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TRIBUNALE BIELLA DANNO BIOLOGICO li ha chiesto la liquidazione delle somme di denaro indicate. Nel merito allegavano che la responsabilità del sinistro era solo dell’attore e deducevano il difetto di legittimazione di quest’ultimo a chiedere il risarcimento del danno biologico, avendo ottenuto il corrispondente indennizzo

TRIBUNALE BIELLA DANNO BIOLOGICO li ha chiesto la liquidazione delle somme di denaro indicate. Nel merito allegavano che la responsabilità del sinistro era solo dell’attore e deducevano il difetto di legittimazione di quest’ultimo a chiedere il risarcimento del danno biologico, avendo ottenuto il corrispondente indennizzo

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  23. Danno biologico: è il danno alla salute e all’integrità fisica e psichica riportato da una persona in conseguenza di un fatto illecito altrui (doloso o colposo che sia). Si pensi al danno derivante dalla perdita di mobilità di un arto. Si distingue dal danno patrimoniale e dal danno morale (coincidente con il dolore subito) e viene liquidato dai giudici secondo equità, caso per caso.
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  1. Il percorso seguito da questa Corte negli ultimi anni in tema di liquidazione del danno non patrimoniale è stato teso a garantire una sempre più adeguata personalizzazione del danno, che necessariamente deve passare attraverso l’abbandono di logiche liquidazione meramente assertive di un risultato e l’ancoraggio della quantificazione, che è pur sempre, necessariamente, affidata alla valutazione equitativa del giudice di merito (che è quello che meglio può apprezzare avendole avute di fronte, le mille sfaccettature e le particolarità del caso concreto), a parametri obiettivi quali le tabelle in uso presso i vari tribunali.

 

 

 

 

  1. Alla attenzione ai meccanismi di personalizzazione del danno è andata di pari passo la costante consapevolezza della necessità di garantire il più possibile l’uniformità di giudizio (e quindi al contempo la prevedibilità e la prevedibilità di esso) della quale si è fatta carico Cass. n. 12408 del 2011, indicando ai giudici di merito che nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziali. Allo scopo di garantire tale uniformità di trattamento la Corte ha indicato l’opportunità di far riferimento non soltanto ad un criterio di quantificazione obiettivo ma ad un criterio in assoluto preferibile, ovvero al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, prescelto come preferibile per una vasta gamma di considerazioni tra le quali l’essere già ampiamente diffuso sul territorio nazionale ben al di fuori dai confini del singolo distretto. A tali tabelle questa Corte ha riconosciuto, dal 2011 in poi, in applicazione dell’art. 3 Cost., la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono.

 

 

 

 

  1. A fronte del percorso tracciato dalla giurisprudenza di legittimità che impone di ancorare la valutazione equitativa del danno non patrimoniale a parametri obiettivi, verificabili, all’interno dei quali sussumere le varie circostanze del caso concreto (e, dal 2011 in poi, non a qualsiasi paramento obiettivo ma alle tabelle milanesi ove non sussistano e siano stati enunciati motivi per discostarsene) in modo da dar corpo ad una nozione di equità che sia non solo regola del caso concreto ma anche garanzia della parità di trattamento, non può più considerarsi legittima la liquidazione del danno non patrimoniale che faccia riferimento, come la sentenza impugnata, al criterio equitativo puro, svincolato da qualsiasi parametro di riferimento ai fini della quantificazione. Essa si traduce in una quantificazione arbitraria ed immotivata che, pur partendo dalla enunciazione di alcune premesse, non da giustificazione delle conclusioni cui perviene. Tale criterio infatti non rende evidente e controllabile l’iter logico attraverso cui il giudice di merito sia pervenuto alla relativa quantificazione, né permette di stabilire se e come abbia tenuto conto realmente, nell’operare la liquidazione, della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo, o se l’enunciazione dei criteri sia rimasta una mera affermazione di principio.

 

 

 

 

  1. Né è considerazione idonea a far venir meno il vizio di legittimità ed anche di motivazione del quale è affetta la sentenza impugnata quanto osservato dalle due compagnie di assicurazioni, ovvero che la quantificazione cui è pervenuta la Corte d’Appello di Palermo sia in riferimento alla posizione del padre per la morte dei due figli, che alla posizione della sorella per la perdita dei due fratelli, si collocherebbe all’interno dei minimi e dei massimi fissati dalle tabelle milanesi per fatti lesivi consimili.

 

 

  1. La fortuita riconducibilità degli importi liquidati all’interno del range previsto per identico evento lesivo dalle tabelle milanesi non rileva in primo luogo perché esse, non essendo state prese in considerazione, non costituiscono parametro di leggibilità e verificabilità della motivazione, ed inoltre non colma in alcun modo il vuoto esistente tra le premesse, ovvero i fattori da tenere in considerazione enunciati alle pag. 11 e 12, ed i fattori di cui il tribunale non avrebbe tenuto adeguato conto (differenziazione tra la posizione del dare da quella della figlia) e le conclusioni, che constano solo dell’importo complessivamente liquidato a ciascuno. Si aggiunga che, negli elementi da tenere in considerazione per una adeguata quantificazione non è neppure enunciata la completa disgregazione del nucleo familiare derivante dal fatto dell’aver la madre dato causa seppur involontariamente alla morte dei due minori.

 

TRIBUNALE BIELLA DANNO BIOLOGICO SENTENZA

 

Alla prima udienza di comparizione si costituivano i convenuti, sollevando in via pregiudiziale l’eccezione di nullità dell’atto di citazione per indeterminatezza della domanda con riferimento ai danni morali e fisici, non avendo parte attrice indicato i parametri in base ai quali ha chiesto la liquidazione delle somme di denaro indicate. Nel merito allegavano che la responsabilità del sinistro era solo dell’attore e deducevano il difetto di legittimazione di quest’ultimo a chiedere il risarcimento del danno biologico, avendo ottenuto il corrispondente indennizzo

 

Anche ex parte creditoris il diritto all’indennizzo erogato dall’Inail si struttura in modo diverso dal risarcimento del danno.

Mentre infatti il diritto alla rendita erogata dall’Inail si estingue con la morte dello stesso beneficiario, il diritto al risarcimento del danno biologico entra a far parte del patrimonio ereditario del danneggiato.

