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ACOMCOMCOMBELLASuprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  4 dicembre 2015, n. 24755

Ritenuto in fatto 

  1. – M.S., M.L.B. e M.M. – nella qualità di eredi legittimane del comune padre Ma.Sc., il quale, con testamento olografo, aveva lasciato ai suoi figli maschi la proprietà di tutti i suoi beni mobili e immobili e alla moglie l’usufrutto generale sugli stessi – convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Vicenza, i loro fratelli M.C., M.I. e M.L. e la comune madre B.M.E., chiedendo la riduzione delle disposizioni testamentarie del cuius e la reintegrazione di esse attrici nella loro quota di riserva, con la condanna dei convenuti alla corresponsione della quota dei frutti ad esse spettanti.
    Nella resistenza dei convenuti, l’adito Tribunale determinò il valore del compendio ereditario e il valore della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatane con riferimento al momento dell’apertura della successione, dichiarò proporzionalmente ridotte le disposizioni testamentarie del de cuius e dichiarò inammissibile – in quanto tardivamente proposta in sede di precisazione delle conclusioni – la domanda di divisione dei beni ereditari.
    2. – Con sentenza dell’11.6.2009, la Corte di Appello di Venezia rigettò l’appello principale proposto dalle attrici e gli appelli incidentali proposti dai convenuti M.C., M.I. e M.L. e confermò le predette statuizioni della pronuncia di primo grado.
    3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono M.S., M.L.B. e M.M. sulla base di quattro motivi.
    Resistono con controricorso M.C., M.I., anche nella qualità di eredi della comune madre B.M.E. , nel frattempo deceduta.
    M.L. , intimato in proprio e quale erede di B.M.E., e M.F., intimata solo nella qualità di erede della B. , non hanno svolto attività difensiva.
    Le ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto 

  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla quantificazione del valore globale dell’asse ereditario al momento dell’apertura della successione e al valore della quota di legittima spettante a ciascuna delle attrici sotto un duplice profilo: quello dell’avvenuta decurtazione del valore dei beni conseguente al rapporto di affitto gravante sugli stessi; e quello della mancata riduzione dell’usufrutto assegnato al coniuge superstite, nonostante che esso risultasse eccedente la quota disponibile.
    In particolare, con riferimento al primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato a decurtare il valore stimato dei beni immobili costituenti l’asse ereditario nella misura del 25% per la ritenuta esistenza di un contratto di affitto dei detti beni (costituiti da fondi agricoli), stipulato tra la comune madre B.M.E. (quale concedente) e il convenuto M.L. (quale affittuario); ciò in quanto non vi sarebbe prova di tale contratto di affitto e il contratto di affitto prodotto solo in appello dai convenuti sarebbe ininfluente, perché stipulato solo nell’anno 1995, ben otto anni dopo l’apertura della successione. Con riferimento al secondo profilo, si lamenta la carenza assoluta di motivazione in ordine alle deduzioni contenute nell’atto di appello, con le quali si lamentava che le attrici, seppur reintegrate nella loro quota di riserva sulla nuda proprietà dei beni relitti, non erano state reintegrate nella loro quota di riserva spettante sull’usufrutto assegnato alla madre, che era eccedente la quota disponibile e che doveva, pertanto, essere ridotto.
    Il primo profilo della censura non può trovare accoglimento.
    Dalla relazione del C.T.U., richiamata dalla parte resistente, risulta che il contratto di affitto in favore di M.L. , del quale si è tenuto conto ai fini della stima del valore dell’asse ereditario, era stato stipulato in data 1.7.1981 tra il de cuius (quale concedente) e M.L. (quale affittuario). Pertanto, ai fini della determinazione del valore dell’asse ereditario, si è tenuto conto di tale contratto preesistente alla morte del de cuius, e non del successivo contratto menzionato da parte ricorrente; e ciò trova conferma nel fatto che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha fatto riferimento ad un contratto di affitto esistente all’epoca dell’apertura della successione, evidentemente diverso da quello – stipulato tra B.M.E. e M.L. – prodotto nel successivo giudizio di appello; contratto quest’ultimo che, pertanto, non risulta essere stato posto a base delle conformi statuizioni sul punto dei giudici di primo e di secondo grado. Non è dubbio, invero, che la Corte di Appello, nel ribadire l’esistenza di un contratto di affitto, ha inteso fare riferimento al contratto accertato dal primo giudice e risultante dalla C.T.U., e non al successivo contratto prodotto nel giudizio di gravame.
    Sotto tale profilo, peraltro, la censura non supera neppure il vaglio di ammissibilità per difetto di autosufficienza, nella misura in cui non sono state trascritte nel ricorso le risultanze istruttorie complete relative al contratto di affitto, cosicché non si consente alla Corte una più approfondita verifica del denunciato vizio di motivazione.
    È fondato, invece, il secondo profilo della censura.
    A fronte della precisa censura mossa con l’atto di appello, la Corte territoriale ha omesso del tutto di motivare circa le ragioni per le quali la riduzione, da disporsi a seguito dell’accertata lesione delle quote di legittima spettanti alle attrici, non ha investito, oltre alla nuda proprietà degli immobili, anche l’usufrutto assegnato alla comune madre, che risultava eccedente la quota disponibile (secondo le risultanze della C.T.U., riportate nel ricorso, il valore dell’usufrutto era pari ad lire 199.360.00, mentre il valore della disponile ammontava a lire 91.000.000).
    Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, perché il giudice di rinvio esamini la censura de qua e decida di conseguenza.
    2. – Gli altri motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente.
    Col secondo motivo, si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., con riferimento a tre profili: alla omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura; alla omessa pronuncia sulla domanda accessoria per i frutti; e all’omesso ordine di trascrizione della richiesta sentenza attributiva della quota di titolarità sui beni relitti.
    Col terzo motivo di ricorso, si lamenta poi il vizio di motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta mancata proposizione di domanda di attribuzione pro quota in natura – a titolo di legittima – della proprietà dei beni relitti; si deduce, in particolare, che la Corte territoriale erroneamente avrebbe negato alle attrici l’attribuzione di una quota di comproprietà dei beni relitti per il fatto che le stesse non avevano chiesto la divisione dei beni ereditari, una cosa essendo l’azione di reintegrazione della quota di legittima, altra cosa la domanda di divisione dell’eredità.
    Col quarto motivo di ricorso, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
    Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:
    a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;
    b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;
    c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;
    d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.
    La censura è fondata.
    Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.
    Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.
    Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.
    La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.
    Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).
    Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.
    Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).
    Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro.
    Peraltro, quando – come nel caso di specie – la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge, in particolare dagli artt. 537 e segg. cod. civ. (la metà; un terzo; un quarto; etc.).
    Pertanto, il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.
    Diversa e distinta dall’azione di riduzione è l’azione di divisione ereditaria.
    E invero, mentre l’azione di riduzione tende, indipendentemente dalla divisione dell’asse ereditario, al soddisfacimento dei diritti dei legittimari nei limiti in cui tali diritti siano stati lesi dalle disposizioni testamentarie, l’azione di divisione tende allo scioglimento della comunione ereditaria già esistente.
    L’esercizio dell’azione di divisione ereditaria ha, dunque, come condizione imprescindibile l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto alla eredità, la quale non sussiste necessariamente nella situazione tutelabile con l’azione di reintegrazione della quota di legittima. Tanto è vero che il legittimario pretermesso dal testatore, escluso – in quanto tale – dalla comunione ereditaria, non è legittimato a chiedere la divisione se non dopo avere sperimentato con successo l’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva ed essere così divenuto partecipe della comunione dei beni ereditari (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 35 del 05/01/1967, Rv. 325650).
    Dall’autonomia e dalla diversità delle due azioni deriva che le stesse possono essere esercitate sia cumulativamente nello stesso processo sia separatamente l’una dall’altra; senza che, in ogni caso, la domanda di riduzione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di divisione né che la domanda di divisione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di riduzione (cfr., Sez. 2, Sentenza n. 20143 del 03/09/2013, Rv. 627603; Sez. 2, Sentenza n. 1408 del 23/01/2007, Rv. 595739; Sez. 2, Sentenza n. 866 del 12/02/1981, Rv. 411363; Sez. 2, Sentenza n. 3500 del 22/10/1975, Rv. 377675).
    Ha errato pertanto la Corte territoriale nell’affermare (p. 15 della sentenza impugnata) che “le appellanti non hanno mai chiesto la divisione dell’asse ereditario, ma solo la quantificazione della quota loro spettante, per cui, in questa fase processuale, non hanno alcun diritto per chiedere l’attribuzione della loro quota in natura”; ha errato sotto due profili.
    In primo luogo, perché le attrici, con la domanda introduttiva, avevano chiesto di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti e ciò era sufficiente per dichiararle eredi necessarie del de cuius e partecipi della comunione dei beni ereditari nei limiti delle quote per esse previste dalla legge.
    In secondo luogo, perché, alla stregua della rilevata autonomia e diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto all’azione di riduzione, la mancata valida proposizione della domanda di divisione da parte delle attrici non poteva pregiudicare il loro diritto di conseguire in natura le loro quote di legittima, ma avrebbe dovuto avere il solo effetto di determinare il protrarsi della comunione ereditaria. In altre parole, la mancata proposizione della domanda di divisione dei beni ereditali non avrebbe potuto spiegare alcun effetto sulla domanda di riduzione e di reintegrazione delle quote di legittima spettanti alle attrici.
    Ha errato, pertanto, la Corte di Appello di Venezia a riconoscere alle attrici solo un credito meramente pecuniario nei confronti dei convenuti; così come errò il Tribunale nel quantificare in una somma di denaro l’ammontare della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatarie.
    Se è vero infatti che la quantificazione in denaro del valore della quota di legittima spettante al riservatario serve strumentalmente – ai fini dell’accertamento della fondatezza dell’azione di riduzione – a valutare la sussistenza della lesione della quota di riserva e l’estensione della stessa, è pari menti vero che, ultimata tale valutazione, il giudice – nell’accogliere l’azione di riduzione – deve poi limitarsi a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi spettante a ciascun legittimario.
    2.2. – Parimenti fondata è la censura di cui al quarto motivo di ricorso, con la quale si deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel negare alle legittimarie la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    Secondo la Corte di Appello di Venezia, “essendo volontà del de cuius che i terreni rimanessero nell’esclusiva disponibilità dei tre figli maschi, è evidente come lo stesso avesse già operato la divisione dei suoi beni, liquidando in vita le figlie in denaro, onde a queste spetta il solo credito pecuniario nei confronti dell’eredità ex art. 734 c.c.” (p. 15 della sentenza impugnata).
    Con ciò la Corte territoriale è incorsa nella denunciata violazione dell’art. 735 cod. civ., che prevede la nullità della divisione nella quale il testatore non abbia compreso le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva, tra i diversi beni, somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimane in luogo dei beni immobili relitti.
    Trattasi di una nullità che costituisce corollario del carattere inderogabile delle disposizioni in tema di reintegrazione della quota di legittima; essa può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (art. 1421 cod. civ.).
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte secondo cui il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ. (Sez. 2, Sentenza n. 3694 del 12/03/2003, Rv. 561111; Sez. 2, Sentenza n. 16698 del 11/08/2015, Rv. 636171; Sez. 2, Sentenza n. 3599 del 23/03/1992, Rv. 476411).
    Né la Corte territoriale avrebbe potuto riconoscere validità alla scrittura privata stipulata il 16.3.1975 tra il de cuius – ancora in vita – e le sue figlie (odierne attrici), con la quale queste ultime accettarono una somma di denaro “a tacitazione completa della futura eredità”: sia perché, ai sensi dell’art. 557 comma 2 cod. civ., l’azione di riduzione è irrinunciabile finché il donante è in vita; sia perché l’art. 458 cod. civ. (sotto la rubrica “Divieto di patti successori”) dichiara espressamente nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta o rinunzia ai medesimi.
    In definitiva, è priva di ogni fondamento giuridico la ratio decidendi alternativa individuata dalla Corte territoriale per giustificare la mancata attribuzione alle attrici delle loro quote di legittima in natura; conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata anche sotto il profilo della riconosciuta validità della divisione testamentaria disposta dal de cuius ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    2.3. – Conseguente alla ritenuta fondatezza delle censure dianzi esaminate – e all’accoglimento del ricorso relativamente alle medesime – è l’assorbimento della censura di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta l’omessa pronuncia sulla domanda accessoria relativa ai frutti.
    Il mancato riconoscimento dei frutti era coerente – nel percorso logico seguito dai giudici di merito – con la mancata attribuzione dei beni in natura alle attrici legittimane e col riconoscimento ad esse di un mero diritto di credito. Una volta però riconosciuto che alle attrici spetta l’attribuzione delle loro quote di legittima in natura, va riconosciuta loro anche la corresponsione dei frutti dei beni ereditari dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alle quote astratte di eredità a ciascuna di esse spettanti su tali beni.
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte, secondo cui al legittimario cui venga restituito un immobile per reintegrare la quota di legittima spetta, a norma dell’art. 561 cod. civ., anche il diritto ai frutti quali accessori del bene, in relazione al suo mancato godimento (Sez. 2, Sentenza n. 7478 del 05/06/2000, Rv. 537243).
    2.4. – Parimenti assorbita nell’accoglimento delle censure esaminate nei paragrafi 2.1. e 2.2., è la doglianza di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta il mancato ordine di trascrizione delle quote di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    Sul punto, è comunque il caso di osservare che, se al legittimario spetta l’attribuzione della sua quota di legittima in natura (in particolare, spetta – nel caso di pluralità di eredi – una quota della comproprietà dei beni ereditari), non è dubbio che il giudice di merito è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari, a dichiarare la quota di proprietà sugli stessi che spetta al legittimario e a disporre la trascrizione di tale titolo di proprietà nei pubblici registri immobiliari.
    Ha errato, pertanto, la Corte territoriale a ritenere che, in assenza di domanda di divisione, nulla vi è da trascrivere nei registri immobiliari (p. 17 della sentenza impugnata): una cosa è, invero, la domanda di divisione ereditaria, quale richiesta di scioglimento di una comunione esistente; altra cosa è l’azione di riduzione, quale istanza per la costituzione della comunione ereditaria – prima inesistente – tra legittimari ed eredi testamentari. E con la costituzione della comunione ereditaria tra eredi legittimari ed eredi testamentari, sorge la necessità di disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, delle quote di comproprietà sui beni della comunione ereditaria indivisi spettanti ai singoli eredi.
    In tal senso, dopo aver riconosciuto la partecipazione delle attrici alla comunione ereditaria, avrebbero dovuto provvedere i giudici di merito.
    3. – In definitiva, il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale si conformerà, ai sensi dell’art. 384 comma 2 cod. proc. civ., ai seguenti principi di diritto:
    – “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, va effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni”;
    – “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;
    – “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;
    – “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;
    – “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.
    Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M. 

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della C

 

 A1A1

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione tributaria

sentenza 26 novembre 2014, n. 25116

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI IASI Camilla – Presidente

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere

Dott. GRECO Antonio – Consigliere

Dott. CIGNA Mario – Consigliere

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) e (OMISSIS), in qualita’ di eredi accettanti con beneficio d’inventario di (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende in forza di procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore p.t., domiciliata in Roma Via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ex lege;

– controricorrente –

e

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del ministro p.t.;

– intimato –

e

(OMISSIS) spa, gia’ (OMISSIS) spa, in persona del legale rappresentate p.t.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 6/5/2008 della Commissione Tributaria regionale del Veneto, depositata il 17/03/2008;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/09/2014 dal Consigliere Dott. Giulia Iofrida;

Uditi l’Avv.to (OMISSIS), per parte ricorrente, e l’Avvocato dello Stato, (OMISSIS), per parte controricorrente;

Udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SORRENTINO Federico, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) e (OMISSIS), in qualita’ di eredi accettanti con beneficio d’intervento di (OMISSIS), propongono ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di (OMISSIS) spa, gia’ (OMISSIS) spa, avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Veneto n. 6/05/2008, depositata in data 17/03/2008, con la quale, in una controversia concernente l’impugnazione di tre cartelle di pagamento traenti origine da un avviso di accertamento ritualmente notificato a (OMISSIS), divenuto definitivo per mancata impugnazione, riguardanti maggiori IRPEF dovute per gli anni 1997 e 2001, e’ stata confermata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso dei contribuenti, basato sul fatto che essi, avendo accettato l’eredita’ con beneficio d’inventario, erano tenuti al pagamento dei debiti ereditari nei limiti del valore dei beni loro pervenuti.

In particolare, i giudici d’appello – premettendo di essere competenti a vagliare in via incidentale la sussistenza del beneficio di escussione in capo agli appellanti e che la decadenza di questi ultimi, per mancata redazione dell’inventario nel termine di legge, era stata gia’ eccepita dall’Ufficio sin dalla costituzione in giudizio (“pag. 3 righi 5 e 6”), con conseguente non necessita’ per lo stesso, vittorioso in primo grado, di proporre appello incidentale – hanno sostenuto che i contribuenti erano decaduti, avendo accettato l’eredita’ con beneficio d’inventario il 14 gennaio 2003 ed eretto l’inventario soltanto nel settembre 2003, non potendo neppure ritenersi che il giudice civile, su loro, tardiva, richiesta, del luglio 2003, di autorizzazione per l’erezione dell’inventario, avesse prorogato il termine di presentazione, “perche’ nessun provvedimento in tal senso e’ stato assunto dal giudice”.

