fondato perché la valutazione circa le esigenze economiche del M. in seguito alla formazione di una nuova famiglia appare del tutto apodittica e non consente di verificare la corrispondenza della determinazione dell’assegno ai criteri fissati dal legislatore e dalla giurisprudenza.
  7. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per l’accoglimento del terzo motivo di ricorso.

La Corte, lette le memorie difensive delle parti, condivide la relazione sopra riportata relativamente ai primi due motivi di ricorso;

quanto al terzo motivo deve rilevarsi che la Corte di appello ha valutato la capacità reddituale dichiarata dallo stesso ricorrente, ha escluso che sia stata in qualche modo raggiunta la prova di una responsabilità esclusiva della R. nella causazione della crisi irreversibile del matrimonio, ha rilevato che già in sede di separazione consensuale il M. si era assunto l’onere del versamento di un assegno mensile di mantenimento in favore della R. per il medesimo ammontare di 1.400 Euro e sulla base di questi elementi ha ritenuto che il ricorrente possa ancora fare fronte all’impegno già assunto in sede di separazione nonostante l’avvenuta formazione di una nuova famiglia;

La Corte, pertanto, rilevato il carattere meritale di tale valutazione e ritenuta la sua non contrarietà ai criteri indicati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5 ritiene che il ricorso debba essere respinto con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 2.100 Euro, di cui 100 per spese. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 9 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2016

SEpaRAzioOne BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO

 

 

 

Ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile deve essere effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre la liquidazione in concreto dell’assegno, ove sia riconosciuto tale diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 1, 15 maggio 2013, n. 11686; 12 luglio 2007, n. 15611).

Nell’ambito di questo duplice apprezzamento, occorre avere riguardo non soltanto ai redditi ed alle sostanze del richiedente, ma anche a quelli dell’obbligato, i quali assumono rilievo determinante sia ai fini dell’accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all’effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo.

Per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre infatti conoscerne con ragionevole approssimazione le condizioni economiche, dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore (cfr. Cass., Sez. 1, 12 luglio 2007, n. 15610; 28 febbraio 2007, n. 4764).

SEpaRAzioOne BoLoGNA DiVORzio BoLoGna ?DivoRzIo BreVe BoLoGna ?ChiamA SubiTO

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 30 gennaio 2017, n. 2224

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

V.P.E.E. elettivamente domiciliata in Roma, via Nomentana, n. 295, nello studio dell’avv. Mario Manca, che la rappresenta e difende unitamente all’avv. Francesco Maria Costa Angeli, giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

S.G. elettivamente domiciliato in Roma, via g. Nicotera, n. 29, nello studio dell’avv. Giulia Sarnari, che lo rappresenta e difende unitamente agli avv.ti Cinzia Calabrese a Alberto Figone, giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano, n. 1335, depositata in data 26 marzo 2015;

Sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 15 luglio 2016 dal consigliere Dott. Pietro Campanile;

Sentito per la ricorrente l’avv. F.M. Costa Angeli;

Sentiti per il controricorrente gli avv.ti Figone e Calabrese;

Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del Sostituto Dott. Federico Sorrentino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1 – Con sentenza depositata in data 13 dicembre 2013 il Tribunale di Milano dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dai signori S.G. e V.P.E.E., ponendo a carico del primo un assegno divorzile di Euro 3.300,00, oltre al pagamento, nella misura del 75 per cento, del mutuo contratto per l’acquisto della casa coniugale di via Donizetti; dichiarava altresì lo S. tenuto al mantenimento diretto del figlio A., nato il (OMISSIS) e a versare alla ex moglie, a titolo di contributo per il mantenimento del figlio C.M., un assegno di Euro 4.100 mensili, oltre al 50 per cento delle spese sanitarie, scolastiche, sportive e formative.

1.1. La corte di appello di Milano, con la sentenza indicata in epigrafe, ha revocato l’assegno disposto in favore della V. ed ha dato atto del conseguimento dell’autosufficienza sul piano economico del figlio A., che vive e lavora a in California; ha ridotto il contributo per il mantenimento di C.M. ad Euro 1.500,00 mensili.

1.2. Quanto all’assegno in favore della V., la Corte distrettuale ha preso le mosse dalla sentenza di separazione intervenuta fra le parti in data 18 aprile 2012, successivamente passata in giudicato, nella quale si dava atto del tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio, con conseguente rigetto delle istanze istruttorie avanzate dalla V. (la quale, in sede di gravame aveva chiesto l’elevazione dell’assegno ad Euro 7.000,00).

