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RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI DANNO BIOLOGICO COSA E’ COME SI CALCOLA Nell’ambito dei danni non patrimoniali è compreso anche il danno da lesione della salute, detto danno biologico, particolarmente conosciuto perchè viene normalmente liquidato nella maggior parte delle procedure che derivano da un sinistro stradale nel corso del quale si sono verificate delle lesioni. La sentenza n. 531/2014 della Corte di Cassazione (III Sez. civile) rappresenta un’ulteriore occasione per la Suprema Corte di chiarire le nozioni di “danno esistenziale” e “danno biologico”, locuzioni queste troppo spesso utilizzate in modo inopportuno o quanto meno inappropriato.

 

RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI DANNO BIOLOGICO COSA E’ COME SI CALCOLA

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 SEMPRE E COMUNQUE 1

Nell’ambito dei danni non patrimoniali è compreso anche il danno da lesione della salute, detto danno biologico, particolarmente conosciuto perchè viene normalmente liquidato nella maggior parte delle procedure che derivano da un sinistro stradale nel corso del quale si sono verificate delle lesioni. La sentenza n. 531/2014 della Corte di Cassazione (III Sez. civile) rappresenta un’ulteriore occasione per la Suprema Corte di chiarire le nozioni di “danno esistenziale” e “danno biologico”, locuzioni queste troppo spesso utilizzate in modo inopportuno o quanto meno inappropriato.

 

Si pensi al caso dell’investiADANNO3mento del pedone.
Il danno biologico ha trovato la sua prima definizione
nell’ambito della disciplina delle lesioni derivanti da sinistro stradale, ma questa categoria si applica a tutti i tipi di lesioni causati dall’altrui comportamento imprudente.
Ovviamente la lesione alla salute può anche riguardare la sfera psichica del danneggiato quando questo, a causa del comportamento illecito di altri, matura una patologia psichica.
Normalmente per la valutazione circa l’esistenza e l’entità di un danno alla salute si ricorre ad un’apposita perizia medico legale.

am3SCRITTA

Ribadito il carattere meramente descrittivo di siffatte locuzioni, si rammenta che le Sezioni Unite di questa S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo.

Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti. Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione. Ne consegue che la mancanza di danno biologico (qual è stato ritenuto, nella specie, per i due genitori) non esclude la configurabilità in astratto di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno “dinamico-relazionale”, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto. E allorchè il fatto lesivo abbia profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come è stato ritenuto nella specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai (niente affatto ordinari) bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto (Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; cfr. anche Cass. 20 ottobre 2005, n. 20324; Cass. 12 giugno 2006, n. 13546).

adeSCRITTA

Nel porre in evidenza, da un canto, che alla stre­gua di una «moderna concezione della persona intesa come portatrice di valori, aspettative e diritti che trova il suo punto di riferimento costituzionale negli artt. 2 – 29- 32 della Costituzione, l’ordinamento giu­ridico deve tutelare il diritto alla salute, ossia il benessere fisico e psichico inteso nel senso ampio di cui si è detto, da ogni ingiusta offesa altrui>>, e, per altro verso, la plurioffensività del sinistro, con l’avvertita esigenza che vengano risarciti tutti i dan­ni conseguenti ad «ogni sinistro», anche quelli subi­ti da «terze persone», da considerarsi non già quali danni «di riflesso» o «di rimbalzo» ( come afferma­to dalle richiamate Cass. n. 60/91, Cass. n. 1516 del 2001 e Cass. n. 10291 del 2001 ) bensì quali danni anch’ essi «diretti», la corte dì merito ha affermato che tale danno ( da intendersi come «permanente alte­razione del rapporto familiare … incidente sulla salute intesa in senso lato come benessere fisico, psichico e sociale» ) va invero «differenziato» dal danno mora­le, da ravvisarsi viceversa nella mera sofferenza o perturbamento psichico.

Ha quindi concluso per la autonoma risarcibilità della «morte violenta di un parente stretto» quale danno iure proprio sofferto dagli stretti congiunti, ponendo al riguardo in rilievo come sia «indiscutibi­le» che «la morte di un parente stretto menoma, anche per sempre, la personalità del superstite privandola, ex abrupto, di tutti quei legami affettivi, etici e psicologici che costituivano il suo modo d’essere anche nei rapporti esterni e che erano una componente fonda­mentale dell’ equilibrio e armonia del nucleo familia­re».

Danno che ha poi liquidato facendo ricorso al cri­terio equitativo ex artt. 1226 e 2056 cc*

Orbene, la suindicata riconduzione del «danno esistenziale» all’interno del «danno biologico» ope­rato dal giudice del gravame di merito va invero ricon­siderata alla stregua dell’orientamento espresso da questa Corte in materia.

Nel fare il punto sugli orientamenti interpretati vi maturati all’esito della progressiva evoluzione del­la disciplina post-codicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, questa Corte ha ancora recente­mente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime vo­ci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “‘sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 ce. e dal danno non patrimoniale ex art. 20 59 ce ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass. , 31/5/2003, n. 8828 ).

ADENAROTEMPOCon particolare riferimento a quest’ultimo, nell’avvertita insufficienza dell’ interpretazione che ne segnava la coincidenza -limitandone corrispondente­mente la risarcibilità- con l’unica ipotesi tipica po­sitivamente prevista ( art. 18 5 c.p. ) , quale oggetto del rinvio ivi contenuto, restrittivamente interpretata come sostanziantesi nel mero patema d’animo o sofferen­za psichica di carattere interiore ( danno morale ) , questa Corte, in considerazione anche della proliferazione delle fonti normative prevedenti la risarcibilità del danno morale successivamente determinatasi, è per­venuta, da un canto, a rimarcare il carattere interiore e privo di obiettivizzazione all’ esterno del danno mo­rale, espressamente qualificato come « soggettivo»; per altro verso, a precisare che esso non esaurisce l’ambito del danno non patrimoniale, costituendone un mero aspetto, al contempo svincolandone la risarcibili-tà dalla ricorrenza del reato ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Nel porre in rilievo che la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, questa Corte ha sottolineato come il danno non patrimoniale costituisca categoria ampia e comprensiva di ogni ipo­tesi in cui risulti leso un valore inerente la persona ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ) .

Ha fatto al riguardo richiamo anche ai molteplici interventi della Corte Costituzionale che hanno segnato l’evoluzione interpretativa in argomento.

Anzitutto alla pronunzia che ha riconosciuto la tu­tela del danno non patrimoniale nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non suscettìbili direttamente di valutazione economica, includendovi il ed. danno bio­logico, quale lesione del bene “salute”, figura autono­ma ed indipendente da qualsiasi circostanza e conse­guenza di carattere patrimoniale { v. Corte Cost., 26/7/1979, n. 88).

Alla sentenza che ha quindi collocato il danno bio­logico nell’ambito del danno patrimoniale ex art. 2043 cc, ravvisandone il fondamento nell’ingiustizia insi­ta nel fatto menomativo della integrità bio-psichica, nella sottolineata esigenza di sottrarre la risarcibi-lità del danno non patrimoniale derivante dalla lesione dì un diritto costituzionale tutelato ( il diritto alla salute contemplato dall’art. 32 Cost. ) ai limiti posti dall’art. 2059 ce. (v. Corte Cost., 14/7/1986, n. 184) .

Alla decisione, ancora, che ha nuovamente ricondot­to il danno biologico nell’ ambito dell’ art. 2059 cc. (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).

In tale quadro, si è in giurisprudenza di legitti­mità affermato non poter essere il danno non patrimo­niale più inteso, come viceversa in precedenza, in ter­mini di sostanziale coincidenza con il ( solo ) danno morale, e limitatamente all’ipotesi in cui il fatto il­lecito integri una fattispecie di reato ( v. Cass., 21/10/2005, n. 20355; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 19/10/2005, n. 20205; Cass., 15/1/2005, n. 729).

Movendo (anche) dalle modifiche legislative nel corso degli anni intervenute ( art. 2 L. n. 117 del 1988 in tema di risarcimento anche dei danni non patri­moniali derivanti dalla privazione della libertà perso­nale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie; art. 29, comma 9, L. n. 675 del 1996, in tema di moda lità illecite nella raccolta di dati personali; art. 44, comma 7, D.lgs. n. 286 del 1998, in tema dì adozio­ne di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; art. 2 L. n. 89 del 2001, in tema di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del proces­so) , il danno biologico è stato quindi recepito nell’ambito dell’ ampia categoria del danno non patrimo­niale in una diversa e più restrittiva accezione ri­spetto a quella accolta dalla corte dì merito nell’impugnata sentenza , venendo ad essere fissato nel significato di lesione dell’integrità psicofisica ac­certabile in sede medico-legale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ). Danno non rimasto invero allo stadio di mero dolore o patema d’animo in­teriore, con degenerazione della sofferenza interiore fino a sfociare in una patologia obiettivamente riscon­trabile ( es., malattia psico-fisica, esaurimento ner­voso, ecc. ).

La categoria del danno non patrimoniale si è ravvi­sata tuttavia, anche all’esito dell’enucleazione di ta­le figura ulteriore e diversa dal danno morale «sog­gettivo», risultare ancora non esaustìvamente consi­derata, rinvenendosi molteplici rilevanti situazioni soggettive negative di carattere psico-fisico non ri­conducibili né al danno morale «soggettivo» né al danno biologico, nelle suindicate restrittive nozioni accolte.

Situazioni che in dottrina sono state indicate so­stanziarsi nei più diversi tipi di reazione al fatto evento dannoso, e racchiuse nella sintesi verbale <<danno esistenziale».

Si è in giurisprudenza e dottrina pressoché gene­ralmente avvertita peraltro la necessità, in uno sforzo di categorizzazione unificante, di individuare tratti comuni alle varie ipotesi al riguardo indicate, e di delimitare 1’ambito di relativa risarcibilità, in osse­quio anche al principio generale dell’ ordinamento in base al quale il danno deve essere sopportato dal suo autore, sicché il danneggiante è tenuto a risarcire tutto il danno ma solo il danno a lui ascrivibile.

Esigenza di delimitazione d’altro canto avvertita già dallo stesso legislatore, il quale, diversamente che per quello patrimoniale ex art. 2043 ce., ha im­prontato in termini dì tipicità la risarcibilità del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 ce, limi­tandola ai soli casi previsti dalla legge ( cfr. Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).

A tale stregua, la giurisprudenza di legittimità è pertanto pervenuta a considerare il danno non patrimo­niale risarcibile ex art. 2059 ce solamente in pre senza di lesione di interessi essenziali della persona, ravvisati in quelli costituzionalmente garantiti, al riguardo sottolineandosi che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimo­niale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti la persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, in tal modo confi­gurandosi propriamente un «caso determinato dalla leg­ge», al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì Cass., 12/12/2003, n. 19057; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).

Tra gli interessi essenziali in argomento rilevan­ti ( salute, famiglia, reputazione, libertà di pensie­ro, ecc. ) , senz’altro ricompresi sono quelli relativi alla sfera degli affetti ed alla reciproca solidarietà nell’ambito della famìglia, alla libera e piena espli­cazione delle attività realizzatrici della persona uma­na nell’ambito della peculiare formazione sociale che è la famiglia, trovanti fondamento e garanzia costituzio­nale negli artt. 2, 29 e 30 Cost. Interessi che risul­tano irrimediabilmente violati in caso di uccisione dello stretto congiunto ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì, in particolare, Cass., 15/7/2005, n. 15022; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ) .

Le Sezioni Unite di questa Corte sono quindi recen­tissimamente giunte ad affermare che il danno esisten­ziale consiste in «ogni pregiudizio ( di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente ac­certabile ) provocato sul fare areddittuale del sogget­to, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazio­nali propri, ìnducendolo a scelte di vita diverse quan­to all’ espressione e realizzazione della sua personali­tà nel mondo esterno» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .

Nel sottolineare che, diversamente da quello mora­le, esso non ha natura meramente emotiva ed interiore ma deve essere oggettivamente accertabile ed aver de­terminato «scelte dì vita» diverse da «quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso», con obiettiva incidenza «in senso negati­vo» nella sfera del danneggiato, «alterandone l’equilibrio e le abitudini di vita», le Sezioni Unite hanno escluso in particolare che «la lesione degli in­teressi relazionali connessi al rapporto di lavoro re­sti sostanzialmente priva di effetti», senza provocare invero «conseguenze pregiudizievoli nella sfera sog­gettiva del lavoratore, essendo garantito l’interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).

Le Sezioni Unite hanno altresì sottolineato che il <<danno esistenziale> non consiste in meri «dolori e sofferenze», ma deve aver determinato «concreti cam­biamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita».

Ne emerge dunque una figura di danno alla salute in senso lato che, pur dovendo -diversamente dal danno mo­rale soggettivo ( v. Cass., 10/8/2004, n. 15418 )-obiettivarsi, a differenza del danno biologico rimane integrato a prescindere dalla relativa accertabilità in sede medico-legale ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .

Nel precisarsi che il riconoscimento dei “diritti della famiglia” ( art. 29 Cost. ) va inteso non re­strittivamente, cioè come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, bensì nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo, alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto personale ispira, sia generando bisogni e doveri, sia dando luogo a gratifi cazioni, supporti, affrancazioni e significati, si è in giurisprudenza di legittimità al riguardo posto in ri­lievo che laddove il fatto lesivo alteri profondamente tale complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinan­te riduzione -se non annullamento- delle positività che dal rapporto parentale derivano ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ), viene a deter­minarsi quello <<sconvolgìmento delle abitudini di vi­ta» che, pur potendo avere diversa ampiezza e consi­stenza in termini dì intensità e protrazione nel tempo in relazione alle diverse situazioni, deve trovare co­munque obiettivazione nell’alterazione del modo di re­lazionarsi del soggetto sia all’ interno del nucleo fa­miliare che all’ esterno di esso nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Esso si sostanzia invero in una modificazione (peg­giorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita relazione. E ciò in conseguenza della subita alterazione; della pri­vazione ( oltre che di quello materiale anche } del rapporto personale con lo stretto congiunto nel suo es­senziale aspetto affettivo o di assistenza morale ( cu­ra, amore ), cui ciascun componente del nucleo familia­re ha diritto nei confronti dell’altro, come per ì co­niugi in particolare previsto dall’art. 143 ce. ( dal­la relativa violazione potendo conseguire l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e l’addebitabilità della separazione personale ) ; per il genitore dall’ art. 147 ce., e ancor prima da un prin­cipio immanente nell’ordinamento fondato sulla respon­sabilità genitoriale ( v. Corte Cost., 13/5/1998, n. 166; Cass., 1/4/2004, n. 6365; Cass., 9/6/1990, n. 5633 ) , da considerarsi in combinazione con l’art. 8 L. adoz. ( la violazione dell’obbligo di cura o assistenza morale determinando lo stato dì abbandono del minore che ne legittima l’adozione ) ; per il figlio nell’art. 315 ce , secondo una in tal senso valorizzabile, orientata lettura.

Trattasi, come dalla corte di merito correttamente affermato nell’impugnata sentenza, di danno non già «riflesso» o «di rimbalzo» bensì «diretto», dagli stretti congiunti del defunto sofferto iure proprio, in quanto l’evento morte è plurioffensivo, non solamente causando l’estinzione della vita della vìttima prima­ria, che subisce il massimo sacrificio del relativo diritto personalissimo, ma altresì determinando l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della vittima, a loro volta lesi nell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e alla scambievole solidarietà che connota la vita fami­liare ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Così come quello patrimoniale, anche il danno non patrimoniale ha natura di danno-conseguenza, quale dan­no che scaturisce dal fatto-evento.

Con riferimento in particolare al danno da ucci­sione, esso consìste non già nella violazione del rap­porto familiare quanto piuttosto nelle conseguenze che dall’irreversibile venir meno del godimento del con­giunto e dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali discendono.

Si è infatti escluso che tale tipo di danno sìa configurabile in re ipsa, precisandosi che deve essere allegato e provato da chi vi abbia interesse, senza ri­manere tuttavia precluso il ricorso a valutazioni pro­gnostiche ed a presunzioni ( sulla base di elementi obiettivi forniti dall’interessato ). E proiettandosi esso nel futuro, assume al riguardo rilievo la conside­razione del periodo di tempo nel quale si sarebbe pre­sumibilmente esplicato quel godimento del congiunto che l’illecito ha reso invece impossibile ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

am3SCRITTA

Il danno non patrimoniale deve essere dunque rico­nosciuto e liquidato nella sua interezza, essendo per­tanto necessaria, laddove il risarcimento non risulti in termini generali e complessivi domandato, l’analitica considerazione e liquidazione in relazione ai diversi aspetti in cui esso si scandisce.

Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria sì compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli an­gusti lìmiti della suindicata restrittiva interpreta­zione dell’art. 2059 ce.

 

 

 

La domanda di risarcimento del danno non patrimo­niale in termini generali formulata non può essere in­fatti limitata alla considerazione meramente di alcuni dei medesimi, con esclusione di altri ( cfr. Cass., 24/2/2006, n. 4184; Cass., 26/2/2003, n. 28 69, con ri­ferimento in particolare al danno biologico ), una tale limitazione essendo invero rimessa, in ossequio al principio della domanda, alla previa scelta del danneg­giato, che si limiti a far valere solamente alcuna del le tre suindicate voci che tale categoria integrano (v. Cass., 28/7/2005, n. 1583; Cass., 7/12/2004, n. 22987. Con riferimento alla richiesta di risarcimento del dan­no morale, nel senso che essa non possa intendersi come limitata alla sola sofferenza psichica transeunte ma debba considerarsi quale «sinonimo>> della locuzione «danno non patrimoniale», v. peraltro Cass., 15/7/2005, n. 15022).

Venendo ora alla questione cruciale del limite al quale l’articolo 2059 del codice del 1942 assoggetta il risarcimento del danno non patrimoniale, mediante la riserva di legge, originariamente esplicata dal solo articolo 185 Cp (ma v. anche l’articolo 89 Cpc), ritiene il Collegio che, venendo in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, clave escludersi che il risarcimento del danno non patrimoniale che ne consegua sia soggetto al limito derivante dalla riserva di legge correlata all’articolo 185 Cp.

Una lettura della norma costituzionalmente orientata one di ritenere inoperante il detto limite se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti. Occorre considerare, infatti, che nel caso in cui la lesione abbia inciso su un interesse costituzionalmente protetto, la riparazione mediante indennizzo (ove non sia praticabile quella in forma specifica) costituisce la forma minima di tutela, ed una tutela minima non é assoggettabile a specifici limiti, poiché ciò si risolve in rifiuto di tutela nei casi esclusi (v. Corte costituzionale, sentenza 184/86, che si avvale tuttavia dell’argomento per ampliare l’ambito della tutela ex articolo 2043 al danno non patrimoniale da lesione della integrità biopsichica; ma l’argomento si presta ad essere utilizzato anche per dare una interpretazione conforme a Costituzione dell’articolo 2959).

