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AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA : ABBANDONO TETTO CONIUGALE ART 570 AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA ABBANDONO TETTO CONIUGALE ART 570 CC

 

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA ABBANDONO TETTO CONIUGALE ART 570 CCASEPLIT

 AV1SCRITTA

sottratto agli obblighi di assistenza inerenti la potestà genitoriale e alla qualità di coniuge.

Ne consegue che il giudice non può esaurire il proprio compito nell’accertamento del fatto storico dell’abbandono, ma deve ricostruire la situazione in cui esso s’è verificato, onde valutare la presenza di cause di giustificazione, per impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza.
Una tale ricostruzione non risulta compiuta nella decisione impugnata, che dopo aver dato atto che l’imputato non ha fatto venire meno i mezzi di sussistenza ai figli minori, ritiene, apoditticamente, ingiustificato l’abbandono del domicilio domestico, senza prendere in alcuna considerazione la lettera lasciata alla moglie, in cui lo S. giustifica la sua scelta con riferimento ad una situazione di intenso disagio nei rapporti con il proprio coniuge. In presenza di questo elemento, che sembra deporre per l’esistenza di una situazione di intollerabilità della vita coniugale, la Corte territoriale avrebbe dovuto, a maggior ragione, accertare la presenza di una giusta causa.
 

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA ABBANDONO TETTO CONIUGALE ART 570 CC

 AAFFIDOFIGLI

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 31 maggio – 11 settembre 2012, n. 34562

(Presidente Milo – Relatore Fidelbo)

Ritenuto in fatto

  1. BOLOGNA VICENZA TREVISO ALESSANDRIA ASTI SUCCESSIONE EREDITA' BOLOGNA –AVVOCATO TESTAMENTO.IMPUGNAZIONE TESTAMENTO La questione dello strumento processuale utilizzabile per contestare l'autenticità del testamento olografo; che sul punto si confrontano, nella giurisprudenza di questa Corte, due orientamenti;

    BOLOGNA VICENZA TREVISO ALESSANDRIA ASTI SUCCESSIONE EREDITA’ BOLOGNA –AVVOCATO TESTAMENTO.IMPUGNAZIONE TESTAMENTO La questione dello strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo; che sul punto si confrontano, nella giurisprudenza di questa Corte, due orientamenti;

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    Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Catania ha confermato la sentenza del 6 ottobre 2006 con cui la Sezione distaccata di Giarre aveva condannato S.G. alla pena di Euro 900,00 di multa in ordine al reato di cui all’art. 570 comma 1 c.p., per essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti la potestà genitoriale e alla qualità di coniuge.

  2. L’imputato, tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione con cui ha dedotto i seguenti motivi:

– nullità della notifica dell’avviso di deposito dell’estratto contumaciale, eseguita presso il difensore anziché presso il domicilio eletto in Riposto;

– omessa motivazione in ordine al motivo dedotto in appello e riguardante la violazione dell’art. 465 c.p.p., per avere il giudice di primo grado ammesso i testimoni indicati dalla parte civile nella lista depositata prima della costituzione stessa;

– vizio di motivazione ed erronea applicazione dell’art. 570 c.p., in quanto la Corte territoriale ha giustificato la colpevolezza dell’imputato in relazione alla condotta di abbandono del domicilio domestico, senza considerare, anche per una mera confutazione, i motivi addotti per giustificare un tale comportamento. Peraltro, si evidenzia come la giurisprudenza di legittimità ha in più occasioni ritenuto che l’abbandono del domicilio coniugale può integrare il reato di cui all’art. 570 c.p. solo In assenza di una giusta causa, che può essere integrata anche da ragioni di carattere interpersonale tra i coniugi che non consentano la prosecuzione della vita in comune;

– vizio di motivazione e violazione dell’art. 62-bis c.p., lamentando la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è fondato con riferimento al terzo motivo proposto.

La Corte d’appello, con motivazione sintetica, ha ritenuto sussistente il reato di cui all’art. 570 comma 1 c.p. per l’allontanamento dell’imputato dall’abitazione coniugale.

Si osserva che il primo comma dell’art. 570 c.p. riconduce, anche lessicalmente, l’abbandono del domicilio domestico a una delle possibili condotte contrarie all’ordine o alla morale delle famiglie, richiedendo che la condotta di allontanamento si connoti di disvalore etico sociale, sicché rende punibile non l’allontanamento in sé, ma quello privo di una giusta causa.

Ne consegue che il giudice non può esaurire il proprio compito nell’accertamento del fatto storico dell’abbandono, ma deve ricostruire la situazione in cui esso s’è verificato, onde valutare la presenza di cause di giustificazione, per impossibilità, intollerabilità o estrema penosità della convivenza.

Una tale ricostruzione non risulta compiuta nella decisione impugnata, che dopo aver dato atto che l’imputato non ha fatto venire meno i mezzi di sussistenza ai figli minori, ritiene, apoditticamente, ingiustificato l’abbandono del domicilio domestico, senza prendere in alcuna considerazione la lettera lasciata alla moglie, in cui lo S. giustifica la sua scelta con riferimento ad una situazione di intenso disagio nei rapporti con il proprio coniuge. In presenza di questo elemento, che sembra deporre per l’esistenza di una situazione di intollerabilità della vita coniugale, la Corte territoriale avrebbe dovuto, a maggior ragione, accertare la presenza di una giusta causa.

A tanto dovrà dunque provvedere il giudice del rinvio.

Pertanto, la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Catania per nuovo giudizio, che tenga conto di quanto sopra indicato.

  1. La altre doglianze devono intendersi assorbite dall’accoglimento del motivo esaminato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d‘appello di Catania per nuovo giudizio.

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3 ABBANDONO TETTO CONIUGALE – NESSUN ADDEBITO SE CONVIVENZA INTOLLERABILE –AVVOCATO BOLOGNA

 

 Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

 

  1. Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

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  1. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.
  1. A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.
  1. Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .
  1. Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.
  2. Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 17 ottobre 2012 – 30 gennaio 2013, n. 2183

Presidente Fioretti – Relatore De Chiara

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, ha escluso l’addebito della separazione dei coniugi sig. L..R. e sig.ra T.G..L.R. a quest’ultima, che si era allontanata dalla casa coniugale e dopo un anno e mezzo A, aveva presentato domanda di separazione. Ha infatti ritenuto che l’abbandono, a un’età – settant’anni – in cui semmai “più naturale è il bisogno di vicinanza e di solidarietà morale e materiale” e dopo quasi cinquant’anni di un matrimonio nel complesso non felice, come dimostrato anche da una risalente separazione poi rientrata, trovava la sua ragione appunto in quella infelicità – almeno per la signora – nella quale ella, alla fine, non aveva avuto più la forza di continuare a vivere. Del che non le si poteva muovere addebito una volta riconosciuto, anche nella giurisprudenza di legittimità (si fa espresso riferimento a Cass. 21099/2007), che nessuno può essere obbligato a mantenere una convivenza non più gradita, il disimpegnarsi dalla quale costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può, di per sé, essere fonte di riprovazione giuridica e quindi causa di addebito della separazione.

Il sig. R. ha proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura. La sig.ra L.R. si è difesa con controricorso.

Motivi della decisione

  1. – Il primo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di norme di diritto, si conclude con il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis, primo comma, c.p.c. (ancora vigente alla data della sentenza impugnata): “… se, qualora in un procedimento di separazione giudiziale risulti provato e non contestato che uno dei coniugi ha abbandonato il tetto coniugale, e in difetto di qualsiasi prova e/o fatto obiettivo che dimostri che tale abbandono sia conseguenza del comportamento dell’altro coniuge o della disaffezione e del distacco spirituale tra i coniugi, il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi debba dichiarare l’addebito della separazione medesima al coniuge che ha abbandonato il tetto coniugale”.

Il ricorrente non contesta il principio di diritto affermato da Cass. 21099/2007, richiamata dai giudici di appello. Osserva tuttavia che in tale precedente si ammette, si, che è sufficiente la sussistenza di una disaffezione al matrimonio tale da rendere intollerabile la convivenza, anche da parte di uno solo dei coniugi, perché sorga il diritto del medesimo coniuge a richiedere la separazione, con conseguente non addebita-bilità a lui della separazione stessa, ma non si sottrae certo detta disaffezione alla regola generale dell’onere della prova. Era dunque onere della sig.ra L.R. dimostrare fatti obiettivi dai quali risultasse la sua disaffezione e la conseguente intollerabilità della convivenza; nessuna prova, invece, ella aveva fornito, ad eccezione di una dichiarazione generica e de relato di sua sorella (“Mia sorella mi ha detto che non era rispettata da suo marito”), che non provava affatto i comportamenti del marito contrari ai doveri del matrimonio (averla, cioè, a sua volta abbandonata quasi trent’anni prima e averla sottoposta a continue mortificazioni e umiliazioni) allegati dalla signora a giustificazione del proprio allontanamento dalla casa coniugale.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia vizio di motivazione. Il ricorrente individua formalmente, agli effetti dell’art. 366 bis, secondo comma, c.p.c., il fatto controverso e decisivo, oggetto di scorretto accertamento, nelle “asserite vessazioni e umiliazioni che controparte sostiene esser stata causa dell’abbandono del tetto coniugale” ed osserva che in ordine alla sussistenza di tale fatto la sentenza di appello non contiene alcuna motivazione.
  2. – Nessuno di tali motivi può trovare accoglimento, per le seguenti ragioni.

Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.

A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.

Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .

Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.

La Corte d’appello, dunque, non era tenuta ad accertare necessariamente i comportamenti del ricorrente contrari ai doveri del matrimonio, sui quali il medesimo ricorrente si sofferma; bastava che verificasse, in base ai fatti oggettivi emersi, la disaffezione maturata dalla sola moglie. Tale disaffezione la Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

Nel ricorso non si dedicano a detta fondamentale argomentazione della Corte d’appello specifiche censure con il primo motivo, che pertanto è inammissibile; si indirizza, poi, la censura di vizio di motivazione, con il secondo motivo, su una circostanza – il comportamento del marito – estranea alla ratio della decisione impugnata, così destinando anche tale censura alla irrilevanza e dunque alla inammissibilità.

  1. – Il ricorso va in conclusione respinto. In mancanza di attività difensiva della parte intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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