1.2.1. Richiamata la natura assistenziale dell’assegno di divorzio, nonché i principi affermati dalla Corte costituzionale nella decisione n. 11 del 2015, la corte di appello ha osservato che in considerazione dei criteri indicati dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, che fungono da elementi di moderazione dell’assegno spettante all’ex coniuge, tali aspetti, complessivamente considerati, conducevano ad accogliere il gravame proposto in via incidentale dallo S. e, quindi a revocare l’assegno.

1.2.2. E’ stato in particolare osservato che, tenuto conto della durata del matrimonio, della capacità patrimoniale dei coniugi, nonché del contributo personale della V., alla stessa avrebbe dovuto attribuirsi un assegno pari ad Euro 2.000,00 mensili. Sennonché doveva rilevarsi che, come risultava dalla sentenza di separazione, lo S. aveva versato alla moglie nell’anno 2006 la somma di Euro 1.934.922, ragion per cui doveva ritenersi che in tal modo il predetto avesse inteso corrispondere alla stessa “quanto le sarebbe spettato per assegno di mantenimento ed assegno divorzile”, dovendosi considerare che il predetto importo, per la sua rilevanza, assorbiva, per almeno vent’anni, persino la richiesta di un assegno divorzile pari ad Euro 7.000,00 mensili.

1.3. Quanto al figlio C.M., si è dato atto che lo stesso aveva abbandonato gli studi universitari e si era messo alla ricerca di un lavoro: a tale carenza di indipendenza sul piano economico doveva corrispondere un contributo pari ad Euro 1.500,00 mensili, determinato sulla base della retribuzione media di un laureato al primo impiego.

1.4. Per la cassazione di tale decisione la signora V. propone ricorso, affidato a sette motivi, cui lo S. resiste con controricorso, illustrato da memoria.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., per non aver la corte distrettuale, ritenendo erroneamente sussistente detto esame precluso dall’omessa impugnazione della sentenza relativa alla separazione personale dei coniugi, pronunciato in merito alla domanda di assegno divorzile.
  2. Con il secondo mezzo si denuncia la violazione dell’art. 156 c.c., e della L. n. 865 del 1970, art. 5, per aver ritenuto provato l’atto di disposizione compiuto durante il matrimonio, e, comunque, per avergli attribuito la valenza di corresponsione “una tantum” non solo dell’assegno di separazione, ma anche di quello divorzile.
  3. La terza censura ripropone il tema della ritenuta abnormità del valore attribuito alla suddetta dazione – il cui accertamento, in presenza delle contestazioni della signora V., non sarebbe state nemmeno effettuato – senza considerare che, al di là della diversità dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato rispetto a quello divorzile, la stessa sentenza di separazione passata in giudicato in data 30 agosto 2012 aveva posto a carico del sig. S., per il mantenimento della moglie, un assegno di 3.000,00 Euro, oltre al pagamento, nella misura del 75 per cento del mutuo relativo all’immobile di via (OMISSIS).
  4. Con il quarto motivo si deduce la violazione dell’art. 345 c.p.c. , per aver la Corte escluso la produzione di documenti risalenti all’anno 2010, non estendendosi il divieto alle prove costituende e non essendosi formulato alcun motivato giudizio circa la loro irrilevanza.
  5. Il quinto mezzo attiene al vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, concernente la disponibilità in capo all’intimato di somme rilevanti su conti bancari all’estero.
  6. Con la sesta censura si denuncia la violazione dell’art. 155 c.p.c. , con particolare riferimento al criterio della proporzionalità, in relazione alla determinazione dell’assegno in favore del figlio C.
  7. L’ultimo motivo riguarda la revoca dell’assegno già disposto in favore del figlio A., con statuizione in relazione alla quale si sarebbe formato il giudicato.
  8. I primi tre motivi, per la loro intima correlazione, possono essere esaminati congiuntamente. Essi risultano fondati, in quanto le giustificazioni di natura giuridica poste alla base dell’esclusione dell’assegno in favore della ricorrente, interpolate da considerazioni di ordine fattuale non sussunte e non sussumibili in un valido quadro normativo di riferimento, si pongono in contrasto con i principi costantemente affermati da questa Corte in materia di assegno in favore del coniuge divorziato.

9.1. Ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile deve essere effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre la liquidazione in concreto dell’assegno, ove sia riconosciuto tale diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 1, 15 maggio 2013, n. 11686; 12 luglio 2007, n. 15611).

Nell’ambito di questo duplice apprezzamento, occorre avere riguardo non soltanto ai redditi ed alle sostanze del richiedente, ma anche a quelli dell’obbligato, i quali assumono rilievo determinante sia ai fini dell’accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all’effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo.

Per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre infatti conoscerne con ragionevole approssimazione le condizioni economiche, dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore (cfr. Cass., Sez. 1, 12 luglio 2007, n. 15610; 28 febbraio 2007, n. 4764).

9.2 – In tale contesto, in cui assume rilievo centrale la nozione di “adeguatezza” (sulla quale crf. Cass., 4 ottobre 2010, n. 20582), la corte territoriale ha valorizzato, in maniera pressoché esclusiva, la circostanza relativa alla dazione della somma di Euro 1.934.922,00 nell’anno 2006, attribuendole la valenza di anticipazione non solo dell’assegno di separazione, ma addirittura di quello di divorzio.

Tale affermazione, oltre a rivelarsi del tutto arbitraria (la qualificazione scaturisce dalla constatazione di “assenza di spiegazioni alternative”, avendo per altro la V. contestato la circostanza e lo stesso S. affermato che il versamento sarebbe avvenuto “a fronte dell’impegno di restituire al marito la (OMISSIS)”), contrasta con l’orientamento di questa Corte secondo cui gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. E’ stato infatti affermato che “gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico – patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 c.c. Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio (Cass., 18 febbraio 2000, n. 1810). E’ stato altresì precisato che “gli accordi dei coniugi diretti a fissare, in sede di separazione, i reciproci rapporti economici in relazione al futuro ed eventuale divorzio con riferimento all’assegno divorzile sono nulli per illiceità della causa, avuto riguardo alla natura assistenziale di detto assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo. Ne consegue che la disposizione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8, nel testo di cui alla L. n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione, dovendo essere interpretati “secundum ius”, non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio” (Cass., 10 marzo 2006, n. 5302; v. anche Cass., 9 ottobre 2003, n. 15064; Cass., 11 giugno 1981, n. 3777).

Non può omettersi di sottolineare come la pronuncia in esame abbia anche trascurato l’esigenza che l’accordo sulla corresponsione “una tantum”, anche ove validamente conseguito (esulano dal presente esame le recenti aperture sugli accordi in vista del divorzio, anche in relazione alle nuove forme processuali, come quella c.d. “congiunta”, attraverso le quali la relativa domanda può essere proposta), richiede pur sempre una verifica di natura giudiziale (Cass., 8 marzo 2012, n. 3635; Cass., 7 novembre 1995, n. 9416; Cass., 6 dicembre 1991, n. 13128).

9.3. Pertanto la suddetta attribuzione, ove ritenuta adeguatamente dimostrata, da un lato, dovrebbe costituire un indice delle elevate disponibilità e delle correlate condizioni di vita delle parti in costanza di matrimonio, dall’altro, ove si accerti che tale somma sia ancora rimasta nella disponibilità della ricorrente, potrebbe concorrere all’accertamento delle disponibilità patrimoniali della stessa, da valutarsi nel contesto delle altre consistenze e delle eventuali fonti reddituali (la circostanza che si tratti di casalinga priva di redditi da lavoro dipendente per aver rinunciato a laurearsi e per essersi principalmente dedita alla famiglia appare sostanzialmente negletta da parte della Corte di appello, che, per altro, sotto tale profilo sembra essersi limitata a una valutazione ex post, come se si trattasse di un’obbligazione di risultato: “non sembra che l’azione di coordinamento del personale domestico.. sia stata particolarmente efficiente, a giudicare dai risultati scolastici dei figli”), rapportate, come sopra evidenziato, alla complessiva capacità economica dell’onerato.

9.4. Mette conto di precisare, anche con riferimento agli aspetti di natura probatoria e alla denunzia della violazione dell’art. 2909 c.c. , posta in rilievo nella terza censura, che al di là delle abnormi valutazioni sulle sue conseguenze, la dazione in esame è stata desunta dalla decisione con la quale era stata pronunciata la separazione personale dei coniugi ai sensi dell’art. 116 c.p.c. , in relazione al quale deve ritenersi operante il principio secondo cui le prove raccolte in altro giudizio fra le stesse o altre parti costituiscono fonti potenzialmente esclusive del convincimento giudiziale (Cass., 14 maggio 2013, n. 11555; Cass., 6 febbraio 2009, n. 2904; Cass., 11 giugno 2007, n. 13619).

  1. il quarto motivo è fondato. Deve in proposito richiamarsi la giurisprudenza di questa Corte secondo cui, nel giudizio di divorzio in appello – che si svolge secondo il rito camerale, l’acquisizione dei mezzi di prova, e segnatamente dei documenti, è ammissibile sino all’udienza di discussione in Camera di consiglio, sempre che sulla produzione si possa considerare instaurato un pieno e completo contraddittorio, che costituisce esigenza irrinunciabile anche nei procedimenti camerali (Cass., 8 giugno 2016, n. 11784; Cass., 20 marzo 2014, n. 6562;Cass., 13 aprile 2012, n. 5876; Cass. 27 maggio 2005, n. 11319). Il giudizio di irrilevanza, poi, risulta espresso in termini talmente assertivi (“non se ne vede la rilevanza”) da non poter costituire una ragione autonoma della statuizione.
  2. Fondata risulta anche la successiva censura. La corte distrettuale, focalizzando la propria attenzione esclusivamente sulla disponibilità patrimoniale che la V. avrebbe conseguito nell’anno 2006, ha completamente omesso di valutare le condizioni economiche dell’onerato (per altro rilevantissime, per come indicate nel ricorso: si tratterebbe di un importante imprenditore nel campo della produzione cinematografica, che nell’anno 2010 avrebbe conseguito un reddito di Euro 347.730,00) e quindi, senza per altro esprimere un giudizio sulla completezza delle risultanze già acquisite, non solo ha negletto le circostanze già documentate, ma ha immotivatamente disatteso le istanze di natura istruttoria inerenti alle cospicue disponibilità dello S., emergenti per altro nella citata sentenza di separazione, che la ricorrente, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, ha riportato in parte qua, e che, pur costituendo detta pronuncia il dato fondante della decisione impugnata, sotto tale profilo sembra sfuggita alla considerazione della corte di appello.
  3. Fondato è anche il sesto motivo. La rideterminazione dell’assegno per il concorso del contributo per il mantenimento del figlio C.M. è stata effettuata, da un lato, dando atto che il predetto non ha acquisito l’indipendenza economica, dall’altro giudicando adeguata la somma di Euro 1.500,00 mensili, in quanto “corrispondente, e forse anche superiore, alla retribuzione di un laureato al primo impiego”.

12.1. Va premesso che il rilievo del controricorrente fondato sul riferimento, nel ricorso, all’art. 155 c.c. , comma 4, in quanto sostituito dal successivo art. 337 ter, non appare condivisibile, in quanto l’erronea indicazione della norma processuale violata nella rubrica del motivo non ne determina “ex se” l’inammissibilità, se la Corte possa agevolmente procedere alla corretta qualificazione giuridica del vizio denunciato sulla base delle argomentazioni giuridiche ed in fatto svolte dal ricorrente a fondamento della censura, in quanto la configurazione formale della rubrica del motivo non ha contenuto vincolante, ma è solo l’esposizione delle ragioni di diritto della impugnazione che chiarisce e qualifica, sotto il profilo giuridico, il contenuto della censura (Cass., 3 agosto 2012, n. 14026; Cass., 29 agosto 2013, n. 19882).

12.2. Il riferimento al reddito medio di un giovane laureato comporta la totale disapplicazione del principio di proporzionalità e dei criteri normativi stabiliti per la determinazione dell’assegno, con particolare riferimento alle esigenze attuali del figlio, al tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza con i genitori, ai tempi di permanenza e alle risorse dei genitori stessi.

  1. Sussiste, infine, il vizio di extra-petizione denunciato con l’ultimo motivo: a fronte della rinuncia della madre tendente al pagamento “indiretto” dell’assegno per il mantenimento del figlio A., la revoca dell’assegno tout court, che il padre avrebbe dovuto versare direttamente allo stesso, non richiesta da alcuna delle parti, è priva di qualsiasi giustificazione.
  2. L’impugnata decisione, pertanto, deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Milano che, in diversa composizione, applicherà i principi sopra richiamati, provvedendo altresì, al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie per quanto di ragione il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati significativi.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 15 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2017

 

DSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 20 febbraio 2017, n. 4292

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

AAERERIDIPIANGIORDINANZA

sul ricorso 19041/2014 proposto da:

C.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA EZIO 12, presso lo studio dell’avvocato GIAN ETTORE GASSANI che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

P.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 162, presso lo studio dell’avvocato LUCIA SCALONE DI MONTELAURO che lo rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’avvocato LORIANO CECCANTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 697/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 22/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 03/02/2017 dal Consigliere Relatore Dott. VITTORIO RAGONESI. La Corte:

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Questa Corte, quanto al primo e al secondo motivo di ricorso (che appare necessario trattare prioritariamente in applicazione del principio della ragione più liquida della decisione), si è già pronunciata in materia affermando che: “In tema di divorzio, il giudice del merito, ove ritenga “aliunde” raggiunta la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria, atteso che l’esercizio del potere officioso di disporre, per il detto tramite, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purché esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti” (Cass. n. 14336/2013, Acierno, Rv. 626778).

Ed ancora che: “In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di scioglimento degli effetti civili del matrimonio, l’esercizio del potere del giudice che, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9, può disporre – d’ufficio o su istanza di parte – indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova; l’esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova; tale potere non può essere attivato a fini meramente esplorativi, sicché la relativa istanza e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati (Cass. n. 2098/2011, Cultrera, Rv. 626778).

Nella specie, la decisione relativa è stata assunta dalla Corte di Appello in senso non conforme a tale orientamento.

In particolare occorre considerare come nella sua estrema sintesi la motivazione della Corte di Appello non renda evidente, né motivi in alcun modo in ordine alla richiesta di accertamento sui redditi proposta dalla C. In tal senso appare significativo il bagaglio istruttorio, certamente rilevante, fornito dalla stessa in ordine all’evidente progressione delle risorse economiche e dei valori patrimoniali riferibili al P. nel corso del giudizio.

La C. ha materialmente allegato elementi obiettivi in tal senso, ovvero l’eredità immobiliare conseguente a decesso del padre del P., così come l’acquisto di beni mobiliari superflui e di valore certamente indicativo di capacità economica aumentata (due vetture di lusso ed una motocicletta), bagaglio istruttorio incompleto e certamente non completabile con gli ordinari mezzi di prova dalla C., soprattutto considerata la limitata produzione delle dichiarazioni dei redditi da parte dell’ex coniuge (di fatto ammessa dallo stesso P. nel suo controricorso, produzione intervenuta solo in sede di comparsa conclusionale per le dichiarazioni dei redditi anno 2012 in relazione a sentenza depositata in data 14.1.2014), circostanza che appunto portava ad introdurre l’istanza di indagini tributarie sui redditi.

E’ in tale contesto che dunque avrebbe dovuto intervenire il potere di integrazione officioso del Tribunale e il mancato accoglimento della istanza di parte in tal senso non ha trovato adeguata valutazione nella motivazione della sentenza della Corte di Appello, né emerge per implicito una valutazione di superfluità della iniziativa avendo la Corte contrapposto ad una serie di dati di fatto le valutazioni e giustificazioni sul punto fornite dalla parte, che chiaramente hanno una portata limitata e non risolutiva (affermazioni relative al non essere riuscito a portare a reddito con locazioni i beni immobili ereditati, che pur tuttavia sono entrati a far parte del patrimonio del P. in epoca successiva all’avvio del giudizio e determinazione dell’assegno di mantenimento).

Così come non appare elemento sufficiente a ritenere implicitamente superata l’esigenza di un accertamento sui redditi la “verosimiglianza” della congiuntura economica rispetto all’affermazione del P. in ordine al reddito ottenuto dagli immobili ricevuti in eredità, non essendo stato tale elemento di valutazione, meramente probabilistico ed eventuale, posto in correlazione con la istanza della C. di indagini sui redditi.

L’accoglimento dei motivi di ricorso determina l’assorbimento dei residui motivi di articolati, collegati in situazione di consequenzialità ai motivi oggetto di valutazione principale.

Vista la memoria che non aggiunge elementi ulteriori di valutazione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Firenze in diversa composizione anche per la liquidazione delle spese della fase di legittimità.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2017

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