D’altra parte, il rinvio ai cani in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale, atteso che il riconoscimento nella Costituzione dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale.

La sentenza così prosegue: «Venendo ora ad esaminare la questione della ammissione a risarcimento del danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella definitiva perdita del rapporto parentale (con tale espressione sinteticamente lo designa una ormai cospicua giurisprudenza di merito, che lo inserisce nell’ambito del cosiddetti danno esistenziale ), osserva il Collegio che il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute del quale è titolare (la cui tutela ex articolo 32 Costituzione, ove risulti intaccata l’integrità biopsichica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale, la cui tutela, agevolmente ricollegabile all’articolo 2 Costituzione, ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo. L’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli articoli 2, 29 e 30 Costituzione.

Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’articolo 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione) ai sensi dell’articolo 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’articolo 185 Cp in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.

Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto, consistente nella perdita del rapporto parentale, si colloca quindi nell’area dell’articolo 2059 in raccordo con le suindicate norme della Costituzione. Il suo risarcimento postula tuttavia la verifica della sussistenza degli elementi nel quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’articolo 2043. L’articolo 2059 non delinea una distinta figura di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, consente, nei casi determinati dalla legge, anche la riparazione di danni non patrimoniali (eventualmente in aggiunta a quelli patrimoniali nel caso di congiunta lesione di interessi di natura economica e non economica).

Per quanto concerne il nesso di causalità, va rilevato che, nel caso in cui la perdita del rapporto parentale sia determinata dall’ uccisione di un congiunto, il medesimo fatto (uccisione di una persona) lede in pari tempo situazioni giuridiche di soggetti diversi legati da un vincolo parentale.

L’evento naturale “morte” non causa soltanto l’estinzione della vita della vittima primaria, che subisce il massimo sacrificio del relativo diritto personalissimo, ma causa altresì, nel contempo, l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della vittima, che a loro volta subiscono la lesione dell’interesse alla intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che connota la vita familiare. Si ripropone, in questo caso, il fenomeno della propagazione intersoggettiva delle conseguenze di un medesimo fatto illecito. Figura nota, della quale la giurisprudenza, in tema di danni non patrimoniali, ha fatto governo in varie ipotesi, ammettendo a risarcimento: il danno morale soggettivo da morte di congiunto (sentenza 2915/71; 1016/73; 6854/88; 11396/97); il danno morale soggettivo cagionato da lesione non mortale sofferta da un congiunto, come statuito, innovando il precedente orientamento restrittivo (di cui sono espressione le sentenze suindicate) , dalla più recente giurisprudenza di questa Suprema Corte (sentenza 4186/98; 4852/99; 13358/99; 1516/01; Sezioni unite, 9556/02); il danno consistente nella impossibilità di intrattenere rapporti sessuali a causa delle lesioni subite dal coniuge (sentenza 6607/86); il danno subito dalla moglie e dai figli di un infortunato, rimasto in coma profondo, per la lesione dei diritti riflessi di cui siano portatori, ai sensi degli articoli 143 e 147 Cc (sentenza 8305/96). Ma ricadono nel paradigma, sia pur in materia di danni patrimoniali, anche l’ipotesi della lesione del diritto di credito ad opera di un terzo (secondo quanto affermato nel caso Meroni dalle Sezioni unite con la nota sentenza 174/71) e del danno patrimoniale subito dai congiunti della vittima (ai quali viene equiparato il convivente more uxorio: sentenza 2988/94) per la perdita delle contribuzioni che da quella ricevevano ed avrebbero presumibilmente ancora ricevuto in futuro, sempre pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza civile (sentenza 3929/69; 2063/75; 4137/81; 11453/95; 1085/98; ma v. anche Corte costituzionale, sentenza 372/94).

In questi casi si suole parlare di “danno riflesso o di rimbalzo”. Ma la definizione non coglie nel segno: dovendosi aver riguardo alla lesione della posizione giuridica protetta, nel caso di evento plurioffensivo la lesione è infatti contestuale ed immediata per tutti i soggetti che sono titolari dei vari interessi incisi (sentenza 1561/01; Sezioni unite, 9556/02).

Ciò posto, il problema della causalità va affrontato e risolto negli stessi termini in cui questa Suprema Corte lo ha affrontato e risolto in relazione alle menzionate ipotesi di propagazione intersoggettiva delle conseguenze di uno stesso fatto illecito.

Al fine di individuare il responsabile dell’evento lesivo (incidente sulle posizioni giuridicamente protette facenti capo alla vittima primaria ed a quelle che si suole definire come vittime secondarie) dovrà essere accertato il nesso di causalità materiale intercorrente tra la condotta dell’uccisore e la morte della vittima primaria alla stregua delle regole dettate dagli articoli 41 e 42 Cp, secondo i criteri della cosiddetta causalità di fatto o naturale, impostati sul principio della condizione sine qua non o della equivalenza, con il correttivo del criterio della “causalità efficiente” (v., per tutte, sentenza 8348/96 e 5923/95, che esprimono un orientamento consolidato) .

Una volta risolto il problema dell’imputazione dell’evento (problema che è proprio della responsabilità extracontrattuale, poiché in quella contrattuale il soggetto responsabile è di norma il contraente inadempiente: sentenza 11629/99), dovrà invece procedersi alla ricerca del collegamento giuridico tra il fatto (uccisione) e le sue conseguenze dannose, selezionando quelle risarcibili, rispetto a quelle non risarcibili, in base ai criteri della causalità giuridica, alla stregua di quanto prevede l’articolo 1223 Cc (richiamato dall’articolo 2056, comma 1, Cc), che limita il risarcimento ai soli danni che siano conseguenza immediata e diretta dell’illecito, ma che viene inteso, secondo costante giurisprudenza (sentenza 89/1962; 373/71; 6676/92; 1907/93; 2356/00; 5913/00), nel senso che la risarcibilità deve essere estesa ai danni mediati ed indiretti, purché costituiscano effetti normali del fatto illecito, secondo il criterio della cosiddetta regolarità causale (sul punto v., da ultimo, Sezioni unite, sentenza 9556/02, in tema di danno morale soggettivo sofferto dai congiunti della vittima di lesioni non mortali, che conferma le argomentazioni della sentenza 4186/98).

Circa l’elemento soggettivo, non sembra esatto ritenere che, essendo necessaria la prevedibilità dell’evento al fine di ritenere sussistente la colpa, il soggetto che ha posto in essere la condotta che ha causato la morte della vittima primaria non dovrebbe rispondere del danno subito dai congiunti per difetto di prevedibilità degli eventi ulteriori, tra i quali rientra la privazione, in danno dei superstiti, del rapporto coniugale e parentale, e, quindi, per mancanza di colpa.

È agevole opporre che la prevedibilità dell’evento .dannoso deve essere valutata in astratto e non in concreto; che l’evento dannoso è costituito, in tesi, dalla lesione ~dell’interesse all’intangibilità delle relazioni familiari; che tale lesione deve ritenersi prevedibile, rientrando nella normalità che la vittima sia inserita in un nucleo familiare, come coniuge, genitore, figlio o fratello.

Per quanto concerne, infine, la prova del danno, osserva il Collegio che il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto non coincide con la lesione dell’interesse protetto; esso consiste in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto.

Volendo far riferimento alla nota distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza (introdotta da Corte costituzionale 184/86, che ha collocato nella prima figura il danno biologico, ma abbandonata dalla successiva Corte costituzionale 372/94), si tratta di danno-conseguenza. Non vale pertanto l’assunto secondo cui il danno sarebbe in re ipsa, nel senso che sarebbe coincidente con la lesione dell’interesse. Deve affermarsi invece che dalla lesione dell’interesse scaturiscono, o meglio possono scaturire, le suindicate conseguenze, che, in relazione alle varia fattispecie, potranno avere diversa ampiezza e consistenza, in termini di intensità e protrazione nel tempo.

Il danno in questione deve quindi essere allegato e provato. Trattandosi tuttavia di pregiudizio che si proietta nel futuro (diversamente dal danno morale soggettivo contingente) , dovendosi aver riguardo al periodo di tempo nel quale si sarebbe presumibilmente esplicato il godimento del congiunto che l’illecito ha invece reso impossibile, sarà consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base degli elementi obbiettivi che sarà onere del danneggiato fornire.

La sua liquidazione, vertendosi in tema di lesione di valori inerenti alla persona, in quanto tali privi di contenuto economico, non potrà che avvenire in base a valutazione equitativa (articoli 1226 e 2056 Cc) , tenuto conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza, e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti.

Ed é appena il caso di notare che il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest’ultimo, senza che possa ravvisarsi una duplicazione di risarcimento.

Ma va altresì precisato che, costituendo nel contempo funzione e limite del risarcimento del danno alla persona la riparazione del pregiudizio effettivamente subito dalla persona, il giudice di merito, nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno da perdita del rapporto parentale, dovrà considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poiché, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazione del risarcimento. In altri termini, dovrà il giudice assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento».

4.4. Tali osservazioni evidentemente si attagliano anche al caso di specie, nel quale la elisione delle potenzialità interrelazionali del rapporto parentale dei genitori col figlio costituisce diretta conseguenza dello stato pressoché vegetativo al quale quest’ultimo è ridotto. In tal senso va infatti inteso il riferimento della sentenza impugnata al “più totale sconvolgimento … delle normali aspettative dei genitori”; aspettative evidentemente diverse da quelle relative al (possibile) futuro contributo economico del figlio, essendo stato il danno patrimoniale autonomamente liquidato.

4.5. Si pone invece un problema ulteriore. La corte d’appello ha infatti considerato anche lo sconvolgimento delle “abitudini” dei genitori e “l’esigenza di provvedere perennemente” ai bisogni del figlio (anche qui su un piano diverso da quello economico). Occorre allora stabilire se tali pregiudizi rientrino o no nell’ambito del rapporto parentale tutelato dagli articoli 29 e 30 Costituzione, giacché, ove lo si escludesse, la sentenza andrebbe cassata per una rideterminazione equitativa del quantum debeatur, poiché potrebbero essere stati risarciti danni non conseguiti alla lesione di un interesse di rango costituzionale.

La soluzione è, peraltro, affermativa. Il riconoscimento dei “diritti della famiglia” (articolo 29, comma 1, Costituzione) va invero inteso non già, restrittivamente, come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, ma nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto parentale ispira, generando bensì bisogni e doveri, ma dando anche luogo a gratificazioni, supporti, affrancazioni e significati.

Allorché il fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, sia non un annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento della abitudini di vita in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai (niente affatto ordinari) bisogni del figlio deva senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’articolo 2059 Cc in caso di lezione di un interesse costituzionalmente protetto.

4.6. Si risarciscono così – come si è detto sopra e solo nel caso di conseguenze pregiudizievoli derivanti, secondo i richiamati principi della regolarità causale, dalla lesione di interessi di rango costituzionale – danni diversi da quello biologico e da quello morale soggettivo, pur se anch’essi, come gli altri, di natura non patrimoniale.

Il che non impedisce, proprio per questo e nell’ottica della concezione unitaria della persona, che la valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, senza una distinzione – bensì opportuna, ma non sempre indispensabile – tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto (se una lesione dell’integrità psico-fisica sia riscontrata) e quanto per il ristoro dei pregiudizi in parola; ovvero, ancora, che la liquidazione del danno biologico, di quello morale soggettivo e degli ulteriori pregiudizi risarcibili sia espressa da un’unica somma di denaro, per la cui determinazione si sia tuttavia tenuto conto di tutte le proiezioni dannose del fatto lesivo.

La prassi giudiziaria ha infatti attuato, anche se non sempre in modo dichiaratamente consapevole, una dilatazione degli originari ambiti concettuali del danno alla salute e di quello morale soggettivo, ricomprendendo nel primo (danno biologico in senso lato, nell’accezione indicata da Corte costituzionale, 356/91) tutti i riflessi negativi che la lesione della integrità psico-fisica normalmente comporta sul piano dell’esistenza della persona, inducendo un peggioramento della complessiva qualità della vita; e, nel secondo (o, alternativamente, nel primo, come prospettato anche nella sentenza in questa occasione gravata), tutte le rinunce collegate alle sofferenze provocate dal fatto lesivo costituente reato: queste ultime riguardate inoltre, non di rado, nella loro perdurante protrazione nel tempo e non già come patema d’animo o stato d’angoscia transeunte (secondo l’indicazione offerta da Corte costituzionale, 327/94). Si è fatto leva, in particolare, sulle constatazioni che il danno biologico, a seguito di una valutazione che deve essere nel più alto grado possibile personalizzata, è liquidato in precipua considerazione di quanto il soggetto non potrà più fare; che il dolore psichico ha spesso ripercussioni sul modus vivendi di chi lo patisce nel senso di attenuarne il desiderio di attività; che alcuni tipi di patemi d’animo hanno un’intrinseca attitudine ad essere ineluttabilmente permanenti, piuttosto che meramente transeunti.

Si coglie allora come le già effettuate liquidazioni del danno biologico e del danno morale soggettivo da parte dei giudici di merito possano non lasciare spazi ulteriori per indennizzare i consequenziali pregiudizi non patrimoniali da lesione di interessi costituzionalmente protetti, in ipotesi risarciti in passato mediante la sussunzione degli stessi nell’ambito di quelle voci di danno; segnatamente del danno morale, dove il difetto di materialità del bene inciso, invece ricorrente per il danno alla salute, ha dato luogo ad innegabili difficoltà nella distinzione di pregiudizi che, pur ontologicamente diversi tra loro, concernono ambiti che tendono talora a sovrapporsi.

Non può insomma negarsi che proprio il difetto di tutela risarcitoria degli interessi costituzionalmente garantiti ora invece riconosciuta – abbia provocato una tendenza alla dilatazione degli spazi propri di altre voci di danno, che non ha più ragione di essere. 4.8. È conclusivamente il caso di chiarire che la lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc va tendenzialmente riguardata non già come occasione di incremento generalizzato della poste di danno (e -mai come strumento di duplicazione di risarcimento degli stessi pregiudizi), ma soprattutto come mezzo per colmare la lacuna, secondo l’interpretazione ora superata della norma citata, nella tutela risarcitoria della persona, che va ricondotta al sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale: quest’ultimo comprensivo del danno biologico in senso stretto, del danno morale soggettivo come tradizionalmente inteso e dei pregiudizi diversi ad ulteriori, purché costituenti conseguenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto.

Deve anche dirsi che, tutte le volte che si verifichi la lezione di un tale tipo di interesse, Il pregiudizio consequenziale integrante il danno morale soggettivo (patema d’animo) è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato. E va ribadito che nella liquidazione equitativa dei pregiudizi ulteriori, il giudice non potrà non tenere conto di quanto già eventualmente riconosciuto per il risarcimento del danno morale soggettivo, in relazione alla menzionata funzione unitaria del risarcimento del danno alla persona

4.9. Nella specie deve senz’altro escludersi che la corte d’appello sia incorsa in una duplicazione risarcitoria delle stesse conseguenze pregiudizievoli, avendo avuto cura di chiarire puntualmente che la liquidazione – legittimamente effettuata, come s’è detto, con l’indicazione di una somma omnicomprensiva – è stata riferita sia alla “sofferenza acuta, ma ristretta esclusivamente al campo interiore”, sia alla frustrata aspettativa dei genitori – ad una normale vita familiare dedita all’allevamento della prole, ad una normale conduzione di vita, ad una serena vecchiaia”, sicché “al danno morale per il nefasto evento in sé considerato si è aggiunto quello consistente nel più totale sconvolgimento delle loro abitudini e delle normali aspettative, unitamente all’esigenza di provvedere perennemente alle esigenze del figlio ridotto in condizioni pressoché esclusivamente vegetative”.

Per quanto, dunque, la motivazione della sentenza vada corretta nella parte in cui la corte di merito ha ritenuto di poter alternativamente ricomprendere i predetti pregiudizi nell’ambito del danno biologico, che non è invece configrurabile ne manchi una lezione dell’integrità psico-fisica secondo i canoni fissati dalla scienza medica (in tal senso si è di recente orientato il legislatore con gli articoli 13 del decreto legislativo 38/2000 e 5 della legge 57/2001, prevedendo che il danno biologico debba essere suscettibile di accertamento o valutazione medico legale), ovvero nel danno morale soggettivo, il cui ambito resta quello proprio della mera sofferenza psichica e deve anzi a questa essere esclusivamente ricondotto, ha tuttavia adottato una soluzione conforme a diritto laddove, in presenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto, ha liquidato l’intere danno non patrimoniale anche in riferimento al pregiudizio ulteriore consistente nella permanente privazione della reciprocità affettiva propria del più stretto tra i rapporti parentali.

 

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» TRIB ROVIGO CONCORDATO PREVENTIVO COLLABORAZIONE TRA IMPRENDITORE E COMMISSARI –AVVOCATO PER CONCORDATO PREVENTIVO osservato come l’orientamento espresso dalla Suprema Corte in altra sede conforti il principio espresso di necessaria collaborazione tra l’imprenditore e i commissari (“il termine fissato dal tribunale, ai sensi dell’art. 163 l.fall., per il deposito della somma che si presume necessaria per l’intera procedura ha carattere perentorio, atteso che la prosecuzione di quest’ultima richiede la piena disponibilità, da parte del commissario, dell’importo a tal fine destinato e questa esigenza può essere soddisfatta soltanto con la preventiva costituzione del fondo nel rispetto del predetto termine, da considerarsi quindi improrogabile, con conseguente inefficacia del deposito tardivamente effettuato” Cass. 21 aprile 2016, n. 8100; conf. Cass., 23 settembre 2016, n. 18704, Cass., 22 novembre 2012, n. 20667)

» QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

» TESTAMENTO EREDE ESTROMESSO ,COME RISOLVERE, AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA MODENA ROVIGO RIMINI CESENA FORLI il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità’ mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è’ affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ.”

» SPOSARSI E’ FACILE E’ SEPARARSI E DIVORZIARE CHE E’ DIFFICILE AVVOCATO MATRIMONIALISTA DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

» CONCORDATO PREVENTIVO AVVOCATO PER RICHIESTA CONCORDATO DELLE SPA ex art. 161, comma 6, la domanda di concordato deve essere dichiarata inammissibile dal tribunale, ai sensi della L. Fall., art. 162, comma 2 Va tuttavia considerato, sotto un primo profilo, che, poiché rispetto al medesimo imprenditore ed alla medesima insolvenza il concordato non può che essere unico, qualora la procedura di concordato sia pendente non è configurabile un’ulteriore domanda di ammissione avente carattere di autonomia (cfr. Cass. n. 495/015), a meno che da quest’ultima non si desuma l’inequivoca volontà del proponente (pur se non espressa con formule sacramentali) di rinunciare a quella in precedenza depositata.

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna