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BOLOGNA SEPARAZIONE E FIGLI ART 156 CC STRUMENTI SE NON SI PAGA IL MANTENIMENTO AL CONIUGE E FIGLI

 

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  • Bologna art 156 cc 6 comma
  • Bologna art 156 cc sequestro
  • Bologna ricorso ex art 156 comma 6 cc fac simile
  • Bologna art. 156 cc pagamento diretto
  • Bologna sequestro ex art. 156 c.c. 6 comma
  • Bologna sequestro beni coniuge inadempiente
  • Bologna art. 156 c.c. ordine al terzo
  • Bologna ordine di pagamento al terzo art 156 c c
  •  

AADIVSEPDIVIl giudice, pronunziando la separazione (1), stabilisce a vantaggio del coniuge [disp. att. 38] cui non sia addebitabile la separazione [151] il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento (2), qualora egli non abbia adeguati redditi propri [548, 585].

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti [438] (3).

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale [2784] o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155 (4).

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro [671 ss. c.p.c.] (5) di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto (6).

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti [710 c.p.c.] (7).

 

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L’art. 156 c.c. prevede varie garanzie in caso di inadempimento dell’obbligo di mantenimento verso il coniuge o i figli: l’ordine a terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di denaro all’obbligato, che una parte venga direttamente versata all’avente diritto, ovvero il sequestro di beni del coniuge obbligato. È da ritenere che i due mezzi possano essere concessi anche contemporaneamente, a carico del medesimo obbligato. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

 

In merito agli strumenti di tutela apprestati dall’art. 156 c.c., la corresponsione diretta, così come il sequestro, non prevedono un generico pericolo nel ritardo, ma un preciso inadempimento dell’obbligato: questi non avrà corrisposto una o più rate dell’assegno di mantenimento. Il pericolo nel ritardo potrebbe avere qualche rilevanza, ma solo ad colorandum: l’obbligato potrebbe non aver pagato la rata di assegno per pura dimenticanza, e allora il giudice potrebbe non disporre immediatamente la misura di garanzia, ma il mancato pagamento di una rata, preceduto da ritardi nel pagamento delle precedenti e accompagnato da un generale disordine negli affari dell’obbligato, potrebbe indurre il giudice ad accogliere la domanda (tra le altre, Cass. n. 11062 del 2011).

 ACOPPIA SEPARAZIONE

L’art. 156 c.c. prevede svariate garanzie in caso di inadempimento dell’obbligo di mantenimento verso il coniuge o i figli.

La corresponsione diretta,dicono gli Ermellini ( riprendendo un principio già richiamato in Cass. 11062/2011) così come il sequestro, non prevede un generico pericolo nel ritardo, ma un preciso inadempimento dell’obbligato. Il pericolo nel ritardo potrebbe avere qualche rilievo ma solo ad colorandum: ossia l’obbligato potrebbe non aver pagato la rata di assegno per dimenticanza e allora il giudice potrebbe non disporre immediatamente la misura di garanzia, ma il mancato pagamento di una rata, preceduto da ritardi nel pagamento delle precedenti e accompagnato da un generale disordine negli affari dell’obbligato, potrebbe indurre il giudice ad accogliere la domanda .

Quanto ai terzi cui si ordina di corrispondere al beneficiario somme di spettanza dell’obbligato, si potrebbe trattare del suo datore di lavoro o dell’ente erogatore della pensione, come nel caso di specie.

 

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Bologna ricorso ex art 156 comma 6 cc fac simile
Bologna art. 156 cc pagamento diretto
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Bologna sequestro beni coniuge inadempiente
Bologna art. 156 c.c. ordine al terzo
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Bologna art. 156 c.c. ordine al terzo
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A
RT. 156 COD. CIV. – PRESUPPOSTO APPLICATIVO – PERICOLO NEL RITARDO – ESCLUSIONE INADEMPIMENTO DELLOBBLIGATO – SUSSISTE (art. 156 c.c.)
In merito agli strumenti di tutela apprestati dall’art. 156 c.c., la corresponsione diretta, così come il sequestro, non prevedono un generico pericolo nel ritardo, ma un preciso inadempimento dell’obbligato: questi non avrà corrisposto una o più rate dell’assegno di mantenimento. Il pericolo nel ritardo potrebbe avere qualche rilevanza, ma solo ad colorandum: l’obbligato potrebbe non aver pagato la rata di assegno per pura dimenticanza, e allora il giudice potrebbe non disporre immediatamente la misura di garanzia, ma il mancato pagamento di una rata, preceduto da ritardi nel pagamento delle precedenti e accompagnato da un generale disordine negli affari dell’obbligato, potrebbe indurre il giudice ad accogliere la domanda (tra le altre, Cass. n. 11062 del 2011).

 

 

 

 

 

La pronuncia di addebito comporta conseguenze di tipo economico nei confronti del coniuge al quale la separazione è stata addebitata. Quest’ultimo, infatti, perde il diritto all’assegno di mantenimento conservando solo il diritto agli alimenti, laddove ne sussistano i presupposti.

 

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La decisione applica correttamente l’enunciato più volte espresso che afferma che, rappresentando l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale una violazione particolarmente grave che di regola provoca l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, così da giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile (Cass. n. 8512/2006, n. 13592/2006, n. 20256/2006, n. 25618/2007) questi è tenuto ad offrire la prova che l’unione coniugale fosse in quel momento già incrinata (Cass. n. 4540/2011).

E difatti, se la regola anzidetta non opera quando si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale (Cass. n. 9074/2011) mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui si desuma una crisi già irrimediabilmente in atto nel contesto di un menage solo formale, comunque grava sul coniuge che eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda d’addebito l’anteriorità della crisi alla sua condotta contraria ai doveri del matrimonio, prova che il D., a giudizio degli organi di merito, non ha offerto.

Comunque non può non rilevarsi che non potrebbe il comportamento violento dell’un coniuge nei confronti dell’altro, quale quello posto in essere dal D. ed accertato in giudizio alla stregua delle fonti di prova vagliate dal giudice del gravame, trovare scriminante ovvero predicare la necessità del nesso causale con la cessazione di quella unione.

A livello legislativo l’infedeltà viene considerata a tutti gli effetti come una delle principali cause scatenanti la frattura coniugale. Frattura che nel tempo porta all’intollerabilità della convivenza tra moglie e marito, che si trovano a dover affrontare un rapporto fatto di situazioni ingestibili, causate dalle azioni e dai comportamenti di uno dei due.

 

Questo discorso vale:

  • sia quando si tratta di relazioni extraconiugali solide e continue;

sia quando si tratta di infedeltà reiterata.

 

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Il concetto di mantenimento ha una portata più ampia dell’assegno per gli alimenti, essendo relativo alla prestazione di tutto quanto risulti indispensabile alla conservazione del tenore di vita equivalente alla posizione economico-sociale dei coniugi. Il mantenimento spetta al coniuge che non ha avuto responsabilità nella separazione, in proporzione alle sostanze dell’obbligato (vedi sentenza della Cassazione 8 maggio 1980, n. 3033). Presupposto della concessione dell’assegno è l’inadeguatezza dei mezzi finanziari del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio (vedi sentenza della Cassazione 27 novembre 1992, n. 12681). 
Non può essere “addebitata” la separazione al coniuge, non più innamorato, che abbandoni il tetto coniugale!

Se si è disinnamorati si può abbandonare il tetto coniugale senza che da tale comportamento possa derivare una causa di addebito nella separazione.

Porre fine alla convivenza è un diritto: nessuno può essere obbligato a rimanere a casa se c’è disaffezione nella coppia o anche da parte di uno solo dei due coniugi.

Il fatto di non essere più innamorati, specie se dopo anni di sopportazioni e di un’unione infelice, non fa scattare l’addebito nei confronti di chi intende disimpegnarsi.

 

 

Quindi, l’infedeltà del coniuge giustifica una causa di separazione con addebito solo nel caso in cui il tradimento sia stato effettivamente la causa della fine del matrimonio. In altre parole il tradimento ha reso sì intollerabile la convivenza tra i coniugi, ma se il matrimonio era già finito a prescindere dal tradimento, allora l’infedeltà è considerata una conseguenza e non la causa della rottura del legame matrimoniale.

 

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