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L’assegno di mantenimento è una forma di contribuzione economica consistente, in caso di separazione tra coniugi e qualora ricorrano determinati presupposti, nel versamento periodico di una somma di denaro o di voci di spesa da parte di uno dei coniugi all’altro o ai figli (qualora vi siano), per adempiere all’obbligo di assistenza materiale.

Nella disciplina dettata dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 10 l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto in astratto – in relazione all’inadeguatezza dei mezzi, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, e in relazione all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive – e, quindi, a procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno. Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione. (Cass. 19 marzo 2003, n. 4040).

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Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI Civile – 1

Ordinanza 19 novembre 2015 – 5 febbraio 2016, n. 2343

(Presidente Dogliotti – Relatore Bisogni)

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Fatto e diritto

 

Rilevato che:

 

  1. Il Tribunale di Modena, con sentenza definitiva n. 480/2013, emessa nel giudizio di divorzio fra E.G. e A.C., ha rigettato la richiesta di.

 

assegno divorzile della G. in relazione alla brevissima durata (tre mesi) del matrimonio.

 

  1. Ha proposto appello la G. rilevando che il matrimonio era durato 15 mesi ed era fallito a causa del comportamento del C., che si era legato

 

sentimentalmente con altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio, nato nove mesi dopo la separazione, che era stata regolata consensualmente, con

 

l’attribuzione in suo favore di un assegno mensile indicizzato di mantenimento di 593 euro. Ha inoltre rilevato l’ appellante che il C. dispone di un

reddito elevatissimo (oltre 18.000 euro mensili) rispetto al suo (1.300 euro mensili) cosicché la separazione e il divorzio hanno inciso negativamente

 

sul proprio tenore di vita rispetto a quello fruito nel corso del sia pur breve matrimonio.

 

  1. La Corte di appello di Bologna con sentenza n. 159/14 ha confermato la decisione di primo grado rilevando che seppure non fulminea come erroneamente affermato dal Tribunale di Modena la convivenza fu comunque brevissima per effetto della immediata constatazione dell’impossibilità di una unione duratura tale da giustificare aspettative e affidamento del coniuge che ha subìto la separazione nelle sostanze dell’altro.

 

  1. Ricorre per cassazione E.G. deducendo violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5 comma 6 della legge n. 898/1970 in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. e insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

 

Ritenuto che:

 

  1. Il primo motivo di ricorso è fondato in quanto la Corte di appello non ha reso una decisione conforme ai principi giurisprudenziali in materia di assegno divorzile. Questa Corte ha anche di recente (Cass. civ., sezione I, n. 11870 del 9 giugno 2015) ribadito che l’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso dei rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto deil’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e dei contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché deal reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Così come può ritenersi costante l’affermazione nella giurisprudenza di legittimità per cui, in materia di divorzio, la durata del matrimonio influisce sulla determinazione della misura dell’assegno previsto dall’art. 5 della legge n. 898 del 1970, ma non anche – salvo casi eccezionali in cui non si sia verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi – sul riconoscimento del ‘assegno stesso, assolvendo quest’ultimo ad una finalità di tutela del coniuge economicamente più debole (Cass. civ. sezione 1 n. 7295 del 22 marzo 2013 e sezione VI-1 n. 6164 del 26 marzo 2015).

 

  1. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà

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condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso.

 

La Corte condivide tale relazione e pertanto ritiene che il ricorso debba essere accolto con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di appello di Bologna anche per le spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 11 luglio – 4 settembre 2014, n. 18722

(Presidente Di Palma – Relatore Acierno)

“Rilevato che nella sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Roma, in sede di rinvio dalla Corte di Cassazione, nel procedimento di divorzio relativo a R.C. e R.S. poneva a carico di quest’ultimo un assegno pari a 200 euro mensili in favore della moglie in virtù dell’inadeguatezza dei mezzi della C., comparati con quelli dell’ex coniuge e della breve durata (due anni) del vincolo coniugale.

 

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione R.C. e controricorso con ricorso incidentale lo S. Nel primo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 della l. n. 898 del 1970 per l’erronea valutazione dei criteri indicati dal comma sesto della norma predetta con particolare riferimento all’errata considerazione dei redditi e delle consistenze patrimoniali della ricorrente in correlazione con l’assenza di valutazione comparativa dei medesimi elementi in capo all’ex marito. In particolare non era stato valutato che lo S. godeva di un reddito 16 volte superiore a quello della moglie e di un patrimonio ben più cospicuo a fronte della modestissima condizione reddituale della C. e della mancanza di qualsiasi redditualità presente e futura dagli immobili di sua proprietà. La dedotta esistenza di cespiti patrimoniali o reddituali occulti è stata, peraltro, meramente dedotta, tenuto conto dell’esito dell’attività imprenditoriale svolta dalla C. Infine dei tutto pretermesse sono state le ragioni della separazione da ascriversi esclusivamente alla responsabilità del marito. Il motivo è stato prospettato anche con riferimento al vizio di motivazione.

 

Nel medesimo motivo viene dedotta l’omessa pronuncia sulla richiesta di attribuzione di una quota del TFR ex art. 12 bis l. n. 898 del 1970, secondo la Corte d’Appello estranea all’oggetto della decisione in quanto limitata, secondo quanto disposto in sede di cassazione con rinvio, all’attribuzione dell’assegno di divorzio. Al riguardo afferma la ricorrente di aver formulato fin dal primo grado la domanda in questione, per tutte le fasi del giudizio, chiedendo anche la produzione della documentazione attestante l’ammontare del TFR.

 

Nel terzo motivo viene censurata la statuizione relativa alla compensazione delle spese di lite operata dalla Corte d’Appello sia per i gradi di merito che per il giudizio di legittimità, dal momento che al ricorrente è risultata totalmente vittoriosa e le è stato necessario percorrere tutte le fasi del giudizio.

 

Preliminarmente deve dichiararsi l’inammissibilità per tardività del controricorso. L’istanza di rimessione in termini non può essere accolta in quanto l’erronea identificazione dell’indirizzo del legale della parte ricorrente presso il domicilio eletto non può non essere ascritta alla carenza di diligenza della parte notificante che non ha verificato preliminarmente e tempestivamente la correttezza dell’indicazione contenuta nel ricorso, non essendo infrequente la duplicazione di nomi di strade per una città così grande come Roma.

 

Il primo motivo di ricorso deve ritenersi inammissibile sotto entrambi i profili prospettati mirando complessivamente ad una selezione e valutazione dei fatti rilevanti per la decisione alternativa a quella eseguita dalla Corte d’Appello. Deve osservarsi al riguardo che la Corte d’Appello sulla base del rinvio operato dalla Corte di Cassazione, ha verificato l’inadeguatezza dei mezzi della ricorrente rispetto al tenore di vita goduto durante il matrimonio ed ai fini della quantificazione ha tenuto conto degli indici reputati rilevanti tra quelli indicati nell’art. 5 comma sesto della l. n. 898 del 1970, non essendo tenuta a ripercorrerli analiticamente tutti. In particolare ha considerato prevalenti sugli altri il criterio della durata, molto breve, del matrimonio e sull’autonomo lungo percorso di vita vissuto da ciascuna delle parti prima del divorzio. Le dedotte ragioni del disfacimento della comunità familiare a fronte di una così lunga fase separativa sono state ritenute recessive ai fini della determinazione in concreto dell’assegno divorzile secondo una graduazione che, ove sostenuta da motivazione complessivamente esauriente ed adeguata (come nella specie) risulta incensurabile. Ancora più strettamente attinenti al merito e, conseguentemente inammissibili sono le censure relative alla comparazione tra i redditi, ampiamente ed esaurientemente affrontate nella sentenza impugnata.

 

Per quanto riguarda infine il dedotto mancato riconoscimento della quota del TFR deve osservarsi che la Corte d’Appello ha motivato il rigetto sulla base di due rationes decidendi, una delle quali, quella relativa al difetto di allegazione e prova del riconoscimento dei predetto TFR, idonea a sostenere il rigetto. Con motivazione molto sintetica ma adeguata è stato affermato che la ricorrente si è limitata a formulare la domanda in mancanza di alcuna allegazione circostanziata sull’esistenza e la liquidazione di un importo di tale natura. Né tale genericità viene specificamente contestata nel ricorso mediante la riproduzione o l’indicazione dei fatti in precedenza dedotti od allegati. Al riguardo non è sufficiente richiedere esplorativamente indagini patrimoniali, senza la specificazione dell’oggetto concreto delle ricerche che s’intendono eseguire.

Il secondo motivo di ricorso, infine, è manifestamente infondato dal momento che la compensazione nella specie è stata motivata sulla base del criterio della valutazione ponderale e comparativa, concretamente risultante dall’esito del giudizio, della posizione delle parti rispetto all’esito del giudizio, pervenendo alla conclusione dell’esistenza di una condizione di sostanziale parità che ha giustificato la statuizione assunta ed che ha adeguatamente integrato i “giusti motivi” indicati nell’art. 92 secondo comma, cod. proc. civ., ratione temporis applicabile.

 

In conclusione ove si condividano i predetti rilievi il ricorso deve essere respinto.”

 

Il Collegio aderisce alla relazione osservando in ordine alla memoria depositata che in ordine al primo motivo la comparazione risulta eseguita con valutazione incensurabile; in ordine al secondo non è stata mai dedotta l’indicazione specifica di istanze istruttorie diverse dall’indagine patrimoniale; in ordine al terzo la motivazione adeguata della sentenza impugnata ne esclude la censurabilità.

In conclusione deve dichiararsi l’inammissibilità del ricorso incidentale e il rigetto del principale. La reciproca soccombenza induce alla compensazione delle spese del presente procedimento. Ricorrono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, quater d.p.r. n. 115 del 2002 sia in ordine al ricorso principale che incidentale.

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P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso incidentale.Rigetta il ricorso principale.Compensa le spese di lite del presente procedimento.Dà atto che ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater d.p.r. 115 del 2002, sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale ed incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto rispettivamente per il ricorso principale ed incidentale.

 

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» TESTAMENTO EREDE ESTROMESSO ,COME RISOLVERE, AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA MODENA ROVIGO RIMINI CESENA FORLI il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità’ mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è’ affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ.”

» SPOSARSI E’ FACILE E’ SEPARARSI E DIVORZIARE CHE E’ DIFFICILE AVVOCATO MATRIMONIALISTA DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

» CONCORDATO PREVENTIVO AVVOCATO PER RICHIESTA CONCORDATO DELLE SPA ex art. 161, comma 6, la domanda di concordato deve essere dichiarata inammissibile dal tribunale, ai sensi della L. Fall., art. 162, comma 2 Va tuttavia considerato, sotto un primo profilo, che, poiché rispetto al medesimo imprenditore ed alla medesima insolvenza il concordato non può che essere unico, qualora la procedura di concordato sia pendente non è configurabile un’ulteriore domanda di ammissione avente carattere di autonomia (cfr. Cass. n. 495/015), a meno che da quest’ultima non si desuma l’inequivoca volontà del proponente (pur se non espressa con formule sacramentali) di rinunciare a quella in precedenza depositata.

» MOTOCICLISTA CADUTA LESIONI CANE RANDAGIO COMUNE RESPONSABILITA’ Risponde altresì a massima consolidata nella giurisprudenza di legittimità che i motivi posti a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con -fra l’altro­l’esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito (cfr., da ultimo, Cass., 2/4/2014, n. 7692).

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna