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IMPRESA AGRICOLA cui si era proceduto alla revoca ed al recupero del contributo in conto capitale erogato alla società ricorrente Con la sentenza in epigrafe il Tar del Lazio ha accolto il ricorso proposto dalla Azienda agricola F.lli M. s.n.c. per l’annullamento della determinazione del Direttore del Dipartimento sviluppo agricolo e mondo rurale della Regione Lazio, in data 16 marzo 2001, con cui si era proceduto alla revoca ed al recupero del contributo in conto capitale erogato alla società ricorrente ai sensi della legge 14.2.1992, n. 185, nonché per l’annullamento della presupposta circolare ministeriale 28 maggio 1992, n. 7 e della richiesta di restituzione del contributo medesimo.

IMPRESA AGRICOLA cui si era proceduto alla revoca ed al recupero del contributo in conto capitale erogato alla società ricorrente

 

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Con la sentenza in epigrafe il Tar del Lazio ha accolto il ricorso proposto dalla Azienda agricola F.lli M. s.n.c. per l’annullamento della determinazione del Direttore del Dipartimento sviluppo agricolo e mondo rurale della Regione Lazio, in data 16 marzo 2001, con cui si era proceduto alla revoca ed al recupero del contributo in conto capitale erogato alla società ricorrente ai sensi della legge 14.2.1992, n. 185, nonché per l’annullamento della presupposta circolare ministeriale 28 maggio 1992, n. 7 e della richiesta di restituzione del contributo medesimo.

 

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Consiglio di Stato

Sezione VI

Decisione 2 dicembre 2008 – 3 febbraio 2009, n. 573

(Presidente Barbagallo – Relatore Barra Caracciolo)

Sul ricorso in appello n. 11782/2003, proposto da Ministero delle politiche agricole e forestali in persona del Ministro pro-tempore rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato presso cui è ope legis domiciliato in Roma Via dei Portoghesi n. 12;

contro

Azienda agricola F.lli M. s.n.c. in persona del legale rappresentante pro-tempore rappresentato e difeso dagli Avv.ti Maurizio Amenta e Gianluca Mancini presso cui è elettivamente domiciliato in Roma, Via Ovidio n. 26;

e nei confronti di:

Regione Lazio in persona del Presidente della Giunta regionale p.t. n.c.;

per l’annullamento

della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, Sez. I TER, n. 199 del 20 gennaio 2003;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della società intimata;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Alla pubblica udienza del 2 dicembre 2008 relatore il Consigliere Luciano Barra Caracciolo.

Udito l’Avv. dello Stato Maddalo;

Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:

Svolgimento del processo

Con la sentenza in epigrafe il Tar del Lazio ha accolto il ricorso proposto dalla Azienda agricola F.lli M. s.n.c. per l’annullamento della determinazione del Direttore del Dipartimento sviluppo agricolo e mondo rurale della Regione Lazio, in data 16 marzo 2001, con cui si era proceduto alla revoca ed al recupero del contributo in conto capitale erogato alla società ricorrente ai sensi della legge 14.2.1992, n. 185, nonché per l’annullamento della presupposta circolare ministeriale 28 maggio 1992, n. 7 e della richiesta di restituzione del contributo medesimo.

L’adito Tribunale riteneva che l’art. 3 della l. n.185 del 1992 si limitasse a richiedere per la concessione dei mutui decennali a tasso di favore, ovvero, come nella specie, dei contributi alternativi a fondo perduto, il solo requisito che i danni subiti alle colture fossero di importo non inferiore al 35% della produzione lorda vendibile, restando invece indifferente, sul piano normativo, che il costo necessario al ripristino delle strutture danneggiate si ponesse nello stesso rapporto percentuale rispetto al valore del prodotto aziendale, come ritenuto nel provvedimento impugnato in conformità della circolare ministeriale 28 maggio 1992, n. 7. Di quest’ultimo atto, come dell’applicativo provvedimento impugnato, veniva quindi ritenuta l’illegittimità.

Appella il Ministero delle politiche agricole e forestali deducendo i seguenti motivi:

Il legislatore non ha inteso considerare esclusivamente i danni alle colture. Per individuare i soggetti legittimati a richiedere i contributi si deve infatti far riferimento all’art. 3, comma 1, l. n. 185\92 che stabilisce che “hanno titolo agli interventi… le aziende agricole… che abbiano subito danni non inferiori al 35% della produzione lorda vendibile…”. Al comma 2 sono previsti una serie di interventi volti a sollevare la aziende agricole dagli oneri conseguenti ad una serie di danni derivabili da eventi calamitosi; tra questi anche quelli alle strutture. Il Tar affermerebbe che non è possibile differenziare i presupposti per la legittimazione a richiedere i contributi di cui alle lettere a) b) c) e d) rispetto a quelli per richiedere i contributi di cui alla lettera e) del comma 2 dell’art. 3 l. cit. Ciò non dà conto del fatto che le provvidenze di cui alle lettere a) b) c) e d) riguardano danni alle strutture. La diversità dei presupposti sarebbe solo un effetto ottico, giacché ciò che conta è sempre il rapporto tra danno e PVL; solo che in un caso la norma fa riferimento a danni alle colture e dunque il rapporto sarà tra questi e PVL, nell’altro rilevano danni alle strutture, e dunque il rapporto sarà tra questi ultimi e PVL. Si deve anzi notare che il Ministero ha scelto, per la liquidazione del danno, il più favorevole criterio delle spese necessarie per il ripristino, cioè il risarcimento in forma specifica, mentre avrebbe potuto limitarsi al più rigido criterio ordinario per equivalente, tenendo così conto dell’obsolescenza delle strutture danneggiate.

Si è costituita l’originaria ricorrente deducendo, con apposite memorie, l’infondatezza dell’appello.

Motivi della decisione

La censura proposta è infondata e pertanto l’appello è da respingere.

Contrariamente a quanto dedotto con la censura riportata nella parte espositiva, infatti, la chiara lettera dell’art. 3 della legge 14 febbraio 1002, n. 185, in relazione al combinato disposto dei suoi commi 1 e 2, non può ritenersi differenziare, quanto alla concessione dei benefici previsti distintamente dalle lettere a), b) c) d) e, rispettivamente, e) del secondo comma, i presupposti di erogazione delle provvidenze così accordabili.

Il comma primo del citato art.3 dispone infatti, per quanto interessa ai fini della presente controversia, che “hanno titolo agli interventi di cui al presente articolo… le aziende agricole, singole ed associate, … che abbiano subito danni non inferiori al 35 per cento della produzione lorda vendibile, esclusa quella zootecnica”.

Il secondo comma recita, poi, “Le aziende agricole di cui al comma 1, hanno titolo ai seguenti interventi”, quindi hanno “titolo” le aziende che hanno subito danni non inferiori al 35% della produzione lorda vendibile e solo per ciò.

A tale chiaro incipit segue l’elencazione degli stessi interventi, quali previsti, in relazione all’ambito della contestazione mossa in appello, dalle citate lettere a), b), c) d), che secondo l’appello sono riferibili solo all’indennizzabilità di danni alle colture, cioè alla produzione, nonché dalla lettera e), della cui impugnata revoca si tratta nella presente controversia, che, sempre secondo l’appello, è invece intervento riferito a danni alle “strutture fondiarie aziendali danneggiate”.

Nella tesi appellatoria, il riferimento di quest’ultima disposizione alla natura strutturale-impiantistica del danno, oggetto di “ripristino, ricostruzione o riconversione” (raggiungibile mediante concessione di mutui decennali agevolati, ovvero, come nel caso, con l’erogazione di contributi in conto capitale), farebbe sì che il primo comma dovrebbe leggersi nel senso che il presupposto per l’accesso alla misura agevolata sia in un rapporto tra danni alle strutture e “produzione lorda vendibile”, anziché tra danni alle “colture” e la “stessa produzione lorda vendibile”.

In relazione al criterio di riferimento oggettivo del ristoro da concedere (elemento strutturale dell’azienda), l’appellante propone cioè una lettura del primo comma, e dell’incipit del secondo comma, dell’art. 3 in questione, che vada oltre la lettera della previsione legale, lettura volta così a interpretare, ultra legem, il presupposto di erogazione sulla “tipologia” del danno che viene in rilievo ai sensi della lettera e) dello stesso secondo comma.

Tale interpretazione non è però condivisibile, perché, in primo luogo, accede ad una forzatura del dato letterale che non appare ragionevolmente operabile in considerazione della chiarezza del riferito disposto normativo.

In secondo luogo, la stessa interpretazione proposta dall’Amministrazione appellante, quale contenuta nel punto 4.5. della circolare ministeriale 28 maggio 1992, n. 7, appare contraria anche ad una comprensione della disposizione orientata alla sua ratio logicamente preferenziale.

In questa ottica, infatti, si deve assumere che, non a caso, il legislatore non abbia differenziato i presupposti di concessione dei benefici previsti dalle lettere a)-d) in rapporto al diverso riferimento oggettivo del danno previsto dalla lettera e); ciò in quanto, la soglia del 35% della perdita della produzione lorda vendibile consente, invece, di individuare una “indice” omogeneo e paritario, in termini applicativi, della situazione di disagio in cui versano le diverse aziende.

La suggerita differenziazione del presupposto di erogazione in ragione degli effetti che gli eventi calamitosi considerati possano aver cagionato sul piano della tipologia dei danni subiti, non avrebbe alcuna capacità equitativa nell’individuare le situazioni che esigono l’intervento finanziario pubblico, posto che la notevole perdita della produzione preliminarmente rilevata, come unico requisito legale di accesso alle provvidenze, opera di per sé come indice di difficoltà aziendale, senza che appaia logico restringere la tutela finanziaria apprestabile, in ragione di un parametro, costo del ripristino strutturale, che non è univocamente indicativo di una minore esposizione dell’azienda considerata, ai fini del contributo di cui alla lettera e), al disagio provocato dagli eventi calamitosi.

Alla luce delle considerazioni che precedono, l’appello va pertanto respinto.

L’assenza di precedenti giurisprudenziali e possibili incertezze interpretative nella materia giustificano la compensazione delle spese del presente grado di giudizio tra le parti costituite.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, respinge il ricorso in appello indicato in epigrafe, confermando per l’effetto la sentenza impugnata.

Compensa le spese di giudizio.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

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