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SEPARAZIONE BOLOGNA AVVOCATO MATRIMONIALISTA MAMMA E PAPA’ OBBLIGO MANTENIMENTO FIGLI FINO A QUANDO?

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. continua a gravare l'obbligo di contribuire al mantenimento della figlia S. , non avendo egli fornito la dimostrazione che costei è divenuta autosufficiente (anche attraverso l'attività lavorativa del marito), ovvero che il mancato svolgimento di un'attività professionale dipende da un suo atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato di avvalersi del titolo conseguito.
  
La Sentenza n. 1830, pur confermando l'indirizzo giurisprudenziale secondo cui automaticamente cessa l'obbligo della corrisponsione agli alimenti nel caso in cui il figlio maggiorenne contragga nozze (andando così a costituire quest'ultimo un nuovo ed autonomo nucleo familiare attenendosi ai doveri civilistici imposti di assistenza morale e materiale) ha comunque mitigato tale principio stabilendo che trova ragion d'essere tale presupossto solo quando è raggiunta una piena autonomia economica.

 

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E di certo, come nel caso prospettato alla Corte, tale autonomia economica non si determina quando entrambi i soggetti sono stuendenti. Pertanto la Suprema Corte in tale provvedimento ha applicato la regola generale disciplinata dall’art. 148 c.c. secondo cui sul genitore continua a gravare l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio quando 1) non viene fornita la dimostrazione dellla sua autosufficienza economica (anche attraverso il lavoro del coniuge); 2) overo il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da un suo atteggiamento di inerzia o di rifiuto ingiustificato di avvalersi del proprio titolo conseguito.

 
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Le spese straordinarie relative al mantenimento dei figli.
Le spese straordinarie di regola vengono sostenute al 50% dai coniugi e vanno ad aggiungersi al mantenimento periodico sopra indicato; non mancano tuttavia situazioni in cui il Tribunale (o le parti) le ripartisca in proporzione differente, nell'ipotesi in cui sussista una particolare sproporzione dei redditi dei genitori.
Sono da intendersi normalmente spese straordinarie i seguenti esborsi:
  • le spese mediche non coperte dal sistema sanitario nazionale (che prevedono il consenso di entrambi, salvo l'urgenza);
  • le spese scolastiche, come le tasse, rette, libri di testo;
  • talora le spese extra-scolastiche, quali corsi di istruzione, attività sportive e ludiche (che prevedono il consenso di entrambi).

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE I CIVILE
Sentenza 10 novembre 2010 - 26 gennaio 2011, n. 1830
AV1SCRITTA 
Svolgimento del processo
 
1.11 Tribunale di Ferrara con decreto del 21 febbraio 2006 ha modificato le condizioni della separazione personale tra P.B. e M..B. , esonerando quest'ultimo dal contributo di Euro 436 mensili al mantenimento della figlia S. , ormai maggiorenne, perché ritenuta autosufficiente.
Il reclamo della P. è stato respinto dalla Corte di appello di Bologna con decreto del 12 luglio 2006, perché la figlia aveva già conseguito un titolo di laurea spendibile nel mondo del lavoro; e soprattutto perché aveva contratto matrimonio perciò dimostrando di avere raggiunto piena indipendenza economica.
Per la cassazione del provvedimento B..P. ha proposto ricorso per tre motivi illustrati da memoria; mentre il B. non ha spiegato difese.
Motivi della decisione

 

  1. Con il primo motivo la P. , deducendo violazione degli art. 147, 148 e 155 cod. civ.; censura il provvedimento impugnato per aver escluso l'obbligo della controparte di contribuire al mantenimento della figlia erroneamente ritenuta autosufficiente in mancanza di adeguata occupazione, in quanto la stessa:a)pur avendo conseguito un diploma di laurea in scienze motorie f aveva preferito iscriversi alla facoltà di medicina invece di reperire un'occupazione attraverso il titolo ottenuto; b) aveva contratto matrimonio con un giovane di Santo Domingo pur esso non indipendente perché ancora studente: senza considerare che le nozze non potevano essere equiparate alla raggiunta autosufficienza richiesta dalla legge.
Con il secondo, deducendo violazione dell'art. 2697 cod.civ. (lamenta che il decreto abbia violato il principio relativo all'onere della prova che nel caso poneva a carico del genitore non affidatario la dimostrazione invece non fornita, che la figlia maggiorenne era divenuta autosufficiente.
  1. Le censure sono fondate.
Pur non menzionando gli art. 147 e 155 cod.civ. espressamente i figli maggiorenni fra i destinatari dell'obbligo di mantenimento posto a carico dei genitori, la prevalente dottrina e la giurisprudenza di legittimità dall'ampia formulazione di dette norme, nonché dal riscontro e conferma che le stesse trovano nell'art. 30 della Costituzione, trassero la regola che la relativa obbligazione non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte dei figli, ma perdura indipendentemente dall'età di costoro, per un periodo di tempo che, pur non potendo essere predeterminato, fu sistematicamente fatto coincidere con il completamento degli studi e con il conseguimento del titolo relativo;ovvero con l'avviamento degli stessi ad una professione, ad un arte, o ad un mestiere confacente, per quanto possibile, alla condizione sociale della famiglia (Cass.87 e 124/1962).
Questi principi furono estesi alla disciplina del divorzio introdotto dalla legge 898 del 1970, il cui art. 6 ha riprodotto in termini nuovamente generici - e senza alcun'altra specificazione - l'obbligo (anche) del genitore non affidatario di contribuire al mantenimento dei figli.
  1. La giurisprudenza successiva ha ulteriormente approfondito il regime dell'obbligazione dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli maggiorenni secondo le regole dell'art. 148 cod. civ. pervenendo ai seguenti principi, più volte ribaditi: I) il giudice di merito non può prefissare un termine a tale obbligo di mantenimento, atteso che il limite di persistenza dello stesso va determinato, non sulla base di un termine astratto (pur se desunto dalla media della durata degli studi in una determinata facoltà universitaria e/o dalla normalità del tempo mediamente occorrente ad un giovane laureato, in una data realtà economica, affinché questo possa trovare impiego), bensì sulla base (soltanto) del fatto che il figlio, malgrado i genitori gli abbiano assicurato le condizioni necessarie (e sufficienti) per concludere gli studi intrapresi e conseguire il titolo indispensabile ai fini dell'accesso alla professione auspicata, non abbia saputo trame profitto, per inescusabile trascuratezza o per libera (ma discutibile) scelta delle opportunità offertegli; ovvero non sia stato in grado di raggiungere l'autosufficienza economica per propria colpa; II) configurandosi quest'ultima quale fatto estintivo di una obbligazione "ex lege", spetta al genitore interessato alla declaratoria della sua cessazione, , fornire la prova di uno "status" di autosufficienza economica del figlio, consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato; ovvero che il mancato svolgimento di un'attività lavorativa dipende da un suo atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato (Cass. 407/2007; 15756/2006; 8221/2006); III) il relativo accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post - universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione, investendo impegno personale ed economie familiari (Cass.23673/2006; 4765/2002). E d'altra parte la prova dell'indipendenza economica può fondarsi su presunzioni, quali esemplificativamente i mezzi economici di cui il figlio si avvale unitamente al suo tenore di vita, l'essere stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica, o comunque posto nelle concrete condizioni per poter addivenire alla autosufficienza economica, di cui egli non abbia, poi, tratto profitto per sua colpa;o ancora, il matrimonio e la convivenza in altro autonomo nucleo familiare (Cass. 24498/2006); IV) Per converso, una volta legittimamente cessato l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne - per avere espletato attività lavorativa, ovvero per altre cause che hanno determinato il venir meno del relativo presupposto (matrimonio o altro)- esso non può risorgere che nella forma del più ristretto dovere degli alimenti, fondato su condizioni sostanziali e procedurali affatto diverse (Cass. 22477/2006; 26259/2005, 12477/2004).
Questo quadro normativo è stato sostanzialmente recepito dal nuovo art.155 quinquies cod.civ. introdotto dalla legge 54 del 2006, secondo cui "Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico".
  1. Nel caso concreto costituiscono circostanze fattuali del tutto pacifiche e supposte dal provvedimento impugnato che la giovane B.S. ha ottenuto un titolo di laurea breve in scienze motorie; e che tuttavia non ha svolto successivamente alcuna attività lavorativa, ma è stata ammessa alla facoltà di medicina e chirurgia alla quale la stessa aspirava fin da giovane età, che attualmente frequenta con profitto, perciò non avendo raggiunto ancora l'autosufficienza economica.
Nessuna di esse è stata del resto contestata dal B. , il quale non ha mai dubitato neppure del fatto che il titolo in questione non avesse ancora consentito alla figlia concrete possibilità di inserimento nel mercato del lavoro; non le ha addebitato colpe o inerzie per il protrarsi di tale situazione; e neppure ha mai posto in discussione l'intendimento della giovane di trarre profitto anche ai fini professionali del nuovo corso di laurea intrapreso. Ma ha chiesto (ed ottenuto) l'esonero dal contributo al mantenimento della figlia maggiorenne per il solo fatto che aveva contratto matrimonio con un giovane studente originario della Repubblica dominicana, e dalla data del matrimonio stesso (maggio 2005).
Ritiene questa Corte che il principio anche di recente affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale il matrimonio del figlio maggiorenne già destinatario del contributo di mantenimento a carico di ciascuno dei genitori ne comporta l'automatica cessazione debba essere in questa sede ribadito, in quanto trae fondamento da un lato negli obblighi e nei diritti che derivano dal matrimonio, dall'altro lato nel rilievo, sul piano fattuale, che con la costituzione del nuovo nucleo, i coniugi attuano una comunione materiale e spirituale di vita realizzando i molteplici effetti stabiliti dalla legge.
Viene pertanto in risalto, ai fini che qui interessano, il matrimonio - rapporto che all'atto di celebrazione di norma effettivamente consegue, e che dà vita ad un nuovo organismo familiare distinto, pur se convivente con quelli di origine di ciascuno dei coniugi, perciò autonomo, una volta che nel suo ambito questi ultimi divengono titolari del governo della nuova entità e sono legati dall'obbligo alla reciproca assistenza morale e materiale costituente il necessario svolgimento di quell'impegno di vita assieme che hanno assunto con le nozze. Tant'è che l'art.143, 3 comma cod.civ. enuncia espressamente il dovere di entrambi di, contribuire ai bisogni della famiglia "in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo" che dunque presuppone, attribuendo alla contribuzione una configurazione paritaria e reciproca che si identifica nell'obbligo di soddisfare le necessità della famiglia:intesa dunque come formazione sociale nuova ed autonoma.
Peraltro, nessuno di detti elementi è ravvisabile nella vicenda prospettata dalla ricorrente senza alcuna contestazione del B. né accertamenti di contenuto diverso da parte dei giudici di merito così che deve considerarsi acquisito che la "figlia, di giovanissima età, a seguito di una relazione sentimentale con il giovane suddetto ha contratto con lo stesso un primo matrimonio con rito civile in Santo Domingo nel (OMISSIS) ed uno successivo con rito canonico nel (OMISSIS) in Italia, onde consentirne l'espatrio dalla Repubblica dominicana e la regolare permanenza nel territorio nazionale. Alla quale non è dunque seguito alcun mutamento sostanziale per la giovane che ha continuato a vivere, come in passato, con la madre ed a frequentare il corso di laurea intrapreso:neppure in relazione allo stato coniugale acquisito, essendo il marito anch'egli studente, privo di mezzi economici ed iscritto all'istituto per perito elettrotecnico ITIS di XXXXXXX onde completare a sua volta il proprio ciclo di studi.
  1. In tale peculiare situazione non è configurabile neppure la fattispecie più volte esaminata da questa Corte, del figlio maggiorenne tornato a vivere con uno dei genitori perché non più economicamente autosufficiente dopo esserlo stato in passato per aver svolto attività lavorativa o per altre cause (quali l'aver contratto matrimonio, poi fallito); bensì quella affatto diversa del figlio che non ha mai cessato di convivere con detto genitore pur dopo la maggiore età, e che malgrado il conseguimento di un titolo di studio universitario non ha potuto trame utile profitto non per sua colpa o per sua scelta;e non ha nel caso raggiunto l'indipendenza economica neppure con la mera celebrazione del matrimonio, diretta nella specie a raggiungere la finalità di cui si è detto avanti: senza per questo aver costituito una nuova entità familiare autonoma e finanziariamente indipendente.
Pertanto il Collegio deve alla stessa applicare la consueta regola generale tratta dall'art.148 cod.civ. ed affermare che sul B. continua a gravare l'obbligo di contribuire al mantenimento della figlia S. , non avendo egli fornito la dimostrazione che costei è divenuta autosufficiente (anche attraverso l'attività lavorativa del marito), ovvero che il mancato svolgimento di un'attività professionale dipende da un suo atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato di avvalersi del titolo conseguito.
Assorbito pertanto l'ultimo motivo del ricorso, la sentenza impugnata va cassata; e poiché non necessitano ulteriori accertamenti il Collegio deve decidere nel merito ai sensi dell'art.384 cod.proc.civ. respingendo le domande avanzate dal B. .
La novità delle questioni trattate induce la Corte a compensare tra le parti le spese dell'intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte, accoglie i primi due motivi del ricorso ed assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta le domande del B. . Dichiara interamente compensate tra le parti le spese dell'intero giudizio.

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Per poter rinunciare all’ausilio del legale è necessario che i coniugi abbiano trovato un accordo in merito a tutti gli aspetti del rapporto: assegnazione della casa coniugale, rapporti e visite con i figli, assegni di mantenimento, aspetti patrimoniali.
Una volta presa la decisione, i coniugi possono predisporre il ricorso autonomamente e depositarlo presso la cancelleria del Tribunale competente (luogo di ultima residenza comune della famiglia).
Sarà cura dei coniugi, poi, verificare l’assegnazione del ricorso ad un Giudice del Tribunale e presentarsi il giorno dell’udienza per confermare la propria volontà a separarsi con gli accordi già presi.
Il Giudice, in sede di udienza presidenziale, procederà alla verifica delle condizioni della separazione e in caso di giudizio positivo, provvederà ad omologare la separazione.

In conclusione, rientra nella comunione immediata:
  • il denaro percepito a titolo di utili dell'azienda gestita congiuntamente dai coniugi;
  • il denaro ottenuto a titolo di prezzo del trasferimento di beni della comunione;
E’ invece destinato alla comunione differita:
  • il denaro percepito a titolo di frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi non consumati al momento dello scioglimento della comunione;
  • il denaro percepito a titolo di proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non sia stato consumato.



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  • Per quanto concerne la casa coniugale, ossia l’immobile dove i coniugi hanno stabilito la dimora stabile della famiglia, la legge stabilisce all’art 155 quater del Codice Civile che la stessa venga assegnata al coniuge avente il collocamento prevalente dei figli, nel preminente interesse della prole.
     Mentre in passato si era più propensi ad adottare la soluzione dell’assegnazione, anche consensualmente, il generale impoverimento che colpisce oggi le famiglie che si separano, sovente non consente al coniuge non assegnatario di far fronte alle spese straordinarie dell’immobile a suo carico né al coniuge assegnatario di sostenere quelle ordinarie, talché i coniugi propendono sempre più spesso per una soluzione alternativa: la vendita a terzi o il trasferimento dell’immobile in favore dell’uno o dell’altro. 

 


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  • Il mutuo può essere considerato indice di debolezzadel coniuge più forte oppure, al contrario, di forza economica di questi.
    Nel primo senso ha concluso ad esempio la recentissima ordinanza delle Corte di Cassazione n. 22603 del 2015:
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  • 1) Il coniuge cui non è stata addebitatala separazione con sentenza passata in giudicato, ai sensi del secondo comma dell’articolo 151, ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato.
  • 2) Il coniuge cui è stata addebitata la separazionecon sentenza passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.
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  • IN CASO DI COMUNIONE DEI BENI- Qualora si sia deposto per la comunione (vigente per legge dal 1975), salva l’esclusiva proprietà dei beni strettamente personali (vale a dire, ad esempio, i beni acquistati in epoca antecedente al matrimonio, i beni ricevuti in donazione o per eredità), dopo il giudizio di separazione, ciascuno dei coniugi acquisisce il diritto di chiedere la divisione dei beni comuni.
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  • L'art.195 civ. dispone che nella divisione i coniugi o i loro eredi hanno diritto di prelevare i beni mobili che appartenevano ai coniugi stessi prima della comunione o che sono ad essi pervenuti durante la
     medesima per successione o donazione. A rigore non si tratta di una regola
     riguardante la divisione, ma dell'esplicitazione del principio in base al quale ciascuno dei coniugi si può riprendere i beni di carattere personale che, come tali, non hanno mai fatto ingresso nella comunione. Il problema può essere di natura probatoria: l'ultimo comma dell'art. 195 cod.civ. dispone che, in mancanza di prova contraria, si presume che i beni mobili facciano parte della comunione. Nell'ipotesi in cui non si rinvengano i beni mobili che il coniuge o gli eredi avevano il diritto di prelevare ai sensi dell'art. 195 cod.civ., risulta possibile ex art. 196 cod.civ. ripeterne il valore provandone l'ammontare anche per notorietà, salvo che la mancanza di quei beni sia dovuta a consumazione per uso o perimento o per altra causa non imputabile all'altro coniuge.

 


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Domanda cosa è l’obbligo di assistenza morale e materiale dei coniugi ?

Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.

Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione  (1).

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze  (2) e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo  (3), a contribuire ai bisogni della famiglia  (4).

 

 

Si parte dalle previsioni dell’art. 146, le quali si fondano sulle seguenti condizioni:

  • allontanamento del coniuge dalla casa coniugale;
  • mancanza di una giusta causa in tale decisione;
  • invito da parte del coniuge abbandonato di ritornarvi;
  • mancato accoglimento di tale invito.

Questa enumerazione di circostanze  e di comportamenti sottintende il principio che l’allontanarsi dalla famiglia senza “giusta causa” costituisca di per sé violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale, seppure esistano molte altre situazioni, nell’ambito coniugale, di violazione di tali obblighi (ce ne occuperemo in prosieguo).

Le condizioni affinché da questa situazione, lesiva degli interessi dell’altro coniuge ed illegittima, si passi all’applicazione del sistema sanzionatorio previsto dal codice, sono quelle elencate, a proposito delle quali è opportuno, tuttavia, fare alcune precisazioni.

 

DOMANDA COME DEVE ESSERE FATTA L’INDAGINE SULLA INTOLLERABILITA’ DEI CONIUGI?

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico degli stessi, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito (v., ex multis, Cass., sentenze n. 14840 del 2006, n. 12383 del 2005).

Posta tale premessa, deve rilevarsi che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tenuto dal coniuge successivamente al venir meno della convivenza, sia pure in tempi immediatamente prossimi a detta cessazione, può rilevare, ai fini della dichiarazione di addebito della separazione, solo ove esso costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa (v., sul punto, Cass. sentenze n. 20256 del 2006, n. 17710 del 2005).

In ogni caso, l’apprezzamento che la violazione dei doveri medesimi, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale, e, in definitiva, la valutazione circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza, costituisce indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, che, pertanto, non può essere censurata in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica (v., per tutte, Cass. sentenza n. 9877 del 2006).

 

DOMANDA: COSA VIENE INTESO PER? OBBLIGO DI COLLABORAZIONE NELL’INTERESSE DELLA FAMIGLIA ?

 

 

SI INTENDE COME MOMENTO DI ASSISTENZA RECIPROCA

 

DOMANDA : COSA SI INTENDE PER OBBLIGO DI COLLABORAZIONE?

 

 

Si intende l’apporto in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita’ di lavoro professionale e casalingo .

Nel suo complesso la decisione della Corte di appare infatti coerente con la giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento dello stato di abbandono e della sua non superabilità in tempi compatibili con le necessità di cura e di crescita del minore. Il minore ha il diritto, tutelato dal diritto sovranazionale e, nel nostro ordinamento, dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184, di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine, che va considerata l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico. Pertanto il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare, qualora si manifestino situazioni di grave carenza del ruolo genitoriale, se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere le situazioni di difficoltà o disagio che possono ledere gravemente lo sviluppo del minore. Tuttavia, laddove risulti impossibile, quand’anche in base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (cfr. fra le altre Cass. civ., sezione I, n. 6137 del 26 marzo 2015).

Infatti il diritto del minore ad essere educato nella propria famiglia di origine incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie, né di assicurare l’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, con conseguente configurabilità dello stato di abbandono, il quale non viene meno per il solo fatto che al minore siano prestate le cure materiali essenziali da parte di genitori o di taluno dei parenti entro il quarto grado, risultando necessario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).

 

DOMANDA :COSA SI INTENDE PER OBBLIGO COABITAZIONE?

L’obbligo che hanno i coniugi di coabitare, ma tale obbligo per comn3 volonta’ puo’ venere meno, capita spesso un coniuge che viva a Roma ad esempio e l’altro a Melano per motivi di lavoro:

 

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).
Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.
L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.
Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.
Diversamente, nel caso- infrequente, ma non eccezionale- di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime- secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa“), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorioincumbit ei qui dicit.
Spetterà quindi all’autore della violazione dell’obbligo la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto (Cass., sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059).
Tale riparto dell’onere probatorio oltre a palesarsi rispettoso del canone legale (art. 2697 cod. civ.) è altresì aderente al principio empirico della vicinanza della prova; laddove, riversare la dimostrazione della rilevanza causale in ordine all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza su chi abbia subito l’altrui infedeltà si risolverebbe nella probatio diabolica che in realtà il matrimonio era sempre stato felice fino alla vigilia dell’adulterio (o dell’omissione di assistenza, o dell’interruzione della coabitazione).
DOMANDA : I DOVERI VERSO I  FIGLI E L’OBBLIGO DI MANTENIMENTO COSA SONO?

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare (2) e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis

 

È stato, infatti, affermato il principio secondo cui (Cass., 10 dicembre 2014, n. 26060; Cass., 29 luglio 2011, n. 16376; Cass., 18 agosto 2006 n. 18187) l’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dalla legge sul divorzio, art. 6 (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza ‘automatica’, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. È stato altresì precisato che il richiamato principio trova conferma nelle nuove previsioni in tema di affido condiviso di cui alla L. n. 54 del 2006.

6 – È stato poi precisato che l’assegno disposto in favore del genitore presso il quale la prole è prevalentemente collocata non contrasta con il contenuto dell’art. 155 cod. civ., che fornisce alcune indicazioni sui presupposti e caratteri dell’assegno, introducendo il principio generale, già elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte, per cui ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. L’ulteriore previsione che il giudice possa disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, al fine di realizzare tale principio di ‘proporzionalità’, esclude che la Corte territoriale abbia violato detta disposizione, in quanto la previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando, come nella specie, l’affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Del resto il ricordato art. 155 c.c., fornisce indicazioni specifiche sulla determinazione dell’assegno, considerando, tra l’altro, ‘i tempi di permanenza presso ciascun genitore’.

La Corte ha per altro precisato (Cass., 4 novembre 2009, n. 23411) che il genitore collocatario, essendo più ampio il tempo di permanenza presso di lui, avrà necessità di gestire, almeno in parte, il contributo al mantenimento da parte dell’altro genitore, dovendo provvedere in misura più ampia alle spese correnti e all’acquisto di beni durevoli che non attengono necessariamente alle spese straordinarie (indumenti, libri, ecc.).

secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (Cass. nn. 25300/013, 24316/013, 11320/05), il genitore, separato o divorziato, a cui il figlio sia stato affidato durante la minore età, è legittimato iure proprio ad ottenere dall’altro genitore il pagamento dell’assegno per il mantenimento del figlio, quale titolare di un diritto autonomo (e concorrente con quello del minore) a ricevere il contributo alle spese necessarie a detto mantenimento; e, pur dopo che il figlio è divenuto maggiorenne (ma non ancora autosufficiente), in assenza di un’autonoma richiesta di quest’ultimo, mantiene tale legittimazione, salvo il venir meno del rapporto di coabitazione (circostanza nella specie mai dedotta). Del tutto correttamente, pertanto, i giudici del merito, hanno ritenuto che, in mancanza di spendita del nome del figlio asseritamente rappresentato, B. abbia agito in giudizio esclusivamente in proprio.

 

 

 

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