Se si guardano alle norme primarie di riferimento, sussistono inoltre sostanziali divergenze l’indennizzo erogato ex art.13 d.l.vo cit. ed il risarcimento del danno biologico.

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Tenuto conto del supporto probatorio fornito dai rilievi descritti nel rapporto agli atti e dalle deposizioni testimoniali sopra riportate, ai sensi dell’art. 232 c.p.c. devono ritenersi ammesse le circostanze formulate e oggetto di interpello.

Deve pertanto ritenersi ammesso che l’attore stesse percorrendo a piedi la strada all’interno della sua corsia di marcia, spingendo a mano il ciclomotore, che era senza carburante, e che l’autovettura guidata dal ……….. abbia invaso la corsia di marcia opposta, così investendo l’attore, lasciando in corrispondenza del punto d’urto, così come localizzato dagli operanti, detriti e rottami dei veicoli coinvolti dallo scontro (circostanze ai capi 1, 2, 4, 5, 9 della memoria attorea 11.10.04).

 

 

 

 

IL TRIBUNALE DI BIELLA

nella persona del Giudice Istruttore in funzione di Giudice Unico

– dott.ssa Eleonora Reggiani –

ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa civile iscritta al n. 1473/03 R.G.

avente ad oggetto: risarcimento danni;

vertente tra

……….;

elettivamente domiciliato in Biella, via ……………., presso lo studio dell’avv. ………………, che lo rappresenta e difende in virtù di procura speciale a margine dell’atto di citazione;

– PARTE ATTRICE –

e

………. Assicurazioni s.p.a. in persona del legale rappresentante pro tempore, ………………e ……………

elettivamente domiciliati in Biella, via …………., presso lo studio dell’avv. ……………, che li rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce agli atti di citazione notificati;

– PARTI CONVENUTE –

CONCLUSIONI DELLE PARTI

Parte attrice

“Reietta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione. Dato atto che non si accetta il contraddittorio sulle eventuali domande e/o eccezioni nuove che fossero ex adverso proposte. Ribadita l’opposizione alle istanze istruttorie avversarie. Dichiararsi che l’incidente per cui è causa è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del convenuto, sig. …………… conseguentemente, condannarsi tutte le parti convenute, in solido tra loro, al pronto pagamento, in favore dell’attore, della somma di € 110.747,89 (ovvero di quella diversa somma maggiore o minore ritenuta equa), oltre interessi sull’intera somma dal fatto al saldo e rivalutazione monetaria, dal fatto al saldo, su € 3.750,00 e dal 31.12.06 (data di rivalutazione delle “Tabelle di Milano”) al saldo su € 106.997,89. Con il favore delle spese, oltre I.V.A., C.A. e rimborso forfettario ex art. 14 della tariffa.”

PartI convenute

“Voglia il Tribunale Ill.mo reiectis adversis

Previa ogni opportuna e necessaria declaratoria di rito e di merito in via gradata secondo ordine logico – giuridico.

Dichiararsi la nullità della citazione introduttiva del presente giudizio, per tutti i motivi indicati in atti, ed in conseguenza rigettarsi ogni attorea domanda previa, ove dei caso declaratoria di nullità/improcedibilità delle domande in essa contenute, comunque da rigettarsi.

Soltanto in subordine, nel merito, riservato gravame, respingendosi ogni avversaria domanda, siccome infondata m fatto e diritto, per tutti gli altri motivi svolti in atti (sempre da ritenersi eccepiti e proposti in subordine logico giuridico), con la più ampia assoluzione delle convenute da ogni avversaria pretesa, anche attesa la totale responsabilità del Negro Stefano circa la causazione del sinistro dedotto in causa. Con vittoria di diritti ed onorari di causa, spese, CPA ed IVA di legge.

Si chiede – previa revoca/modifica delle ordinanze del Giudice del 28.02.2006 – che venga disposta la CTU dinamica atta a determinare cause e modalità del sinistro per cui è causa, anche cinematica, onde accertare le esatte modalità con le quali ebbe a verificarsi il sinistro per cui è causa, ed ogni ricognizione circa la condotta di guida tenuta all’occasione da parte attrice, anche alla luce dei danni recati ai veicoli.

Si chiede venga disposto ex art. 213 c.p.c.  ordine di esibizione, e dunque acquisizione presso l’Inail in persona del suo legale rappresentante pro tempore nel competente ufficio provinciale di ogni documento concernente l’avvenuta liquidazione effettuata dall’ente in favore del sig. Negro Francesco in conseguenza dei fatti dedotti in causa, compresa la valutazione medico legale effettuata. Denegato il contraddittorio su domande ed eccezioni nuove.”

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato, ……………… conveniva in giudizio la ………….  s.p.a., ………………e ………………per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del sinistro stradale del 07.09.01.

Alla prima udienza di comparizione si costituivano i convenuti, sollevando in via pregiudiziale l’eccezione di nullità dell’atto di citazione per indeterminatezza della domanda con riferimento ai danni morali e fisici, non avendo parte attrice indicato i parametri in base ai quali ha chiesto la liquidazione delle somme di denaro indicate. Nel merito allegavano che la responsabilità del sinistro era solo dell’attore e deducevano il difetto di legittimazione di quest’ultimo a chiedere il risarcimento del danno biologico, avendo ottenuto il corrispondente indennizzo da parte dell’Inail. Contestavano anche le altre voci di danno.

Escussi alcuni testi anche ex art. 257 c.p.c. ed espletata la CTU medico legale sulla persona dell’attore, veniva rigettata la richiesta di CTU dinamica, formulata dai convenuti, e fissata udienza per la precisazione delle conclusioni, ove la causa veniva trattenuta in decisione, previa concessione dei termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Le parti convenute hanno in primo luogo eccepito la nullità dell’atto di citazione, ritenendo l’indeterminatezza della domanda limitatamente ai danni morali e fisici, per non avere parte attrice illustrato i parametri utilizzati per arrivare alla quantificazione in concreto effettuata delle pretese risarcitorie avanzate.

L’eccezione è infondata e deve pertanto essere respinta.

Com’è noto, la giurisprudenza di legittimità ha più volte precisato che tale nullità non sussiste quando l’attore, anche se non ha esattamente quantificato l’importo richiesto in via risarcitoria, tuttavia ha comunque indicato i titoli in base ai quali la domanda trae fondamento, così permettendo al convenuto di formulare in via immediata ed esauriente le proprie difese (v. da ultimo, Cass. 05.04.05 n. 7074).

E nel caso di specie parte attrice non ha solo richiesto la liquidazione di una somma di danaro per compensare i danni morali e fisici subiti, ma ha anche descritto con sufficiente concretezza i danni morali e fisici lamentati (v. atto di citazione pp. 2 e 3.). La corretta determinazione dell’entità di tali danni non riguarda la validità dell’atto introduttivo del giudizio ma il merito della causa.

  1. È altresì infondata l’eccezione di difetto di legittimazione dell’attore con riguardo alla domanda volta ad ottenere il risarcimento del danno biologico.

È incontestato che egli abbia ottenuto dall’Inail una rendita, che alla data della redazione della comparsa di costituzione e risposta (05.02.04) ammontava a complessivi euro 51.632,11 – di cui una parte (euro 20.166,84) a titolo di danno biologico (v. p. 5 della comparsa di costituzione e risposta e p. 3 della memoria attorea 01.04.04) – e alla data della presente sentenza ammonta a complessivi euro 54.838,00 (importo attualizzato in base all’Indice Istat).

Tuttavia tale circostanza non esclude la legittimazione dell’attore ad agire in giudizio per chiedere il risarcimento del danno biologico, ma comporta soltanto che, ove risulti accertata la responsabilità del Mancin nella causazione del sinistro, i convenuti potranno essere condannati a pagare soltanto le somme corrispondenti al c.d. danno differenziale (danno accertato – indennizzo percepito = danno differenziale).

Com’è noto, l’entrata in vigore del d.l.vo 38/00 (nel cui ambito applicativo rientra il fatto illecito oggetto del presente giudizio) ha integralmente modificato il quadro di riferimento giurisprudenziale in tema di liquidazione del danno biologico in caso di infortunio sul lavoro.

L’art. 13 d.l.vo 38/00 riconduce infatti il danno biologico alla copertura assicurativa obbligatoria, prevedendo un’articolata serie di criteri di computo per la sua determinazione e liquidazione.

L’erogazione prevista a carico dell’Inail, quale indennizzo del danno biologico, non copre tuttavia ogni pregiudizio che il danneggiato può subire a tale titolo.

In proposito si osserva che, se pur è vero che la liquidazione alla stregua dei parametri di cui al citato art. 13 avviene in misura indipendente dalla capacità di produrre reddito del danneggiato, nondimeno tale norma  prevede la definizione del danno biologico solo “in via sperimentale” ed ai soli “fini della tutela dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali”.

La norma in esame si pone espressamente quale anticipazione “della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento” ancora oggi attesa e correlata a nuove produzioni legislative.

Questi dati letterali dimostrano che la prospettiva applicativa, esplicitata dallo stesso art. 13 d.l.vo cit., non è quella di definire in via generale e omnicomprensiva tutti gli aspetti risarcitori del danno biologico, ma solo quella di determinarli agli specifici e limitati fini dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali.

Ciò appare ancor più vero se si tiene conto che le erogazioni di somme effettuate dall’Inail sono qualificabili alla stregua di un mero indennizzo, cioè di un istituto che, a differenza del risarcimento, non appare necessariamente riconducibile ad un fatto illecito (contrattuale o aquiliano) e che può, pertanto, prescindere dall’elemento soggettivo di chi ha realizzato la condotta dannosa e persino dalla individuazione di un responsabile diverso dallo stesso danneggiato.

Inoltre la liquidazione indennitaria è strutturata in modo da coprire il danno permanente, ma nulla prevede con riguardo al danno biologico temporaneo.

Anche ex parte creditoris il diritto all’indennizzo erogato dall’Inail si struttura in modo diverso dal risarcimento del danno.

Mentre infatti il diritto alla rendita erogata dall’Inail si estingue con la morte dello stesso beneficiario, il diritto al risarcimento del danno biologico entra a far parte del patrimonio ereditario del danneggiato.

Se si guardano alle norme primarie di riferimento, sussistono inoltre sostanziali divergenze l’indennizzo erogato ex art.13 d.l.vo cit. ed il risarcimento del danno biologico.

Mentre quest’ultimo ha trovato ab origine il proprio riconoscimento nell’articolo 32 Cost., ed è tuttora finalizzato a risarcire il danno nella esatta misura in cui si è verificato, l’indennizzo Inail ha dato applicazione all’art 38 Cost., e risponde alla funzione sociale di garantire mezzi adeguati al lavoratore infortunato.

L’evidente diversità strutturale e funzionale, sussistente tra l’erogazione effettuata ex art. 13 d.l.vo 38/00 ed il risarcimento del danno biologico, consente pertanto di escludere che le somme versate dall’Inail possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo all’infortunato, se l’applicazione delle usuali tabelle di liquidazione portano a ritenere sussistente un danno ulteriore rispetto all’ammontare liquidato dall’ Istituto.

Per tutti i motivi appena esposti, deve ritenersi che in caso di intervenuto indennizzo da parte dell’Inail del danno biologico non si pone una questione pregiudiziale, relativa alla legittimazione processuale del danneggiato (la titolarità del diritto ad agire per ottenere il diritto al risarcimento di quel danno), ma una questione di merito, relativa alla esistenza di un danno biologico maggiore dell’indennizzo percepito e quindi relativa alla sussistenza del cd. danno differenziale, spettando all’ente previdenziale, che ha erogato l’indennizzo, esperire in rivalsa l’azione dell’assicurato per ottenere dal danneggiante il risarcimento del danno ma nei limiti dell’importo liquidato.

  1. Si deve sin da ora evidenziare che, una volta accertata l’avventa corresponsione da parte dell’Inail di una rendita (a titolo di danno patrimoniale e a titolo di danno biologico), tanto è irrilevante il disposto dell’art. 13 d.l.vo 38/00 ai fini del calcolo del danno civilistico (essendo la norma scritta solo al fine specifico di determinare l’ammontare delle indennità di tipo previdenziale: v. supra), tanto deve essere irrilevante l’imputazione fatta dall’ente previdenziale delle somme erogate (purché all’interno delle voci di ristoro biologico e patrimoniale).

In questa sede occorre pertanto procedere alla determinazione del danno secondo i criteri ordinari, per poi effettuare un raffronto fra l’importo che ne risulta e l’ammontare delle prestazioni erogate dall’Inail, riconoscendo in favore del danneggiato l’eventuale differenza (così Cass. 25.05.04 n. 10035, ove è richiamato il disposto dell’art. 10 commi 6 e 7 d.P.R. 1124/65 ed è evidenziato che una diversa soluzione comporterebbe un ristoro al danneggiato superiore all’ammontare del danno effettivamente patito).

Pertanto, tenuto conto che l’Inail ha erogato una rendita riferita per una quota al danno biologico e per l’altra quota alle conseguenze patrimoniali dell’inabilità permanente, il raffronto deve essere operato non posta per posta, ma avuto riguardo all’ammontare complessivo dei rispettivi ristori.

Si deve tenere conto che vi sono voci di danno (danno morale e altre voci di danno non patrimoniale diverso dal biologico) che sono rimaste estranee alla copertura assicurativa, tenuto conto che nessuna novità ha apportato in merito alla disciplina previgente il d.l.vo 38/00.

È invero pacifico che l’Inail non risarcisce il danno morale né voci di danno non patrimoniale diverse dal danno biologico e quindi tali danni devono senza dubbio essere sottratti al conteggio da effettuarsi per accertare il cd. danno differenziale.

Pertanto le voci relative al danno morale e ad ogni danno non patrimoniale diverso dal biologico devono essere integralmente risarcite al danneggiato senza limitazione alcuna.

Da ciò consegue che si dovrà accertare il danno dell’attore nel complesso risarcibile, da questo evidenziare le voci di danno biologico e patrimoniale e sottrarre, solo da queste voci, gli importi corrispondenti alla rendita capitalizzata nel complesso percepita dall’attore, così verificando la sussistenza o meno di un danno differenziale da liquidare (cfr. da ultimo Trib. Vicenza, sez. lav., 04.01.07 n. 321; Trib. Bassano del Grappa, sez. lav., 24.01.06 n. 59; Trib. Rovereto, sez. lav., 10.05.05 n. 18 del 10.05.05; Trib. Milano, sez. II, 10.05.05 n. 5298).

  1. Passando all’esame nel merito della vertenza, si deve subito rilevare che le parti hanno fornito contrastanti versioni dei fatti.

Parte attrice ha allegato che alle ore 14,00 circa del 07.09.01 stava percorrendo a piedi, tenendo la propria destra, via Diaz in Valdengo con direzione Vigliano Biellese, spingendo a mano il motociclo Peugeot Elyseo 100 targato AK64199, rimasto senza carburante, quando, dall’opposto senso di marcia, sopraggiungeva ad elevata velocità ………, alla giuda dell’autovettura Nissan Micra targata VC638953 – di proprietà di …………………. e assicurata dalla …………….. Assicurazioni – che, nell’affrontare la curva (sinistrorsa per l’autovettura) all’altezza del civico 21, invadeva la opposta corsia di marcia, travolgendo l’attore (p. 1 atto di citazione).

I convenuti hanno invece allegato che l’attore stava procedendo a bordo del ciclomotore, e non a piedi, e che viaggiava occupando l’opposta corsia di marcia, sicché, quando si è trovato il ciclomotore davanti, il ………….. aveva cercato di evitare l’altro mezzo, spostandosi repentinamente sulla propria sinistra, non avendo a destra margine sufficiente per evitare la collisione, senza tuttavia riuscire ad evitare l’impatto, che avveniva nella corsia di marcia riservata al senso di marcia dell’autovettura (p. 4 comparsa di risposta).

Dai rilievi effettuati dagli operanti, aventi valore di piena prova fino a querela di falso,[1] si evince che sono stati trovati detriti ed anche una macchia di sangue nella corsia di marcia del ciclomotore (doc. 1 fasc. att.), sicché deve ritenersi (come effettivamente ritenuto dagli operanti stessi), che l’impatto è avvenuto nella corsia di macia di pertinenza del ciclomotore dove sono stati ritrovati i detriti e che poi l’attore sia caduto a terra dove sono state riscontrate le macchie di sangue.

Si consideri inoltre che i danni riportati dall’autoveicolo, ben descritti nel rapporto, risultano tutti localizzati sulla parte anteriore destra dell’autovettura (v. ancora doc. 1 fasc. att.), sicché valutata tale circostanza unitamente alla localizzazione del punto d’urto, deve ritenersi che l’autovettura ha invaso la corsia del ciclomotore e non viceversa.

Tali circostanze sono state confermate dagli operanti intervenuti sul posto, sentiti in qualità di testi in questo procedimento.

In particolare Bajo Paolo, carabiniere in servizio presso la stazione CC di Candelo, ha riferito quanto segue: “Confermo che c’erano detriti e rottami in presenza del punto d’urto. Non ricordo con precisione però di che cosa si trattasse. Abbiamo ritenuto che quello era il punto d’urto (7) perché lì c’erano detriti e rottami. Il punto d’urto è il 7 ed il punto 6 una macchia di sangue vicina”.

Inoltre Coglia Stefano, anche lui in servizio presso la stazione CC di Candelo, ha riferito quanto segue: “Il ……… ci ha dichiarato che procedeva a circa 1,5 m. dalla carreggiata ed a noi è sembrato veritiero viste le tracce ematiche ed i pezzi del motorino che abbiamo riscontrato in sede di rilievi. Dalle foto inviate successivamente al rapporto alla Procura si vede con chiarezza la strisciata che ha lasciato il motorino dopo l’urto, che parte proprio dal punto che noi abbiamo ritenuto essere il punto d’urto”. Il teste ha poi confermato che l’autovettura ha invaso la corsia di marcia opposta, investendo l’attore (capo 5 memoria 11.10.04 di parte attrice), aggiungendo che questo lo aveva accertato sulla base del punto d’urto e dei danni riportati dall’autovettura, che erano localizzati sul lato destro e non sul lato sinistro. Ha altresì riferito di aver visto detriti e rottami in corrispondenza del punto d’urto, ricordando in particolare pezzi di fanali della macchina e alcuni pezzi del motorino che hanno seguito l’andamento della strisciata di cui aveva parlato prima.

Infine si deve rilevare che, sempre dai rilievi effettuati (doc. 1 fasc. att.), risulta confermato lo stato dei luoghi, risultando che il sinistro è avvenuto nel mezzo di una curva (sinistrorsa per l’autovettura), come pure precisato dal teste Bajo Paolo, il quale ha riferito quanto segue: “Si tratta di una curva lunga che nasconde un po’ la visuale e chi proviene da Vigliano Biellese” (nella specie l’autovettura) “Nel disegno la curva è accentuata rispetto alla realtà perché è molto lunga”.

Inoltre assume rilievo il fatto che nessuno dei convenuti è comparso all’udienza del 29.06.05, fissata per l’espletamento del loro interpello, né hanno fatto pervenire alcuna giustificazione.

Tenuto conto del supporto probatorio fornito dai rilievi descritti nel rapporto agli atti e dalle deposizioni testimoniali sopra riportate, ai sensi dell’art. 232 c.p.c. devono ritenersi ammesse le circostanze formulate e oggetto di interpello.

Deve pertanto ritenersi ammesso che l’attore stesse percorrendo a piedi la strada all’interno della sua corsia di marcia, spingendo a mano il ciclomotore, che era senza carburante, e che l’autovettura guidata dal ……….. abbia invaso la corsia di marcia opposta, così investendo l’attore, lasciando in corrispondenza del punto d’urto, così come localizzato dagli operanti, detriti e rottami dei veicoli coinvolti dallo scontro (circostanze ai capi 1, 2, 4, 5, 9 della memoria attorea 11.10.04).

Occorre tuttavia fare alcune precisazioni con riguardo a quanto indicato nella circostanza al capo 4 della memoria attorea 11.10.04, nel senso che deve ritenersi provato che l’attore stesse sì procedendo all’interno della sua corsia di marcia, ma non in perfetta aderenza al margine della stessa, bensì a una distanza di circa un metro e mezzo dal margine della carreggiata, tenuto conto che egli stesso ha riferito ciò agli operanti nell’immediatezza dei fatti, confessando tale fatto, che pure risulta confermato dalla localizzazione del punto d’urto (v. dich. test. Coglia Stefano: “Il ………. ci ha dichiarato che procedeva a circa 1,5 m. dalla carreggiata ed a noi è sembrato veritiero viste le tracce ematiche ed i pezzi del motorino che abbiamo riscontrato in sede di rilievi”).

Dai rilievi effettuati dagli operanti emerge con chiarezza che la carreggiata, composta di due corsie, era larga 5,65 metri, sicché ogni corsia doveva ritenersi larga circa 2,82 metri (doc. 1 fasc. att.).

Deve pertanto ritenersi che l’attore stesse procedendo a piedi con a fianco il suo ciclomotore nel bel mezzo della sua corsia di marcia, addirittura più spostato verso il centro della carreggiata che verso il margine, in un tratto di strada che peraltro era anche curvilineo.

  1. Tenuto conto delle risultanze dell’istruttoria come sopra espletata, deve confermarsi il rigetto della richiesta di ammissione di una CTU ricostruttiva, formulata da parte convenuta, tenuto conto che i convenuti non hanno offerto elementi in fatto in grado di supportare la loro versione, dovendo escludersi la possibilità di disporre una CTU, volta a verificare con finalità del tutto esplorative una dinamica ipotizzata dai convenuti e non supportata, anzi, in contrasto con gli elementi di fatto acquisiti al processo.
  2. La circostanza che il ciclomotore fosse portato a mani dall’attore (v. supra) non esclude l’applicabilità del combinato disposto dell’art. 2054 commi 1 e 2 c.c. [2]

La giurisprudenza è infatti consolidata nel ritenere che la nozione di circolazione stradale si riferisce in senso lato all’utilizzo della strada con il mezzo di veicoli (velocipedi, ciclomotori, motoveicoli, autoveicoli ecc.) , con la conseguenza che deve ritenersi esistente uno “scontro tra veicoli” anche se uno di tali mezzi è in sosta (v. da ultimo Cass. 16.02.06 n. 3437; 15.10.97 n. 10110) oppure – come nel caso di specie –è spinto a mano (così Cass. 11.05.68 n. 1464; 10.03.66 n. 678; Giudice di Pace Torino 03.06.02 in Riv. giur. circ. e trasp., 2003, 140; contra Cass. 07.01.91 n. 57).

  1. Nel caso di specie vi è senza dubbio la prova che il conducente della vettura è incorso in una grave violazione delle norme che regolano la circolazione stradale, avendo invaso, ne percorrere una lunga curva sinistrorsa, la corsia di marcia destinata all’opposto senso di marcia.

Deve tuttavia rilevarsi che anche l’attore non risulta avere fatto uso prudente della strada, dato che non procedeva proprio a ridosso del margine destro della carreggiata, essendo emerso (v. supra) che stava procedendo a piedi con a fianco il suo ciclomotore nel bel mezzo della sua corsia di marcia, addirittura più spostato verso il centro della carreggiata che verso il margine, in un tratto di strada che peraltro era anche curvilineo.

È dunque provata la concorrente condotta colposa attorea nella causazione del sinistro, dovendosi ritenere che, se avesse prudentemente camminato lungo il margine destro della carreggiata, come a lui imposto dalle norme di circolazione, avrebbe potuto evitare l’impatto con la vettura, che aveva invaso la sua corsia di marcia.

In applicazione dei principi di diritto supra illustrati, la responsabilità del sinistro deve essere addebitata ad entrambi i conducenti dei veicoli coinvolti, in una misura che, tenuto conto della gravità della condotta in rapporto all’evento in concreto cagionato, deve ritenersi corrispondente alla misura del 40% per l’attore e del 60% per il convenuto Mancin.

  1. Il danno subito da Negro Stefano deve così determinarsi:

A) danno biologico

Risulta dagli atti, nonché dalle conclusioni cui è pervenuto il consulente tecnico d’ufficio, che in occasione del sinistro di cui è causa l’attore ha subito un evento biologico, inteso quale lesione della struttura complessa dell’organismo umano.

In particolare la relazione peritale della dott.ssa Franco, espletata sulla persona dell’attore – che questo giudice ritiene di far propria perché tecnicamente motivata e logicamente convincente – ha accertato che l’attore a seguito del sinistro ha riportato “un trauma cranico non commotivo, la frattura esposta metaepifisaria distale del femore destro e la lussazione scapolo omerale sinistra, complicata da monomeuropatia post-traumatica del nervo circonflesso.”, aggiungendo che “i fatti lesivi hanno cagionato un peggioramento, oramai stabilizzato, delle generali condizioni del soggetto rispetto a quelle preesistenti, non suscettibile di miglioramento futuro”, indicando il grado percentuale di invalidità permanente nella misura del 20%. Lo stesso CTU ha poi indicato il periodo di invalidità temporanea in 90 giorni di assoluta, 42 giorni di parziale al 50% e di 90 giorni di parziale al 25%.[3]

Richiamando le risultanze della CTU, tenuto conto delle tabelle in uso (v. nota 3), in relazione alla natura e all’entità delle lesioni riscontrate, nonché all’incidenza delle stesse sul soggetto e sulla sua qualità della vita, considerata anche l’età del danneggiato, è senz’altro determinabile un danno biologico individuabile nella somma di euro 6.062,40 attuali (90 giorni x euro 67,36 al giorno) a titolo di danno da inabilità temporanea totale, di euro 1.414,56 (quarantadue giorni x euro 33,68 al giorno) a titolo di inabilità parziale al 50%, di euro 1.515,60 (novanta giorni x euro 16,84 al giorno) a titolo di inabilità parziale al 25%, per complessivi euro 8.992,56.

Per quanto concerne il danno biologico conseguente ai postumi invalidanti permanenti, sempre secondo la tabella in uso (v. nota 3), per una lesione permanente del 20%, come sopra individuata, un punto d’invalidità corrisponde ad euro 2.789,61, da adeguarsi al coefficiente 0,840 per l’età del soggetto leso – 33 anni al momento del sinistro, – sicché il valore di punto standard è determinato in euro 2.343,27 attuali (2.789,61 x 0,840), con la conseguenza che il danno biologico da invalidità permanente risulta determinato in euro 46.865,45.

Si deve tenere presente che parte attrice già in atto di citazione ha allegato che i postumi invalidanti hanno comportato un inabilità alle ordinarie occupazioni dell’attore (oltre all’impossibilità a svolgere attività sportive, quali nuoto e sci, che in precedenza era solito praticare, su cui v. infra)

In particolare parte attrice ha provato che i postumi del sinistro si sono riverberati sulla sua attività lavorativa (sia pure senza alcun pregiudizio economico).

Si consideri che il CTU, nella relazione come sopra richiamata, ha accertato che i postumi pregiudicano l’espletamento di mansioni lavorative che comportino la salita su scale o su postazioni a rischio caduta e il mantenimento protratto della stazione eretta o della postura inginocchiata.

La teste Laura Ceretti, legale rappresentante della Calligaris s.p.a., ha confermato che l’attore è dipendente di questa società e che, dopo il sinistro, non riesce a salire e scendere le scale, non può sostare in postazioni a rischio caduta, non può fare sforzi, non può flettersi né tenere una postura inginocchiata, precisando quanto segue: “Si vede che è una persona che ha difficoltà a camminare. La mattina va abbastanza bene, ma la sera si vede che è affaticato. Zoppica sempre comunque. …………….. è responsabile tecnico della ditta; è il capo del settore tecnico. Si occupa della manutenzione delle macchine e dell’impiantistica in generale: certe cose le fa lui ed altre le delega. La Calligaris è una filatura open-and. Adr) sostanzialmente ha le stesse mansioni che aveva prima del sinistro ma certe cose non le può più fare: per esempio arrampicarsi, correre; le scale le fa sempre zoppicando; lo vedo che si affatica a camminare, a stare in piedi fermo; prima dell’incidente non aveva questi problemi. Dopo l’indicente sta più in ufficio rispetto a prima perché deve riposarsi”.

Anche il teste Perino Ivano, operaio nella stessa filatura, ha riferito che, come incarichi l’attore fa lo stesso lavoro, ma certe cose non può più farle, aggiungendo in particolare quanto segue: “noi abbiamo delle macchine anche molto alte e se c’è da arrampicarsi, ad esempio per cambiare un fusibile, queste cose lui non le può fare e ci vado io …durante la giornata deve anche sedersi perché ha male alla gamba”.

E infine il teste Negro Attilio, padre dell’attore, ha riferito che dopo l’incidente il figlio torna dal lavoro stanco, ha male e bisogna lasciarlo stare.

È pertanto evidente che il sinistro, oltre ad avere inciso in generale sulle condizioni di salute dell’attore, ha anche influito sulla sua attività lavorativa, costringendo il soggetto leso a sopportare sforzi maggiori, per svolgere le medesime attività, cui attendeva prima del sinistro, e a subire una maggiore usura.

Come ritenuto da attenta giurisprudenza di legittimità, la maggior pena o fatica provata nello svolgimento dell’attività lavorativa costituisce una ipotesi di danno alla salute (v. da ultimo Cass. 17.01.08 n. 868; 04.12.98 n. 1998), che deve essere personalizzato, essendo corretta l’applicazione di tabelle orientative, che tuttavia devono essere coordinate con l’apprezzamento delle condizioni personalizzanti (v. da ultimo Cass. 25.05.07 n. 12247; 11.01.07 n. 392).

Sulla base di quanto riferito dal CTU e risultante dalle dichiarazioni testimoniali supra riportate, si può equitativamente ritenere che l’attore nello svolgimento di attività lavorativa, in ragione dei postumi conseguenti al sinistro, subisca una maggior sofferenza nell’effettuare determinati movimenti e nel restare molto tempo in piedi o in ginocchio, e considerato il tempo di solito dedicato al lavoro (circa 1/3 della giornata), contemperato dal fatto che l’attore risulta avere delegato ad altri le cose che non era più in grado di fare, si impone un aumento del valore dell’invalidità permanente nella misura del 20%.

Complessivamente il danno biologico subito dall’attore ammonta pertanto ad euro 65.231,10 (8.992,56 + 46.865,45 + 20% di 46.865,45 = 8.992,56 + 46.865,45 + 9.373,09).

Tenuto conto della responsabilità concorrente dell’attore nella causazione del sinistro, risulta come danno risarcibile l’importo di euro 39.138,66 (60% di euro 65.231,10).

B) ulteriore danno non patrimoniale (danno morale soggettivo e cd. danno esistenziale)

Com’è noto, l’art. 2059 c.c. sancisce la regola della risarcibilità dei danni non patrimoniali, e cioè di quelle lesioni ad interessi che secondo la coscienza comune non hanno un equivalente in denaro, “solo nei casi determinati dalla legge” e quindi senza dubbio nei casi di danni derivanti da reato (art. 185 c.c.).

La giurisprudenza è peraltro concorde nel ritenere che ai fini del risarcimento è comunque sufficiente la possibilità di ravvisare la fattispecie materiale del reato (Cass. 20.11.1990 n. 11198), senza che sia necessaria una sentenza penale, in quanto il giudice civile può accertare la sussistenza del reato anche in via incidentale.

Nel caso in questione è accertato che il convenuto ……………. ha colposamente causato lesioni gravi all’attore, pur con il contributo colposo della vittima, avendolo investita mentre nell’affrontare una curva invadeva l’opposta corsia di marcia (v. supra), sicché deve ritenersi senza dubbio risarcibile il danno non patrimoniale detto danno morale soggettivo.

Si tratta di un danno tradizionalmente definito come turbamento psichico soggettivo e transeunte, causato dall’atto illecito. Più esattamente, viene identificato con la “sofferenza”, cioè con lo stato di prostrazione ed abbattimento provocato dall’evento dannoso.

Per quanto riguarda la determinazione di tale danno, essa è evidentemente equitativa, dovendosi considerare tutti quegli elementi che incidono sull’intensità del dolore (gravità del fatto, entità delle conseguenze).

È qui che si pone il problema del raccordo con le altre voci di danno non patrimoniale.

D’accordo con l’orientamento oramai consolidato della giurisprudenza di legittimità, fuori dalla ipotesi di cui all’art. 185 c.p. e delle altre ipotesi legislativamente previste (v. ad es. art. 2 l. 89/01), il risarcimento del danno non patrimoniale attiene solo ai casi di lesione di valori costituzionalmente garantiti (la salute, la famiglia, la reputazione, la libertà di pensiero, ecc): in questo caso non vi è un generico danno non patrimoniale “esistenziale”, ma un danno da lesione di quello specifico valore di cui al referente costituzionale (v. Cass. 15.07.05 n. 15022).

Non è sufficiente, quindi, come per il danno patrimoniale, che sussista una lesione di una posizione giuridica considerata meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, sia pure a fini diversi da quelli risarcitori, ma è necessario, ai fini della risarcibilità ex art. 2059 c.c., che tale lesione attenga a valori della persona umana che la Costituzione dichiari inviolabili, e, come tali, oggetto almeno della tutela minima, che è quella risarcitoria.

In questi casi, il danno non patrimoniale non coincide con la lesione dell’interesse (non è in re ipsa) e come tale deve essere allegato e provato, da chi chiede il risarcimento relativo.

Tuttavia, trattandosi di pregiudizio che si proietta nel futuro, è consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni, sulla base degli elementi obiettivi che è onere del danneggiato fornire, curando di evitare duplicazioni risarcitorie.

Si ritiene pertanto ragionevole il criterio adottato da tribunale di Milano (v. Osservatorio sulla giustizia civile-Criteri Orientativi per la liquidazione del danno non patrimoniale, Milano 01.12.04), il quale ha ritenuto opportuna per le vittime primarie una stima globale del danno non patrimoniale (diverso dal biologico) in tutte le sue componenti, nei seguenti termini: fermo il criterio di liquidazione del danno morale soggettivo tradizionalmente inteso, parametrato in via equitativa sull’entità del danno biologico (da 1/4 a 1/2 della liquidazione del danno biologico permanente), viene prevista la possibilità di portare fino a 2/3 della somma liquidata a titolo di danno biologico l’entità massima del risarcimento attribuibile per il danno non patrimoniale (diverso dal biologico) unitariamente inteso (patema d’animo contingente + pregiudizi diversi derivanti dalla lesione di un interesse costituzionalmente protetto) ove, oltre al danno morale soggettivo, risulti una ulteriore significativa compromissione di interessi costituzionalmente protetti, diversi dal diritto alla salute.

Nel caso di specie in atto di citazione parte attrice ha chiesto espressamente la liquidazione di un danno conseguente all’impossibilità di svolgere attività sportive quali nuoto e sci.

In comparsa conclusionale ha qualificato tale danno come danno biologico dinamico, ma si tratta di una qualificazione (che richiama la tesi della cd. scuola pisana) che non appare si attagli alla fattispecie, perché non si tratta di un danno che si riverbera sulla salute in senso proprio della vittima, ma si tratta di una privazione di attitudini e facoltà, in cui si esplica la persona nel tempo libero – da solo e in compagnia – riconducibile non al disposto dell’art. 32 Cost. ma a quello dell’art. 2 Cost.

Il teste Viazzo Roberto, collega e amico dell’attore ha confermato che prima dell’incidente l’attore praticava lo sci e che dopo l’incidente non è più andato a sciare. Il teste ha anche aggiunto che lo sci era uno sport che piaceva all’attore ed era anche bravo. Tale circostanza è stata confermata anche dal padre dell’attore, il teste Negro Attilio, il quale ha riferito che nella stagione invernale la domenica, quando si poteva, si andava a sciare, ma dopo l’incidente l’attore non è più andato perché non poteva più sciare.

Tale circostanza è confermata dai postumi descritti dal CTU, nella relazione sopra richiamata.

Il teste Negro Attilio ha inoltre aggiunto che adesso l’attore è cambiato di carattere e mentre prima giocava spesso con i figli, prendendoli in braccio, adesso, può prenderli in braccio solo da seduto e torna da lavoro stanco, ha male e bisogna lasciarlo stare.

Considerato pertanto il pregiudizio determinato dal dolore provocato nell’immediatezza dall’evento (danno morale) e dai persistenti effetti deleteri dell’evento nella espressione della persona in sé e nella vita di relazione sociale, come sopra rilevati, tenuto conto della tabella in uso (v. supra) appare equo determinare il danno non patrimoniale tutto (escluso il danno biologico) subito dall’attore in attuali euro 36.000,00 (di cui euro 20.000 a titolo di danno morale soggettivo).

Tenuto conto della responsabilità concorrente dell’attore nella causazione del sinistro, risulta pertanto un danno non patrimoniale risarcibile (escluso il danno biologico) di euro 21.600,00 (di cui euro 12.000,00 a titolo di danno morale soggettivo).

C) danno patrimoniale

            La richiesta di risarcimento formulata dall’attrice comprende anche voci di danno patrimoniale.

Spese mediche

Nel caso di specie parte attrice ha allegato voci di danno consistenti in spese mediche ed accessorie, di cui ne ha chiesto il rimborso, producendo la documentazione relativa (ricevute, scontrini tikets e altra documentazione: v. doc. 3-1015 fasc. att.).

II CTU ha ritenuto che le spese mediche, risultanti dai documenti prodotti in giudizio da parte attrice, sono pertinenti e congrue.

Vista la documentazione prodotta, risultano pertanto spese rimborsabili per complessivi euro 1.164,00.

Trattandosi comunque di credito risarcitorio e quindi di valore, l’ammontare complessivo delle spese rimborsabili deve essere attualizzato, sia pure forfettariamente, in base all’indice ISTAT del costo della vita relativo all’epoca delle singole erogazioni, così risultando di attuali euro 1.300,00.

danni al vestiario e al telefono cellulare

Parte attrice nell’atto di citazione ha prospettato anche tale danno, ma non ha fornito la prova né dell’an e né del quantum, sicché nessuna somma può essere liquidata a tale titolo.

Danno patrimoniale complessivo

Il danno patrimoniale subito dall’attore ammonta pertanto ad attuali euro1.300,00.

Tenuto conto della responsabilità concorrente dell’attore nella causazione del danno, il danno patrimoniale risarcibile ammonta a complessivi euro 780 (60% di euro 1300,00)

D) conclusione

Tenuto conto che il valore della rendita Inail, percepita dall’attore, ammonta ad attuali euro 54.838,00 (v. supra), e che la somma del danno biologico (euro 39.138,66) col danno patrimoniale (euro 780) non supera detto importo (39.138,66 + 780 = 39.918,66), per i motivi già evidenziati non spetta all’attore alcun danno differenziale per tali voci.

Sono invece risarcibili il danno morale soggettivo e il restante danno non patrimoniale diverso dal biologico.

Risulta pertanto un credito attuale dell’attore per complessivi euro 21.600,00.

  1. Al danneggiato, oltre alla rivalutazione delle somme spettanti, va attribuita – come richiesto – un’ulteriore somma a titolo di risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante, per il mancato godimento della somma liquidata a titolo di risarcimento, che – ove posseduta ex tunc – sarebbe stata presumibilmente investita per ricavarne un lucro finanziario.[5]

La giurisprudenza prevalente ha infatti affermato che, in tema di risarcimento del danno da fatto illecito, la rivalutazione della somma liquidata e gli interessi sulla somma rivalutata assolvono due funzioni diverse, in quanto la prima mira a reintegrare il danneggiato nella situazione patrimoniale anteriore all’illecito, ossia a ripristinarla quale essa era prima del fatto illecito generatore del danno e a porlo nelle condizioni in cui egli si sarebbe trovato se l’evento dannoso non si fosse verificato, mentre i secondi hanno funzione “compensativa” del danno derivante dal ritardo con cui viene risarcito, con la conseguenza che questi ultimi sono compatibili con la rivalutazione e vanno corrisposti sulla somma rivalutata con decorrenza dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso.

La base di calcolo su cui computare gli interessi non può mai essere costituita dal credito rivalutato in moneta attuale, ma deve essere pari ad una minor somma, corrispondente all’inizio al valore del credito al momento del sinistro, poi da rivalutarsi annualmente secondo gli indici Istat.

Pertanto, posto che le voci di danno sono state accertate nel loro valore attuale, per individuare la somma base su cui calcolare gli interessi da lucro cessante, occorre individuare il valore della somma dovuta al momento del sinistro, ‘devalutando’ quella attuale sempre con il criterio degli indici Istat, e su questo valore, annualmente rivalutato, computare via via gli interessi, nella specie da liquidarsi nella misura corrispondente al tasso legale, non avendo le parti fornito elementi di giudizio per assumere un parametro diverso per valutare l’incidenza della mancata percezione immediata del denaro sul patrimonio degli attori.

In ossequio a tale impostazione, occorre prima devalutare la somma di attuali euro 21.600,00 alla data del 07.09.01 (data del fatto) –determinandosi così l’importo di euro 19.174,15 – e su tale somma vengono conteggiati anno per anno gli interessi e la rivalutazione.

Risulta pertanto un credito complessivo di attuali euro 25.144,95, somma già comprensiva di rivalutazione monetaria (euro 2.425,84) e interessi (euro 3.544,96) sulla somma capitale (euro 19.174,15).

Dalla data della sentenza, trasformatosi il debito di valore in debito di valuta, gli interessi devono essere corrisposti sull’intero importo determinato.

  1. In conclusione, deve dichiararsi che l’incidente di cui è causa è avvenuto per fatto e colpa concorrente dell’attore ……….. (40%) e del convenuto …………… (60%).

Conseguentemente i convenuti devono essere condannati in solido al pagamento in favore di parte attrice della complessiva somma di euro 25.144,95, somma già comprensiva di interessi e rivalutazione monetaria.

  1. Il pagamento delle spese processuali dell’attrice segue la soccombenza e grava pertanto sui convenuti in solido tra loro.

Per gli stessi motivi le spese di CTU, liquidate provvisoriamente con decreto 07.10.05, vengono poste definitivamente a carico dei convenuti in solido tra loro.

P.Q.M.

Il Tribunale di Biella, nella persona del Giudice Istruttore in funzione di Giudice Unico, ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, definitivamente pronunciando:

  • dichiara che l’incidente di cui è causa è avvenuto per fatto e colpa concorrente dell’attore ………………… (40%) e del convenuto ……………..(60%);
  • condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento in favore dell’attore della complessiva somma di euro 144,95, somma già comprensiva di interessi e rivalutazione come da motivazione;
  • condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento delle spese processuali sostenute dall’attore, che liquida in complessivi euro 11.000,00 (di cui euro 5.146,19 per diritti, euro 765,49 per spese e il resto per onorari), oltre 12,5% su diritti ed onorari ex art. 14 t.f., IVA e CPA sugli imponibili;
  • pone definitivamente a carico dei convenuti in solido tra loro le spese di CTU, liquidate con decreto 07.10.05.

Così deciso in Biella il 15.02.08.

IL GIUDICE

Dott.ssa Eleonora Reggiani

del fatto.

. 2059 c.c., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona, ritenuti inviolabili dalla norma costituzionale (così letteralmente Cass. 15.07.05 n. 15022).

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