La sola intimata Agenzia delle Entrate ha depositato controricorso.

I ricorrenti hanno depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. I ricorrenti lamentano, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 c.p.c., n. 3, degli articoli 484, 485, 486, 487, 493, 494 e 505 c.c., dovendo ritenersi, contrariamente a quanto ritenuto dalla C.T.R., che la limitazione di responsabilita’ per l’erede accettate con beneficio d’inventario consegua alla sola, dichiarazione di accettazione beneficiata e che i creditori del de cuius, laddove abbiano interesse a superare la limitazione di decadenza del beneficio, siano tenuti a proporre apposita domanda di decadenza (in particolare, per mancato compimento dell’inventario nei termini previsti dagli articoli 485 e 487 c.c.) al giudice competente, in difetto della quale alcun altro provvedimento puo’ essere adottato dal giudice adito, nell’azione personale di esecuzione del debito fiscale.Con il secondo motivo, gli stessi invocano altresi’ la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 c.p.c., n. 3, del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 57, e articoli 112, 345 e 347 c.p.c., non avendo i giudici della C.T.R. ritenuto nuova la domanda di decadenza dei ricorrenti dall’accettazione beneficiata, proposta per la prima volta in appello, ed avendo gli stessi giudici ritenuto di dover pronunciare sulla questione, pur in difetto di appello incidentale da parte dell’Ufficio sul punto, deciso in senso sfavorevole dal giudice di primo grado (che aveva ritenuto di non poter decidere in ordine alla questione relativa alla valenza o meno dell’autorizzazione del giudice ordinario alla erezione dell’inventario, essendo competente esclusivamente il giudice ordinario).

Infine, con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano anche la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 c.p.c., n. 3, degli articoli 769 e 768 c.p.c., articoli 487 e 505 c.p.c., avendo i giudici della C.T.R. ritenuto di potere disapplicare il decreto del Tribunale civile, assunto ex articolo 769 c.c., che autorizzava gli eredi accettanti alla erezione di inventario e concedeva implicitamente una proroga all’incombente dell’inventario.

  1. La prima censura e’ infondata.

2.1. Questa Corte a Sezioni Unite ha gia’ affermato (Cass. 467/2000) che “il giudice tributario ha il potere di risolvere – senza efficacia di giudicato questioni attribuite alla competenza giurisdizionale di altro giudice, quando da tale risoluzione dipenda la decisione sull’oggetto del giudizio, ma non quello di decidere tali questioni, con efficacia di giudicato, su espressa domanda di parte, in applicazione dell’articolo 34 c.p.c.. Pertanto, il riconoscimento al giudice tributario del potere di decisione su questioni pregiudiziali, attribuite alla competenza del giudice civile, non priva la parte privata della possibilita’ di ottenere, sulle stesse questioni, una decisione del giudice civile con efficacia di giudicato” (in particolare, in detto giudizio, la domanda aveva ad oggetto l’accertamento della qualita’ di eredi beneficiati e si e’ affermato che le Commissioni tributarie hanno il potere di decidere sull’esistenza di tale qualita’ o sull’avvenuto compimento o non compimento, da parte degli eredi, di atti che comportavano l’acquisto puro e semplice dell’eredita’).

Anche in altra decisione (Cass. 7792/2005), questa Corte ha espressamente chiarito che “la giurisdizione tributaria, avendo ad oggetto sia l’”an” che il “quantum” della pretesa tributaria, comprende anche l’individuazione del soggetto tenuto al versamento dell’imposta o dei limiti nei quali esso, per la sua qualita’, sia obbligato; ne consegue che, qualora tra i debiti ereditari rientri un debito di imposta (nella specie, imposta di registro ed INVIM) e l’erede abbia accettato con beneficio di inventario, spetta alle commissioni tributarie conoscere dell’impugnazione dell’avviso di liquidazione con cui esso erede con beneficio d’inventario, adducendo la propria responsabilita’ per il debito fiscale ereditario nei limiti di valore dei beni a lui pervenuti (“ex” articolo 490 c.c., comma 2, n. 2), faccia valere il vizio proprio di tale atto impositivo, ad esso destinato, in quanto volto a conseguire il pagamento dell’intera imposta, e non in quanto possibile per effetto della accettazione beneficiata. Del resto, se cosi’ non fosse, qualsiasi forma di tutela, concernente la ridotta responsabilita’ dell’erede accettante con beneficio di inventario per il debito d’imposta imputabile al “de cuius”, sarebbe, nella sede ordinaria, preclusa dalla definitivita’ dell’avviso di liquidazione”.

In sostanza, i giudici tributari, in sede di impugnazione dell’iscrizione a ruolo di un debito fiscale ereditario, erano competenti a vagliare, sia pure incidenter tantum, la sussistenza o meno della qualita’ dei contribuenti, obbligati passivi, di eredi accettanti con beneficio d’inventario, ai fini della corretta quantificazione del debito d’imposta.

2.2. Inoltre, non spettava all’Amministrazione finanziaria dimostrare la decadenza degli eredi dall’accettazione con beneficio per mancata tempestiva redazione dell’inventario nel termine di legge, quanto agli stessi ricorrenti dimostrare di possedere tutti i requisiti per godere della qualita’ di eredi accettanti con beneficio d’inventario, comportando l’omessa redazione dell’inventario un omesso acquisto della suddetta qualita’ di erede e non una causa di decadenza (cfr. Cass. 11030/2003: “Il creditore che, agendo contro l’erede accettante con beneficio d’inventario, intenda farne valere la responsabilita’ ultra vires per il mancato compimento dell’inventario stesso nei termini previsti dagli articoli 485 e 487 c.c., non ha alcun onere di provare la dedotta omissione o ritardo, dovendo per converso, l’erede in accettazione beneficiata provare, in positivo, la circostanza de qua, rappresentando la tempestiva formazione dell’inventario un elemento costitutivo del relato beneficio”).

Infatti, l’articolo 484 c.c., nel prevedere che l’accettazione con beneficio d’inventario si fa con dichiarazione, preceduta o seguita dalla redazione dell’inventario, delinea una fattispecie a formazione progressiva di cui sona elementi costitutivi entrambi gli adempimenti ivi previsti, cosicche’, se, da un lato, la dichiarazione di accettazione con beneficio d’inventario ha una propria immediata efficacia, determinando il definitivo acquisto della qualita’ di erede, da parte del chiamato, che subentra percio’ in “universum ius defuncti”, compresi debiti del “de cuius”, d’altra canto essa non incide sulla limitazione della responsabilita’ “intra vires” che e’ condizionata (anche) alla preesistenza o alla tempestiva sopravvenienza dell’inventario, in mancanza del quale l’accettante e’ considerato erede puro e semplice (articoli 485, 487 e 480 c.c.) non perche’ abbia perduto “ex post” il beneficio ma per non averlo mai conseguito (cfr. Cass. 16739/2005).

Le norme che impongono il compimento dell’inventario in determinati termini non ricollegano mai all’inutile decorso del termine stesso un effetto di decadenza, ma sanciscono sempre come conseguenza che l’erede viene considerato accettante “puro e semplice”, mentre la decadenza e’ chiaramente ricollegata solo ed esclusivamente ad alcune altre condotte, che attengono alla fase della liquidazione e sono quindi necessariamente successive alla redazione dell’inventario.

  1. Anche il terzo motivo (strettamente correlato al primo) e’ infondato.

Il decreto con il quale il competente giudice ordinario ordina la formazione dell’inventario, designando a tal fine un cancelliere o un notaio, ai sensi dell’articolo 769 c.p.c., e quello che concede la proroga del termine per la redazione del medesimo sono provvedimenti emessi all’esito di un procedimento di cui e’ parte il solo istante e nel quale il giudice si limita ad accertare la riconducibilita’ del medesimo alle categorie di persone aventi diritto alla rimozione dei sigilli ai sensi dell’articolo 763 c.p.c.; ne consegue che tali provvedimenti, non contenendo alcuna decisione in merito alla capacita’ a succedere del soggetto richiedente, sono, riconducibili alla giurisdizione volontaria, e quindi privi del carattere di decisorieta’ e inidonei a passare in giudicato, con la: conseguenza che non sono stati ritenuti impugnabili col, ricorso straordinario per cassazione al sensi dell’articolo 111 Cost. (Cass. 922/2010 e 10446/2012).

Tale decreto pertanto non era, nella specie, ostativo all’accertamento, sia pure incidentale, della qualita’ di erede accettante come beneficio d’inventario da parte del giudice tributario.

Come correttamente affermato dai giudici della C.T.R., peraltro, non risulta che, con il decreto adottato ex articolo 769 c.c., sia stata altresi’ concessa una proroga al compimento, dell’inventario, ai sensi degli articoli 487 e 485 c.c., potendo questa essere accordata solo una volta, in presenza di fatti giustificativi, allorche’ l’inventario sia stato cominciato e non completato nel termine di legge (nella specie, trattandosi, come si evince dallo stesso ricorso, di eredi che non si trovavano nel possesso dei beni ereditari, entro tre mesi dalla dichiarazione di accettazione con il beneficio d’inventario).

  1. Del pari e’ infondato il secondo motivo, in quanto, come correttamente ritenuto dai giudici della C.T.R., il perfezionamento o meno della fattispecie di accettazione di eredita’ beneficiata (ovvero, in difetto, la qualita’ di eredi “puri e semplici” dei ricorrenti) costituiva l’oggetto del contendere sin dal primo grado del giudizio, avendo l’Amministrazione Finanziaria comunque contestato il mancato compimento dell’incombente relativo alla redazione dell’inventario, cosicche’ non vi era stata una domanda nuova, proposta in appello dall’Ufficio, di una pronuncia di decadenza dei ricorrenti.

Peraltro, essendo comunque l’Agenzia delle Entrate vittoriosa in primo grado, stante il rigetto del ricorso dei contribuenti, la stessa non aveva necessita’ di proporre appello incidentale sulla questione, avendo soltanto l’onere di riproporre le eccezioni disattese o rimaste assorbite (essendo, sul punto, carente di interesse) (Cass. 14925/2011 e Cass. 15641/2004).

  1. Per tutto quanto sopra esposto, il ricorso deve essere respinto.

Le spese processuali, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna i ricorrenti, in solido, al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimita’, liquidate in complessivi euro 5.300,00, a titolo di compensi, oltre rimborso delle spese forfettarie, nella misura del 15%, ed eventuali spese prenotate a debito.

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Suprema Corte di Cassazione

sezione II civile

sentenza 31 ottobre 2016, n. 22017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere

Dott. SCARPA Antonino – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23444/2012 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), IN PROPRIO E IN QUALITA’ DI CHIAMATO ALL’EREDITA’ DI (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA P.ZZA CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE rappresentato e difeso dagli Avvocati (OMISSIS);

– ricorrente –

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 1001/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 24/02/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/09/2016 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS), difensore del ricorrente che si riporta agli atti depositati;

udito l’Avvocato (OMISSIS), difensore dei resistenti che si riporta agli atti depositati;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per l’accoglimento 1-2 motivo, assorbito 3 motivo, rigetto 4 motivo del ricorso principale, rigetto ricorso incidentale condizionato, accoglimento del ricorso incidentale autonomo.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 Con atto 3.12.1994 le sorelle (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) convennero (OMISSIS) e (OMISSIS) (rispettivamente fratello e madre) davanti al Tribunale di Latina domandando lo scioglimento della comunione di un terreno agricolo con sovrastanti fabbricati (in catasto al fol. (OMISSIS) p.lle (OMISSIS)) e di di altro terreno (distinto al fol. (OMISSIS) p.lla (OMISSIS)), siti nel comune di (OMISSIS), gia’ appartenenti al loro genitore (OMISSIS), deceduto ab intestato in data (OMISSIS).

I convenuti eccepirono innanzitutto la prescrizione del diritto delle attrici ad accettare l’eredita’ e in via riconvenzionale chiesero che venisse dichiarata la nullita’ della donazione effettuata dal de cuius in favore della figlia (OMISSIS).

2 L’adito Tribunale con sentenza non definitiva 1797/2004 accolse l’eccezione di prescrizione del diritto ad accettare l’eredita’ e rigetto’ pertanto la domanda di scioglimento della comunione avanzata dalle attrici.

La sentenza venne impugnata dalle soccombenti e la Corte d’Appello di Roma, con sentenza non definitiva 1001/2012, ribaltando l’esito del giudizio, accolse la domanda di divisione dichiarando aperta la successione di (OMISSIS). Dispose quindi la rinnovazione del progetto divisionale e rigetto’ la domanda dei convenuti (OMISSIS) e (OMISSIS) volta ad ottenere la dichiarazione di appartenenza alla comunione legale del terreno acquistato dal de cuius e dalla moglie (OMISSIS).

Per giungere a tale conclusione la Corte di merito, per quanto ancora interessa, rilevo’:

– che l’eccezione di prescrizione del diritto ad accettare l’eredita’ doveva ritenersi infondata in presenza di un tempestivo atto di accettazione tacita, rappresentato dalla proposizione di un ricorso in Commissione Tributaria contro un avviso di accertamento di maggior valore dei beni caduti in successione;

– che la domanda riconvenzionale di accertamento della comproprieta’ del 50% del terreno acquistato dal de cuius dall’Opera Nazionale Combattenti risultava rinunziata;

– che la domanda di rendiconto formulata dalle appellanti nei confronti di (OMISSIS) doveva ritenersi assorbita in quanto subordinata all’accoglimento della domanda di accertamento della comunione legale del terreno acquistato con atto del (OMISSIS);

3 Tale decisione e’ stata impugnata per cassazione con quattro motivi da (OMISSIS), in proprio e quale erede di (OMISSIS) (deceduta nelle more del giudizio di appello).

Le sorelle (OMISSIS) resistono con controricorso contenente a sua volta, sulla base di un unico motivo, ricorso incidentale “principale” e incidentale “condizionato all’accoglimento del quarto motivo”.

Le parti hanno depositato memorie ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 Evidenti ragioni di priorita’ logica impongono di esaminare innanzitutto l’eccezione delle sorelle (OMISSIS) con cui si deduce “preliminarmente” l’inammissibilita’ del ricorso “che doveva essere notificato anche alle attuali controricorrenti nella loro qualita’ di chiamate all’eredita’ di (OMISSIS)”.

L’eccezione, – riguardante una questione preliminare di rito, ma inspiegabilmente trattata nella parte finale del controricorso – e’ priva di fondamento perche’ le richieste di notifica in calce al ricorso risultano fatte per le sorelle (OMISSIS) anche in qualita’ di eredi della madre (OMISSIS) e comunque la regolare costituzione di costoro, con sostanziale espletamento di attivita’ difensiva anche nella suddetta veste – come meglio si vedra’ – dimostra il pieno raggiungimento dello scopo dell’atto in applicazione di un generalissimo principio operante nel nostro ordinamento.

1 bis-2 Venendo all’esame dei motivi del ricorso, col primo di essi, viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 476 c.c., nonche’ il vizio di omessa e insufficiente motivazione.

Con riferimento alla ritenuta accettazione tacita dell’eredita’ (OMISSIS), il ricorrente critica la decisione della Corte d’Appello osservando che agli atti manca la copia del ricorso al giudice tributario (posto a base della decisione sull’eccezione di prescrizione), ritenendo inidonea la sentenza della CTP, ben potendo il ricorso non essere stato debitamente sottoscritto da tutte le sorelle (OMISSIS).

Col secondo motivo, deducendo sempre la violazione dell’articolo 476 c.c., il ricorrente critica la tesi che ravvisa un atto di accettazione tacita nel ricorso contro un avviso di accertamento di maggior valore rispetto a quello dichiarato in denunzia di successione, trattandosi, a suo dire, di un atto avente mera natura conservativa, come appunto la denunzia di successione o l’atto di pagamento della relativa imposta.

Queste due censure – ben suscettibili di essere esaminate congiuntamente – sono prive di fondamento.

L’accettazione tacita di eredita’ puo’ desumersi soltanto dall’esplicazione di un’attivita’ personale del chiamato tale da integrare gli estremi dell’atto gestorio incompatibile con la volonta’ di rinunziare, e non altrimenti giustificabile se non in relazione alla qualita’ di erede, con la conseguenza che non possono essere ritenuti atti di accettazione tacita quelli di natura meramente conservativa che il chiamato puo’ compiere anche prima dell’accettazione, ex articolo 460 c.c.. L’indagine relativa alla esistenza o meno di un comportamento qualificabile in termini di accettazione tacita, risolvendosi in un accertamento di fatto, va condotta dal giudice di merito caso per caso (in considerazione delle peculiarita’ di ogni singola fattispecie, e tenendo conto di molteplici fattori, tra cui quelli della natura e dell’importanza, oltreche’ della finalita’, degli atti di gestione), e non e’ censurabile in sede di legittimita’, purche’ la relativa motivazione risulti immune da vizi logici o da errori di diritto (v. cass. Sez. 3, Sentenza n. 12753 del 17/11/1999 Rv. 531230; Sez. 2, Sentenza n. 5688 del 19/10/1988 Rv. 460226).

Venendo al caso che ci occupa, la valenza del ricorso in commissione tributaria quale atto di accettazione tacita dell’eredita’ e’ stata gia’ affrontata da questa Corte che, differenziando tale particolare ipotesi dalla mera denunzia di successione o dal pagamento della relativa imposta, ha affermato il principio secondo cui la denuncia di successione ed il pagamento della relativa imposta, con riferimento al valore del patrimonio relitto dichiarato nella predetta denuncia, non comportano accettazione tacita della eredita’, trattandosi di adempimenti fiscali che, in quanto diretti ad evitare l’applicazione di sanzioni, hanno solo scopo conservativo e rientrano, quindi, tra gli atti che il chiamato a succedere puo’ compiere in base ai poteri conferitigli dall’articolo 460 c.c.; implicano, invece, accettazione tacita dell’eredita’ il ricorso alla Commissione Tributaria contro l’avviso di accertamento del maggior valore notificato dall’Amministrazione Finanziaria e a successiva stipulazione di un concordato per la definizione della controversia perche’ questi atti, indipendentemente dalla specifiche intenzioni del chiamato alla eredita’, non sono meramente conservativi ma tendono alla definitiva soluzione della questione fiscale (Sez. 2, Sentenza n. 5463 del 18/05/1995 Rv. 492323).

Ebbene, a tale principio la Corte d’Appello si e’ ispirata nell’attribuire – attraverso un tipico apprezzamento in fatto congruamente motivato – valore di atto di accettazione tacita dell’eredita’ al ricorso tributario, la cui esistenza e’ stata desunta indirettamente, ma del tutto logicamente, dalla sentenza conclusiva di quel giudizio. Avendo poi la Corte d’Appello dato atto che dal testo della pronuncia del giudice tributario risultavano menzionati, tra i ricorrenti, anche “le odierne appellanti”, consegue altrettanto logicamente che sarebbe stato preciso onere degli appellati, ed oggi del ricorrente (OMISSIS), dimostrare il contrario e non limitarsi a sollevare (col primo motivo) mere illazioni sulla regolare proposizione di quel contenzioso, anche perche’ non risulta neppure impugnata la sentenza della Commissione Tributaria valorizzata dalla Corte d’Appello.

Altro errore in cui pure mostra di incorrere il ricorrente (col secondo motivo) sta nell’avere esteso immotivatamente la natura di mero atto conservativo (tipica della denunzia di successione) al ricorso in commissione tributaria, senza pero’ criticare specificamente il citato principio di diritto che invece, del tutto correttamente, i giudici di merito hanno richiamato a sostegno della loro decisione.

3 Col terzo motivo si denunzia violazione dell’articolo 345 c.p.c.: si sostiene che la Corte d’Appello avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda di accertamento della comunione ereditaria fondata su motivi diversi da quelli prospettati in primo grado. Secondo il ricorrente, sia nel corso del giudizio di primo grado (attraverso l’introduzione di una domanda di riconoscimento della esistenza di una comunione tacita familiare e di impresa familiare) sia nel giudizio di appello (attraverso la deduzione di atti di accettazione rappresentati da voltura catastale e da un ricorso in commissione tributaria) erano state proposte domande nuove e la Corte di merito avrebbe dovuto avvedersene dichiarandone di ufficio l’inammissibilita’.

Il motivo e’ infondato sotto entrambi i profili.

Quanto alle questioni introdotte in appello, certamente l’articolo 345 c.p.c., anche nel vecchio testo, prevedeva il rilievo, anche di ufficio, della inammissibilita’ delle domande nuove.

Ma nel caso di specie, la situazione e’ ben diversa: la deduzione di atti di accettazione tacita non indicati in primo grado certamente non rappresenta una domanda nuova ma, al piu’, una emendatio libelli, ammissibile nel giudizio di appello, peraltro regolato dal vecchio rito. Le attrici, infatti, deducendo di essere eredi di (OMISSIS), avevano chiesto al Tribunale lo scioglimento della comunione ereditaria e tale domanda e’ stata da esse puntualmente riproposta in appello: quindi, ne’ il petitum ne’ la causa petendi risultano alterati.

Come gia’ chiarito da questa Corte, a norma dell’articolo 345 c.p.c., si ha domanda nuova, inammissibile in appello, quando la modifica della domanda originale si risolva in una pretesa sostanzialmente e formalmente diversa da quella fatta valere in primo grado, mentre si e’ in presenza di una mera e consentita “emendatio” allorche’ la modifica della domanda venga ad incidere sul “petitum” solo nel senso di adeguarlo in una direzione piu’ idonea a legittimare la concreta attribuzione del bene materiale oggetto dell’originaria domanda (Sez. 1, Sentenza n. 26905 del 10/11/2008 Rv. 605818; sez. 2, Sentenza n. 4034 del 21/02/2007 Rv. 596777).

Per quel che attiene alle questioni introdotte dalle (OMISSIS) nel corso del giudizio davanti al Tribunale pontino, questa Corte ha piu’ volte affermato che, con riguardo a procedimento pendente alla data del 30 aprile 1995, il divieto di introdurre una domanda nuova nel corso del giudizio di primo grado non e’ sanzionabile in presenza di un atteggiamento non oppositorio della controparte, che integra l’accettazione del contraddittorio e che e’ individuabile nella richiesta di rigetto delle avverse pretese, la quale e’ estensivamente riferibile anche alla domanda subordinata (v. Sez. 3, Sentenza n. 4366 del 19/03/2012 Rv. 621614; Sez. 3, Sentenza n. 20953 del 27/09/2006 Rv. 592711).

Nel caso di specie – a prescindere da ogni valutazione sulla novita’ o meno della domanda introdotta in corso di causa – il ricorso avrebbe dovuto innanzitutto chiarire se a suo tempo sia stata formulata la relativa eccezione di non accettazione del contraddittorio, ma cio’ non risulta affatto, in palese violazione del principio di autosufficienza, e pertanto non coglie nel segno neppure la doglianza sulle richieste avanzate nel corso del primo grado del giudizio (assoggettato, lo si ripete, al vecchio rito).

4 Con il quarto motivo il (OMISSIS), in veste di chiamato all’eredita’ della madre (OMISSIS), morta nelle more del giudizio di appello, deduce, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4 e articolo 112 c.p.c., la violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato – Insussistenza della rinunzia da parte di (OMISSIS) all’accertamento della comproprieta’ del 50% dei beni oggetto della divisione. Ad avviso del ricorrente, la Corte d’Appello, nel dichiarare che (OMISSIS) aveva rinunziato alla domanda di accertamento della proprieta’ del 50% dell’intero patrimonio de cuius, e’ incorsa nel vizio di ultrapetizione perche’ una tale domanda non era mai stata proposta in primo grado, ma solo in appello e come tale avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile di ufficio per violazione dell’articolo 345 c.p.c.: in primo grado – precisa il (OMISSIS) – la (OMISSIS) aveva chiesto l’accertamento della proprieta’ del 50% di un immobile donato dal de cuius alla figlia (OMISSIS).

Questa censura e’ infondata.

Il potere-dovere del giudice di inquadrare nella esatta disciplina giuridica i fatti e gli atti che formano oggetto della contestazione incontra il limite del rispetto del “petitum” e della “causa petendi”, sostanziandosi nel divieto di introduzione di nuovi elementi di fatto nel tema controverso, sicche’ il vizio di “ultra” o “extra” petizione ricorre quando il giudice di merito, alterando gli elementi obiettivi dell’azione (“petitum” o “causa petendi”), emetta un provvedimento diverso da quello richiesto (“petitum” immediato), oppure attribuisca o neghi un bene della vita diverso da quello conteso (“petitum” mediato), cosi’ pronunciando oltre i limiti delle pretese o delle eccezioni fatte valere dai contraddittori (tra le varie, sez. 3, Sentenza n. 18868 del 24/09/2015 Rv. 636968; Sez. L, Sentenza n. 455 del 11/01/2011 Rv. 616369).

La situazione, nel caso di specie, e’ diversa: il giudice di appello non ha emesso ne’ un provvedimento diverso da quello richiesto, ne’ ha attribuito o negato un bene della vita diverso da quello conteso: si e’ solo limitato a ravvisare la rinunzia in appello ad una domanda precedentemente avanzata e riguardante in particolare il terreno acquistato dal de cuius dall’Opera Nazionale Combattenti (v. pag. 5), in applicazione della regola di cui all’articolo 346 c.p.c. (decadenza dalle domande e dalle eccezioni non riproposte).

Sulla base di tale premessa, ha quindi rigettato la relativa domanda.

L’interpretazione della domanda, ma anche della relativa rinunzia, rientra – come e’ noto – nelle prerogative del giudice di merito ed e’ incensurabile in cassazione se sorretta da adeguata motivazione. La censura, impostata esclusivamente sotto il profilo dell’ultrapetizione e non sotto quello motivazionale, ancora una volta non coglie nel segno.

5 Resta a questo punto da affrontare il ricorso incidentale con cui le sorelle (OMISSIS) denunziano la violazione dell’articolo 112 c.p.c., addebitando alla Corte d’Appello l’omessa pronuncia sulla domanda di rendiconto (a loro dire, erroneamente dichiarata assorbita dalla Corte d’Appello). Ritengono che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale, la domanda era stata avanzata in via principale e non in subordine rispetto a quella di accertamento della comunione legale. Come risulta dall’uso della locuzione “in ogni caso” e dal fatto che nelle conclusioni era stata ribadita la natura principale della domanda: di conseguenza, la Corte d’Appello avrebbe dovuto pronunciarsi su di essa.

La censura, che risulta proposta anche in via principale (e non solo condizionatamente all’accoglimento del quarto motivo di ricorso), e’ infondata.

Nel giudizio di legittimita’, va tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne ha dato il giudice del merito. Nel primo caso, si verte in tema di violazione dell’articolo 112 c.p.c. e si pone un problema di natura processuale per la soluzione del quale la Corte di cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiesta. Nel secondo caso, invece, poiche’ l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito, in sede di legittimita’ va solo effettuato il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Sez. 3, Sentenza n. 7932 dei 18/05/2012 Rv. 622562; Sez. 1, Sentenza n. 15603 del 07/07/2006 Rv. 592485). Ancora, e’ stato affermato che l’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non e’ censurabile in sede di legittimita’ quando sia motivato in maniera congrua ed adeguata, avendo riguardo all’intero contesto dell’atto, senza che ne risulti alterato il senso letterale e tenendo conto della sua formulazione letterale nonche’ del contenuto sostanziale, in relazione alle finalita’ che la parte intende perseguire, senza essere condizionato al riguardo dalla formula adottata dalla parte stessa (Sez. 3, Sentenza n. 14(OMISSIS)1 del 26/06/2007 Rv. 597467; Sez. 3, Sentenza n. 9011 del 06/05/2015 Rv. 635266).

Ebbene, nella fattispecie che ci occupa la Corte d’Appello, lungi dal trascurare l’esame della domanda di rendiconto formulata dalle sorelle (OMISSIS), si e’ confrontata con essa e l’ha considerata assorbita ritenendola subordinata all’accoglimento della domanda di accertamento della comunione legale ira il de cuius e la moglie (OMISSIS) sul terreno acquistato con atto (OMISSIS) del (OMISSIS), domanda, questa, rigettata nel merito.

La motivazione pag. 6 della sentenza impugnata) si fonda sul tenore della richiesta contenuta a pag. 9 dell’atto di appello (“ove si dovesse ritenere che il bene era caduto nella comunione legale con la signora (OMISSIS)”) ed appare senz’altro congrua sotto il profilo motivazionale, neutralizzando cosi’ l’alternativa ricostruzione delle ricorrenti incidentali.

In conclusione entrambe le impugnazioni vanno respinte e le spese del giudizio di legittimita’ compensate interamente.

P.Q.M.

rigetta i ricorsi e compensa le spese del giudizio tra le parti

 

 

ates5

 

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Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  4 dicembre 2015, n. 24755

Ritenuto in fatto 

  1. – M.S., M.L.B. e M.M. – nella qualità di eredi legittimane del comune padre Ma.Sc., il quale, con testamento olografo, aveva lasciato ai suoi figli maschi la proprietà di tutti i suoi beni mobili e immobili e alla moglie l’usufrutto generale sugli stessi – convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Vicenza, i loro fratelli M.C., M.I. e M.L. e la comune madre B.M.E., chiedendo la riduzione delle disposizioni testamentarie del cuius e la reintegrazione di esse attrici nella loro quota di riserva, con la condanna dei convenuti alla corresponsione della quota dei frutti ad esse spettanti.
    Nella resistenza dei convenuti, l’adito Tribunale determinò il valore del compendio ereditario e il valore della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatane con riferimento al momento dell’apertura della successione, dichiarò proporzionalmente ridotte le disposizioni testamentarie del de cuius e dichiarò inammissibile – in quanto tardivamente proposta in sede di precisazione delle conclusioni – la domanda di divisione dei beni ereditari.
    2. – Con sentenza dell’11.6.2009, la Corte di Appello di Venezia rigettò l’appello principale proposto dalle attrici e gli appelli incidentali proposti dai convenuti M.C., M.I. e M.L. e confermò le predette statuizioni della pronuncia di primo grado.
    3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono M.S., M.L.B. e M.M. sulla base di quattro motivi.
    Resistono con controricorso M.C., M.I., anche nella qualità di eredi della comune madre B.M.E. , nel frattempo deceduta.
    M.L. , intimato in proprio e quale erede di B.M.E., e M.F., intimata solo nella qualità di erede della B. , non hanno svolto attività difensiva.
    Le ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto 

  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla quantificazione del valore globale dell’asse ereditario al momento dell’apertura della successione e al valore della quota di legittima spettante a ciascuna delle attrici sotto un duplice profilo: quello dell’avvenuta decurtazione del valore dei beni conseguente al rapporto di affitto gravante sugli stessi; e quello della mancata riduzione dell’usufrutto assegnato al coniuge superstite, nonostante che esso risultasse eccedente la quota disponibile.
    In particolare, con riferimento al primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato a decurtare il valore stimato dei beni immobili costituenti l’asse ereditario nella misura del 25% per la ritenuta esistenza di un contratto di affitto dei detti beni (costituiti da fondi agricoli), stipulato tra la comune madre B.M.E. (quale concedente) e il convenuto M.L. (quale affittuario); ciò in quanto non vi sarebbe prova di tale contratto di affitto e il contratto di affitto prodotto solo in appello dai convenuti sarebbe ininfluente, perché stipulato solo nell’anno 1995, ben otto anni dopo l’apertura della successione. Con riferimento al secondo profilo, si lamenta la carenza assoluta di motivazione in ordine alle deduzioni contenute nell’atto di appello, con le quali si lamentava che le attrici, seppur reintegrate nella loro quota di riserva sulla nuda proprietà dei beni relitti, non erano state reintegrate nella loro quota di riserva spettante sull’usufrutto assegnato alla madre, che era eccedente la quota disponibile e che doveva, pertanto, essere ridotto.
    Il primo profilo della censura non può trovare accoglimento.
    Dalla relazione del C.T.U., richiamata dalla parte resistente, risulta che il contratto di affitto in favore di M.L. , del quale si è tenuto conto ai fini della stima del valore dell’asse ereditario, era stato stipulato in data 1.7.1981 tra il de cuius (quale concedente) e M.L. (quale affittuario). Pertanto, ai fini della determinazione del valore dell’asse ereditario, si è tenuto conto di tale contratto preesistente alla morte del de cuius, e non del successivo contratto menzionato da parte ricorrente; e ciò trova conferma nel fatto che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha fatto riferimento ad un contratto di affitto esistente all’epoca dell’apertura della successione, evidentemente diverso da quello – stipulato tra B.M.E. e M.L. – prodotto nel successivo giudizio di appello; contratto quest’ultimo che, pertanto, non risulta essere stato posto a base delle conformi statuizioni sul punto dei giudici di primo e di secondo grado. Non è dubbio, invero, che la Corte di Appello, nel ribadire l’esistenza di un contratto di affitto, ha inteso fare riferimento al contratto accertato dal primo giudice e risultante dalla C.T.U., e non al successivo contratto prodotto nel giudizio di gravame.
    Sotto tale profilo, peraltro, la censura non supera neppure il vaglio di ammissibilità per difetto di autosufficienza, nella misura in cui non sono state trascritte nel ricorso le risultanze istruttorie complete relative al contratto di affitto, cosicché non si consente alla Corte una più approfondita verifica del denunciato vizio di motivazione.
    È fondato, invece, il secondo profilo della censura.
    A fronte della precisa censura mossa con l’atto di appello, la Corte territoriale ha omesso del tutto di motivare circa le ragioni per le quali la riduzione, da disporsi a seguito dell’accertata lesione delle quote di legittima spettanti alle attrici, non ha investito, oltre alla nuda proprietà degli immobili, anche l’usufrutto assegnato alla comune madre, che risultava eccedente la quota disponibile (secondo le risultanze della C.T.U., riportate nel ricorso, il valore dell’usufrutto era pari ad lire 199.360.00, mentre il valore della disponile ammontava a lire 91.000.000).
    Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, perché il giudice di rinvio esamini la censura de qua e decida di conseguenza.
    2. – Gli altri motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente.
    Col secondo motivo, si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., con riferimento a tre profili: alla omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura; alla omessa pronuncia sulla domanda accessoria per i frutti; e all’omesso ordine di trascrizione della richiesta sentenza attributiva della quota di titolarità sui beni relitti.
    Col terzo motivo di ricorso, si lamenta poi il vizio di motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta mancata proposizione di domanda di attribuzione pro quota in natura – a titolo di legittima – della proprietà dei beni relitti; si deduce, in particolare, che la Corte territoriale erroneamente avrebbe negato alle attrici l’attribuzione di una quota di comproprietà dei beni relitti per il fatto che le stesse non avevano chiesto la divisione dei beni ereditari, una cosa essendo l’azione di reintegrazione della quota di legittima, altra cosa la domanda di divisione dell’eredità.
    Col quarto motivo di ricorso, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
    Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:
    a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;
    b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;
    c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;
    d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.
    La censura è fondata.
    Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.
    Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.
    Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.
    La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.
    Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).
    Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.
    Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).
    Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro.
    Peraltro, quando – come nel caso di specie – la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge, in particolare dagli artt. 537 e segg. cod. civ. (la metà; un terzo; un quarto; etc.).
    Pertanto, il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.
    Diversa e distinta dall’azione di riduzione è l’azione di divisione ereditaria.
    E invero, mentre l’azione di riduzione tende, indipendentemente dalla divisione dell’asse ereditario, al soddisfacimento dei diritti dei legittimari nei limiti in cui tali diritti siano stati lesi dalle disposizioni testamentarie, l’azione di divisione tende allo scioglimento della comunione ereditaria già esistente.
    L’esercizio dell’azione di divisione ereditaria ha, dunque, come condizione imprescindibile l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto alla eredità, la quale non sussiste necessariamente nella situazione tutelabile con l’azione di reintegrazione della quota di legittima. Tanto è vero che il legittimario pretermesso dal testatore, escluso – in quanto tale – dalla comunione ereditaria, non è legittimato a chiedere la divisione se non dopo avere sperimentato con successo l’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva ed essere così divenuto partecipe della comunione dei beni ereditari (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 35 del 05/01/1967, Rv. 325650).
    Dall’autonomia e dalla diversità delle due azioni deriva che le stesse possono essere esercitate sia cumulativamente nello stesso processo sia separatamente l’una dall’altra; senza che, in ogni caso, la domanda di riduzione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di divisione né che la domanda di divisione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di riduzione (cfr., Sez. 2, Sentenza n. 20143 del 03/09/2013, Rv. 627603; Sez. 2, Sentenza n. 1408 del 23/01/2007, Rv. 595739; Sez. 2, Sentenza n. 866 del 12/02/1981, Rv. 411363; Sez. 2, Sentenza n. 3500 del 22/10/1975, Rv. 377675).
    Ha errato pertanto la Corte territoriale nell’affermare (p. 15 della sentenza impugnata) che “le appellanti non hanno mai chiesto la divisione dell’asse ereditario, ma solo la quantificazione della quota loro spettante, per cui, in questa fase processuale, non hanno alcun diritto per chiedere l’attribuzione della loro quota in natura”; ha errato sotto due profili.
    In primo luogo, perché le attrici, con la domanda introduttiva, avevano chiesto di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti e ciò era sufficiente per dichiararle eredi necessarie del de cuius e partecipi della comunione dei beni ereditari nei limiti delle quote per esse previste dalla legge.
    In secondo luogo, perché, alla stregua della rilevata autonomia e diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto all’azione di riduzione, la mancata valida proposizione della domanda di divisione da parte delle attrici non poteva pregiudicare il loro diritto di conseguire in natura le loro quote di legittima, ma avrebbe dovuto avere il solo effetto di determinare il protrarsi della comunione ereditaria. In altre parole, la mancata proposizione della domanda di divisione dei beni ereditali non avrebbe potuto spiegare alcun effetto sulla domanda di riduzione e di reintegrazione delle quote di legittima spettanti alle attrici.
    Ha errato, pertanto, la Corte di Appello di Venezia a riconoscere alle attrici solo un credito meramente pecuniario nei confronti dei convenuti; così come errò il Tribunale nel quantificare in una somma di denaro l’ammontare della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatarie.
    Se è vero infatti che la quantificazione in denaro del valore della quota di legittima spettante al riservatario serve strumentalmente – ai fini dell’accertamento della fondatezza dell’azione di riduzione – a valutare la sussistenza della lesione della quota di riserva e l’estensione della stessa, è pari menti vero che, ultimata tale valutazione, il giudice – nell’accogliere l’azione di riduzione – deve poi limitarsi a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi spettante a ciascun legittimario.
    2.2. – Parimenti fondata è la censura di cui al quarto motivo di ricorso, con la quale si deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel negare alle legittimarie la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    Secondo la Corte di Appello di Venezia, “essendo volontà del de cuius che i terreni rimanessero nell’esclusiva disponibilità dei tre figli maschi, è evidente come lo stesso avesse già operato la divisione dei suoi beni, liquidando in vita le figlie in denaro, onde a queste spetta il solo credito pecuniario nei confronti dell’eredità ex art. 734 c.c.” (p. 15 della sentenza impugnata).
    Con ciò la Corte territoriale è incorsa nella denunciata violazione dell’art. 735 cod. civ., che prevede la nullità della divisione nella quale il testatore non abbia compreso le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva, tra i diversi beni, somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimane in luogo dei beni immobili relitti.
    Trattasi di una nullità che costituisce corollario del carattere inderogabile delle disposizioni in tema di reintegrazione della quota di legittima; essa può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (art. 1421 cod. civ.).
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte secondo cui il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ. (Sez. 2, Sentenza n. 3694 del 12/03/2003, Rv. 561111; Sez. 2, Sentenza n. 16698 del 11/08/2015, Rv. 636171; Sez. 2, Sentenza n. 3599 del 23/03/1992, Rv. 476411).
    Né la Corte territoriale avrebbe potuto riconoscere validità alla scrittura privata stipulata il 16.3.1975 tra il de cuius – ancora in vita – e le sue figlie (odierne attrici), con la quale queste ultime accettarono una somma di denaro “a tacitazione completa della futura eredità”: sia perché, ai sensi dell’art. 557 comma 2 cod. civ., l’azione di riduzione è irrinunciabile finché il donante è in vita; sia perché l’art. 458 cod. civ. (sotto la rubrica “Divieto di patti successori”) dichiara espressamente nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta o rinunzia ai medesimi.
    In definitiva, è priva di ogni fondamento giuridico la ratio decidendi alternativa individuata dalla Corte territoriale per giustificare la mancata attribuzione alle attrici delle loro quote di legittima in natura; conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata anche sotto il profilo della riconosciuta validità della divisione testamentaria disposta dal de cuius ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    2.3. – Conseguente alla ritenuta fondatezza delle censure dianzi esaminate – e all’accoglimento del ricorso relativamente alle medesime – è l’assorbimento della censura di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta l’omessa pronuncia sulla domanda accessoria relativa ai frutti.
    Il mancato riconoscimento dei frutti era coerente – nel percorso logico seguito dai giudici di merito – con la mancata attribuzione dei beni in natura alle attrici legittimane e col riconoscimento ad esse di un mero diritto di credito. Una volta però riconosciuto che alle attrici spetta l’attribuzione delle loro quote di legittima in natura, va riconosciuta loro anche la corresponsione dei frutti dei beni ereditari dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alle quote astratte di eredità a ciascuna di esse spettanti su tali beni.
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte, secondo cui al legittimario cui venga restituito un immobile per reintegrare la quota di legittima spetta, a norma dell’art. 561 cod. civ., anche il diritto ai frutti quali accessori del bene, in relazione al suo mancato godimento (Sez. 2, Sentenza n. 7478 del 05/06/2000, Rv. 537243).
    2.4. – Parimenti assorbita nell’accoglimento delle censure esaminate nei paragrafi 2.1. e 2.2., è la doglianza di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta il mancato ordine di trascrizione delle quote di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    Sul punto, è comunque il caso di osservare che, se al legittimario spetta l’attribuzione della sua quota di legittima in natura (in particolare, spetta – nel caso di pluralità di eredi – una quota della comproprietà dei beni ereditari), non è dubbio che il giudice di merito è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari, a dichiarare la quota di proprietà sugli stessi che spetta al legittimario e a disporre la trascrizione di tale titolo di proprietà nei pubblici registri immobiliari.
    Ha errato, pertanto, la Corte territoriale a ritenere che, in assenza di domanda di divisione, nulla vi è da trascrivere nei registri immobiliari (p. 17 della sentenza impugnata): una cosa è, invero, la domanda di divisione ereditaria, quale richiesta di scioglimento di una comunione esistente; altra cosa è l’azione di riduzione, quale istanza per la costituzione della comunione ereditaria – prima inesistente – tra legittimari ed eredi testamentari. E con la costituzione della comunione ereditaria tra eredi legittimari ed eredi testamentari, sorge la necessità di disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, delle quote di comproprietà sui beni della comunione ereditaria indivisi spettanti ai singoli eredi.
    In tal senso, dopo aver riconosciuto la partecipazione delle attrici alla comunione ereditaria, avrebbero dovuto provvedere i giudici di merito.
    3. – In definitiva, il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale si conformerà, ai sensi dell’art. 384 comma 2 cod. proc. civ., ai seguenti principi di diritto:
    – “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, va effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni”;
    – “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;
    – “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;
    – “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;
    – “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.
    Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M. 

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.

 

 

 

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LIBRO II – Delle successioni
Titolo I – Disposizioni generali sulle successioni
Capo I – Dell’apertura della successione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità ∙ 456 ∙ 457 ∙ 458 ∙ 459 ∙ 460 ∙ 461
Capo II – Della capacità di succedere ∙ 462
Capo III – Dell’indegnità  ∙ 463 ∙ 464 ∙ 465 ∙ 466
Capo IV – Della rappresentazione ∙ 467 ∙ 468 ∙ 469
Capo V – Dell’accettazione dell’ereditÃ
Sez. I – Disposizioni generali ∙ 470 ∙ 471 ∙ 472 ∙ 473 ∙ 474 ∙ 475 ∙ 476 ∙ 477 ∙ 478 ∙ 479 ∙ 480 ∙ 481 ∙ 482 ∙ 483
Sez. II – Del beneficio d’inventario ∙ 484 ∙ 485 ∙ 486 ∙ 487 ∙ 488 ∙ 489 ∙ 490 ∙ 491 ∙ 492 ∙ 493 ∙ 494 ∙ 495 ∙ 496 ∙ 497 ∙ 498 ∙ 499 ∙ 500 ∙ 501 ∙ 502 ∙ 503 ∙ 504 ∙ 505 ∙ 506 ∙ 507 ∙ 508 ∙ 509 ∙ 510 ∙ 511
Capo VI – Della separazione dei beni del defunto da quelli dell’erede ∙ 512 ∙ 513 ∙ 514 ∙ 515 ∙ 516 ∙ 517 ∙ 518
Capo VII – Della rinunzia all’eredità ∙ 519 ∙ 520 ∙ 521 ∙ 522 ∙ 523 ∙ 524 ∙ 525 ∙ 526 ∙ 527
Capo VIII – Dell’eredità giacente ∙ 528 ∙ 529 ∙ 530 ∙ 531 ∙ 532
Capo IX – Della petizione di eredità ∙ 533 ∙ 534 ∙ 535
Capo X – Dei legittimari
Sez. I – Dei diritti riservati ai legittimari ∙ 536 ∙ 537 ∙ 538 ∙ 539 ∙ 540 ∙ 541 ∙ 542 ∙ 543 ∙ 544 ∙ 545 ∙ 546 ∙ 547 ∙ 548 ∙ 549 ∙ 550 ∙ 551 ∙ 552
Sez. II – Della reintegrazione della quota riservata ai legittimari ∙ 553 ∙ 554 ∙ 555 ∙ 556 ∙ 557 ∙ 558 ∙ 559 ∙ 560 ∙ 561 ∙ 562 ∙ 563 ∙ 564
Titolo II – Delle successioni legittime ∙ 565
Capo I – Della successione dei parenti ∙ 566 ∙ 567 ∙ 568 ∙ 569 ∙ 570 ∙ 571 ∙ 572 ∙ 573 ∙ 574 ∙ 575 ∙ 576 ∙ 577 ∙ 578 ∙ 579 ∙ 580
Capo II – Della successione del coniuge ∙ 581 ∙ 582 ∙ 583 ∙ 584 ∙ 585
Capo III – Della successione dello Stato ∙ 586
Titolo III – Delle successioni testamentarie
Capo I – Disposizioni generali ∙ 587 ∙ 588 ∙ 589 ∙ 590
Capo II – Della capacità di disporre per testamento ∙ 591
Capo III – Della capacità di ricevere per testamento ∙ 592 ∙ 593 ∙ 594 ∙ 595 ∙ 596 ∙ 597 ∙ 598 ∙ 599 ∙ 600
Capo IV – Della forma dei testamenti
Sez. I – Dei testamenti ordinari ∙ 601 ∙ 602 ∙ 603 ∙ 604 ∙ 605 ∙ 606 ∙ 607 ∙ 608
Sez. II – Dei testamenti speciali ∙ 609 ∙ 610 ∙ 611 ∙ 612 ∙ 613 ∙ 614 ∙ 615 ∙ 616 ∙ 617 ∙ 618 ∙ 619
Sez. III – Della pubblicazione dei testamenti olografi e dei testamenti segreti ∙ 620 ∙ 621 ∙ 622 ∙ 623
Capo V – Dell’istituzione di erede e dei legati
Sez. I – Disposizioni generali ∙ 624 ∙ 625 ∙ 626 ∙ 627 ∙ 628 ∙ 629 ∙ 630 ∙ 631 ∙ 632
Sez. II – Delle disposizioni condizionali, a termine e modali ∙ 633 ∙ 634 ∙ 635 ∙ 636 ∙ 637 ∙ 638 ∙ 639 ∙ 640 ∙ 641 ∙ 642 ∙ 643 ∙ 644 ∙ 645 ∙ 646 ∙ 647 ∙ 648
Sez. III – Dei legati ∙ 649 ∙ 650 ∙ 651 ∙ 652 ∙ 653 ∙ 654 ∙ 655 ∙ 656 ∙ 657 ∙ 658 ∙ 659 ∙ 660 ∙ 661 ∙ 662 ∙ 663 ∙ 664 ∙ 665 ∙ 666 ∙ 667 ∙ 668 ∙ 669 ∙ 670 ∙ 671 ∙ 672 ∙ 673
Sez. IV – Del diritto di accrescimento ∙ 674 ∙ 675 ∙ 676 ∙ 677 ∙ 678
Sez. V – Della revocazione delle disposizioni testamentarie ∙ 679 ∙ 680 ∙ 681 ∙ 682 ∙ 683 ∙ 684 ∙ 685 ∙ 686 ∙ 687
Capo VI – Delle sostituzioni
Sez. I – Della sostituzione ordinaria ∙ 688 ∙ 689 ∙ 690 ∙ 691
Sez. II – Della sostituzione fedecommissaria ∙ 692 ∙ 693 ∙ 694 ∙ 695 ∙ 696 ∙ 697 ∙ 698 ∙ 699
Capo VII – Degli esecutori testamentari ∙ 700 ∙ 701 ∙ 702 ∙ 703 ∙ 704 ∙ 705 ∙ 706 ∙ 707 ∙ 708 ∙ 709 ∙ 710 ∙ 711 ∙ 712
Titolo IV – Della divisione
Capo I – Disposizioni generali ∙ 713 ∙ 714 ∙ 715 ∙ 716 ∙ 717 ∙ 718 ∙ 719 ∙ 720 ∙ 721 ∙ 722 ∙ 723 ∙ 724 ∙ 725 ∙ 726 ∙ 727 ∙ 728 ∙ 729 ∙ 730 ∙ 731 ∙ 732 ∙ 733 ∙ 734 ∙ 735 ∙ 736
Capo II – Della collazione ∙ 737 ∙ 738 ∙ 739 ∙ 740 ∙ 741 ∙ 742 ∙ 743 ∙ 744 ∙ 745 ∙ 746 ∙ 747 ∙ 748 ∙ 749 ∙ 750 ∙ 751
Capo III – Del pagamento dei debiti ∙ 752 ∙ 753 ∙ 754 ∙ 755 ∙ 756
Capo IV – Degli effetti della divisione e della garanzia delle quote ∙ 757 ∙ 758 ∙ 759 ∙ 760
Capo V – Dell’annullamento e della rescissione in materia di divisione ∙ 761 ∙ 762 ∙ 763 ∙ 764 ∙ 765 ∙ 766 ∙ 767 ∙ 768
Capo V Bis – Del patto di famiglia ∙ 768-bis ∙ 768-ter ∙ 768-quater ∙ 768-quinquies ∙ 768-sexies ∙ 768-septies ∙ 768-octies
Titolo V – Delle donazioni
Capo I – Disposizioni generali ∙ 769 ∙ 770 ∙ 771 ∙ 772 ∙ 773
Capo II – Della capacità di disporre e di ricevere per donazione ∙ 774 ∙ 775 ∙ 776 ∙ 777 ∙ 778 ∙ 779 ∙ 780 ∙ 781
Capo III – Della forma e degli effetti della donazione ∙ 782 ∙ 784 ∙ 785 ∙ 786 ∙ 787 ∙ 788 ∙ 789 ∙ 790 ∙ 791 ∙ 792 ∙ 793 ∙ 794 ∙ 795 ∙ 796 ∙ 797 ∙ 798 ∙ 799
Capo IV – Della revocazione delle donazioni ∙ 800 ∙ 801 ∙ 802 ∙ 803 ∙ 804 ∙ 805 ∙ 806 ∙ 807 ∙ 808 ∙ 809

 

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