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Il danno da perdita del rapporto parentale, o danno dei famigliari per morte del congiunto Art. 2059. Danni non patrimoniali. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.

Il danno da perdita del rapporto parentale, o danno dei famigliri per morte del congiunto

Art. 2059. Danni non patrimoniali. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.

 

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Costituisce danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., integrando una sofferenza di particolare gravità e idonea a compromettere lo svolgimento della relazione affettiva, il danno psichico subìto in via riflessa dagli stretti congiunti di una paziente che abbia sviluppato uno stato depressivo a causa di un’erronea diagnosi di malattia mortale con breve aspettativa di vita, con conseguente intervento chirurgico superfluamente distruttivo.

 

 

 

Integra di per sé un danno risarcibile ex art. 2059 c.c. – giacché lede un interesse della persona costituzionalmente rilevante, ai sensi dell’art. 2 Cost. – il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, anche quando non sia contraddistinto da coabitazione. In caso, invece, di relazione prematrimoniale o di fidanzamento che – a prescindere da un rapporto di convivenza attuale al momento dell’illecito – era destinato successivamente ad evolvere (e di fatto si sia evoluto) in matrimonio, il risarcimento del danno non patrimoniale trova fondamento nell’art. 29 Cost., inteso come norma di tutela costituzionale non solo della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, ma anche del diritto del singolo a contrarre matrimonio e ad usufruire dei diritti-doveri reciproci inerenti le persone dei coniugi, nonché a formare una famiglia quale modalità di piena realizzazione della propria vita individuale.

 

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei confronti dei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi piuttosto esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra genitore e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti.

Tale pregiudizio si colloca nell’area dell’art. 2059 c.c. nel cui alveo rientrano i danni di natura non patrimoniale

 

 

 

E’ agevole infatti rilevare perche’ il danno da perdita del congiunto deve essere commisurato al valore che la persona perduta aveva rispetto al danneggiato, e non alle conseguenze economiche del risarcimento che il danneggiato ne ritrarra’. Si tratta, invero, di un danno non patrimoniale, rispetto al quale, ontologicamente, un risarcimento patrimoniale e’ sempre una fictio, non idonea a restituire/compensare, bensi’ soltanto ad attestare nell’unica modalita’ giuridicamente possibile il valore della persona perduta. E il valore di ogni persona e’ intrinseco alla sua umanita’, per cui non puo’ subire alcuna deminutio in base ad elementi che su tale umanita’ non incidono: tale d’altronde e’ la ratio del principio costituzionale di uguaglianza condivisibilmente richiamato dall’arresto del 2014. Dismettendo proprio nell’incipit della legge fondamentale le discriminazioni – id est, le distinzioni giuridicamente illogiche – che pesantemente intridevano in precedenza le strutture normative (sesso, razza, religione, posizione personale e sociopolitica), il legislatore costituzionale ovviamente inibisce una liquidazione risarcitoria come quella adottata nella impugnata sentenza, per cui alla persona in se’ si impone come parametro per il risarcimento per equivalente della sua perdita il valore della moneta con cui viene concretizzato nel luogo dove risiede chi tale perdita ha subito. Anche a prescindere, quindi, dai noti canoni del diritto internazionale e sovranazionale inibitori delle discriminazioni perche’ attinenti al valore umano (v. per tutti, sempre in un caso di danno non patrimoniale dei congiunti per perdita di marito e padre, Cass. sez. 3, 17 aprile 2013 n. 9231), l’impostazione “valutaria” del risarcimento del danno sposata dalla corte territoriale risulta radicalmente illegittima. La determinazione del danno, nel caso di specie, dovra’ essere effettuata soltanto sulla base, come gia’ sopra si e’ accennato, del genere e del contenuto specifico del legame che univa le persone perdute alle persone rimaste (ovvero, in relazione alla perdita di comunione di vita e di affetti nonche’ della integrita’ familiare: v., p.es., Cass. sez. 3, 9 maggio 2011 n. 10107 e l’assai recente Cass. sez. 3, 20 agosto 2015 n. 16992), nell’ambito, allo stato del diritto vivente, dei canoni uniformanti rappresentati dalle tabelle del Tribunale di Milano, salve naturalmente le eventuali esigenze di peculiare personalizzazione.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 7 ottobre 2016, n. 20206

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8525/2013 proposto da:

(OMISSIS) nato il (OMISSIS) e per le figlie maggiorenni (OMISSIS) nata il (OMISSIS) e (OMISSIS) nata il (OMISSIS); per il figlio minore (OMISSIS) rappresentato dalla stessa madre che esercita la patria potesta’, tutti eredi di (OMISSIS), (OMISSIS) nato il (OMISSIS) e per i figli (OMISSIS) nato il (OMISSIS) e (OMISSIS) nato il (OMISSIS) tutti eredi di (OMISSIS), (OMISSIS) nato il (OMISSIS) per le figlie (OMISSIS) nata il (OMISSIS) e (OMISSIS) rappresentata dalla madre che esercita la patria potesta’; prima moglie e figlie di (OMISSIS), (OMISSIS) e per i figli minori rappresentati dalla stessa (OMISSIS) e (OMISSIS); seconda moglie e figli, tutti eredi di (OMISSIS), domiciliati ex lege presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA in persona del legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS) S.P.A. gia’ (OMISSIS) nella qualita’ di impresa designata dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada in persona del procuratore Dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 225/2012 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 01/03/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/06/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE RENZIS Luisa, che ha concluso per l’accoglimento del 1 motivo di ricorso, assorbito il 2.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. La Corte d’appello di Bari, con sentenza del 15 febbraio – 1 marzo 2012, a seguito di appello principale proposto da (OMISSIS) S.p.A. e di appello incidentale proposto da (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali legali rappresentanti dei figli minori, avverso sentenza del Tribunale di Foggia, sezione distaccata di Manfredonia, del 2 ottobre 2006 – riguardante un sinistro stradale in cui erano deceduti i coniugi e padri degli appellanti incidentali quali terzi trasportati in uno dei due veicoli coinvolti -, accoglieva l’appello principale laddove lamentava il mancato adeguamento (in senso qui diminutivo) del risarcimento al luogo dove vivevano i danneggiati (nella causa in esame, in (OMISSIS)) e accoglieva l’appello incidentale per mancata applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano nella determinazione del danno da perdita di congiunto, cosi rideterminando il quantum di tale danno e disponendo la devalutazione della somma dal sinistro e il calcolo degli interessi legali sulla somma rivalutata anno per anno fino alla pronuncia di primo grado.
  2. Hanno presentato ricorso (OMISSIS), in proprio e per il figlio minore (OMISSIS), le sue figlie frattanto divenute maggiorenni (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) e i figli frattanto divenuti maggiorenni (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS), in proprio e per la figlia minore (OMISSIS), e la figlia frattanto divenuta maggiorenne (OMISSIS), (OMISSIS) improprio e per le figlie minori (OMISSIS) e (OMISSIS), sulla base di due motivi: il primo denuncia violazione dell’articolo 3 Cost., violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articoli 125 e 126, nonche’ violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 61, per avere il giudice d’appello commisurato al luogo di residenza dei danneggiati l’entita’ del risarcimento; il secondo motivo denuncia omessa o insufficiente motivazione ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice d’appello devalutato il quantum del danno a partire dal sinistro, disponendo poi il calcolo degli interessi legali sulla somma rivalutata anno per anno fino alla pronuncia di primo grado.

Si difende con controricorso (OMISSIS) S.p.A., che chiede che il ricorso sia dichiarata inammissibile o comunque rigettato.

Si difende con controricorso anche (OMISSIS) S.p.A., come compagnia designata per il FGVS, che richiede il rigetto del ricorso.

Sia i ricorrenti, sia (OMISSIS) S.p.A. hanno depositato memoria ex art 378 c.p.c..

RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE VERCELLI, RAVENNA, BOLOGNA INCIDENTE STRADALE MORTALE RISARCIMENTO DANNI, RISARCIMENTO DANNI SINISTRO STRADALE MORTALE, RISARCIMENTO DANNI MORTE INCIDENTE STRADALE, INFORTUNI STRADALI RISARCIMENTO ,INCIDENTI STRADALI RISARCIMENTO IN CASO DI MORTALITA’, INCIDENTE STRADALE INDENNIZZO,SINISTRO MORTALE RISARCIMENTO EREDI, RISARCIMENTO DANNI DA MORTE INCIDENTE STRADALE,RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE PEDONE,CALCOLO RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE INCIDENTE STRADALE MORTALE RISARCIMENTO DANNI, RISARCIMENTO

RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE VERCELLI, RAVENNA, BOLOGNA INCIDENTE STRADALE MORTALE RISARCIMENTO DANNI, RISARCIMENTO DANNI SINISTRO STRADALE MORTALE, RISARCIMENTO DANNI MORTE INCIDENTE STRADALE, INFORTUNI STRADALI RISARCIMENTO ,INCIDENTI STRADALI RISARCIMENTO IN CASO DI MORTALITA’, INCIDENTE STRADALE INDENNIZZO,SINISTRO MORTALE RISARCIMENTO EREDI, RISARCIMENTO DANNI DA MORTE INCIDENTE STRADALE,RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE PEDONE,CALCOLO RISARCIMENTO DANNI INCIDENTE STRADALE INCIDENTE STRADALE MORTALE RISARCIMENTO DANNI, RISARCIMENTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il primo motivo del ricorso e’ fondato.

3.1 Nell’impugnata sentenza la corte territoriale ha accolto il terzo motivo dell’appello principale, per cui la liquidazione del danno avrebbe dovuto tener conto del Paese di residenza dei danneggiati, cioe’ il (OMISSIS), ove il valore dell’Euro sarebbe stato superiore che in Italia, per cui i danneggiati avrebbero ricevuto un risarcimento superiore a quello che sarebbe stato loro concesso se in Italia fossero stati residenti. La corte si e’ fondata sull’insegnamento di Cass. sez. 3, n. 14 febbraio 2000 n. 1637, massimata come segue: “Nella determinazione equitativa del danno morale puo’ tenersi conto anche della realta’ socio economica in cui vive il danneggiato al fine di adeguare a tale realta’ l’importo che si ritiene dovuto ai fini riparatori del danno. Cio’ pero’ presuppone la definizione di una somma di denaro assunta come equa per la riparazione del danno in base al potere di acquisto medio e la successiva operazione di valutazione di corrispondenza di tale importo al particolare potere di acquisto del denaro nella zona in cui esso e’ presumibilmente destinato ad essere speso. Consegue che il giudice di merito il quale nella valutazione equitativa del danno morale abbia fatto riferimento al contesto socio-economico dell’area territoriale in cui vive il danneggiato come fattore giustificativo della determinazione del danno e’ tenuto a dare puntuale conto dell’incidenza del potere di acquisto nella zona indicata sulla base di parametri numericamente accettabili, quali gli indici del costo della vita nelle varie aree del territorio nazionale”. Il giudice d’appello ha ritenuto che si tratti di un indirizzo giurisprudenziale preferibile ad altra giurisprudenza richiamata, peraltro di merito, per cui l’adeguamento del risarcimento al contesto socio-economico dove vive il danneggiato ha funzione compensativo-satisfattiva, e non risarcitoria, e deve altresi’ tenersi conto della possibilita’ che il danneggiato sposti la sua residenza. Sarebbe infatti – osserva la corte territoriale – “assai improbabile che i cittadini senegalesi che hanno agito nel presente giudizio siano in grado di scegliere un diverso luogo di residenza rispetto a quello attuale, nel prossimo futuro” e il differente potere d’acquisto non puo’ pertanto non incidere sulla determinazione del quantum risarcitorio.

3.2 La pronuncia del 2000 cui si rifa’ la corte territoriale, peraltro, non esaminava un caso riguardante danneggiati stranieri, bensi’ una fattispecie in cui il giudice dl secondo grado – la Corte di L’Aquila – aveva confermato il quantum di un danno morale da perdita di congiunto, in sostanza, per il mero fatto che le persone danneggiate risiedevano nella provincia di Chieti, sostenendo che il pretium doloris “assume sempre connotazioni economiche, per cui va ragguagliato alla realta’ socio-economica in cui vivono le danneggiate”. Essendo stato quindi presentato ricorso lamentando che la liquidazione del danno morale era inadeguata, in quanto deve escludersi ogni riferimento a localizzazioni geografiche, questa Suprema Corte ha preso le mosse proprio dall’affermazione che “non e’ errato ritenere che, nella determinazione equitativa della somma volta al risarcimento del danno morale subiettivo, debba tenersi conto anche delle realta’ socio-economiche in cui vive il danneggiato”. Dato atto che il risarcimento ha “funzione meramente surrogante e compensativa delle sofferenze indotte dal fatto illecito” (rilievo finalizzato a escluderne l’ovvia assenza di natura sanzionatoria), prosegue dunque il giudice di legittimita’ osservando che, “se l’entita’ delle soddisfazioni compensative ritraibili dalla disponibilita’ di una somma di denaro e’ diversa a seconda dell’area nella quale il denaro e’ destinato ad essere speso, non l’entita’ delle soddisfazioni deve variare, ma la quantita’ di denaro necessario a procurarle. Tale condizionamento, per cosi’ dire, valutano non ha ostato, pero’, nel caso di specie, alla cassazione della sentenza d’appello, sulla base dell’ulteriore argomentazione che, per aumentare o diminuire in correlazione alle particolari condizioni socio-economiche dell’area geografica dove vive il danneggiato, occorre comunque, quale presupposto, la determinazione di un valore monetario su cui operare tali adeguamenti, nel caso assente.

3.3 Quando fu pronunciata la sentenza in questa sede impugnata, non vi era stato alcun altro arresto di legittimita’ concernente la questione in esame poco dopo il deposito della sentenza (16 marzo 2012) vi ritorno’ la sentenza n. 7932 del 18 maggio 2012, ancora di questa sezione Terza Civile. In un caso in cui il danneggiato non era italiano bensi’ rumeno, fu chiaramente esclusa ogni incidenza sul quantum del danno non patrimoniale della residenza del danneggiato. Cio’ sulla base del fatto che l’illecito aquiliano si compone di tre elementi essenziali – condotta illecita (dolosa o colposa), danno e nesso causale tra essi – le cui circostanze soltanto possono incidere sulla aestimatio del danno, “mentre il luogo dove il danneggiato abitualmente vive, e presumibilmente spendera’ od investira’ il risarcimento a lui spettante, e’ invece un elemento esterno e successivo alla fattispecie dell’illecito, un posterius, come tale ininfluente sulla misura del risarcimento del danno” (cosi’ l’appena citata sentenza, in motivazione).

Piu’ recentemente, Cass. sez. 3, 13 novembre 2014 n. 24201, a proposito di un risarcimento ai congiunti di un tunisino deceduto in Italia per il danno morale da perdita, ha riesaminato la questione, raffrontando l’arresto del 2000 con quello del 2012, e manifestando adesione a quest’ultimo, a cui favore ha aggiunto due ulteriori elementi di sostegno: da un lato, l’obbligo di non discriminare gli stranieri racchiuso nell’articolo 3 Cost. (al riguardo richiamando le sentenze nn. 252/2001 e 106/2008 della Corte Costituzionale); e, dall’altro, la necessita’ di una certezza risarcitoria nel senso della uniformita’, emersa soprattutto dalla nota pronuncia che ha individuato la relativa concretizzazione dell’equita’ nelle tabelle di Milano (Cass. sez. 3, 7 giugno 2011 n. 12408).

3.4 Non vi e’ alcun motivo per riesumare la posizione assunta nell’ormai risalente pronuncia del 2000, la quale non ha trovato, come si e’ appena visto, alcuna sequela nella giurisprudenza successiva di questa Suprema Corte. Fondamentale risulta il rilievo, operato dalla sentenza del 2012, che la condizione socio-economica del danneggiato e’ un elemento esterno rispetto all’illecito aquiliano. E’ infatti un posterius rispetto a tale illecito l’utilizzazione del risarcimento, e dunque il valore di quest’ultimo non e’ determinabile ai fini della sua utilizzazione, bensi’ in relazione alle intrinseche caratteristiche del danno rispetto al quale e’ diretto a restaurare la sfera giuridica della persona lesa. Ne’, d’altronde, potrebbe opporsi che per determinare il danno morale da perdita di congiunto si valutano comunque circostanze esterne al fatto illecito, cioe’ il tipo di legame e la sua concreta conformazione che avvinceva al defunto il danneggiato. E’ agevole infatti rilevare perche’ il danno da perdita del congiunto deve essere commisurato al valore che la persona perduta aveva rispetto al danneggiato, e non alle conseguenze economiche del risarcimento che il danneggiato ne ritrarra’. Si tratta, invero, di un danno non patrimoniale, rispetto al quale, ontologicamente, un risarcimento patrimoniale e’ sempre una fictio, non idonea a restituire/compensare, bensi’ soltanto ad attestare nell’unica modalita’ giuridicamente possibile il valore della persona perduta. E il valore di ogni persona e’ intrinseco alla sua umanita’, per cui non puo’ subire alcuna deminutio in base ad elementi che su tale umanita’ non incidono: tale d’altronde e’ la ratio del principio costituzionale di uguaglianza condivisibilmente richiamato dall’arresto del 2014. Dismettendo proprio nell’incipit della legge fondamentale le discriminazioni – id est, le distinzioni giuridicamente illogiche – che pesantemente intridevano in precedenza le strutture normative (sesso, razza, religione, posizione personale e sociopolitica), il legislatore costituzionale ovviamente inibisce una liquidazione risarcitoria come quella adottata nella impugnata sentenza, per cui alla persona in se’ si impone come parametro per il risarcimento per equivalente della sua perdita il valore della moneta con cui viene concretizzato nel luogo dove risiede chi tale perdita ha subito. Anche a prescindere, quindi, dai noti canoni del diritto internazionale e sovranazionale inibitori delle discriminazioni perche’ attinenti al valore umano (v. per tutti, sempre in un caso di danno non patrimoniale dei congiunti per perdita di marito e padre, Cass. sez. 3, 17 aprile 2013 n. 9231), l’impostazione “valutaria” del risarcimento del danno sposata dalla corte territoriale risulta radicalmente illegittima. La determinazione del danno, nel caso di specie, dovra’ essere effettuata soltanto sulla base, come gia’ sopra si e’ accennato, del genere e del contenuto specifico del legame che univa le persone perdute alle persone rimaste (ovvero, in relazione alla perdita di comunione di vita e di affetti nonche’ della integrita’ familiare: v., p.es., Cass. sez. 3, 9 maggio 2011 n. 10107 e l’assai recente Cass. sez. 3, 20 agosto 2015 n. 16992), nell’ambito, allo stato del diritto vivente, dei canoni uniformanti rappresentati dalle tabelle del Tribunale di Milano, salve naturalmente le eventuali esigenze di peculiare personalizzazione.

Il primo motivo del ricorso deve pertanto essere accolto, con conseguente logico assorbimento del secondo; la sentenza, pertanto, deve essere cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione, cui si rimette anche quanto attiene alle spese del grado di legittimita’.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Bari anche per quanto concerne le spese del grado.

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell'art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell’art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

il pregiudizio da perdita del rapporto parentale va allegato e provato specificamente dal danneggiato ex art. 2697 c.c. (Cass. 20 agosto 2015, n. 16992), sicché correttamente la Corte di merito ha comunque escluso tale danno, ritenendo che non trattasi di danno in re ipsa, ed evidenziando nel caso di specie l’assenza di allegazioni in relazione ad una particolare sofferenza patita dalla piccola C. per la breve vita della congiunta. 4. Con il quarto motivo, lamentando “violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata in riferimento alla operata parziale compensazione delle spese nella misura della metà in ragione dell’innovatività delle richiamate pronunce delle Sezioni Unite di questa Corte del 2008, ritenendo i predetti che, stante l’intervenuto nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, nessuna condanna alle spese avrebbe dovuta essere pronunciata nei loro confronti, essendosi attenuti alla precedente giurisprudenza della S.C..

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 23 giugno 2016, n. 12985

Svolgimento del processo

S.F. e F.C. , entrambi anche quali genitori esercenti la potestà sulla minore S.M. , convenivano dinanzi al Tribunale di Milano, Sezione distaccata di Legnano, l’A.O. Ospedale Civile di (…), la Gestione Liquidatoria della disciolta U.S.S.L. (…) e il dott. N.M. per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni patiti e patiendi dalla minore e dai genitori istanti, in seguito all’imperita assistenza prestata dal detto sanitario alla minore e alla madre in occasione del parto avvenuto il (omissis) presso il nosocomio di (…).

I convenuti si costituivano in giudizio.

L’Azienda Ospedaliera eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva, essendo la stessa stata istituita successivamente all’evento dannoso in questione.

Gli altri convenuti contestavano la domanda soltanto sotto il profilo del quantum debeatur, riconoscendo gli addebiti di responsabilità mossi dagli attori.

All’udienza del 1 febbraio 2002 il difensore degli attori dichiarava il decesso di S.M. e depositava la comparsa di costituzione ex art. 302 c.p.c. per S.F. , F.C. e S.C. (sorella di M. ), quali successori ex lege della minore deceduta.

Dichiarati con sentenza non definitiva il difetto di legittimazione passiva dell’Azienda Ospedaliera convenuta e l’esclusiva responsabilità della convenuta Gestione Liquidatoria e del N. in ordine alla verificazione dell’evento di danno, il giudizio continuava per la determinazione dei danni.

Il Tribunale adito, con sentenza in data 30 marzo 2006, liquidava il danno complessivo spettante agli attori quali eredi di S.M. e iure proprio a S.F. e a F.C. nel complessivo importo di Euro 588.882,41, in moneta attuale, comprensiva degli interessi compensativi maturati sino alla data della sentenza, condannando i convenuti, in solido, al pagamento, in favore degli attori, della residua somma di Euro 276,753,24 dedotto l’acconto versato dagli obbligati in data 27 marzo 2002 e regolava le spese di lite, in esse incluse quelle di CTU, secondo il principio della soccombenza.

Avverso tale decisione gli attori proponevano gravame dinanzi alla Corte di appello di Milano.

Con l’unico motivo gli appellanti deducevano la “assoluta erroneità, contraddittorietà e ingiustizia” della sentenza gravata per mancata pronuncia sulle “domande di risarcimento del danno esistenziale e catastrofico” da essi formulate sia iure hereditario sia iure proprio sul presupposto – a loro avviso erroneo – della inammissibilità delle stesse in quanto tardivamente formulate in comparsa conclusionale e al riguardo i predetti richiamavano l’ampia formulazione delle conclusioni rassegnate nell’atto introduttivo del giudizio, tale da ricomprendere tutti i pregiudizi di tipo non patrimoniale lamentati dagli attori.

Gli appellanti censuravano inoltre la sentenza impugnata nella parte in cui il Tribunale aveva considerato nuova la domanda di risarcimento del danno subito iure proprio dalla minore S.C. , in ragione della lesione del rapporto parentale con la sorella defunta e quantificavano il pregiudizio in parola nella complessiva somma di Euro 1.500.000.

I ricorrenti censuravano altresì i criteri di quantificazione di cui il Tribunale si era avvalso per le voci di danno riconosciute.

Gli appellati si costituivano e chiedevano il rigetto del gravame; in subordine, proponevano appello incidentale condizionato, chiedendo che fosse accertata la satisfattività delle somme riconosciute agli attori dalla sentenza impugnata, in quanto comprensive della componente del danno non patrimoniale c.d. esistenziale.

La Corte di appello di Milano, con sentenza del 14 giugno 2010, rigettava l’appello confermando integralmente la sentenza impugnata, compensava tra le parti le spese processuali di quel grado per la metà e condannava gli appellanti soccombenti alla restante metà

Avverso la sentenza della Corte di merito S.F. e F.C. , in proprio ed in qualità di genitori esercenti la potestà genitoriale sulla minore S.C. , hanno proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi.

La Gestione Liquidatoria (per l’esercizio 1997) della disciolta Unità Socio Sanitaria Locale n. XX e N.M. hanno resistito con controricorso contenente ricorso incidentale condizionato basato su un unico motivo.

I ricorrenti principali hanno resistito con controricorso al ricorso incidentale condizionato.

I controricorrenti ricorrenti incidentali hanno depositato memorie.

Motivi della decisione

Ricorso principale.

  1. Con il primo motivo si denuncia “violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.”.

I ricorrenti lamentano che la Corte di merito abbia considerato il risarcimento liquidato dal Tribunale, sia iure hereditatis che iure proprio, esaustivo ed abbia ritenuto che sarebbe stato onere degli appellanti dimostrare non solo l’inadeguatezza del liquidato risarcimento in relazione al particolare atteggiarsi della compromissione di valori della persona non considerati da quel risarcimento ma anche la sussistenza di pregiudizi di natura esistenziale e catastrofica e con riferimento al rapporto parentale. Denunciano la riduttività del criterio indennizzatorio adottato dal Tribunale e fatto proprio dalla Corte di merito in relazione ai danni sofferti da S.M. e dai suoi congiunti, in proprio e nella qualità di eredi, e chiedono la riliquidazione dei danni sulla base dei criteri indicati nei precedenti gradi di giudizio o sulla base di criteri equitativi fondati sulla gravità del fatto.

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l'obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l’obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

1.1. Il motivo non può essere accolto.

Le doglianze veicolate con il mezzo all’esame risultano sostanzialmente generiche, limitandosi i ricorrenti a lamentare, come sopra riportato, l’insufficiente liquidazione dei danni.

Dalla sentenza impugnata risulta che la Corte di merito ha, invece, valutato tutte le circostanze del caso concreto e si è attenuta ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità con le note sentenze delle Sezioni Unite della S.C. dell’11 novembre 2008 e in particolare, tra esse, della n. 26972, e ha congruamente e logicamente motivato l’operato rigetto dell’impugnazione proposta. Né peraltro risultano efficacemente censurate in questa sede le affermazioni della Corte di merito in relazione al lamentato danno esistenziale, catastrofico e per lesione del rapporto parentale con la sorella subito dalla piccola C. , con particolare riferimento al ritenuto mancato assolvimento, da parte degli appellanti, attuali ricorrenti, non solo dell’onere di allegazione e prova di tali danni ma anche e soprattutto dell’onere di dimostrare l’inadeguatezza del risarcimento liquidato in primo grado in relazione al particolare atteggiarsi della compromissione di valori della persona (vittima primaria e i prossimi congiunti della prima) non considerato da quel risarcimento.

  1. Con il secondo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.”.

I ricorrenti si dolgono che la Corte di merito abbia rigettato il gravame anche nella parte in cui avevano lamentato che il giudice del primo grado aveva escluso l’indennizzabilità del danno da IT assoluta in dipendenza di lesioni irredimibili riportate dalla bambina, configurando tale danno, a detta di quel Giudice, una evidente duplicazione del danno biologico già liquidato.

I ricorrenti precisano che la figlia è sopravvissuta per 1457 gg e quindi già in primo grado avevano chiesto a titolo di inabilità temporanea Euro 291.400,00 e lamentano che la Corte di merito abbia rigettato tale richiesta in base ad un orientamento medico-legale secondo cui non sarebbe configurabile un danno da inabilità temporanea in dipendenza di lesioni irredimibili ed assumono che tale motivazione dimostrerebbe che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto né delle argomentazioni svolte dagli appellanti né delle citazioni tendenti a dimostrare la sussistenza di altro diverso orientamento.

2.1. Il motivo non può essere accolto.

Si rileva al riguardo non solo la sostanziale genericità del mezzo all’esame ma anche l’assenza dei dedotti vizi della sentenza impugnata, evidenziandosi, quanto ai lamentati vizi ex art. 360 n. 5 c.p.c., che sul punto la Corte di merito ha motivato e tale motivazione è “reale” e non meramente apparente, contrariamente a quanto sembrano sostenere (v. p. 29 del ricorso) i ricorrenti. Questi ultimi, peraltro, non hanno contestano lo stato menomativo stabile e non remissibile della piccola M. accertato dai Giudici del merito – che hanno evidentemente fatto riferimento, nel liquidare il danno biologico, all’invalidità permanente – e sostengono una tesi accedendo alla quale si darebbe luogo ad una non consentita duplicazione risarcitoria del medesimo pregiudizio (Cass. 19 dicembre 2014, n. 26897), come pure evidenziato dalla Corte territoriale.

  1. Con il terzo motivo si lamenta “violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2059 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.”. I ricorrenti censurano la sentenza impugnata in relazione alla confermata esclusione del risarcimento della lesione del rapporto parentale in capo a C. , sorella della piccola defunta M. , evidenziando che la Corte di merito ha operato tale rigetto rilevando che tale danno non è in re ipsa e non può, pertanto, essere riconosciuto in assenza di specifiche allegazioni volte a provare la sofferenza del soggetto reclamante e che è estremamente problematica la configurabilità del pregiudizio in parola in termini di sussistenza del nesso causale tra evento e danno, considerato che le lesioni e il successivo decesso della piccola M. non avrebbero inciso su un rapporto parentale in atto, essendo nata l’istante dopo la scomparsa della sorella.

Assumono i ricorrenti che, invece, la nascita dell’istante è avvenuta in data 1 maggio 2001, prima del decesso della sorella maggiore (verificatosi il 13 dicembre 2001) e in un contesto familiare segnato da un evento di estrema gravità e con ritmi non normali, in ragione della costante assistenza dovuta alla sorella maggiore; sostengono, inoltre, che per il danno morale dovuto ai parenti della vittima non è richiesta la prova specifica della relativa sussistenza, potendo tale prova desumersi anche solo in base allo stretto vincolo familiare.

3.1. La doglianza è inammissibile per quanto attiene alla censura della ratio decidendi basata sull’erroneo rilievo della non incidenza delle lesioni e del decesso della piccola M. sul rapporto parentale con la sorella minore C. per essere nata questa dopo la scomparsa della sorella, atteso che effettivamente C. è, invece, nata prima della morte di M. . Trattasi, infatti, di errore revocatorio, non denunciabile nel giudizio di cassazione.

Nel resto il motivo non può essere accolto, atteso che il pregiudizio da perdita del rapporto parentale va allegato e provato specificamente dal danneggiato ex art. 2697 c.c. (Cass. 20 agosto 2015, n. 16992), sicché correttamente la Corte di merito ha comunque escluso tale danno, ritenendo che non trattasi di danno in re ipsa, ed evidenziando nel caso di specie l’assenza di allegazioni in relazione ad una particolare sofferenza patita dalla piccola C. per la breve vita della congiunta. 4. Con il quarto motivo, lamentando “violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata in riferimento alla operata parziale compensazione delle spese nella misura della metà in ragione dell’innovatività delle richiamate pronunce delle Sezioni Unite di questa Corte del 2008, ritenendo i predetti che, stante l’intervenuto nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, nessuna condanna alle spese avrebbe dovuta essere pronunciata nei loro confronti, essendosi attenuti alla precedente giurisprudenza della S.C..

4.1. Il motivo è inammissibile, avendo la Corte di merito congruamente e logicamente motivato in ordine alla parziale compensazione delle spese.

E invero il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese per giusti motivi, pur nel regime anteriore a quello introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. a) della legge 28 dicembre 2005, n. 263 -applicabile nel caso all’esame, trattandosi di giudizio iniziato nel 2001 – deve trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l’adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purché, tuttavia, le ragioni giustificatrici dello stesso siano chiaramente desumibili dal complesso della motivazione adottata, e fermo restando che la valutazione operata dal giudice di merito può essere censurata in cassazione se le spese sono poste a carico della parte totalmente vittoriosa ovvero quando la motivazione sia illogica e contraddittoria e tale da inficiare, per inconsistenza o erroneità, il processo decisionale (Cass., ord., 2 dicembre 2010, n. 24531; Cass. 6 ottobre 2011, n. 20457; Cass. 19 giugno 2006, n. 15317 del 19/06/2013).

  1. Il ricorso principale, alla luce di quanto sopra evidenziato, deve essere rigettato.

Ricorso incidentale condizionato.

  1. Al rigetto del ricorso principale consegue l’assorbimento dell’esame del ricorso incidentale condizionato all’accoglimento del primo e del terzo motivo del ricorso per primo indicato.
  2. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando sui ricorsi, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato; condanna i ricorrenti in solido al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori come per legge.

 

ACHIAMA MED3

DANNO PARENTALE MORTE FIGLIO, MARITO O FRATELLO O MOGLIE

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).
In senso conforme: Cass., 12 giugno 2006, n. 13546;
  • Il danno parentale:
  • dalla sentenza 4253/12 della Corte di Cassazione (secondo la quale “perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare è necessario che sussista una situazione di convivenza in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi…) (v. Cassazione 7 luglio 2010 n. 16018, in Giust. civ. Mass., 2010, 1014 s.; Cassazione 11 maggio 2007 n. 10823, in Mass., 2007, 845 s.; in dottrina Mascia, Lesione del rapporto parentale: il danno non patrimoniale per la perdita dei nonni, in Civ. prev., 2006, 876 s.; Foffa, Sul danno non patrimoniale ai prossimi congiunti in caso di temporanea non convivenza con la vittima, in Nuova. Giur. Civ. comm., 2008, 849 s.).

  • La giurisprudenza di legittimità (Cass. civile 8828/2003) ha evidenziato come: “l’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione), ai sensi dell’art. 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.”

  • La giurisprudenza di legittimità ha efficacemente descritto il danno da perdita del rapporto parentale come quel danno che va oltre il crudo dolore che la morte in sè di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, nel non potere più fare ciò che per anni si faceva e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti familiari. Il suddetto danno consiste:” in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto”. (Cass., n. 2557/11).

  • La giurisprudenza di legittimità (tra le altre, da 8 luglio 2014, n. 15491; Cass. 23 settembre 2013, n. 21716) è intervenuta per delimitare i contorni tra il danno da lesione del rapporto parentale e danno morale evitando duplicazioni risarcitorie così come sancito dalle pronunce a Sezioni Unite del 2008.
  • Tali pronunce hanno chiarito che la considerazione separata delle componenti del pur sempre unitario concetto di danno non patrimoniale è ammessa, quando però sia evidente la diversità del bene od interesse oggetto di lesione ( 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).
  • Duplicazioni risarcitorie si hanno, pertanto, solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, mentre non vi è alcuna duplicazione risarcitoria quando il giudice valuta i diversi e molteplici pregiudizi negativi sul valore persona causalmente derivanti dal fatto illecito e incidenti sulla persona del danneggiato provvedendo alla loro integrale riparazione.
La sentenza in rassegna enuncia la differenza e pone la distinzione tra danno tanatologico e danno parentale, distinto dal danno morale rappresentato dal dolore per la perdita della persona cara, concretandosi il danno parentale “nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.
Il danno parentale consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.
ostituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza della Corte:
  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ., 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ., 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372/1994);
  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale — e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia — è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ., 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754);
  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ., 16 maggio 2003, n. 7632);
  4. A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente — e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito — ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. nn. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).
L’irriducibile e somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, l’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare, mentre disvelano la finalizzazione degli opposti orientamenti al contingente e pur encomiabile obiettivo di far conseguire più denari ai congiunti (Cass. civ. n. 6754/2011), confermano la validità di scelte decisorie basate sulla massima emersione possibile del rapporto parentale, come bonum in sé materialmente esistente prima dell’evento lesivo, irrimediabilmente da questo leso, concretamente passibile di consolazione pecuniaria.
  1. I principi qui sinteticamente riportati valgono a chiarire le ragioni della ritenuta fondatezza delle critiche formulate dagli impugnanti nei primi due motivi di ricorso.
Mette conto evidenziare che la Corte d’Appello ha affermato la piena condivisivilità della liquidazione del danno morale effettuata dal giudice di prime cure, in quanto non meramente simbolica; adeguata al caso concreto, e segnatamente alla circostanza che gli appellanti potevano contare sull’appoggio di più familiari superstiti; opportunamente diversificata tra coniuge e figlio.

 

 

MORTE DEL FAMIGLIARE IN INCIDENTE STRADALE DANNO AI CONGIUNTI COME OTTENERLO GIURISPRUDENZA

 

Le sezioni unite S.C., nel procedere alla sistemazione della figura del “danno non patrimoniale” con le note sentenze di San Martino, hanno chiaramente affermato che, in tema di danno alla persona, il riconoscimento del carattere “omnicomprensivo” del risarcimento del danno non patrimoniale non può andare a scapito del principio della “integralità” del risarcimento medesimo.

Corollario di detto principio è che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane) non costituiscono una conseguenza indefettibile in tema di lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare, caso per caso, se il danno non patrimoniale, nella fattispecie concreta, presenti o meno siffatti aspetti. Il compito del giudice consiste, dunque, nell’accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e procedendo alla loro integrale riparazione. Ne consegue che la mancanza di danno biologico (qual è stato ritenuto, nella specie, per i due genitori) non esclude la configurabilità in astratto di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno “dinamico-relazionale”, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto.

 E allorchè il fatto lesivo abbia profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come è stato ritenuto nella specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai (niente affatto ordinari) bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto (Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; cfr. anche Cass. 20 ottobre 2005, n. 20324; Cass. 12 giugno 2006, n. 13546).

Nel porre in evidenza, da un canto, che alla stre­gua di una «moderna concezione della persona intesa come portatrice di valori, aspettative e diritti che trova il suo punto di riferimento costituzionale negli artt. 2 – 29- 32 della Costituzione, l’ordinamento giu­ridico deve tutelare il diritto alla salute, ossia il benessere fisico e psichico inteso nel senso ampio di cui si è detto, da ogni ingiusta offesa altrui>>, e, per altro verso, la plurioffensività del sinistro, con l’avvertita esigenza che vengano risarciti tutti i dan­ni conseguenti ad «ogni sinistro», anche quelli subi­ti da «terze persone», da considerarsi non già quali danni «di riflesso» o «di rimbalzo» ( come afferma­to dalle richiamate Cass. n. 60/91, Cass. n. 1516 del 2001 e Cass. n. 10291 del 2001 ) bensì quali danni anch’ essi «diretti», la corte dì merito ha affermato che tale danno ( da intendersi come «permanente alte­razione del rapporto familiare … incidente sulla salute intesa in senso lato come benessere fisico, psichico e sociale» ) va invero «differenziato» dal danno mora­le, da ravvisarsi viceversa nella mera sofferenza o perturbamento psichico.

Ha quindi concluso per la autonoma risarcibilità della «morte violenta di un parente stretto» quale danno iure proprio sofferto dagli stretti congiunti, ponendo al riguardo in rilievo come sia «indiscutibi­le» che «la morte di un parente stretto menoma, anche per sempre, la personalità del superstite privandola, ex abrupto, di tutti quei legami affettivi, etici e psicologici che costituivano il suo modo d’essere anche nei rapporti esterni e che erano una componente fonda­mentale dell’ equilibrio e armonia del nucleo familia­re».

Danno che ha poi liquidato facendo ricorso al cri­terio equitativo ex artt. 1226 e 2056 cc*

Orbene, la suindicata riconduzione del «danno esistenziale» all’interno del «danno biologico» ope­rato dal giudice del gravame di merito va invero ricon­siderata alla stregua dell’orientamento espresso da questa Corte in materia.

Nel fare il punto sugli orientamenti interpretati vi maturati all’esito della progressiva evoluzione del­la disciplina post-codicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, questa Corte ha ancora recente­mente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime vo­ci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “‘sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 ce. e dal danno non patrimoniale ex art. 20 59 ce ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass. , 31/5/2003, n. 8828 ).

 A1A1

Con particolare riferimento a quest’ultimo, nell’avvertita insufficienza dell’ interpretazione che ne segnava la coincidenza -limitandone corrispondente­mente la risarcibilità- con l’unica ipotesi tipica po­sitivamente prevista ( art. 18 5 c.p. ) , quale oggetto del rinvio ivi contenuto, restrittivamente interpretata come sostanziantesi nel mero patema d’animo o sofferen­za psichica di carattere interiore ( danno morale ) , questa Corte, in considerazione anche della proliferazione delle fonti normative prevedenti la risarcibilità del danno morale successivamente determinatasi, è per­venuta, da un canto, a rimarcare il carattere interiore e privo di obiettivizzazione all’ esterno del danno mo­rale, espressamente qualificato come « soggettivo»; per altro verso, a precisare che esso non esaurisce l’ambito del danno non patrimoniale, costituendone un mero aspetto, al contempo svincolandone la risarcibili-tà dalla ricorrenza del reato ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Nel porre in rilievo che la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, questa Corte ha sottolineato come il danno non patrimoniale costituisca categoria ampia e comprensiva di ogni ipo­tesi in cui risulti leso un valore inerente la persona ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ) .

Ha fatto al riguardo richiamo anche ai molteplici interventi della Corte Costituzionale che hanno segnato l’evoluzione interpretativa in argomento.

Anzitutto alla pronunzia che ha riconosciuto la tu­tela del danno non patrimoniale nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non suscettìbili direttamente di valutazione economica, includendovi il ed. danno bio­logico, quale lesione del bene “salute”, figura autono­ma ed indipendente da qualsiasi circostanza e conse­guenza di carattere patrimoniale { v. Corte Cost., 26/7/1979, n. 88).

Alla sentenza che ha quindi collocato il danno bio­logico nell’ambito del danno patrimoniale ex art. 2043 cc, ravvisandone il fondamento nell’ingiustizia insi­ta nel fatto menomativo della integrità bio-psichica, nella sottolineata esigenza di sottrarre la risarcibi-lità del danno non patrimoniale derivante dalla lesione dì un diritto costituzionale tutelato ( il diritto alla salute contemplato dall’art. 32 Cost. ) ai limiti posti dall’art. 2059 ce. (v. Corte Cost., 14/7/1986, n. 184) .

Alla decisione, ancora, che ha nuovamente ricondot­to il danno biologico nell’ ambito dell’ art. 2059 cc. (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).

In tale quadro, si è in giurisprudenza di legitti­mità affermato non poter essere il danno non patrimo­niale più inteso, come viceversa in precedenza, in ter­mini di sostanziale coincidenza con il ( solo ) danno morale, e limitatamente all’ipotesi in cui il fatto il­lecito integri una fattispecie di reato ( v. Cass., 21/10/2005, n. 20355; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 19/10/2005, n. 20205; Cass., 15/1/2005, n. 729).

Movendo (anche) dalle modifiche legislative nel corso degli anni intervenute ( art. 2 L. n. 117 del 1988 in tema di risarcimento anche dei danni non patri­moniali derivanti dalla privazione della libertà perso­nale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie; art. 29, comma 9, L. n. 675 del 1996, in tema di moda lità illecite nella raccolta di dati personali; art. 44, comma 7, D.lgs. n. 286 del 1998, in tema dì adozio­ne di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; art. 2 L. n. 89 del 2001, in tema di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del proces­so) , il danno biologico è stato quindi recepito nell’ambito dell’ ampia categoria del danno non patrimo­niale in una diversa e più restrittiva accezione ri­spetto a quella accolta dalla corte dì merito nell’impugnata sentenza , venendo ad essere fissato nel significato di lesione dell’integrità psicofisica ac­certabile in sede medico-legale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ). Danno non rimasto invero allo stadio di mero dolore o patema d’animo in­teriore, con degenerazione della sofferenza interiore fino a sfociare in una patologia obiettivamente riscon­trabile ( es., malattia psico-fisica, esaurimento ner­voso, ecc. ).

La categoria del danno non patrimoniale si è ravvi­sata tuttavia, anche all’esito dell’enucleazione di ta­le figura ulteriore e diversa dal danno morale «sog­gettivo», risultare ancora non esaustìvamente consi­derata, rinvenendosi molteplici rilevanti situazioni soggettive negative di carattere psico-fisico non ri­conducibili né al danno morale «soggettivo» né al danno biologico, nelle suindicate restrittive nozioni accolte.

Situazioni che in dottrina sono state indicate so­stanziarsi nei più diversi tipi di reazione al fatto evento dannoso, e racchiuse nella sintesi verbale <<danno esistenziale».

Si è in giurisprudenza e dottrina pressoché gene­ralmente avvertita peraltro la necessità, in uno sforzo di categorizzazione unificante, di individuare tratti comuni alle varie ipotesi al riguardo indicate, e di delimitare 1’ambito di relativa risarcibilità, in osse­quio anche al principio generale dell’ ordinamento in base al quale il danno deve essere sopportato dal suo autore, sicché il danneggiante è tenuto a risarcire tutto il danno ma solo il danno a lui ascrivibile.

Esigenza di delimitazione d’altro canto avvertita già dallo stesso legislatore, il quale, diversamente che per quello patrimoniale ex art. 2043 ce., ha im­prontato in termini dì tipicità la risarcibilità del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 ce, limi­tandola ai soli casi previsti dalla legge ( cfr. Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).

A tale stregua, la giurisprudenza di legittimità è pertanto pervenuta a considerare il danno non patrimo­niale risarcibile ex art. 2059 ce solamente in pre senza di lesione di interessi essenziali della persona, ravvisati in quelli costituzionalmente garantiti, al riguardo sottolineandosi che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimo­niale ben può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della Legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti la persona non aventi natura economica implicitamente, ma necessariamente, ne esige la tutela, in tal modo confi­gurandosi propriamente un «caso determinato dalla leg­ge», al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì Cass., 12/12/2003, n. 19057; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ).

Tra gli interessi essenziali in argomento rilevan­ti ( salute, famiglia, reputazione, libertà di pensie­ro, ecc. ) , senz’altro ricompresi sono quelli relativi alla sfera degli affetti ed alla reciproca solidarietà nell’ambito della famìglia, alla libera e piena espli­cazione delle attività realizzatrici della persona uma­na nell’ambito della peculiare formazione sociale che è la famiglia, trovanti fondamento e garanzia costituzio­nale negli artt. 2, 29 e 30 Cost. Interessi che risul­tano irrimediabilmente violati in caso di uccisione dello stretto congiunto ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828. V. altresì, in particolare, Cass., 15/7/2005, n. 15022; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ) .

Le Sezioni Unite di questa Corte sono quindi recen­tissimamente giunte ad affermare che il danno esisten­ziale consiste in «ogni pregiudizio ( di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente ac­certabile ) provocato sul fare areddittuale del sogget­to, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazio­nali propri, ìnducendolo a scelte di vita diverse quan­to all’ espressione e realizzazione della sua personali­tà nel mondo esterno» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .

Nel sottolineare che, diversamente da quello mora­le, esso non ha natura meramente emotiva ed interiore ma deve essere oggettivamente accertabile ed aver de­terminato «scelte dì vita» diverse da «quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso», con obiettiva incidenza «in senso negati­vo» nella sfera del danneggiato, «alterandone l’equilibrio e le abitudini di vita», le Sezioni Unite hanno escluso in particolare che «la lesione degli in­teressi relazionali connessi al rapporto di lavoro re­sti sostanzialmente priva di effetti», senza provocare invero «conseguenze pregiudizievoli nella sfera sog­gettiva del lavoratore, essendo garantito l’interesse prettamente patrimoniale alla prestazione retributiva» ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).

Le Sezioni Unite hanno altresì sottolineato che il <<danno esistenziale> non consiste in meri «dolori e sofferenze», ma deve aver determinato «concreti cam­biamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita».

Ne emerge dunque una figura di danno alla salute in senso lato che, pur dovendo -diversamente dal danno mo­rale soggettivo ( v. Cass., 10/8/2004, n. 15418 )-obiettivarsi, a differenza del danno biologico rimane integrato a prescindere dalla relativa accertabilità in sede medico-legale ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ) .

ACMALMALNel precisarsi che il riconoscimento dei “diritti della famiglia” ( art. 29 Cost. ) va inteso non re­strittivamente, cioè come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, bensì nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo, alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto personale ispira, sia generando bisogni e doveri, sia dando luogo a gratifi cazioni, supporti, affrancazioni e significati, si è in giurisprudenza di legittimità al riguardo posto in ri­lievo che laddove il fatto lesivo alteri profondamente tale complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinan­te riduzione -se non annullamento- delle positività che dal rapporto parentale derivano ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 20/10/2005, n. 20324 ), viene a deter­minarsi quello <<sconvolgìmento delle abitudini di vi­ta» che, pur potendo avere diversa ampiezza e consi­stenza in termini dì intensità e protrazione nel tempo in relazione alle diverse situazioni, deve trovare co­munque obiettivazione nell’alterazione del modo di re­lazionarsi del soggetto sia all’ interno del nucleo fa­miliare che all’ esterno di esso nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Esso si sostanzia invero in una modificazione (peg­giorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita relazione.

E ciò in conseguenza della subita alterazione; della pri­vazione ( oltre che di quello materiale anche } del rapporto personale con lo stretto congiunto nel suo es­senziale aspetto affettivo o di assistenza morale ( cu­ra, amore ), cui ciascun componente del nucleo familia­re ha diritto nei confronti dell’altro, come per ì co­niugi in particolare previsto dall’art. 143 ce. ( dal­la relativa violazione potendo conseguire l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e l’addebitabilità della separazione personale ) ; per il genitore dall’ art. 147 ce., e ancor prima da un prin­cipio immanente nell’ordinamento fondato sulla respon­sabilità genitoriale ( v. Corte Cost., 13/5/1998, n. 166; Cass., 1/4/2004, n. 6365; Cass., 9/6/1990, n. 5633 ) , da considerarsi in combinazione con l’art. 8 L. adoz. ( la violazione dell’obbligo di cura o assistenza morale determinando lo stato dì abbandono del minore che ne legittima l’adozione ) ; per il figlio nell’art. 315 ce , secondo una in tal senso valorizzabile, orientata lettura.

Trattasi, come dalla corte di merito correttamente affermato nell’impugnata sentenza, di danno non già «riflesso» o «di rimbalzo» bensì «diretto», dagli stretti congiunti del defunto sofferto iure proprio, in quanto l’evento morte è plurioffensivo, non solamente causando l’estinzione della vita della vìttima prima­ria, che subisce il massimo sacrificio del relativo diritto personalissimo, ma altresì determinando l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della vittima, a loro volta lesi nell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e alla scambievole solidarietà che connota la vita fami­liare ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Così come quello patrimoniale, anche il danno non patrimoniale ha natura di danno-conseguenza, quale dan­no che scaturisce dal fatto-evento.

Con riferimento in particolare al danno da ucci­sione, esso consìste non già nella violazione del rap­porto familiare quanto piuttosto nelle conseguenze che dall’irreversibile venir meno del godimento del con­giunto e dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali discendono.

 ACHIAMA MED3

Si è infatti escluso che tale tipo di danno sìa configurabile in re ipsa, precisandosi che deve essere allegato e provato da chi vi abbia interesse, senza ri­manere tuttavia precluso il ricorso a valutazioni pro­gnostiche ed a presunzioni ( sulla base di elementi obiettivi forniti dall’interessato ). E proiettandosi esso nel futuro, assume al riguardo rilievo la conside­razione del periodo di tempo nel quale si sarebbe pre­sumibilmente esplicato quel godimento del congiunto che l’illecito ha reso invece impossibile ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Il danno non patrimoniale deve essere dunque rico­nosciuto e liquidato nella sua interezza, essendo per­tanto necessaria, laddove il risarcimento non risulti in termini generali e complessivi domandato, l’analitica considerazione e liquidazione in relazione ai diversi aspetti in cui esso si scandisce.

Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria sì compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli an­gusti lìmiti della suindicata restrittiva interpreta­zione dell’art. 2059 ce.

La domanda di risarcimento del danno non patrimo­niale in termini generali formulata non può essere in­fatti limitata alla considerazione meramente di alcuni dei medesimi, con esclusione di altri ( cfr. Cass., 24/2/2006, n. 4184; Cass., 26/2/2003, n. 28 69, con ri­ferimento in particolare al danno biologico ), una tale limitazione essendo invero rimessa, in ossequio al principio della domanda, alla previa scelta del danneg­giato, che si limiti a far valere solamente alcuna del le tre suindicate voci che tale categoria integrano (v. Cass., 28/7/2005, n. 1583; Cass., 7/12/2004, n. 22987. Con riferimento alla richiesta di risarcimento del dan­no morale, nel senso che essa non possa intendersi come limitata alla sola sofferenza psichica transeunte ma debba considerarsi quale «sinonimo>> della locuzione «danno non patrimoniale», v. peraltro Cass., 15/7/2005, n. 15022).

Neil’impugnata sentenza, al di là dell’erroneo in­quadramento sistematico sopra evindenzìato, la corte di merito, pur sembrando a volte privilegiare il profilo della perdita del rapporto familiare in sé e per sé considerato, il «fatto storìco>> di non avere più il coniuge o il genitore a causa dell’ illecito e di non potere più essere, relativamente a quella persona, co­niuge e figlio, alla stregua del complessivo tenore delle argomentazioni spese in motivazione risulta aver fatto invero sostanzialmente applicazione del sopra de­lineato concetto di danno esistenziale, come emerge an­che da quanto affermato in sede di relativa qualifica­zione ( « … un danno che potremmo chiamare danno esi­stenziale e che sostanzialmente è configurabile quando la morte violenta di un congiunto provoca uno sconvol­gimento ed un’alterazione permanente dell’ equilibrio del nucleo familiare» ) nonché dalla compiuta attribu zione della somma in questione in favore degli stretti congiunti in vìa ulteriore ed autonoma rispetto ai già riconosciuti danni patrimoniale e morale, pur escluden­do avere essi subito un «trauma psicofisico permanen­te», integrante -come detto- il danno biologico, se­condo il suo attuale effettivo significato.

Stante quanto sopra rilevato e precisato in termi­ni di configurabilità del danno esistenziale ed in or­dine alla sua natura dì danno-conseguenza, infondata risulta invero altresì la censura dalla ricorrente mos­sa in termini di vizio di motivazione.

Del pari priva di fondamento sì rivela la denun­ziata violazione dell’art. 2697 ce.

Neil’ affermare essere «indiscutìbile» che «la morte di un parente stretto menoma (anche per sempre), la personalità del superstite», incidendo sul suo «modo di essere» pure «nei rapporti esterni», oltre che sull’ «equilibrio e armonìa del nucleo familiare», e movendo dalla considerazione che nel caso trattavasi di nucleo familiare pacificamente convivente costitui­to dal defunto, dalla consorte e dai due figli maggio­renni, unita anche nell’attività lavorativa, atteso che il più grande dei figli svolgeva lavorava con il padre e della costituita società faceva parte anche la ri­spettiva moglie e madre, la corte di merito ha infatti ritenuto il danno in questione presuntivamente provato.

Orbene, come questa Corte ha già avuto modo di af­fermare e di ribadire, la prova del danno esistenziale da uccisione dello stretto congiunto può essere data invero anche a mezzo dì presunzioni [ v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 19/8/2003, n. 12124; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ) , le quali al riguardo assumono anzi «precipuo rilievo» (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).

Le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità ( v. Cass., Sez, Un. , 24/3/2006, n. 6572 ) e sostenuto anche in dottrina non costituiscono uno strumento probatorio dì rango wsecondario” nella gerarchia dei mezzi di prova e «più debole» rispetto alla prova diretta o rappresen­tativa.

Va al riguardo sottolineato come, alla stessa stre­gua di quella legale la presunzione vale invero nel ca­so a sostanzialmente facilitare 1’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova con­traria.

Questa Corte è pervenuta ad affermare che «la pre­sunzione semplice e la presunzione legale iuris tantum si distinguono unicamente in ordine al modo di insor genza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev’essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge e, quindi, non abbiso­gna della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi. Una volta, tuttavia, che la presunzione semplice si sia formata e sia stata rilevata ( cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova ) , essa ha la medesima effica­cia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, quando viene rilevata, in quanto 1’una e 1 ‘al­tra trasferiscono a colui, contro il quale esse depon­gono, 1 ‘ onere della prova contraria» ( così Cass., 27/11/1999, n. 13291 ).

Da tale considerazione consegue il ritenere la par­te onerata ex art. 2 697 ce. sollevata dal provare il fatto previsto { che, come posto in rilievo anche in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il «fatto base» ) . Ed altresì che, come per quella lega­le, anche per la presunzione semplice in assenza di prova contraria ( quando, come nel caso, ammessa ) il giudice è tenuto a ritenere provato il fatto previsto, non essendogli consentita al riguardo la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c.

achiama subito

Il prevalente orientamento segnala peraltro che at traverso lo schema logico della presunzione la legge non vuole imporre conclusioni indefettibili ma introdu­ce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) dì esperienza, del fatto ignoto da quello noto, mentre quando queste regole si irrigidiscono -assumendo consi­stenza di normazione positiva- si ha un fenomeno quali­tativamente diverso, e dalla praesumptio hominis si passa nel campo della presunzione legale ( v. Cass., 16/3/1979, n. 1564 ).

Come da questa Corte ripetutamente affermato, in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito in­contra il solo limite del princìpio di probabilità: non occorre, cioè, che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fat­to ignoto come 1 ‘unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarieta assoluta ed esclusiva ( in tal senso v. peraltro Cass,, 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088 ), ma è sufficiente che 1’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli ac­cadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza ( v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026 ) , basate siili’ id quod plerumque accidit ( v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082 ).

La presunzione basata sulla regola di esperienza (la quale ove fondata sulla tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo stati­stico richiama l’istituto proprio dell’esperienza tede­sca dell’Anscheinsbeweis ), che può indurre il giudice ad escludere la necessità di ulteriori prove al riguar­do, è, diversamente da quella legale, in realtà rimes­sa ad una conclusione di tipo argomentativo, nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice ex art. 116 c.p.e.

La parte contro cui gioca la presunzione è in ogni caso ammessa a fornire la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l’idoneità nel caso con­creto di quest’ultima a vincerla.

Pur se anche nell’ambiente familiare è astrattamen­te possìbile che la perdita dello stretto congiunto (coniuge o genitore) possa non determinare conseguenze pregnanti nella sfera soggettiva laddove rimangano ga­rantite quelle economiche, tale conseguenza appare in vero nei normali rapporti di vita familiare assoluta­mente meno probabile e frequente che non nei rapporti di tipo lavorativo, come quello preso in considerazione da Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572.

Si è in giurisprudenza di legittimità affermato ri­spondere invero a regole di comune esperienza che quan­to più stretto è il rapporto parentale tanto più inten­so è il dolore, specie se al rapporto si associa la convivenza ( v. Cass., 11/8/2004, n. 15568 ), laddove la vastità e la coesione del nucleo familiare della vittima può essere tale da lenire la sofferenza, nei limiti di quanto possibile in un evento tragico del ti­po in esame, con la presenza di altri affetti familiari ( v., con riferimento a nucleo familiare composto anche dai nonni, Cass., 15/2/2006, n. 3289 ).ACLIPRIMO

Si è altresì affermato doversi ritenere sussisten­te, in capo al soggetto che ha posto in essere la con­dotta causativa della morte del congiunto, 1’elemento della prevedibilità dell’evento in relazione alla le­sione in pari tempo delle situazioni giuridiche dei soggetti legati alla vittima primaria da un vincolo co­niugale o parentale, e in particolare dell’interesse all’intangibilità delle relazioni familiari, atteso che la prevedibilità dell’evento dannoso deve essere valu­tata in astratto, e non in concreto, normalità il fatto che la vittima sia inserita in un nucleo familiare, come coniuge, genitore, figlio o fra­tello ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8828 ).

Provato il fatto-base della sussistenza di un rap­porto di coniugio o di filiazione e della convivenza con il congiunto defunto, è allora da ritenersi che la privazione di tale rapporto presuntivamente determina ripercussioni ( anche se non necessariamente per tutta la vita ) sia sull’assetto degli stabiliti ed armonici rapporti del nucleo familiare, sia sul modo di relazio­narsi degli stretti congiunti del defunto ( anche ) all’ esterno di esso rispetto ai terzi, nei comuni rap­porti della vita di relazione.

Incombe allora alla parte in cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria al riguardo, idonea a vincerla ( es., situazione di mera convivenza “forzata”, caratterizzata da rapporti deteriorati, con­tras seganti da continue tensioni e screzi; coniugi in realtà “separati in casa”, ecc. ).

Non si tratta infatti, diversamente da quanto la­mentato dalla odierna ricorrente, di un’ipotesi di pre­sunzione iuris et de iure.

 ACLIPRIMO

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» EREDE QUOTA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

» TRIB ROVIGO CONCORDATO PREVENTIVO COLLABORAZIONE TRA IMPRENDITORE E COMMISSARI –AVVOCATO PER CONCORDATO PREVENTIVO osservato come l’orientamento espresso dalla Suprema Corte in altra sede conforti il principio espresso di necessaria collaborazione tra l’imprenditore e i commissari (“il termine fissato dal tribunale, ai sensi dell’art. 163 l.fall., per il deposito della somma che si presume necessaria per l’intera procedura ha carattere perentorio, atteso che la prosecuzione di quest’ultima richiede la piena disponibilità, da parte del commissario, dell’importo a tal fine destinato e questa esigenza può essere soddisfatta soltanto con la preventiva costituzione del fondo nel rispetto del predetto termine, da considerarsi quindi improrogabile, con conseguente inefficacia del deposito tardivamente effettuato” Cass. 21 aprile 2016, n. 8100; conf. Cass., 23 settembre 2016, n. 18704, Cass., 22 novembre 2012, n. 20667)

» QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

» TESTAMENTO EREDE ESTROMESSO ,COME RISOLVERE, AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA MODENA ROVIGO RIMINI CESENA FORLI il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità’ mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è’ affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ.”

» SPOSARSI E’ FACILE E’ SEPARARSI E DIVORZIARE CHE E’ DIFFICILE AVVOCATO MATRIMONIALISTA DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

» CONCORDATO PREVENTIVO AVVOCATO PER RICHIESTA CONCORDATO DELLE SPA ex art. 161, comma 6, la domanda di concordato deve essere dichiarata inammissibile dal tribunale, ai sensi della L. Fall., art. 162, comma 2 Va tuttavia considerato, sotto un primo profilo, che, poiché rispetto al medesimo imprenditore ed alla medesima insolvenza il concordato non può che essere unico, qualora la procedura di concordato sia pendente non è configurabile un’ulteriore domanda di ammissione avente carattere di autonomia (cfr. Cass. n. 495/015), a meno che da quest’ultima non si desuma l’inequivoca volontà del proponente (pur se non espressa con formule sacramentali) di rinunciare a quella in precedenza depositata.

» MOTOCICLISTA CADUTA LESIONI CANE RANDAGIO COMUNE RESPONSABILITA’ Risponde altresì a massima consolidata nella giurisprudenza di legittimità che i motivi posti a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con -fra l’altro­l’esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito (cfr., da ultimo, Cass., 2/4/2014, n. 7692).

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna