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ART 2051 CC Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito . Suprema Corte di Cassazione sezione III civile sentenza 13 ottobre 2016, n. 20653

ART 2051 CC Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito .

afotopedonenews

studio legale Bologna avvocato Sergio Armaroli

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 13 ottobre 2016, n. 20653

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8598/2013 proposto da:

COMUNE DI (OMISSIS) (OMISSIS), in persona del sindaco p.t. dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale notarile;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), titolare della ditta individuale “L’INCOGNITA”, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2756/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 30/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/07/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Il Tribunale di Nola, accogliendo la domanda proposta da (OMISSIS), quale titolare della ditta ” (OMISSIS)” operante nel settore dell’abbigliamento in (OMISSIS), per ottenere il risarcimento dei danni subiti per il deterioramento della merce custodita in un deposito a seguito di allagamento per acque piovane provenienti dalla strada pubblica, condannava il Comune di (OMISSIS) al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di Euro 138.000,00, oltre interessi legali al 5% sul capitale di Euro 126.000,00 dal 4 agosto 1995 alla data della sentenza, con il favore delle spese.

2.- Proposti appello principale da parte del Comune ed appello incidentale da parte della (OMISSIS), la Corte d’appello di Napoli, con la decisione ora impugnata, pubblicata il 30 luglio 2012, in parziale accoglimento dell’appello principale, ha dichiarato che il Comune di (OMISSIS) ha diritto di regresso nei confronti del proprietario dei locali condotti in locazione dalla (OMISSIS), per la meta’ della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno, come determinata nella sentenza impugnata; ha confermato quest’ultima quanto al resto; ha compensato tra le parti le spese del secondo grado.

3.- Avverso questa sentenza il Comune di (OMISSIS) propone ricorso affidato a quattro motivi.

Resiste con controricorso (OMISSIS). Tutte e due le parti hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- La Corte d’appello ha ritenuto che, ferma restando la responsabilita’ del Comune per non aver dotato la strada di un idoneo impianto fognario, come accertato dal consulente tecnico d’ufficio ed affermato anche nella sentenza di primo grado, fosse stata concausa efficiente dell’evento di danno (allagamento del deposito, collocato in un vano seminterrato che la (OMISSIS) conduceva in locazione, e danneggiamento di capi di abbigliamento, cartamodelli e macchinari ivi custoditi) la presenza di una rampa di accesso irregolare, che avrebbe agevolato la velocita’ di scorrimento e la penetrazione dell’acqua nel locale. E’ percio’ pervenuta all’affermazione del pari concorso di colpa tra il Comune ed il proprietario dell’edificio sulla base della presunzione dell’articolo 2055 c.c., con conferma della condanna del Comune al pagamento dell’intero, essendo l’unico responsabile dei danni chiamato in causa dalla danneggiata.

La Corte di merito ha confermato la liquidazione dei danni effettuata in primo grado, sulla base delle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, che aveva considerato i danni arrecati alla merce effettivamente recuperata.

2.- I motivi di ricorso primo, secondo e quarto riguardano l’affermazione di responsabilita’ concorrente del Comune e vanno percio’ trattati unitariamente.

In particolare:

– 2.1. Col primo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 1227, 2043 c.c. e segg., dell’articolo 2055 c.c., degli articoli 99, 112 e 115 c.p.c., dell’articolo 41 c.p., e dell’articolo 650 c.p.; omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in violazione dell’articolo 111 Cost., comma 6; omesso esame di punto decisivo della controversia; in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Il ricorrente sostiene che vi sarebbe stato un evento eccezionale, costituente causa esclusiva, ovvero “quanto meno concorrente”, che comunque avrebbe escluso qualsivoglia responsabilita’ del Comune, consistente nella natura violenta delle precipitazioni meteoriche cadute prima dell’allagamento; che in ogni caso questo si sarebbe verificato per le particolari modalita’ di realizzazione dell’immobile e della rampa di accesso all’immobile, che avrebbero dovuto essere considerate causa esclusiva dell’evento, come da note tecniche di parte riprodotte interamente nel ricorso; che per di piu’ si trattava di immobile abusivo e privo del certificato di abitabilita’; che vi sarebbe stato anche un comportamento omissivo colposo della danneggiata rilevante ai sensi dell’articolo 1227 c.c., comma 1. Deduce che di tutto cio’ non avrebbe tenuto conto il giudice di merito.

2.2.- Col secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 1227, 2043 c.c. e segg., dell’articolo 2055 c.c., dell’articolo 61 e segg., articoli 99, 112 e 115 c.p.c., dell’articolo 41 c.p.c., e dell’articolo 650 c.p.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in violazione dell’articolo 111 Cost. Italiana, sesto comma; omesso esame di un punto decisivo della controversia; in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Il ricorrente censura la sentenza nella parte in cui ha applicato la presunzione di pari concorso di colpa di cui all’articolo 2055 c.c., comma 3, e sostiene che la Corte avrebbe potuto determinare in concreto la “misura” della responsabilita’ di ciascuno dei soggetti ritenuti “corresponsabili”.

2.3.- Col quarto motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 2043 e 2055 c.c., omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, in violazione dell’articolo 111 Cost.; omesso esame di punto decisivo della controversia; in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.

Il ricorrente deduce che i giudici non avrebbero motivato ne’ in merito alle ragioni di responsabilita’ del Comune di (OMISSIS) ne’ in merito alla “percentuale di responsabilita’” ascritta a quest’ultimo nella misura del 50%, in concorso con il proprietario del fabbricato.

3.- I motivi non meritano di essere accolti.

Il primo ed il quarto sono inammissibili per la parte in cui contestano gli accertamenti di fatto del giudice di merito e la relativa motivazione sull’affermazione della responsabilita’ del Comune di (OMISSIS).

La Corte d’appello ha basato quest’ultima sull’accertamento, compiuto dal consulente tecnico d’ufficio nominato nel primo grado di giudizio, dell’insufficienza del sistema fognario predisposto dal Comune a garantire il convogliamento, la raccolta e lo smaltimento delle acque piovane.

Questo accertamento non e’ validamente censurato dal ricorrente, dato che il Comune non adduce alcun significativo elemento di fatto che, trascurato dal giudice di merito o dal suo consulente, avrebbe invece dimostrato che il sistema fognario funzionasse al meglio ovvero che vi fosse stato un evento, naturale od umano, atto ad escludere qualsivoglia efficacia causale, rispetto all’allagamento, del funzionamento del sistema di convogliamento delle acque predisposto dal Comune.

3.1.- L’inammissibilita’ dei motivi consegue al fatto che, mentre nulla e’ detto in ricorso circa il corretto funzionamento del sistema fognario, le affermazioni del Comune ricorrente in merito al carattere eccezionale delle precipitazioni meteoriche, oltre ad essere contestate dalla resistente per novita’ della questione – che effettivamente non risulta essere stata posta sin dal primo grado di giudizio (non essendo riportato in ricorso, nemmeno in sintesi, il contenuto della comparsa di risposta) – sono comunque del tutto generiche e prive di qualsivoglia dato di riscontro. Per di piu’ va considerato che l’esimente della forza maggiore o del caso fortuito costituita da piogge a carattere eccezionale, per escludere la responsabilita’ del Comune, avrebbe dovuto essere provata da quest’ultimo non solo quanto all’effettivo accadimento (con modalita’ tali da uscire dai canoni normali della meteorologia) ma anche quanto all’impossibilita’ di porvi rimedio pure se il sistema fognario fosse stato realizzato e mantenuto a regola d’arte (cfr., da ultimo, Cass. n. 5877/16, citata nella memoria di parte resistente, nonche’ tra le piu’ recenti Cass. n. 26545/14 e n. 18877/15).

3.2.- Quanto, infine, alla responsabilita’ (asseritamente) esclusiva del proprietario dell’immobile, su cui molto si insiste in ricorso, sostenendo il Comune che l’evento sarebbe stato causato esclusivamente (o in maniera prevalente, secondo quanto si dira’ trattando del secondo motivo) dalle irregolarita’ costruttive della rampa di accesso o dal carattere abusivo del fabbricato, sono determinanti le osservazioni seguenti:

– non e’ dato riscontrare nel ricorso, nemmeno come mera allegazione, il rapporto causale tra l’asserito abusivismo edilizio e/o la mancanza di certificato di abitabilita’ ed i danni cosi’ come prodotti dall’allagamento determinato da acque meteoriche provenienti dalla strada (sicche’ e’ del tutto irrilevante – come esattamente detto alla pag. 6 della sentenza – che siano veri o falsi i fatti storici contestati dal Comune, affermati dalla resistente, e nuovamente posti in dubbio con la memoria del ricorrente – quanto all’esistenza ed al rispetto della concessione edilizia, nonche’ all’effettiva utilizzazione come “deposito” del locale oggetto di causa); ne’ hanno senso, nel caso di specie, i precedenti giurisprudenziali (richiamati sia nel ricorso che nella memoria del Comune) riguardanti il risarcimento dei danni provocati all’immobile avente carattere abusivo, dato che il presente giudizio ha riguardo non ai danni all’immobile, ma a quelli prodotti alla merce di proprieta’ della conduttrice conservata nel locale affittato come deposito; per la stessa ragione non e’ dato comprendere quale sarebbe il comportamento omissivo colposo della danneggiata che (a detta del ricorrente, che a lungo si sofferma sull’articolo 1227 c.c.) avrebbe concorso a cagionare il danno – concorso, comunque, espressamente escluso dal giudice di merito (cfr. pagg. 8-9 della sentenza);

– le caratteristiche costruttive dell’immobile e della rampa di accesso sono state considerate dal giudice, che ha svolto ampia motivazione, al fine di dimostrare che avrebbero contribuito alla produzione dell’evento, ma non ne avrebbero certo costituito la causa esclusiva.

Fatto salvo quanto si dira’ a proposito del concorso di responsabilita’, va qui rilevato che la motivazione in punto di corresponsabilita’ del Comune per il mancato adeguamento dell’impianto fognario e’ supportata dalle risultanze processuali e, come detto, non validamente censurata dal ricorrente. Tutto cio’ e’ sufficiente a sostenere giuridicamente la condanna del Comune al risarcimento dei danni nel loro intero ammontare (cui sarebbe tenuto anche se la percentuale di corresponsabilita’ fosse stata ritenuta in misura infinitesimale).

4.- Dato quanto sin qui detto, il secondo motivo ed il quarto, quest’ultimo nella parte in cui censura l’affermazione del concorso di responsabilita’ del Comune nella misura del 50%, sono inammissibili per carenza di interesse.

L’articolo 2055 c.c., comma 1, stabilisce che se un fatto dannoso e’ imputabile a piu’ persone tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno, con regola applicabile a favore del danneggiato anche in caso di condotte lesive tra loro autonome e di differenti titoli di responsabilita’ (cfr. Cass. n. 13272/06, n. 6041/10, n.18899/15).

Poiche’ nel presente giudizio non e’ stato evocato ne’ e’ intervenuto il proprietario dello stabile in cui si trovava il deposito locato, non rilevano ne’ il secondo ne’ l’articolo 2055 c.c., comma 3: questi, infatti, sono volti a regolare i rapporti tra i diversi responsabili, in quanto obbligati solidali. Qualsivoglia statuizione contenuta nella sentenza impugnata relativa a questi rapporti non fa stato, ai fini dell’azione di regresso tra piu’ coobbligati, ne’ a favore ne’ contro la parte che e’ rimasta estranea al giudizio. Quindi, il Comune di (OMISSIS) non ha alcun interesse ad una pronuncia di legittimita’ che abbia ad oggetto le corrispondenti statuizioni del giudice di merito, in quanto prive di idoneita’ al giudicato (cfr. Cass. n. 19492/07, n. 4241/13). Ne’ l’interesse all’impugnazione puo’ essere rinvenuto nell’efficacia riflessa di prova o di elemento di prova documentale che potrebbe essere riconosciuta, in altro giudizio, alla sentenza passata in giudicato anche se non ha l’effetto vincolante di cui all’articolo 2909 cod. civ.. Infatti, questa efficacia probatoria attiene all’accertamento dei fatti, non alla loro valutazione (cfr., oltre alle sentenze da ultimo citate, anche Cass. n. 19499/09 e n. 3377/11): nel caso di specie, il ricorso del Comune non pone in discussione i fatti accertati dal giudice di merito circa lo stato dei luoghi, ma soltanto la relativa valutazione ai fini dell’applicazione della presunzione di cui al terzo comma dell’articolo 2055 c.c., e della determinazione nel 50% della “misura” della corresponsabilita’; rispetto a quest’ultima la sentenza passata in giudicato e’ tamquam non esset, operando il principio dell’inapplicabilita’ del giudicato nel giudizio di regresso (cfr. Cass. n. 19492/07 cit., che – ribadendo il principio secondo cui, qualora due giudizi abbiano riferimento ad uno stesso rapporto giuridico ed uno dei due sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento cosi’ compiuto in ordine alla situazione giuridica, ovvero alla soluzione di questioni di fatto e di diritto relative ad un punto fondamentale comune ad entrambe le cause, preclude il riesame dello stesso punto, non trova applicazione allorche’ tra i due giudizi non vi sia identita’ di parti, essendo l’efficacia soggettiva del giudicato circoscritta, ai sensi dell’articolo 2909 cod. civ., ai soggetti che siano posti in grado di intervenire nel processo – in materia di responsabilita’ da fatto illecito imputabile a piu’ persone, ha cassato la sentenza di appello che aveva accolto la domanda di regresso proposta dal responsabile dell’illecito gia’ condannato in separato giudizio al risarcimento dei danni in favore del terzo – verso il coobbligato solidale rimasto estraneo al giudizio risarcitorio conclusosi con la condanna del terzo e, nell’affermare il principio precedentemente esaminato, ha anche considerato che, rispetto al giudicato intervenuto tra uno dei condebitori in solido e il creditore, non era intervenuta l’accettazione da parte dell’altro condebitore, con la conseguenza che trovava applicazione il principio dell’inapplicabilita’ del giudicato nel giudizio di regresso).

Nel presente giudizio, svoltosi tra la creditrice ed uno soltanto dei responsabili, il Comune non puo’ che rispondere per l’intero nei confronti della danneggiata, la quale si giova della solidarieta’ passiva sancita dall’articolo 2055 c.c., comma 1, grazie all’accertamento della (cor)responsabilita’ del Comune (di cui al primo ed al quarto motivo).

In conclusione, i motivi primo, secondo e quarto vanno respinti.

4.- Con il terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 1227, 2043 c.c. e segg., degli articoli 1223, 1226, 2055, 2056 e 2697 c.c., degli articoli 99, 112 e 115 c.p.c., dell’articolo 41 c.p., e dell’articolo 650 c.p.c.; omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in violazione dell’articolo 111 Cost. Italiana, sesto comma, omesso esame di un punto decisivo della controversia; in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Il ricorrente censura la liquidazione del danno, assumendo che sarebbe stata effettuata equitativamente tenendo conto della merce “probabilmente” esistente nel deposito al momento dell’evento, mentre sarebbe stato onere della danneggiata provarne l’effettiva consistenza. In mancanza di questa prova la domanda risarcitoria avrebbe dovuto essere rigettata, non essendo possibile fare ricorso alla liquidazione equitativa ai sensi dell’articolo 1226 c.c., quando il danno possa essere provato nel suo preciso ammontare e questo onere probatorio non venga assolto dal danneggiato.

4.1.- Il motivo non merita di essere accolto.

Come osserva la resistente, il giudice di merito non ha affatto liquidato il danno stimando la merce che si sarebbe “probabilmente” trovata nel deposito, ma, al contrario, ha limitato la liquidazione dei danni alla merce effettivamente rinvenuta e recuperata a seguito dell’allagamento, cosi’ come individuata e stimata dal consulente tecnico d’ufficio.

Il passo di motivazione riportato nel terzo motivo non e’ infatti riferito alla conferma della liquidazione dei danni effettuata dal Tribunale, ma e’ riferito al fatto che il primo giudice non ha considerato la “probabile” esistenza nel deposito di una maggiore quantita’ di merce rivendicata dalla danneggiata. Questa esclusione e’ stata reputata corretta dalla Corte d’appello, che percio’ ha rigettato l’appello incidentale della (OMISSIS) – senza che risulti che sia mai stato posto in dubbio, invece, che i beni considerati a fini risarcitori fossero stati effettivamente danneggiati dall’evento per cui e’ causa e coincidessero con quelli ispezionati dal consulente tecnico d’ufficio. Contrariamente a quanto si assume in ricorso, la danneggiata risulta avere fornito la prova dell’esistenza, della natura e della quantita’ della merce custodita nel deposito e rimasta danneggiata dall’allagamento per la quale e’ stato accordato il risarcimento. Il motivo e’ infondato laddove lamenta la violazione delle regole di riparto dell’onere della prova.

4.2.- Quanto all’articolo 1226 cod. civ., il riferimento fatto in sentenza alla liquidazione equitativa e’ chiaramente rivolto, non alla quantita’ ed alla consistenza della merce danneggiata considerata dal giudice, bensi’ alla stima del relativo valore. Questa risulta essere stata attuata appunto, ai sensi dell’articolo 1226 c.c., con valutazione corretta in diritto, trattandosi della stima di tessuti eterogenei per qualita’ e tipologia, di cui sarebbe stato impossibile accertare ex post il valore unitario; comunque, questa stima non e’, in se’, contestata dalla ricorrente.

In conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Avuto riguardo al fatto che il ricorso e’ stato notificato dopo il 31 gennaio 2013, sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida, in favore della resistente, nell’importo complessivo di Euro 7.800,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali, IVA e CPA come per legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Presidente: VIVALDI ROBERTA

Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

ha pronunciato la seguente:

Sentenza n. 18599 dep. il 22 settembre 2016

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato nel 1999 A. A. e R.G., quali genitori del figlio minore F. A., convenivano in giudizio il Comune di Fagnano Castello ed esponevano che in data 8 agosto 1998, alle ore 00,20, il predetto minore, mentre percorreva la via Garibaldi di quel Comune alla guida di un ciclomotore, a causa della ridotta visibilità per la scarsa illuminazione, si era trovato improvvisamente di fronte ad un ostacolo costituito da una transenna non segnalata e non avvistabile posta sul margine destro di detta via, non era riuscito ad evitare l’impatto con tale ostacolo ed aveva riportato lesioni nell’occorso, Tanto premesso, gli attori chiedevano, previa declaratoria della responsabilità del Comune in relazione al predetto evento, la condanna del convenuto al risarcimento dei danni derivanti dal sinistro in parola.

Il convenuto si costituiva contestando la domanda della quale chiedeva il rigetto.

Il Tribunale di Cosenza, con sentenza del 15 marzo 2003, accoglieva la domanda, ritenendo il Comune di Fagnano Castello esclusivo responsabile della causazione del sinistro e lo condannava a risarcire i danni causati al minore.

Avverso tale decisione il Comune proponeva appello, con citazione notificata ai genitori del minore, i quali si costituivano e proponevano appello incidentale, lamentando l’inadeguata liquidazione del danno.

Con sentenza non definitiva del 16 aprile 2010 la Corte di appello di Catanzaro dichiarava il difetto di legittimazione passiva di A. A. e R.G. nella qualità di genitori di F. A., avendo quest’ultimo raggiunto la maggiore età nel corso del giudizio di primo grado, dichiarava conseguentemente la nullità dell’atto di appello e ne disponeva la rinnovazione nei confronti di F. A., che si costituiva proponendo appello incidentale negli stessi termini di quello già proposto dai genitori.

La medesima Corte territoriale, con sentenza del 24 novembre 2011, in parziale riforma della sentenza impugnata, dichiarava F. A. responsabile dell’incidente per cui è causa nella misura del 50%, condannava il Comune di Fagnano Castello al pagamento nei confronti dell’appellante della complessiva somma di € 7.844,50, oltre rivalutazioni e interessi legali, come precisato nel dispositivo di quella sentenza, a titolo di risarcimento del danno alla persona, nonché al pagamento della somma di € 13.785,50, oltre interessi legali da quella sentenza al saldo, a titolo di spese mediche, e regolava tra le parti le spese del doppio grado di giudizio, in esse comprese quelle dell’espletata c.t.u..

Avverso la sentenza della Corte di merito F. A. ha proposto ricorso per cassazione, illustrato da memoria, sulla base di quattro motivi, pur se l’ultimo motivo è indicato in ricorso con il n. 5. Ha resistito con controricorso il Comune di Fagnano Castello.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo si lamenta “Violazione c/o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c.. Erroneità, contraddittorietà e/o insufficienza della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c. n. 5 in relazione alla pretesa configurabilità del concorso del danneggiato”.

Lamenta il ricorrente che, pur avendo la Corte di merito ritenuto che la fonte della responsabilità del Comune va individuata non tanto nell’omessa segnalazione dell’ostruzione, quanto nel non aver reso maggiormente visibile l’ostacolo anche per i veicoli transitanti nella corsia di marcia opposta a quella chiusa al traffico e sulla quale procedeva l’A., attraverso idonei accorgimenti volti a superare le oggettive difficoltà di avvistamento della barriera metallica, accentuate dalle condizioni di scarsa illuminazione della strada, essendo prevedibile, in tali condizioni che anche i veicoli transitanti nella corsia opposta a quella ostruita potessero spingersi fino alla mezzeria e andare a collidere contro l’ostacolo fisso, tuttavia, in modo illogico, incongruente e in palese contrasto con quanto da essa stessa affermato e sopra riportato, la medesima Corte ha ritenuto di ascrivere la responsabilità del sinistro al 50% all’A. per non aver tenuto rigorosamente la destra e per aver tenuto una condotta di guida non consona alle concrete condizioni della strada e inidonea a consentirgli l’arresto del motoveicolo davanti all’ostacolo fisso paratosi dinnanzi a lui. In particolare, evidenzia il ricorrente che la stessa Corte territoriale ha ritenuto l’esistenza di fattori esterni insuperabili (presenza di auto parcheggiate lungo il margine destro della corsia di marcia percorsa dall’A.) per i quali il danneggiato non poteva tenere rigorosamente la destra e che tanto era emerso anche dall’istruttoria espletata.

Assume, inoltre, l’A. che la Corte di merito, del tutto illogicamente e senza indicare le ragioni per le quali ha ritenuto di disattendere le risultanze dell’istruttoria, ha ritenuto che egli procedeva a velocità non adeguata alle concrete condizioni della strada ed evidenzia l’illogicità del riferimento operato dalla Corte di merito alla testimonianza del Rizzo per desumere l’inadeguatezza del comportamento dell’A., non avendo il teste operato alcun riferimento all’orario del suo passaggio sulla strada pure percorsa dal ricorrente né alle condizioni di detta strada al momento del suo passaggio.

Conclusivamente il ricorrente lamenta che la Corte di merito avrebbe obliterato e/o considerato in maniera erronea e/o illogica e contraddittoria fatti controversi e decisivi per il giudizio emersi nel corso dell’istruttoria che, se correttamente considerati, avrebbero determinato una pronuncia diversa da quella adottata.

  1. Con il secondo motivo si lamenta “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 comma 1 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 e.p.c.. Erroneità, contraddittorietà e/o insufficienza della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c. n. 5 in relazione alla ritenuta configurabilità del concorso di colpa del danneggiato”.

Sostiene il danneggiato che nella specie la transenna non era segnalata e non era avvistabile, che il sinistro è avvenuto di notte, sicché doveva escludersi che il pericolo fosse evidente e che il danneggiato avesse impiegato un grado di attenzione inferiore a quello esigibile, tenuto conto delle circostanze oggettive e ciò nonostante, del tutto irragionevolmente e pur in presenza di prove di segno opposto, la Corte di merito ha attribuito all’A. un concorso di colpa pari al 50% nella determinazione del sinistro di cui si discute in causa. Ciò costituirebbe, ad avviso del ricorrente, “violazione del principio del ragionevole affidamento sull’assenza di pericoli nell’utilizzo della strada demaniale urbana, al fine di escludere, nel caso di specie, l’applicazione dell’art. 1227 comma 1 [c.c.], e rende evidente nella sentenza … il vizio di motivazione di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c, essendo stati obliterati e/o considerati in maniera erronea e/o illogica e contradditoria, fatti controversi e decisivi per il giudizio, emersi nel corso dell’istruttoria di primo grado e pienamente provati, che, se fossero stati correttamente considerati, avrebbero

certamente determinato una pronuncia diversa da quella adottata”.

  1. 1 primi due motivi, che, essendo strettamente connessi, ben possono esser esaminati congiuntamente, sono fondati nei termini appresso specificati, precisandosi che, nel caso all’esame, essendo stata la sentenza impugnata pubblicata in data 24 novembre 2011, va applicato l’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. nella sua previgente formulazione.

La Corte di merito ha affermato che dall’istruttoria espletata è emerso che: 1) il fatto è avvenuto in ora notturna (poco dopo la mezzanotte), all’uscita di un tratto di strada che curvava a sinistra; 2) la strada era scarsamente illuminata; 3) la corsia di destra percorsa dal ciclomotore era ingombrata, sul Lo destro, da auto in sosta (era in corso una festa rionale), che ostruivano parzialmente la sede stradale e costringevano i conducenti a spostarsi verso il centro della carreggiata; 4) la transenna occupava per intero la corsia di sinistra, opposta a quella percorsa dal motociclo, dal margine destro della strada alla linea di mezzeria; 5) data la scarsità di luce e tenuto conto del colore della transenna metallica e dell’assenza di accorgimenti che la rendessero maggiorente visibile (nastro colorato, segnali, etc.), l’ostacolo non era facilmente avvistabile.

Alla luce di quanto precede la medesima Corte ha ritenuto che correttamente il Tribunale ha ravvisato “un profilo di responsabilità in concreto e non presunta” a carico del Comune “per aver permesso (o per non aver impedito) la collocazione della transenna, la cui posizione e le cui caratteristiche di scarsa visibilità., anche in rapporto alla situazione dei luoghi (strada buia, curva), hanno costituito la concausa determinante dell’incidente”. In particolare la medesima Corte ha evidenziato che “se infatti è vero che la barriera metallica era collocata sulla corsia di sinistra della strada, che il motociclo non avrebbe dovuto invadere, è altrettanto vero che l’ostacolo arrivava fino alla mezzeria (addirittura la oltrepassava leggermente secondo il teste Rizzo), e ciò costituiva una obiettiva fonte di pericolo anche per i veicoli sopraggiungenti dall’opposta direzione, tanto più che, in presenza di auto parcheggiate lungo il margine destro, questi erano indotti a spostarsi verso il centro della carreggiata, assecondando una generale (anche se irregolare) tendenza propria di chiunque percorra le curve sinistrorse (quella di “tagliare” la curva verso l’interno …)”.

La medesima Corte ha pure affermato che “La fonte della responsabilità va individuata non tanto nell’omessa segnalazione dell’ostruzione quanto nel non aver reso maggiormente visibile l’ostacolo anche per i veicoli transitanti nella corsia opposta a quella chiusa al traffico, attraverso idonei accorgimenti … volti a superare le obiettive difficoltà di avvistamento della barriera metallica, accentuati dalle condizioni di scarsa illuminazione della strada (anche il teste Rizzo ha dichiarato di avere rischiato di “sbatterai contro”). Nelle condizioni descritte, era infatti prevedibile l’evenienza che anche veicoli transitanti nella corsia opposta a quella ostruita potessero spingersi fino alla mezzeria e andare a collidere contro l’ostacolo fisso”.

Del tutto contraddittoriamente rispetto a quanto affermato dalla medesima Corte e appena riportato, la stessa ha poi però ritenuto di ascrivere un paritetico profilo di colpa al conducente del motociclo per non aver rigorosamente osservato la destra, oltre che per aver tenuto una condotta di guida non consona alle concrete condizioni della strada e inidonea a consentirgli l’arresto del veicolo davanti all’ostacolo fisso paratosi dinanzi a lui.

Quanto al primo profilo evidenziato dalla Corte, va rilevato che la contraddizione intrinseca della motivazione sul punto emerge in tutta la sua evidenza dal fatto che a p. 3 della medesima sentenza la Corte ha affermato – come già sopra riportato – che dall’istruttoria è emerso che la corsia percorsa dal ciclomotore era ingombrata, sul lato destro, da auto in sosta che costringevano i conducenti a spostarsi verso il centro della carreggiata, salvo poi a ritenere, affermando la concorrente responsabilità dell’A., l’assenza di prova che tale notevole scostamento dal margine destro sia stato determinato da altri fattori esterni insuperabili”. Né può valere a sanare tale intrinseca contraddizione della motivazione la circostanza, purc richiamata in sentenza, che il teste Rizzo sia riuscito ad evitare l’ostacolo, non risultando dalla sentenza impugnata a che ora sia avvenuto il passaggio di questi sul luogo del sinistro né quali fossero le condizioni di detta strada al momento di tale passaggio, con riferimento, in particolare alla visibilità e alla presenza di auto sul margine destro della carreggiata.

Neppure risultano adeguatamente indicate nella motivazione della sentenza impugnata le ragioni in base alle quali la Corte ha ritenuto che l’A. procedesse a velocità sostenuta, non essendo sufficiente la considerazione della detta Corte sul punto, secondo cui “il fatto di non essere riuscito ad avvistare l’ostacolo in tempo utile a fermare il veicolo non può che essere ascritto a distrazione o ad una velocità non commisurata alle concrete condizioni dci luoghi”, tanto più che la stessa Corte a p. 5 della sentenza ha affermato che, “data la scarsità di luce, il colore della transenna metallica e l’assenza di accorgimenti che la rendessero maggiormente visibile (nastro colorato, segnali, etc.), l’ostacolo non era facilmente avvistabile”.

  1. Dall’accoglimento dei primi due motivi del ricorso resta assobito l’esame dei restanti motivi.
  2. In conclusione, vanno accolti il primo e il secondo motivo del ricorso, vanno dichiarati assorbiti gli altri motivi; la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti e la causa va rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione, perché proceda ad una nuova valutazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il secondo motivo del ricorso, dichiara assorbito l’esame degli altri motivi; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Sup ma di Cassazione, il 10 febbraio 2016.

 

 

 

 

 

 

 

In particolare la’ dove, dopo avere correttamente premesso che “custode articolo 2051 e’ colui che ha la disponibilita’ materiale della cosa, e quindi il concessionario”, e che “l’articolo 5 della concessione, che si fonda sui principi di cui all’articolo 17 del regolamento di esecuzione del codice della navigazione, prevede che “sono a carico del concessionario tutti gli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria necessarie per la buona conservazione delle opere e degli impianti di proprieta’ dello Stato””, nell’affermare essere “facolta’ dell’amministrazione, in caso di inadempienza… procedere d’ufficio ai relativi lavori, rivalendosi sul deposito di cui all’articolo 17 reg. cod. nav.” e’ erroneamente pervenuta a concludere che nel caso “vi era, quindi, un dovere di vigilanza gravante sul Ministero concedente, sia con riferimento all’articolo 5 del rapporto di concessione (articolo 17 del regolamento di esecuzione del codice della Navigazione), sia in relazione agli obblighi di cui all’articolo 2043 c.c.”.

Conclusione raggiunta senza dare invero nemmeno congrua motivazione in ordine alla ravvisata sussistenza dei relativi presupposti applicativi.

 

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Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 20 ottobre 2016, n. 21221

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18823/2013 proposto da:

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI in persona del Ministro in carica domiciliato ex lege in ROMA, in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui e’ difesa per legge;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 340/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 08/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/04/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per l’Avvocatura dello Stato;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso; rimessione alle S.U. su L. n. 890 del 1982.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’8/4/2013 la Corte d’Appello di L’Aquila, in accoglimento del gravame interposto dai sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) nonche’ della sig. (OMISSIS) e in conseguente riforma della pronunzia Trib. L’Aquila 2/3/2007, ha accolto la domanda dai medesimi proposta nei confronti del Ministero delle infrastrutture e del Ministero dei trasporti (subentrati al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) di risarcimento dei danni subiti in conseguenza del sinistro verificatosi il (OMISSIS) a (OMISSIS), presso lo stabilimento “(OMISSIS)” della societa’ (OMISSIS) s.a.s., beneficiaria di concessione demaniale marittima, allorquando il (OMISSIS), “per recuperare una palla da gioco, rimbalzata oltre la recinzione, si era appoggiato ad uno steccato, ivi esistente, cercando di passare con il corpo disteso sotto la menzionata struttura che, pero’, priva di validi fermi e di agganci ai tronchi verticali ai quali doveva essere ancorata, rovinava sullo (OMISSIS) colpendolo sulla fronte ed immobilizzandolo al suolo”.

Sinistro all’esito del quale lo (OMISSIS) subiva una “tetraplegiapostraumatica con lesione mileica C5-C6”, con invalidita’ permanente al 100%.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti propone ora ricorso per cassazione, affidato a 6 motivi, illustrati da memoria.

Gli intimati non hanno svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “violazione e/o falsa applicazione degli articoli 101, 111 e 132 c.p.c., articoli 3, 24 e 111 Cost., L. n. 2 del 1999, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito gli abbia erroneamente liquidato somma a titolo di risarcimento del danno facendo riferimento a quanto liquidato in altro giudizio, di cui non e’ stato parte.

Con il 2 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” degli articoli 112, 323, 324 e 359 c.p.c., articolo 2909 c.c., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito l’abbia ritenuto esclusivo responsabile del sinistro de quo senza considerare che con la sentenza Trib. Pescara 21/11/2003, passata in giudicato, dello stesso e’ gia’ stata ritenuta responsabile la societa’ concessionaria dello stabilimento balneare, condannata al risarcimento dell’intero danno.

Con il 3 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” degli articoli 28, 29 e 49 c.n., articolo 34 Reg. nav. Marittima, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 10, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con il 4 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2043, 1229 e 2055 c.c., articolo 36 codice navale e ss., articolo 5 e ss., articolo 23 Reg. di esecuzione, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria” motivazione su punti decisivi della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito l’abbia erroneamente considerato tenuto a sorvegliare il concessionario dello stabilimento balneare, rispetto al quale non sussiste viceversa alcun suo obbligo al riguardo, atteso che quest’ultimo ha “uso esclusivo dell’area demaniale, e conseguentemente esclusivo potere di controllo sulla medesima, essendo pertanto il solo responsabile dei danni.

Lamenta che la corte di merito ha erroneamente interpretato la “clausola di esonero da responsabilita’ contenuto nel disciplinare di concessione”, che e’ nulla solo se “riferita a dolo o colpa grave del debitore.

Con il 5 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” degli articoli 2051 e 2059 c.c., articolo 185 c.p.c., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente “dato ingresso anche al danno morale soggettivo”, che non puo’ discendere dalla mera affermazione della responsabilita’ aquiliana del custode.

Con il 6 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’articolo 1227 c.c., in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ “omessa, insufficiente o contraddittoria” motivazione su punti decisivi della controversia, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito non abbia considerato il concorso di colpa della vittima.

Il 3 e il 4 motivo, che vanno preliminarmente e congiuntamente esaminati, in quanto logicamente prioritari e connessi, sono fondati e vanno accolti nei termini di seguito indicati.

Come questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare, il concessionario di area demaniale su cui insista uno stabilimento balneare e’ titolare di un diritto di proprieta’ superficiaria sulle opere stabili ivi legittimamente collocate, sia pure avente natura temporanea e soggetta a una peculiare regolamentazione in ordine al momento della sua modificazione, estinzione o cessazione (v. Cass., 12/1/2016, n. 362; Cass., 18/2/2014, n. 3761; Cass., 16/4/2008, n. 9935; Cass., 26/1/2007, n. 1718), ovvero di un diritto di natura personale, che puo’ essere fatto valere nei confronti del solo concedente, gravando sulla parte che invoca tale seconda configurazione giuridica l’onere di dedurne chiari indici rilevatori (v. Cass., 29/5/2001, n. 7300; Cass., 4/5/1998, n. 4402. E gia’ Cass., Sez. Un., 2/6/1984, n. 3351), tra i quali rilievo decisivo deve essere attribuito alla destinazione dell’opera, costruita dal concessionario al momento della cessazione del rapporto (v. Cass., 16/4/2008, n. 9935), essendo evidente “che, se essa torna nella disponibilita’ del concedente, ci troviamo in presenza di un rapporto obbligatorio” (cosi’ Cass., 3/12/2004, n. 22757).

Va al riguardo ulteriormente precisato che in entrambe le suddette ipotesi solamente allorquando non si realizzi il totale trasferimento all’appaltatore del potere di fatto sull’immobile non viene meno per il concedente la detenzione del bene e il conseguente dovere vigilanza e custodia (cfr., con riferimento all’ipotesi dell’appalto Cass., 18/7/2011, n. 15734), e conseguentemente la responsabilita’ nei confronti dei terzi danneggiati da sinistri come nella specie verificatisi all’interno del bene in concessione.

Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso i suindicati principi.

In particolare la’ dove, dopo avere correttamente premesso che “custode articolo 2051 e’ colui che ha la disponibilita’ materiale della cosa, e quindi il concessionario”, e che “l’articolo 5 della concessione, che si fonda sui principi di cui all’articolo 17 del regolamento di esecuzione del codice della navigazione, prevede che “sono a carico del concessionario tutti gli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria necessarie per la buona conservazione delle opere e degli impianti di proprieta’ dello Stato””, nell’affermare essere “facolta’ dell’amministrazione, in caso di inadempienza… procedere d’ufficio ai relativi lavori, rivalendosi sul deposito di cui all’articolo 17 reg. cod. nav.” e’ erroneamente pervenuta a concludere che nel caso “vi era, quindi, un dovere di vigilanza gravante sul Ministero concedente, sia con riferimento all’articolo 5 del rapporto di concessione (articolo 17 del regolamento di esecuzione del codice della Navigazione), sia in relazione agli obblighi di cui all’articolo 2043 c.c.”.

Conclusione raggiunta senza dare invero nemmeno congrua motivazione in ordine alla ravvisata sussistenza dei relativi presupposti applicativi.

Dell’impugnata sentenza, assorbiti gli altri motivi, s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di L’Aquila, che in diversa composizione procedera’ a nuovo esame, facendo del suindicato disatteso principio applicazione.

Il giudice del rinvio provvedera’ anche in ordine alla spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte p.q.r. il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di L’Aquila, in diversa composizione

 

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