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L’assegno di mantenimento è una forma di contribuzione economica consistente, in caso di separazione tra coniugi e qualora ricorrano determinati presupposti, nel versamento periodico di una somma di denaro o di voci di spesa da parte di uno dei coniugi all’altro o ai figli (qualora vi siano), per adempiere all’obbligo di assistenza materiale.

Nella disciplina dettata dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 10 l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto in astratto – in relazione all’inadeguatezza dei mezzi, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, e in relazione all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive – e, quindi, a procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno. Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione. (Cass. 19 marzo 2003, n. 4040).

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Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI Civile – 1

Ordinanza 19 novembre 2015 – 5 febbraio 2016, n. 2343

(Presidente Dogliotti – Relatore Bisogni)

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Fatto e diritto

 

Rilevato che:

 

  1. Il Tribunale di Modena, con sentenza definitiva n. 480/2013, emessa nel giudizio di divorzio fra E.G. e A.C., ha rigettato la richiesta di.

 

assegno divorzile della G. in relazione alla brevissima durata (tre mesi) del matrimonio.

 

  1. Ha proposto appello la G. rilevando che il matrimonio era durato 15 mesi ed era fallito a causa del comportamento del C., che si era legato

 

sentimentalmente con altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio, nato nove mesi dopo la separazione, che era stata regolata consensualmente, con

 

l’attribuzione in suo favore di un assegno mensile indicizzato di mantenimento di 593 euro. Ha inoltre rilevato l’ appellante che il C. dispone di un

reddito elevatissimo (oltre 18.000 euro mensili) rispetto al suo (1.300 euro mensili) cosicché la separazione e il divorzio hanno inciso negativamente

 

sul proprio tenore di vita rispetto a quello fruito nel corso del sia pur breve matrimonio.

 

  1. La Corte di appello di Bologna con sentenza n. 159/14 ha confermato la decisione di primo grado rilevando che seppure non fulminea come erroneamente affermato dal Tribunale di Modena la convivenza fu comunque brevissima per effetto della immediata constatazione dell’impossibilità di una unione duratura tale da giustificare aspettative e affidamento del coniuge che ha subìto la separazione nelle sostanze dell’altro.

 

  1. Ricorre per cassazione E.G. deducendo violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5 comma 6 della legge n. 898/1970 in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. e insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

 

Ritenuto che:

 

  1. Il primo motivo di ricorso è fondato in quanto la Corte di appello non ha reso una decisione conforme ai principi giurisprudenziali in materia di assegno divorzile. Questa Corte ha anche di recente (Cass. civ., sezione I, n. 11870 del 9 giugno 2015) ribadito che l’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice verifica l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso dei rapporto, mentre nella seconda procede alla determinazione in concreto deil’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e dei contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché deal reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. Così come può ritenersi costante l’affermazione nella giurisprudenza di legittimità per cui, in materia di divorzio, la durata del matrimonio influisce sulla determinazione della misura dell’assegno previsto dall’art. 5 della legge n. 898 del 1970, ma non anche – salvo casi eccezionali in cui non si sia verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi – sul riconoscimento del ‘assegno stesso, assolvendo quest’ultimo ad una finalità di tutela del coniuge economicamente più debole (Cass. civ. sezione 1 n. 7295 del 22 marzo 2013 e sezione VI-1 n. 6164 del 26 marzo 2015).

 

  1. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà

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condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso.

 

La Corte condivide tale relazione e pertanto ritiene che il ricorso debba essere accolto con cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di appello di Bologna anche per le spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Bologna in diversa composizione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 11 luglio – 4 settembre 2014, n. 18722

(Presidente Di Palma – Relatore Acierno)

“Rilevato che nella sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Roma, in sede di rinvio dalla Corte di Cassazione, nel procedimento di divorzio relativo a R.C. e R.S. poneva a carico di quest’ultimo un assegno pari a 200 euro mensili in favore della moglie in virtù dell’inadeguatezza dei mezzi della C., comparati con quelli dell’ex coniuge e della breve durata (due anni) del vincolo coniugale.

 

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione R.C. e controricorso con ricorso incidentale lo S. Nel primo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 della l. n. 898 del 1970 per l’erronea valutazione dei criteri indicati dal comma sesto della norma predetta con particolare riferimento all’errata considerazione dei redditi e delle consistenze patrimoniali della ricorrente in correlazione con l’assenza di valutazione comparativa dei medesimi elementi in capo all’ex marito. In particolare non era stato valutato che lo S. godeva di un reddito 16 volte superiore a quello della moglie e di un patrimonio ben più cospicuo a fronte della modestissima condizione reddituale della C. e della mancanza di qualsiasi redditualità presente e futura dagli immobili di sua proprietà. La dedotta esistenza di cespiti patrimoniali o reddituali occulti è stata, peraltro, meramente dedotta, tenuto conto dell’esito dell’attività imprenditoriale svolta dalla C. Infine dei tutto pretermesse sono state le ragioni della separazione da ascriversi esclusivamente alla responsabilità del marito. Il motivo è stato prospettato anche con riferimento al vizio di motivazione.

 

Nel medesimo motivo viene dedotta l’omessa pronuncia sulla richiesta di attribuzione di una quota del TFR ex art. 12 bis l. n. 898 del 1970, secondo la Corte d’Appello estranea all’oggetto della decisione in quanto limitata, secondo quanto disposto in sede di cassazione con rinvio, all’attribuzione dell’assegno di divorzio. Al riguardo afferma la ricorrente di aver formulato fin dal primo grado la domanda in questione, per tutte le fasi del giudizio, chiedendo anche la produzione della documentazione attestante l’ammontare del TFR.

 

Nel terzo motivo viene censurata la statuizione relativa alla compensazione delle spese di lite operata dalla Corte d’Appello sia per i gradi di merito che per il giudizio di legittimità, dal momento che al ricorrente è risultata totalmente vittoriosa e le è stato necessario percorrere tutte le fasi del giudizio.

 

Preliminarmente deve dichiararsi l’inammissibilità per tardività del controricorso. L’istanza di rimessione in termini non può essere accolta in quanto l’erronea identificazione dell’indirizzo del legale della parte ricorrente presso il domicilio eletto non può non essere ascritta alla carenza di diligenza della parte notificante che non ha verificato preliminarmente e tempestivamente la correttezza dell’indicazione contenuta nel ricorso, non essendo infrequente la duplicazione di nomi di strade per una città così grande come Roma.

 

Il primo motivo di ricorso deve ritenersi inammissibile sotto entrambi i profili prospettati mirando complessivamente ad una selezione e valutazione dei fatti rilevanti per la decisione alternativa a quella eseguita dalla Corte d’Appello. Deve osservarsi al riguardo che la Corte d’Appello sulla base del rinvio operato dalla Corte di Cassazione, ha verificato l’inadeguatezza dei mezzi della ricorrente rispetto al tenore di vita goduto durante il matrimonio ed ai fini della quantificazione ha tenuto conto degli indici reputati rilevanti tra quelli indicati nell’art. 5 comma sesto della l. n. 898 del 1970, non essendo tenuta a ripercorrerli analiticamente tutti. In particolare ha considerato prevalenti sugli altri il criterio della durata, molto breve, del matrimonio e sull’autonomo lungo percorso di vita vissuto da ciascuna delle parti prima del divorzio. Le dedotte ragioni del disfacimento della comunità familiare a fronte di una così lunga fase separativa sono state ritenute recessive ai fini della determinazione in concreto dell’assegno divorzile secondo una graduazione che, ove sostenuta da motivazione complessivamente esauriente ed adeguata (come nella specie) risulta incensurabile. Ancora più strettamente attinenti al merito e, conseguentemente inammissibili sono le censure relative alla comparazione tra i redditi, ampiamente ed esaurientemente affrontate nella sentenza impugnata.

 

Per quanto riguarda infine il dedotto mancato riconoscimento della quota del TFR deve osservarsi che la Corte d’Appello ha motivato il rigetto sulla base di due rationes decidendi, una delle quali, quella relativa al difetto di allegazione e prova del riconoscimento dei predetto TFR, idonea a sostenere il rigetto. Con motivazione molto sintetica ma adeguata è stato affermato che la ricorrente si è limitata a formulare la domanda in mancanza di alcuna allegazione circostanziata sull’esistenza e la liquidazione di un importo di tale natura. Né tale genericità viene specificamente contestata nel ricorso mediante la riproduzione o l’indicazione dei fatti in precedenza dedotti od allegati. Al riguardo non è sufficiente richiedere esplorativamente indagini patrimoniali, senza la specificazione dell’oggetto concreto delle ricerche che s’intendono eseguire.

Il secondo motivo di ricorso, infine, è manifestamente infondato dal momento che la compensazione nella specie è stata motivata sulla base del criterio della valutazione ponderale e comparativa, concretamente risultante dall’esito del giudizio, della posizione delle parti rispetto all’esito del giudizio, pervenendo alla conclusione dell’esistenza di una condizione di sostanziale parità che ha giustificato la statuizione assunta ed che ha adeguatamente integrato i “giusti motivi” indicati nell’art. 92 secondo comma, cod. proc. civ., ratione temporis applicabile.

 

In conclusione ove si condividano i predetti rilievi il ricorso deve essere respinto.”

 

Il Collegio aderisce alla relazione osservando in ordine alla memoria depositata che in ordine al primo motivo la comparazione risulta eseguita con valutazione incensurabile; in ordine al secondo non è stata mai dedotta l’indicazione specifica di istanze istruttorie diverse dall’indagine patrimoniale; in ordine al terzo la motivazione adeguata della sentenza impugnata ne esclude la censurabilità.

In conclusione deve dichiararsi l’inammissibilità del ricorso incidentale e il rigetto del principale. La reciproca soccombenza induce alla compensazione delle spese del presente procedimento. Ricorrono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, quater d.p.r. n. 115 del 2002 sia in ordine al ricorso principale che incidentale.

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P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso incidentale.Rigetta il ricorso principale.Compensa le spese di lite del presente procedimento.Dà atto che ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater d.p.r. 115 del 2002, sussistono i presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale ed incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto rispettivamente per il ricorso principale ed incidentale.

 

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Domanda cosa è l’obbligo di assistenza morale e materiale dei coniugi ?

Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.

Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione  (1).

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze  (2) e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo  (3), a contribuire ai bisogni della famiglia  (4).

 

 

Si parte dalle previsioni dell’art. 146, le quali si fondano sulle seguenti condizioni:

  • allontanamento del coniuge dalla casa coniugale;
  • mancanza di una giusta causa in tale decisione;
  • invito da parte del coniuge abbandonato di ritornarvi;
  • mancato accoglimento di tale invito.

Questa enumerazione di circostanze  e di comportamenti sottintende il principio che l’allontanarsi dalla famiglia senza “giusta causa” costituisca di per sé violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale, seppure esistano molte altre situazioni, nell’ambito coniugale, di violazione di tali obblighi (ce ne occuperemo in prosieguo).

Le condizioni affinché da questa situazione, lesiva degli interessi dell’altro coniuge ed illegittima, si passi all’applicazione del sistema sanzionatorio previsto dal codice, sono quelle elencate, a proposito delle quali è opportuno, tuttavia, fare alcune precisazioni.

 

DOMANDA COME DEVE ESSERE FATTA L’INDAGINE SULLA INTOLLERABILITA’ DEI CONIUGI?

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico degli stessi, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito (v., ex multis, Cass., sentenze n. 14840 del 2006, n. 12383 del 2005).

Posta tale premessa, deve rilevarsi che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tenuto dal coniuge successivamente al venir meno della convivenza, sia pure in tempi immediatamente prossimi a detta cessazione, può rilevare, ai fini della dichiarazione di addebito della separazione, solo ove esso costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa (v., sul punto, Cass. sentenze n. 20256 del 2006, n. 17710 del 2005).

In ogni caso, l’apprezzamento che la violazione dei doveri medesimi, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale, e, in definitiva, la valutazione circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza, costituisce indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, che, pertanto, non può essere censurata in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica (v., per tutte, Cass. sentenza n. 9877 del 2006).

 

DOMANDA: COSA VIENE INTESO PER? OBBLIGO DI COLLABORAZIONE NELL’INTERESSE DELLA FAMIGLIA ?

 

 

SI INTENDE COME MOMENTO DI ASSISTENZA RECIPROCA

 

DOMANDA : COSA SI INTENDE PER OBBLIGO DI COLLABORAZIONE?

 

 

Si intende l’apporto in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita’ di lavoro professionale e casalingo .

Nel suo complesso la decisione della Corte di appare infatti coerente con la giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento dello stato di abbandono e della sua non superabilità in tempi compatibili con le necessità di cura e di crescita del minore. Il minore ha il diritto, tutelato dal diritto sovranazionale e, nel nostro ordinamento, dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184, di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine, che va considerata l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico. Pertanto il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare, qualora si manifestino situazioni di grave carenza del ruolo genitoriale, se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere le situazioni di difficoltà o disagio che possono ledere gravemente lo sviluppo del minore. Tuttavia, laddove risulti impossibile, quand’anche in base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (cfr. fra le altre Cass. civ., sezione I, n. 6137 del 26 marzo 2015).

Infatti il diritto del minore ad essere educato nella propria famiglia di origine incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie, né di assicurare l’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, con conseguente configurabilità dello stato di abbandono, il quale non viene meno per il solo fatto che al minore siano prestate le cure materiali essenziali da parte di genitori o di taluno dei parenti entro il quarto grado, risultando necessario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).

 

DOMANDA :COSA SI INTENDE PER OBBLIGO COABITAZIONE?

L’obbligo che hanno i coniugi di coabitare, ma tale obbligo per comn3 volonta’ puo’ venere meno, capita spesso un coniuge che viva a Roma ad esempio e l’altro a Melano per motivi di lavoro:

 

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).
Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.
L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.
Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.
Diversamente, nel caso- infrequente, ma non eccezionale- di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime- secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa“), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorioincumbit ei qui dicit.
Spetterà quindi all’autore della violazione dell’obbligo la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto (Cass., sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059).
Tale riparto dell’onere probatorio oltre a palesarsi rispettoso del canone legale (art. 2697 cod. civ.) è altresì aderente al principio empirico della vicinanza della prova; laddove, riversare la dimostrazione della rilevanza causale in ordine all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza su chi abbia subito l’altrui infedeltà si risolverebbe nella probatio diabolica che in realtà il matrimonio era sempre stato felice fino alla vigilia dell’adulterio (o dell’omissione di assistenza, o dell’interruzione della coabitazione).
DOMANDA : I DOVERI VERSO I  FIGLI E L’OBBLIGO DI MANTENIMENTO COSA SONO?

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare (2) e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis

 

È stato, infatti, affermato il principio secondo cui (Cass., 10 dicembre 2014, n. 26060; Cass., 29 luglio 2011, n. 16376; Cass., 18 agosto 2006 n. 18187) l’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dalla legge sul divorzio, art. 6 (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza ‘automatica’, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. È stato altresì precisato che il richiamato principio trova conferma nelle nuove previsioni in tema di affido condiviso di cui alla L. n. 54 del 2006.

6 – È stato poi precisato che l’assegno disposto in favore del genitore presso il quale la prole è prevalentemente collocata non contrasta con il contenuto dell’art. 155 cod. civ., che fornisce alcune indicazioni sui presupposti e caratteri dell’assegno, introducendo il principio generale, già elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte, per cui ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. L’ulteriore previsione che il giudice possa disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, al fine di realizzare tale principio di ‘proporzionalità’, esclude che la Corte territoriale abbia violato detta disposizione, in quanto la previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando, come nella specie, l’affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Del resto il ricordato art. 155 c.c., fornisce indicazioni specifiche sulla determinazione dell’assegno, considerando, tra l’altro, ‘i tempi di permanenza presso ciascun genitore’.

La Corte ha per altro precisato (Cass., 4 novembre 2009, n. 23411) che il genitore collocatario, essendo più ampio il tempo di permanenza presso di lui, avrà necessità di gestire, almeno in parte, il contributo al mantenimento da parte dell’altro genitore, dovendo provvedere in misura più ampia alle spese correnti e all’acquisto di beni durevoli che non attengono necessariamente alle spese straordinarie (indumenti, libri, ecc.).

secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (Cass. nn. 25300/013, 24316/013, 11320/05), il genitore, separato o divorziato, a cui il figlio sia stato affidato durante la minore età, è legittimato iure proprio ad ottenere dall’altro genitore il pagamento dell’assegno per il mantenimento del figlio, quale titolare di un diritto autonomo (e concorrente con quello del minore) a ricevere il contributo alle spese necessarie a detto mantenimento; e, pur dopo che il figlio è divenuto maggiorenne (ma non ancora autosufficiente), in assenza di un’autonoma richiesta di quest’ultimo, mantiene tale legittimazione, salvo il venir meno del rapporto di coabitazione (circostanza nella specie mai dedotta). Del tutto correttamente, pertanto, i giudici del merito, hanno ritenuto che, in mancanza di spendita del nome del figlio asseritamente rappresentato, B. abbia agito in giudizio esclusivamente in proprio.

 

 

 

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